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LUGLIO Messaggero Veneto 31.07.2009 FERROVIE La scelta giusta è un’altra Dalla cronaca di Gemona del 22 luglio apprendo che i rappresentanti dei Comuni di Chiusaforte, Tolmezzo, Trasaghis, Forgaria, Artegna, Bordano, Montenars, Pontebba, Dogna, Osoppo, Malborghetto si sono ritrovati per sensibilizzare «la riattivazione di un servizio internazionale a Gemona». Non voglio vichianamente riesumare sopite rivalità che risalgono al medioevo tra Venzone e Gemona e sempre per la viabilità e il traffico delle merci se dico che trattasi di miopia amministrativa, se la politica è ancora il buon governo della “polis” e del territorio. È sufficiente adagiare una carta geografica e consultare una storia recente per affermare che la riattivazione della fermata internazionale va ubicata in quel piccolo e grande paese ove i ferrovieri, i “Perlasca” di Carnia, con sublime abnegazione e coraggio hanno voluto e saputo essere al di sopra delle parti, unicamente e cristianamente tesi a porgere le mani ai fratelli deportati, prostrati nel fisico e nella mente. Un tempo il piccolo paese si chiamava Piani e nel 1932 la gente carnica, con una clamorosa e agitata manifestazione suffragata dall’Associazione alpini diretti all’adunata, la chiamò Stazione per la Carnia. Già dissi che un tempo il carnico saliva in carrozza a Villa Santina e con la stessa si ritrovava a Roma, già ho sottolineato che la fermata di Carnia interessa ben oltre 30 comuni, dico oltre perché nulla vieta agli abitanti di Gemona di percorrere 10 km e salire verso la montagna. Solo il fumo è fisicamente costretto a salire e l’acqua a scorrere verso il basso, l’uomo può andare ovunque, allora è tempo di infrangere la tendenza. “Quousque tandem...”. Si vuole ancora infierire contro la montagna? Si faccia. I “politici” però sappiano che la nostra gente, per natura portata alla rassegnazione, deposto il suo atavico fatalismo che ha fatto indulgere e considerare come scontata l’emarginazione e la strada dell’emigrazione, erigerà anch’essa il suo “pomerium”. Luciano Simonitto Carnia di Venzone
L’Espresso 31.07.2009 Una cascata di
cemento Consumo di suolo e devastazione del territorio in un ampio servizio +
intervista a Edoardo Salzano di Eddyburg di Biondini Paolo Il governo Berlusconi ha
promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà
dietro ai piani dell'esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c'è
altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova
speculazione Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un'ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell'agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l'allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell'ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell'Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l'Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l'Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l'Italia è l'unico Stato occidentale dove già ora l'edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell'asfalto. Assalto al territorio Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali. È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l'Istat, è «impressionante ». Al Nord l'intera fascia pedemontana è diventata un'interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l'urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L'escalation edilizia, come certifica sempre l'Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento». Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora: in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni '80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest'ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell'Istat segnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l'edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l'Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del '94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l'ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni di metri cubi all'anno. Dietro la cementificazione del territorio c'è anche un'altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l'assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio »: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite "tasse di scopo" puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l'Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico ». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l'avanzata del cemento. La distruzione del verde L'unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all'inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell'Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L'Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni. Mettendo a confronto foto
aree e mappe della stessa scala, disponibili solo in tre regioni e in poche
altre province, i ricercatori di questo "Osservatorio nazionale sui consumi
di suolo" hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono
spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate
dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa:
ogni giorno il cemento e l'asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in
Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento
geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce
anche il luogo comune che vede nel cemento l'effetto dello sviluppo produttivo.
In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno.
Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel
decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell'8,7 per cento,
mentre la popolazione è scesa dell'1,4. Gli urbanisti del Politecnico
ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l'Istat lo chiama «consumismo
del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il
fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città
sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la
scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo
smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige
l'Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e
Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare
i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili».
Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio. Per il presidente di Italia
Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono,
perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano
inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da
Legambiente, che ha fatto l'esame delle singole leggi (o progetti) regionali di
attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre
a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e
risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni
più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino
ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino
al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il "lodo
Cielle": un premio del 40 per cento per l'edilizia sociale, ma con «possibile
vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni,
mentre in Val d'Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli
alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in
ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West
edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra,
e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un
appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo
sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove
residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche
interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il
valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania,
che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una
mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può
fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra». (30
luglio 2009)
di Paolo Biondini 'I paesi civili frenano il
cemento, qui il governo lo incentiva': colloquio con Edoardo Salzano "È un'iniziativa
vergognosa, che avrà effetti devastanti. È' l'ennesima conferma che la
cementificazione è una scelta politica: si favorisce uno sviluppo basato solo
sull'appropriazione privata della rendita fondiaria. L'ideologia della bolla
immobiliare ha fatto danni in tutto il mondo, ma l'Italia è l'unico Paese che
continua a incentivarla. Ci stiamo allontanando sempre di più
dall'Europa". "Per capirlo basta
sorvolare l'Europa in aereo. In paesi come Austria, Germania, Olanda e Francia
c'è una pianificazione rigorosa che segna un taglio netto tra città e
campagna. In Italia c'è una marmellata edilizia, chiamata 'sprawl', spalmata su
quasi tutto il territorio. La grande differenza è che nei paesi avanzati si
cerca da tempo di controllare e limitare la cementificazione". "La Germania ha programmato dal '98 una direttiva rigorosa per ridurre entro il 2020 il consumo di suolo, facendolo scendere da 120 a meno di 30 ettari al giorno. E ci sta riuscendo. Nel Regno Unito fin dal '99 l'obiettivo è di realizzare almeno il 60 per cento della nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Perfino negli Usa, dove le estensioni sono gigantesche, alcuni Stati come l'Oregon hanno imposto confini invalicabili allo sviluppo delle città. In Italia il problema è totalmente ignorato. Cresce solo quella che Tonino Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto". Molti cittadini si mobilitano
con associazioni, comitati e raccolte di firme. Il vero problema è che la lotta
alla speculazione edilizia non trova un'adeguata rappresentanza politica?
Il Venerdì di Repubblica 31.07.2009 DOLOMITICHE Stelle alpine Per l’umanità sono un patrimonio, ma occhio a non farne solo un business dal nostro inviato Emilio Marrese II riconoscimento dell'Onu premia una zona dove la bellezza è unica, ma le anime e gli interessi numerosi. Così tra i Comuni delle cinque province coinvolte inizia la gara per assicurarsi la guida della Fondazione che gestirà il marchio. E gli ambientalisti temono che non basti a evitare le speculazioni CORTINA. Si fa presto a dire Domiti. La spettacolare scenografia, appena riconosciuta Patrimonio naturale dell'umanità dall'Unesco, fu da sfondo a storie, attori e realtà profondamente diverse. Un esempio: a neanche quindici chilometri dalle vetrine di Bulgari e Gucci sul corso Italia di Cortina o dalla suite Sinatra che ospitò The Voice all'Hotel Cristallo (180 metri con hammam privato per ottomila euro a notte), gli abitanti di Cancia si chiedono perché, da undici anni aspettino l'ampliamento di un invaso, che forse avrebbe potuto evitare la frana costata due vittime dieci giorni fu, e perché i soccorsi abbiano dovuto attendere il ritorno di una torre faro dall' Aquila. Oppure: sotto lo stesso prestigioso marchio dell'Onu, le famiglie della Val Pusteria ricevono sovvenzioni pubbliche per ornare di petunie e gerani i loro balconi, mentre molte del Vajont non ricevono neanche l'allacciamento alla rete del gas. C'è chi progetta una tangenziale da 484 milioni, come Cortina, e chi non ha i soldi per ricostruire il centro storico diroccato, come Erto. Esiste, insomma, una montagna di serie A e una di serie B, come dice lo scrittore-scultore-alpinista Mauro Corona. E gli ultimi, ora, sgomitano per essere bagnati un po' anche loro dalla benedizione aspersa dall'Onu. II bollino Unesco non si traduce in finanziamenti da spartire, ma scatena appetiti perché le statistiche dicono che può incrementare il turismo del 15-30 per cento. Più o meno quanto s'è perso in questi ultimi anni di crisi. La gara per appendersi questa laurea nel proprio salotto è già iniziata. Entro l'anno verrà eletta la sede giuridica di una Fondazione di riferimento che gestisca questo marchio, come l'Unesco ha chiesto dopo che le Eolie -l'altro bene naturalistico mondiale in Italia - hanno rischiato più volte la cancellazione dalla lista. La corsa a diventare la capitale delle Dolomiti è partita sin dal giorno dopo l'investitura: tra le aspiranti, Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. Oppure una a rotazione. Ma Cortina sembra la favorita a ospitare questo organismo di coordinamento che dovrà tutelare e sviluppare il bene mediando tra gli interessi opposti di imprenditori e ambientalisti e mettendo d'accordo genti, fino a oggi in competizione, tanto lontane per cultura, lingua (tedesco, ladino, veneto, friulano), esigenze, problemi, disponibilità economiche e strumenti legislativi. La zona protetta copre infatti cinque province (Bolzano, Trento, Belluno, Pordenone e Udine) dai differenti statuti e leggi: 228 norme diverse su materie comuni. Il riconoscimento Unesco, inseguito per oltre quindici anni, non è solo una medaglia da appuntare al petto, ma una coperta che ora viene tirata un po' da tutte le parti. Le valli più depresse temono di restare fuori dalla partita a vantaggio di quelle già sazie e sature di turismo, a rischio di collasso. Ad esempio il Bellunese - eccezion fatta per Cortina, che sta al resto della provincia come Porto Cervo alla Barbagia - ambisce ad ammortizzare la crisi industriale (- 30 per cento di produzione, specie nel settore occhiali), con il turismo, possedendo la maggior quota dell'area Unesco (41 per cento). Gli ambientalisti, d'altro canto, hanno paura che l'aspetto business possa prevaricare qullo ecologico: lamentano di essere stati esclusi dalla procedura che negli ultimi quattro anni ha elaborato la candidatura (seguita da cinque esponenti delle cinque province) e adombrano il sospetto che selezione dei siti da premiare abbia esci so zone e vette importanti (come il Sasso lungo, il Sella, le Tofane, il Cristallo o il( vetta) su pressione di potentati economici preoccupati dagli eventuali ulteriori vincoli ai progetti di sviluppo già avviati (nuovi albergoni o impianti di risalita). «Se la politica si comporta come ha fatto fin qua, pur raggiungendo il risultato, sarà uno sfascio» ammonisce Gigi Casanova, vicepresidente di Cipra (commissione internazionale per la protezione delle Alpi) e portavoce di Mountain Wilderness, l'associazione che lanciò l'idea Unesco nel ‘93. «Il primo obiettivo è l'equità politica. Il Trentino, ad esempio, agisce rapidamente, ha tutti i servizi, arriva a finanziare alberghi e rifugi e perfino gli impianti di risalita fino all'80 per cento. Il Bellunese, per contro, è abbandonato politicamente, fragile e dimenticato, pur offrendo maggiori opportunità ricreative». Non a caso i cortinesi, nelle cui case c'è ancora il ritratto di Cecco Beppe, nel 2007 hanno votato per chiedere l'annessione al Trentino-Alto Adige (78 per cento di sì), e non a caso non l'avranno mai. «I benefici del turismo vanno ridistribuiti: anche in Val Gardena o in Val di Fassa il 40 per cento della popolazione vive bene, ma l'altro 60 no. Il marchio non deve essere solo turistico, ma deve rilanciare anche l'attività produttiva: perché qui si devono vendere i formaggini o gli yogurt delle multinazionali più dei prodotti locali? Il secondo obiettivo è la coerenza: nuovi collegamenti annunciati, come quelli tra San Martino e Passo Rolle o Pinzolo e Madonna di Campiglio, sono incompatibili col marchio Unesco. Bisogna bloccare lo scempio delle seconde case, avere il coraggio di abbattere gli ecomostri costruiti negli anni Sessanta e Settanta e ricoltivare nuovamente boschi e pascoli ad alta quota». «Avremmo preferito il marchio di "patrimonio culturale", anziché "ambientale", perché non avrebbe protetto solo le cime, del resto già tutelate al 90 per cento» afferma Angelo Mancone, segretario di Legambiente Veneto. «Così, invece, i disastri che sono stati compiuti a fondovalle potrebbero continuare a salire minacciando il vero patrimonio, che è tale in quanto incontaminato». Cortina incarna da sempre queste due anime contrapposte, l'imprenditoriale e l'ambientalista, portando avanti un matrimonio di convenienza ormai secolare. La Perla delle Dolomiti ha fatto della mondanità vanto e reddito, accogliendo nel suo incantevole scenario l'aristocrazia di inizio '900 e convertendosi all'esclusività di massa dopo le Olimpiadi del '56, in una progressiva decadenza dalla Dolce Vita alla Vita Smeralda, dai salotti dell'alta borghesia intellettuale al billionarismo cafonal di Lele Mora. I veri cortinesi mal sopportano quel mezzo chilometro di struscio griffato in Corso Italia e preferiscono i molti chilometri di sentieri e arrampicate sulla roccia. Non negano i vantaggi del glamour, ma i giovani devono emigrare a valle perché le case sono le più care d'Italia, dopo Portofino: 13 mila euro al metro quadro, secondo calcoli di un mese fa, forse generosi per difetto. Gli stormi di giapponesi assatanati di shopping (introvabili nelle altre valli) sono però gli stessi che si arrampicano come camosci sulle pareti rosa, abili e rispettosi della natura, assicura Paolino Tassi, guida alpina bolognese che vive qui da vent'anni «ignorando dove siano le boutique». In malizioso contrasto alla rassegna Cortinaincontra (dal 26 luglio al 30 agosto), che quest'anno chiama a raccolta quattrocento nomi noti di industria, media, show e letteratura, il mese scorso è stata allestita CortinalnCroda (la croda è la parete rocciosa a picco) per i 70 anni degli Scoiattoli, l'associazione amatoriale di scalatori, per celebrare quei pionieri che partirono da questi muri, arrangiandosi con cinghie prestate dai pompieri e i maglioni rossi tessuti con la lana riciclata dei materassi dismessi dagli hotel, per arrivare fino alla conquista del K2 con Lino Lacedelli nel '54. Sono i custodi del vero spirito montanaro, sulla frontiera del cemento, così come le Regole Ampezzane, l'ente giuridico che dal XIII secolo riunisce le antiche famiglie cortinesi di proprietari e governa sedicimila ettari di boschi, secondo norme assai rigide e antiche. Erto, distante un'ora di tornanti da Cortina, è il borgo, abbarbicato su un costone, che fu spazzato via dalla frana del Vajont nel ‘63 (318 morti, su 1917, vivevano qui). Sui muri del centro storico semiabbandonato l'ertano Mauro Corona ha firmato un graffito: «Tendo l'orecchio e sento il passo dei ricordi. Della perduta casa solo una pietra cerco». Qui la montagna è aspra e lo si vede dai vecchi selvatici del paese che girano a torso nudo, hanno corpi da tronchi nodosi e cespugli di barba bianca da eremiti. «Spero che l'Unesco» dice il folletto dei boschi Corona «metta anche un freno a chi privatizza l'acqua e a chi distrugge i greti dei torrenti per vendersi la ghiaia a peso d'oro. Nulla contro la montagna di serie A, ma è possibile che qui in serie B si debbano fare dieci chilometri per fare la spesa o comprare un giornale?». Il sindaco Luciano Pezzin raccoglie la
provocazione, candidando Erto a sede della futura Fondazione Dolomiti-Unesco: «Cortina
non ne ha bisogno: è assurdo che chi ha già abbia ancora di più e gli altri
rimangano periferia. Svilirebbe il senso del riconoscimento Onu. Noi
rappresenteremmo le piccole realtà e siamo oltretutto un luogo emblematico: la
tragedia che abbiamo alle spalle è l'esempio di cosa accade quando l'uomo
lavora contro la natura. Ancora oggi, 46 anni dopo la catastrofe, ho a che fare
con le problematiche della ricostruzione. Ci sono quattrocento edifici,
risalenti anche al 1600, da preservare e ristrutturare, ma ormai in Regione ci
dicono di non rompere i cosiddetti. Come se qui ci fossimo arricchiti con la
frana. Delle leggi post Vajont che hanno lanciato il miracolo del Nordest, qui
da noi non è rimasto nulla: cornuti e mazziati. Accogliamo 150-160 mila turisti
della memoria all'anno, ma non riusciamo a trattenerli per più di qualche ora
perché abbiamo 45 posti letto». Emilio
Marrese
MESSNER II grande scalatore chiede anche al governo di mantenere integri i terreni agricoli ORA CHIUDIAMO ALLE AUTO VAL GARDENA, BADIA E FASSA Spero che questo marchio possa unire realtà « fin qui concorrenti. Se non collaboriamo, sarà un fiasco e dovremo andare a nasconderci per generazioni. II riconoscimento Unesco è una responsabilità, un valore da difendere e non solo da sfruttare a fini turistici» avverte il Re degli Ottomila, Reinhold Messner, tra i principali testimonia] dell'operazione. «Le Dolomiti sono di per sé già un marchio e questa dev'essere l'occasione per aumentare la tutela della loro bellezza. Ho proposto, ad esempio, di arrivare gradualmente alla chiusura al traffico privato di Val Gardena, Val Badia e Vai di Fassa. Niente auto dalle 9 alle 16, nuovi parcheggi e solo mezzi pubblici. Così la gente capirà che le montagne sono silenzio e tranquillità, non vanno aggredite, non vanno girate tra gas di scarico e clacson, ma vissute con lentezza». Messner, che si è offerto anche da mediatore tra le province interessate, va oltre: «Senza la cultura dell'autosufficienza dei nostri contadini, non avremmo il fascino di queste vette. Perciò vorrei che il governo reintroducesse a tutta la zona l'istituzione (rimasta solo in Trentino) del maso chiuso, che prevede di non frammentare le proprietà agricole. II patrimonio va tramandato integro e non diviso tra cento famiglie». (e.mar.)
Il Gazzettino 29.07.2009 «Torno dopo cinque anni, comincia una nuova èra» Il governatore del Veneto Galan ha rimesso piede a Palazzo Piloni, Reolon definito «l’uomo del non dialogo» Il fatto straordinario non è che entro novembre, dopo un decennio di schermaglie sfociate anche in un ricorso al Tar, sarà trovato un accordo sul demanio idrico. E nemmeno che la sede della costituenda Fondazione Unesco, contesa anche dal Trentino Alto Adige, sarà a Belluno. No, signori. Nulla di tutto questo. La "fumata bianca" uscita ieri pomeriggio da Palazzo Piloni, è stata il ritorno del presidente della giunta regionale del Veneto, Giancarlo Galan. «Mancavo da cinque anni - ha esordito il governatore - durante i quali si è fatto molto meno di quanto si sarebbe potuto fare per Belluno. Ma da oggi si apre una nuova stagione di dialogo e di collaborazione, nell’interesse dei cittadini». E nessuno osi direi che la sua lunga assenza è stata dovuta alla diversa colorazione politica della precedente amministrazione, perché Galan li smentirà subito citando le grandi opere realizzate su Venezia e Rovigo, entrambe in mano al centrosinistra. «Sgradevole» è stato l’aggettivo che il governatore ha attribuito a Sergio Reolon, definito «l’uomo del non dialogo», capace anche di inimicarsi i sindaci della sua stessa area politica, vedi il ricorso al Tar contro il Ptcp avanzato da 40 amministrazioni comunali bellunesi. Galan ha reso così visita al nuovo presidente di centrodestra, Gianpaolo Bottacin, aprendo un primo confronto su temi importanti. Al tavolo anche il sindaco di Belluno, Antonio Prade. Una triade di centrodestra che potrebbe mettere il turbo a più opere. E dopo la notizia del ritorno, Galan ha spiegato i "dettagli" della sua visita bellunese. Primo: arrivare ad accordo, al massimo entro novembre, sul demanio idrico, sanando pregressi e trovando un’intesa sulle competenze. La questione del quanto trasferire è stata accennata dall’assessore Oscar De Bona. Con una fuga in avanti, non tanto gradita da Galan, ha detto che se oggi alla Provincia viene dato il 10 per cento dell’incasso e la nuova legge prevede invece il 100 per cento, «una soluzione andrà trovata e si troverà». Chiaro, quindi, che la Provincia potrebbe dover abbassare le pretese. Di quanto? È presto per dirlo. Nel frattempo Bottacin tiene fermo il ricorso al Tar contro la Regione presentato ancora da Reolon. «Parlo di novembre - ha detto Galan riferendosi alle forti cifre che dovranno essere trasferite -, perché ho il sospetto che dovrà inserire qualcosa in bilancio». C’è poi la questione della sede della Fondazione Unesco: «Non può che essere a Belluno - ha assicurato il governatore -. Nostri alleati sono anche le Province di Udine e Pordenone e la Regione Friuli». «Nei primi tre anni la sede operativa sarà a Belluno - ha aggiunto Bottacin riferendosi alle diverse candidature, da Cortina ad Agordo -, poi si vedrà, ma comunque resterà sempre in provincia» Sulla rivendicata autonomia, il governatore è stato chiaro, indicando la soluzione nel federalismo fiscale, fermo restando la necessità di trovare una soluzione alla sperequazione di risorse tra la regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale. Solo così si fermerà la spinta secessionista. Ma guai a dire che Belluno non ha ricevuto attenzione dalla Regione: «Lo dicono i numeri, non le chiacchiere». Ferma sarà l’attenzione per la montagna, intesa nella sua estensione regionale e non solo bellunese, che trova spazio anche nello Statuto. Al centro del confronto anche l’intesa Galan-Dellai su progetti di interesse comune. «Difficile contare su un tavolo dove loro mettono 5 e noi 1, ma la novità sarà la nomina di un rappresentante della Provincia all’interno del Comitato dell’intesa». Massima cautela di Galan sulla frana di Cancia: «La questione è troppo delicata, prima di parlare vogliono conoscere». Dalla contrapposizione alla collaborazione, sembra questo il passaggio propedeutico per «una nuova era» a Palazzo Piloni. Lauredana Marsiglia
«La Provincia? Belluno Dolomiti» Vascellari torna alla carica perché anche l’ente pubblico cambi nome Mercoledì 29 Luglio 2009, Da due anni ormai l’Associazione fra gli Industriali della provincia di Belluno propone, ed anzi chiede, che la Provincia assuma un nome più consono alla ricchezza naturale, economica e sociale che la caratterizza: Provincia di Belluno Dolomiti. Finora, nulla di fatto. Dopo circa un mese dall’insediamento della nuova amministrazione, Confindustria Belluno Dolomiti torna alla carica chiedendo al presidente Gianpaolo Bottacin di prendere chiaramente una posizione in merito. «Le Dolomiti sono patrimonio dell’Umanità: un pronunciamento dell’Unesco che regala un palcoscenico mondiale alle nostre montagne – afferma Valentino Vascellari presidente di Confindustria Belluno Dolomiti –. Questa deve essere una ragione indiscutibile, capace di sciogliere ogni possibile dubbio sull’opportunità di assumere, noi prima di chiunque altro, il valore del marchio Dolomiti nel nome della Provincia. Tracciando la strada, la stessa Associazione Industriali quest’anno è diventata Confindustria Belluno Dolomiti, attraverso il pronunciamento referendario dei suoi imprenditori associati». La Provincia, dice Confindustria, potrebbe cambiare nome con una dichiarazione all’unanimità del suo Consiglio: «Sarebbe un bel modo di partire, per un’amministrazione giovane e determinata a far contare di più Belluno e le Dolomiti nel panorama regionale e nazionale» sottolinea Vascellari. L’invito di Confindustria Belluno Dolomiti è rivolto anche a tutte quelle amministrazioni e organizzazioni bellunesi che possono, allo stesso modo, promuovere le Dolomiti attraverso il proprio nome. «Un cambiamento che richiede piccoli sforzi e assegna massimi risultati – commenta Vascellari – ognuno può fare la sua parte per rendere davvero attivo, unico, e tutto bellunese il marchio Dolomiti». Gli imprenditori da tempo si sono convinti che il rilancio di Belluno passi anche attraverso un’operazione di marketing territoriale che vada ben oltre i confini veneti. Dolomiti è un marchio universalmente conosciuto, in grado di essere abbastanza appetibile non solo per la qualità della vita e la bellezza estetica che in sé garantisce, ma anche per l’identificazione con un’area sempre più strategica. Tutti sanno quante volte, invece, Belluno è messa altrove, ora in Trentino, ora in Friuli, quasi che non avesse una propria identità. Ora che molti si sono convinti che il turismo può rappresentare l’unica, vera alternativa industriale, si cerca un rilancio sul piano dell’immagine e dei contenuti.
Vertice di quattro province per la scelta della sede giuridica della
Fondazione che dovrà essere costituita a fine anno. Ma l’assenza del
rappresentante trentino ha condotto a un nulla di fatto Dolomiti patrimonio dell’umanità, summit sul Rite Approvato un documento-proposta destinato a Provincia e Regione teso a contemperare le esigenze di ciascuno Cibiana (gg) Summit operativo ieri sul Monte Rite, presenti i rappresentanti di 4 Province su 5 interessate all'area montana delle Dolomiti designata dall'Unesco come patrimonio dell'Umanità. Assente era quella di Trento per un intercorso impedimento del suo rappresentate nel raggiugere l'altura. «Per questo motivo - dice a fine riunione l'assessore Matteo Toscani, che ha rappresentato la Provincia di Belluno, non è stata presa alcuna decisione riguardo la scelta della sede giuridica della fondazione che dovrà essere costituita entro la fine dell'anno». Belluno ovviamente si batte a che la sede sia individuata sul suo territorio forte del fatto che possiede geograficamente la gran parte delle Dolomiti ed è baricentrica rispetto alle consorelle di Trento, Bolzano, Udine e Pordenone. Due carte queste che la Provincia vuole giocare fino in fondo. A proposito della fondazione il Friuli-Venezia Giulia e soprattutto il Veneto si sono battute per essere soci fondatori. Proprio su questo punto si sono evidenziati i maggiori contrasti e divisioni per altro emersi da subito, tanto che la discussione si è prolungata a lungo. Al termine è uscito un documento-proposta da presentare prima in Provincia, poi in Regione che dovrebbe accontentare le varie esigenze. C'era pure Reinhold Messner che si è limitato ad una illustrazione generale delle Dolomiti e delle possibilità di sviluppo dell'area senza però aprire un dibattito. Si è parlato anche della visibilità che questo riconoscimento offre e dei mezzi per veicolarla. Uno di questi è il marchio, della cui realizzazione è stato incaricato uno studio professionale di grafica. Marchio che non potrà essere utilizzato fino a che non sarà ufficializzata la Fondazione Dolomiti Unesco. Altro elemento tradizionale è un pieghevole che verrà redatto in tre lingue: italiano, tedesco ed inglese. Infine c'è la rete internet dove sono stati registrati a titolo precauzionale oltre 100 domini dei quali successivamente verrà effettuata una cernita. Il prossimo incontro il 18 agosto ad Auronzo.
Corriere delle Alpi
29.07.2009 Malumori per la gestione della visita del Capo dello Stato il 25 agosto, Province scavalcate Unesco, la sede a Belluno Dal vertice sul monte Rite, passi avanti per la decisione CIBIANA. La gestione della visita del presidente Napolitano ad Auronzo il 25 agosto lascia l’amaro in bocca alle Province dolomitiche, investite in prima persona del riconoscimento Unesco. Si sta occupando di tutto il ministero, insieme con la Regione Veneto. Dalla prima riunione degli assessori delle cinque Province interessate, avvenuta ieri sul Rite, emerge invece sempre più forte la candidatura di Belluno ad ospitare la Fondazione Unesco. E sempre dal Rite arriva la proposta di Messner di chiudere i passi dolomiti a fasce orarie. Impossibile chiuderli alle auto tutto il giorno, quindi l’ipotesi è di tenerli aperti fino alle 10, poi solo alla sera.
A Belluno la sede della Fondazione Al primo vertice, malumori sulla gestione della visita di Napolitano Confermata la data del 25 agosto per l’arrivo del Capo dello Stato per festeggiare il riconoscimento CIBIANA. E’ confermato: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dal ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dal presidente della Regione, Giancarlo Galan, sarà ad Auronzo il 25 agosto per festeggiare con le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Udine e Pordenone, il riconoscimento delle Dolomiti da parte dell’Unesco come patrimonio dell’umanità. Ma la gestione della visita lascia dell’amaro in bocca agli assessori e funzionari delle cinque province che per la loro prima riunione sono stati ospiti ieri di Reinhold Messner, sul monte Rite, dove hanno ricevuto il benvenuto del sindaco Guido De Zordo. Si è fatto carico dell’organizzazione, infatti, lo stesso ministero dell’Ambiente che, a sua volta, ha chiesto (e ovviamente ottenuto) la collaborazione della Regione. Le Province, prime protagoniste della tutela e della promozione del territorio preso in carico dall’Unesco, sono state tagliate fuori. Belluno, Pordenone e Udine, addirittura, sono state informate della data e del luogo della visita presidenziale dopo che il ministero aveva reso noti i particolari dell’evento a Venezia, Trento e Bolzano. Matteo Toscani, assessore provinciale che ha coordinato il vertice di ieri, si è limitato ad esprimere “rammarico”. Ma dal rifugio Dolomites, dove si è tenuto l’incontro, dopo l’omaggio reso ai rappresentanti delle Province da Messner nel museo, è filtrata l’indiscrezione che tutte le Province, se convocate di nuovo in ministero, si rifiuteranno di andarci. Nel recente passato, infatti, era state sollecitate ad un incontro a Roma tra l’altro per mettere a punto la visita presidenziale, ma in quella sede venne data solo una vaga informazione del desiderio del Capo dello Stato. Il disagio, tuttavia, non influirà minimamente sull’appuntamento del 25 agosto che le Province prepareranno con cura, per quanto direttamente le riguarda, il 18 agosto, guarda caso sempre ad Auronzo. Ai 2187 metri del Rite, però, si è discusso di molto altro, tra Toscani e i suoi colleghi, Lainer di Bolzano, alcuni funzionari di Trento (per problemi famigliari l’assessore non ha potuto essere presente), l’udinese Faleschini e Verditizzi di Pordenone. La Fondazione verrà creata entro la fine dell’anno e la sede legale sarà, probabilmente, Belluno. Ieri ha continuato a rivendicarla Bolzano, ma avendo Belluno la maggior parte delle terre alte riconosciute dall’Unesco, sostanzialmente l’ha spuntata. Per non creare problemi, sono state scartate altre ipotesi, a cominciare da quella di Cortina. Sulla richiesta del Veneto e del Friuli Venezia Giulia di essere soci fondatori della nuova realtà che si andrà a creare, con la Fondazione, in molti hanno arricciato il naso, per cui si è cercata una soluzione alternativa, in sostanza una governance diversa, che sarà resa nota nei prossimi giorni. Le sedi operative saranno una per provincia. La presidenza sarà a rotazione, con ogni probabilità triennale. Verrà presto attivato un sito internet ufficiale (già 100 i domini registrati). La Fondazione avrà un marchio tutto suo, per essere utilizzato accanto a quello dell’Unesco. Allo studio anche un pieghevole, in italiano, tedesco ed inglese. I lavori, svoltisi a porte chiuse, hanno registrato un confronto molto schietto tra i partecipanti, ma all’uscita dal rifugio tutti si sono dimostrati soddisfatti. «Siamo stati molto operativi, non ci siamo persi in chiacchiere», ha confermato Toscani. A tavola i partecipanti hanno gustato prelibati piatti di yack. L’animale vive tra il Rite e Valle di Cadore.
Corriere delle Alpi 28.07.2009 Il gruppo di minoranza guidato da Celeste Levis lancia delle proposte «Longarone è la sede naturale per Fondazione Vajont e Unesco» LONGARONE. Il gruppo di minoranza «LongaroneSi», guidato da Celeste Levis, si sta attivando con una serie di proposte per valorizzare storicamente il territorio, teatro del disastro del Vajont. «È opinione dell’intero gruppo di minoranza - sostiene Levis - che col termine “Vajont” debba essere identificata un’area più estesa da un punto di vista geografico e concettuale e che si dovrebbe intersecare con altre sfere di ambito culturale e sociale spesso isolate e private così di un proficuo dialogo. Longarone è un importante comune sostenitore del Parco delle Dolomiti e fondamentale crocevia nel tessuto urbano e viario per la sua vicinanza con strade, autostrade e con la linea ferroviaria, bisognosa peraltro di un sostanziale potenziamento. Né va dimenticata la sua strategica centralità, fra la Valcellina, la Val Zoldana, il Cadore e la Valbelluna, luoghi storicamente ricchi e paesaggisticamente ammirati e come tali tutelati dall’Unesco. Gli stessi scopi di questa organizzazione mondiale sono fatti propri, in parte, dalla nostra Fondazione Vajont: sarebbe quindi auspicabile e vantaggiosa la creazione di un’unica sede di eccellenza, proprio a Longarone, comprendente Fondazione Vajont e Unesco, per la promozione di un grande polo di ricerca, sviluppo tecnologico e valorizzazione della montagna e delle sue immense risorse e tradizioni, possibile modello anche per altre realtà. In un’epoca di globalizzazioni anche la cultura, e la civiltà di cui è espressione, deve ragionare su scala internazionale ed aprirsi ad orizzonti ben più ampi».
Corriere delle Alpi 28.07.2009 «Rivedremo il Ptcp con i sindaci» Bottacin ha incontrato 40 primi cittadini BELLUNO. «Il Ptcp vogliamo costruirlo insieme ai sindaci perché la nostra azione amministrativa è improntata alla collaborazione e non alla contrapposizione con gli altri enti locali». Parola di Gianpaolo Bottacin, presidente dell’amministrazione provinciale di Belluno, al termine dell’incontro a Sedico con 40 sindaci bellunesi. «Vogliamo passare dalla Provincia delle parole alla Provincia del fare», ha detto ancora Bottacin. «Vogliamo andare subito al cuore dei problemi, per risolverli. Come nel caso del Ptcp, questione affrontata qui a Sedico: si è concordato sul fatto che la scelta migliore, quella che consentirebbe di velocizzare i tempi, sia quella di non ripartire da zero, ma di attuare una variante. Su questo i sindaci si sono detti d’accordo, sia quelli che avevano fatto ricorso contro il piano Reolon, sia quelli che erano a favore». Erano 44 le amministrazioni entrate in contrasto con Reolon: «I sindaci hanno ragione. Il Ptcp presentato dal mio predecessore era troppo dettagliato e andava a vincolare le scelte dei vari Comuni. Siccome la legge urbanistica dà ampia autonomia agli enti locali, veder calato dall’alto un piano “superiore” troppo vincolante, aveva fatto arrabbiare i più». «Durante la campagna elettorale avevamo detto che uno dei nostri obiettivi era riprendere contatto coi sindaci, fare squadra e lavorare insieme. C’era chi parlava di autonomia, ma poi si muoveva in direzione contraria, togliendo la libertà di movimento ai vari comuni. Bene, noi ci siamo riuniti e abbiamo deciso di dare vita a una variante al Ptcp che sarà esaminata dalla Regione insieme al Ptcp di Reolon». «L’amministrazione provinciale non farà passerelle», ha aggiunto Bottacin, «ma sarà concentrata sull’operatività, come ha dimostrato in occasione della frana di Cancia, a proposito della quale voglio ringraziare l’assessore Matteo Toscani che mi ha dato una grossa mano».
Il Gazzettino 28.07.2009 Verso il 46° anniversario Levis: «Longarone si candidi per la sede Unesco» (mdi) Si avvicina il 46. anniversario del disastro del Vajont e il gruppo LongaroneSi, guidato da Celeste Levis, si sta attivando con una serie di proposte al fine di valorizzare il territorio che fu teatro dell'immane tragedia: «È opinione dell'intero gruppo di minoranza - sostiene Levis - che con il termine Vajont debba essere identificata un'area più estesa dal punto di vista strettamente geografico. Una zona in grado di intersecarsi con altre sfere di ambito culturale e sociale, troppo spesso isolate. Longarone, si sa, è un importante Comune sostenitore del Parco Nazionale delle Dolomiti, oltre che fondamentale crocevia nel tessuto urbano e viario per la sua vicinanza con strade, autostrade e con la linea ferroviaria. E non va neppure dimenticata la sua strategica centralità, in una più ampia visione del territorio fra la Valcellina, la Val Zoldana, il Cadore e la Valbelluna, luoghi storicamente ammirati e tutelati dall'Unesco. Gli stessi scopi di questa Organizzazione mondiale sono fatti propri, in parte, dalla nostra Fondazione Vajont". Il capogruppo di minoranza lancia la sua proposta: "Sarebbe auspicabile, quindi, la creazione di un'unica sede di eccellenza, proprio a Longarone, che comprenda la Fondazione Vajont e l'Unesco, per la promozione di un grande polo di ricerca, capace di valorizzare la montagna e le sue immense risorse e tradizioni. Nell'epoca della globalizzazione, anche la cultura deve ragionare su scala internazionale e aprirsi a orizzonti ben più vasti». PIEVE DI CADORE «Abbattuti dalla crisi dell’occhiale risollevateci con la sede Unesco» Il sindaco Maria Antonia Ciotti (nella foto) candida Pieve di Cadore a sede della nuova Fondazione Dolomiti destinata a gestire i rapporti con l’Unesco. Per chi avesse perso le puntate precedenti, il fatto è presto riassunto. L’ex amministrazione provinciale guidata da Sergio Reolon, in particolare nella persona dell’assessore Irma Visalli, ha promosso e sostenuto la candidatura delle Dolomiti a patrimonio dell’umanità Unesco. Dopo anni di lavoro e pareri contrastanti, il dunque lo scorso 26 giugno, a Siviglia, dove con voto unanime da parte dei 21 componenti del “World Heritage Committee” le Dolomiti sono state inserite nella lista del patrimonio universale dell’umanità. Finita la festa è scattata la caccia alla sede. Dopo le battaglie trans provinciali è l’ora delle “lotte” interne. Da Cortina ad Agordo, diverse località bellunesi sostengono la propria candidatura. Il sindaco Ciotti ha scritto al neopresidente della Provincia Gianpaolo Bottacin chiedendo la sede a Pieve. «Perché luogo in cui si può meglio identificare il giusto connubio tra cultura, natura e società dolomitica», sostiene il primo cittadino, facendosi ambasciatore dell’intero Cadore, di cui Pieve è il baricentro, perché «naturale città alpina di riferimento». «Pieve di Cadore – prosegue Ciotti – ricordando le vicende e la centralità storico culturale che il Comune ha rivestito, ritengo sia la più adeguata collocazione della Fondazione. Tra le argomentazioni ricordo anche che è Città della cultura, che dal 2004 è Perla Alpina, che qui hanno ubicazione istituzioni culturali uniche in Europa coma la Fondazione Tiziano, la Fondazione Museo dell’Occhiale e la Magnifica Comunità di Cadore». A ciò, si aggiunge un secondo e importante filone di motivazioni, legate alla crisi economica che la delocalizzazione delle imprese produttrici di articoli ottici ha trascinato con sé. «La scelta di Pieve – conclude il sindaco Ciotti – assume il valore simbolico che darebbe un segnale forte e aiuto nella direzione di una necessaria ripresa anche psicologica del nostro territorio e delle nostre comunità». Eleonora Riva
Belluno e il Nordest tornano ad avere un rappresentante nella stanza dei bottoni. «Ringrazio in primis il ministro Tremonti» Nuove infrastrutture? «Solo sogni» Bortolo Mainardi, neo consigliere
d’amministrazione Anas, stronca le
speranze bellunesi «Suggerirei una strategia comune in vista della candidatura di Cortina
per il 2015» Belluno «Con tutta sincerità, parlare di ammodernamento della Valbelluna per 500 milioni di euro, del metrò di superficie Belluno-Feltre, della Macchietto-Venas per 200 milioni di euro, dell’elettrificazione delle tratte ferroviarie, mi sembra solo fantasia. Difficili, se non improbabili, anche i collegamenti con la rete infrastrutturale nazionale». Bortolo Mainardi, di fresca nomina nel nuovo consiglio di amministrazione dell’Anas, affronta a 360 gradi la situazione bellunese. La sua presenza nel Cda diventa un aggancio formidabile per la provincia, purché, come lui stesso precisa, le idee siano chiare e si sappia fare lobby. «Suggerirei - dice - di delineare una strategia in vista dell’ipotesi di candidatura di Cortina per i mondiali del 2015».
«Ferrovia e strade, troppe illusioni» «Resta la chance del proseguimento della A27 fino al Cadore. Spetta alla politica studiare una strategia logica» Bortolo Mainardi entra nel nuovo consiglio di amministrazione dell’Anas, dando un aggancio formidabile alla provincia di Belluno, fanalino di coda a livello italiano per carenza di infrastrutture. Spetterà al Bellunese sapersela giocare al meglio, anche se Mainardi, smessi definitivamente i panni delle politica per quelli di esperto e studioso di politiche infrastrutturali, liquida come «fantasie» alcuni progetti caldeggiati da anni. Resta silenzioso sul sogno di un collegamento con la rete europea, lasciando forse intendere che il sipario sul prolungamento oltreconfine della A27 potrebbe essere ormai sceso. Resterebbe invece ancora tutta da giocare la partita per un completamento autostradale fino al Cadore nel quadro di quel collegamento con la A23 a Tolmezzo, da lui caldeggiato con il protocollo d’intesa Veneto-Friuli-Ministero, sul quale, però, dice «di non registrare passi in avanti». Un altro incarico prestigioso per l’architetto di Pieve di Cadore che già aveva ricoperto la carica di commissario per le grandi opere del nordest (2003-2006). Attualmente è anche componente della Commissione del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare per le Via e le Vas, nonché consulente del commissario straordinario per la terza corsia della A4. «È un riconoscimento lusinghiero - dice Mainardi -, capace di dare forti emozioni, che il ministro Giulio Tremonti in primis mi ha riservato. Sarà un’esperienza di notevole spessore». Ma non basta una presenza forte nel cda per cambiare le sorti viarie di questa provincia. «È la politica che disegna strategie - replica Mainardi -. Sono pertanto i politici bellunesi che debbono assumersi le loro responsabilità di fronte al futuro. Il completamento della A27, nuovi collegamenti stradali e ferroviari devono avere una visione territoriale composta e logica, da porre poi con forza e unitariamente all’attenzione regionale e nazionale. Per esempio, suggerirei di verificare e poi delineare una strategia in vista dell’ipotesi di candidatura di Cortina per i mondiali di sci del 2015». I progetti non sono certo mancati in questi anni, ma di fatto la viabilità resta al palo. «Le idee ci sono anche - prosegue -, ma sicuramente vanno chiarite. I collegamenti ferroviari e viari del territorio provinciale con l’architettura della rete infrastrutturale nazionale, li vedo difficili, se non improbabili. Il completamento fino al Cadore della A27, del costo di 1 miliardo di euro, per 21,5 chilometri, mi pare una partita ancora da giocare e sul quale è necessario fare lobby». Pollice verso per i tanti altri progetti della Valbelluna. «Con tutta sincerità - ammette Mainardi - parlare di ammodernamento della Valbelluna per 500 milioni di euro, del metrò di superficie Belluno-Feltre, della Macchietto-Venas per 200 milioni di euro, dell’elettrificazione delle tratte ferroviarie e tante altre ipotesi, mi sembra solo fantasia». Possibilista, con riserve, sulla tangenziale di Cortina. «Se i cortinesi e i ladins la voglio davvero dovranno attivarsi per un project finance in proprio che raccolga i 450 milioni di euro ipotizzati». Relativamente al soggetto Anas, una delle poche società che ancora gravitano interamente nel pubblico piazzando la metà dei suoi 6600 dipendenti in sei province del Sud, Mainardi ha una sua idea: «Il mercato laddove è possibile, lo Stato solo dove è necessario». Un passaggio citato anche nel suo libro "Semaforo rosso" diventato un manuale di studio negli ambienti delle infrastrutture. Lauredana Marsiglia
Il Gazzettino 25.07.2009 Regione Veneto Piano di coordinamento, superlavoro per rispondere a 15mila osservazioni Venezia Si faranno gli straordinari, a Palazzo Balbi, e si lavorerà pure il sabato per rispondere alle 15mila osservazioni al Ptcr, il Piano territoriale regionale di coordinamento adottato dal consiglio lo scorso inverno. Una valanga di richieste di modifica - delle 15mila presente ben 14.500 provengono da associazioni e comitati - che rischiava di bloccare lo strumento di pianificazione, ma che l’assessore Renzo Marangon ha deciso di far valutare in tempi stretti. Nella giunta del 4 agosto, l’ultima prima della pausa estiva, Marangon è deciso a portare tutto il blocco di osservazioni con relative controdeduzioni, così da spedire il Piano all’esame del consiglio regionale per l’approvazione finale. “Si tratta per lo più – precisa l’assessore – di osservazioni riconducibili a un centinaio di tematiche, alcune di tipo generale, altre riferite a situazioni locali. Sono comunque osservazioni puntuali, frutto di un lavoro di lettura ed analisi del Ptrc, che meritano quindi rispetto e attenzione, molte delle quali potranno essere accolte dalla giunta». Delle circa 15 mila osservazioni pervenute entro il 10 luglio, 300 sono state avanzate da enti locali e associazioni di categoria, le altre da cittadini. «Se qualcuno pensa che questo gran numero possa rappresentare un ostacolo alla corretta istruttoria del procedimento, si sbaglia – sottolinea Marangon - Il Piano è una risorsa per tutti. E devo ribadire che la giunta regionale ha avuto il grande merito di coniugare in un unico piano la tutela del territorio con lo sviluppo della società». Presentata anche la pubblicazione–cofanetto dove sono riportati tutti gli atti e i documenti, anche su base multimediale, relativi alla storia del Ptrc, dalla Carta di Asiago sino alla sua adozione in consiglio regionale.
Galan e Dellai alzano un muro sulla Valdastico Nord Marostica (Vicenza) Nostro inviato Muri che cadono, muri che sorgono: sul confine tra Veneto e Provincia autonoma di Trento in questi anni c’è stato parecchio lavoro. Qui si parla di muri di carta, politici per intenderci. I due governatori in carica da lustri, Galan e Dellai, hanno battagliato per lungo tempo e dopo la pace di Recoaro del 4 luglio 2007 vanno d’amore e d’accordo come hanno dimostrato anche ieri a Marostica. E il muro è caduto. Si sono incontrati con parte delle rispettive giunte per aggiornare il programma triennale di interventi congiunti in favore dei comuni di confine: soldi (10 milioni da parte trentina, 2 da parte veneta) destinati a interventi di sviluppo economico e sostegno che nel biennio passato si sono concentrati al 90% in territorio veneto ma che hanno come base dell’accordo l’obbligo di garantire ricadute positive all’intero territorio di qua e di là del confine. Nel 2010 in Veneto si voterà per il nuovo Governatore, e un simile accordo deve essere messo al riparo da eventuali cambiamenti alla guida: perciò sono state fissate le linee guida che per il 2010 individuano come prioritari i progetti che riguardano lo sviluppo economico. Comunque, una quota non inferiore a un terzo delle risorse è stata riservata alle infrastrutture. E quale infrastruttura è più importante di un’altra autostrada che dovrebbe unire il Veneto al Trentino? Ma in questo caso il muro viene tirato su: «Di autostrade non abbiamo parlato», mette le mani avanti Lorenzo Dellai. Non ne hanno parlato forse in privato, giacché in pubblico, i due governatori si lasciano invece andare e di fatto mettono una pietra tombale sulle aspirazioni della Serenissima di costruire il prolungamento verso Nord della Valdastico. Basta sentire le parole dello stesso governatore trentino: «La nostra posizione in merito non è cambiata. Il Trentino sa che non è un’isola, e deve valutare con lo Stato, l’Europa e le Regioni vicine le politiche infrastrutturali necessarie; ma non siamo disponibili a ragionare su progetti che non hanno una motivazione legata al territorio». Il riferimento al progetto della Serenissima è esplicito: «Se la vogliono costruire la Valdastico Nord solo perché è la condizione senza la quale la Società non ottiene il rinnovo delle concessioni autostradali, è un problema degli azionisti e non nostro. Al Brennero passano ogni giorno 45mila tonnellate di merci, e 35mila di queste viaggiano su gomma: vi pare possibile che le nostre priorità siano nuove autostrade e non nuove ferrovie?». Giancarlo Galan aggiunge il carico da undici: «Sottoscrivo in pieno quanto detto da Dellai. Le concessioni autostradali vengono date per ripagare del rischio d’impresa le società che realizzano l’opera. Per questo viene valutato un congruo numero di anni. Quando finisce il rischio, per quale motivo devono continuare a essere remunerate attraverso i pedaggi? Ci si inventa di costruire qualcosa pur di prorogare la concessione, è un controsenso. E questo vale per tutti i concessionari». Che non si pensi a un siluro solo nei confronti della Serenissima... E l’alternativa presentata poche settimane fa da un consorzio di imprese, la Valsugana? «Non abbiamo visto il progetto - dicono in coro i due governatori - i tecnici faranno le loro valutazioni e poi si vedrà». Piuttosto, Dellai ribadisce l’interesse per un altro tipo di strade, quelle ferrate: e lo fa illustrando il progetto della "Via del Brenta", il percorso che Veneto e Trentino intendono rilanciare lungo l’antica direttrice romana valorizzando piste ciclabili e - appunto - ferrovie. L’obbiettivo è mettere in rete i pezzi turistici pregiati delle due aree, così come dovrà essere fatto per il progetto Dolomiti-Unesco; per il quale si dovrà anche trovare una sede dove istituire la Fondazione. Insomma si dovrà scegliere la capitale delle Dolomiti: «Con Dellai faremo fronte comune contro l’"odiato tedesco"», scherza Galan riferendosi al bolzanino Luis Durnwalder. Dellai invece va sul pragmatico: «La sede è marginale: il progetto Dolomiti-Unesco non prefigura carrozzoni». Ario Gervasutti
Corriere delle Alpi 24.07.2009 Lettere DOLOMITI Zoldo Alto sede Unesco È risaputo che le Dolomiti hanno ottenuto il riconoscimento dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura in quanto bene seriale per la loro specificità paesaggistica e geologica. Si tratta della nota definizione di “Patrimonio dell’umanità”. A tale passo ha fatto seguito uno stillicidio di richieste, da parte di
comuni di varie dimensioni, compresi capoluoghi di provincia, di ospitare la
“Dolomiti-Dolomiten-Dolomites-Dolomits Unesco Foundation”, l’organismo di
coordinamento tra i vari soggetti coinvolti che dovrà, di fatto, occuparsi
della politica di gestione, conservazione e valorizzazione di detto patrimonio. In secondo luogo l’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha richiesto espressamente che il Bene sia tutelato secondo i criteri paesaggistico-geografico e geologico-geomorfologico. Pertanto appare opportuno, nell’ottica dell’individuazione della sede della Fondazione, appoggiare la candidatura di un paese del Bellunese. Personalmente ritengo che il Comune di Zoldo Alto (Zoldo aut) possieda i requisiti giusti: posizione baricentrica, tra due eminenti rappresentanti delle Dolomiti quali il gruppo del Civetta e il monte Pelmo, una ricca storia di costruttiva interazione uomo-montagna e la possibilità di fungere da guida, anche per altre realtà montane, nella prospettiva dello sviluppo di un turismo veramente sostenibile. Mi auguro che, alla fine, chi dovrà decidere si lasci guidare dall’onestà culturale ed intellettuale, accantonando cicaleccio e interessi “di bottega”. Andrea Bonesso MOGLIANO VENETO
Il Gazzettino-Bl 23.07.2009 Ferrovie Trenitalia è senza personale Soppressi i treni Ponte-Calalzo Ponte nelle Alpi Dopo la chiusura delle biglietterie, la carenza di personale colpisce anche il traffico ferroviario. Ieri, il treno delle 20.18 in arrivo a Calalzo da Venezia, è stato soppresso. Stessa sorte ha subito quello in senso inverso in partenza a Calalzo alle 20.36. Entrambe le corse sono state sostituite con autobus da Ponte a Calalzo. Da Trenitalia nessuna spiegazione ufficiale, ma è molto probabile che si tratti di mancanza di personale, visto che il treno era già stato soppresso in mattinata, segno quindi che non è stata un’emergenza dell’ultimo minuto. L’ennesima goccia che fa traboccare un vaso ormai strapieno. Basti pensare che, sempre più spesso, alcune corse vengono eliminate da Ponte nelle Alpi in su a causa di guasti. Colpa di automotrici ormai esauste. Per non parlare poi di quello che è successo sabato 12 luglio scorso, quando, per sciopero, è stato soppresso il treno per Roma, in partenza alle 20.56, nonostante fino alle 18.30 i call center di Trenitalia lo dessero per certo. D’altra parte, sabato 18, avevano soppresso quello per Venezia sempre per mancanza di personale. Una situazione drammatica che sembra aggravarsi di giorno in giorno, colpendo pesantemente migliaia di pendolari.
Trentino 21.07.2009 Dolomiti patrimonio Unesco, ora si fa avanti Erto TRENTO. Sostenere Erto e Casso perchè diventino la sede della Fondazione Unesco per le Dolomiti. Lo chiede alla Giunta regionale del Veneto, in un’interrogazione, Luigi Ferone del partito dei Pensionati. Nella sua richiesta il consigliere ricorda come proprio le Dolomiti siano state recentemente dichiarate patrimonio dell’umanità e poste sotto la diretta tutela dell’Unesco. E annota pure come il Comune di Erto e Casso (in provincia di Pordenone, noto per il suo illustre cittadino Mauro Corona) stia attivando un fronte trasversale di enti, istituzioni, esponenti politici, associazioni e semplici cittadini per far insediare in loco la sede della futura Fondazione. «Dopotutto, commenta ancora Ferone, la valle del Vajont - oltre a rappresentare degnamente l’intera regione - sembra poter aspirare a un tale scopo dal momento che coniuga bene l’aspetto ambientale con quello storico. Certo è che per far decollare il progetto ci vuole l’intervento della Regione o, viceversa, conclude l’esponente dei Pensionati, si dica subito perchè la proposta avanzata dal Comune di Erto e Casso non risulti fattibile».
Corriere delle Alpi 21.07.2009 I punti di forza: è il cuore geologico delle Dolomiti e vi morì Mohs «L’Unesco ad Agordo» Nasce un comitato: «Questa è la sede naturale» AGORDO. «Agordo è la sede naturale della futura Fondazione Unesco-Dolomiti Patrimonio dell’umanità». A dirlo questa volta non sono i politici, ma un comitato di cittadini che sostengono la candidatura del “Cuore delle Dolomiti” come sede della Fondazione sulla base di 21 punti nei quali vengono illustrate le particolarità che fanno di Agordo un sito unico, il sito “naturale” per ricoprire l’importante ruolo. Argomenti forti dei quali hanno fatto partecipi i sindaci agordini, i presidenti della Regione, della Provincia, del Cai nazionale e Sezione agordina, e il consigliere regionale Remo Sernagiotto. «Agordo - spiega Franco Scalari, coordinatore del comitato - dispone di una struttura utilizzabile come sede logistica della Fondazione e cioè l’ex istituto minerario “Follador”; è inoltre la città più vicina al baricentro delle Dolomiti, è il loro cuore geografico. È pure gemellata con Dolomieu, la cittadina francese che ha dato i natali a Deodat de Dolomieu, lo “scopritore” del minerale dolomite». Il comitato ha dalla sua anche importanti argomentazioni di carattere geologico e geomorfologico. «Agordo e Agordino - prosegue Scalari - sono ubicati nell’area di passaggio fra le Dolomiti Occidentali, composte in prevalenza da Dolomia dello Sciliar e Dolomia Cassiana di “scogliera corallina”, e le Dolomiti Orientali, formate in prevalenza da Dolomia Principale di piattaforma. La sua posizione con presenza di entrambi i tipi di dolomia fa di Agordo il cuore geologico delle Dolomiti». E aggiunge: «Ad Agordo affiorano le rocce più antiche delle Dolomiti, delle Alpi e dell’intera Italia peninsulare, risalenti all’inizio dell’Era Paleozoica (Cambriano superiore, 510 milioni di anni). La serie stratigrafica dei terreni dell’Agordino (rocce metamorfiche del Basamento Cristallino Paleozoico, magmatiche del Permiano e del Trias Medio e sedimentarie dal Permiano al Cretaceo) è la più completa delle Dolomiti». Per il comitato sono inoltre importanti il patrimonio paleontologico e mineralogico di Agordo e il fatto che in Agordino ci siano la parete più lunga delle Dolomiti (lo spigolo Nord dell’Agnèr), la più vasta (la Nord del Civetta), la montagna più alta (la Marmolada), la valle glaciale più profonda ed emblematica (Valle di San Lucano). «Agordo - dice ancora il comitato - è dal 1867 la sede del prestigioso Istituto minerario con le sue tre strutture museali annesse, è il luogo dove è morto Friederich Mohs, uno dei padri della mineralogia, è la porta nord del Parco nazionale Dolomiti Bellunesi, ha vicine le storiche miniere di Valle Imperina, è da 140 anni sede della Sezione agordina del Cai, la quarta in Italia e la prima delle Alpi Orientali»
Il Gazzettino-Bl 21.07.2009 "Caccia" alla sede Unisco. Agordo fonda un comitato Dopo Cortina un’altra candidatura per avere la Fondazione Il coordinatore : «In un marchio i motivi della nostra scelta» Agordo Nel "Cuore delle Dolomiti", come da marchio registrato dal Comune di Agordo. Si è formato un comitato di promozione teso ad indicare la località come sede della Fondazione Dolomiti Patrimonio dell'Umanità. Il dottor Franco Scalari è il coordinatore dell'iniziativa ed è già stato comunicato al sindaco del Comune di Agordo, ai sindaci dell'Agordino, al presidente della Provincia, al presidente della Regione, al consigliere regionale Sernagiotto (che ha proposto Agordo come sede della Fondazione in un recente consiglio regionale), al presidente del Cai di Agordo e del Cai nazionale. «La scelta è fondata - dice Scalari - non su motivi meramente politici, ma nello spirito stesso con il quale le Dolomiti sono diventate Patrimonio dell'Umanità, che attiene a valutazioni di natura geomorfologica. Le spettacolari vette verticali dal caratteristico colore pallido, con la loro varietà di forme plasmate ciascuna in modo differente, sono di straordinario valore mondiale. Questo sito contiene inoltre una combinazione di elementi geologici di assoluto valore internazionale. La quantità e la concentrazione di formazioni sedimentarie molto differenti fra loro è di straordinario valore mondiale, mentre le grandiose evidenze geologiche offrono un osservatorio privilegiato sul momento della ripresa della vita marina nel periodo Triassico dopo la più grande estinzione attestata nella storia della vita sulla Terra, riteniamo che Agordo sia la sede naturale della futura Fondazione». La proposta prende corpo dalla formulazione ed individuazione delle particolarità del territorio. Il neo costituito comitato ha elencato un documento con riportati 21 motivazione per cui Agordo si candida a questo importante riconoscimento. Dalla possibile sede (istituto Minerario) al gemellaggio con Dolomieu che ha dato i natali allo scopritore delle Dolomiti. Dalla presenza in vallata delle rocce composte dolomia dello Sciliar e Dolomia Cassiana agli anche recenti ritrovamenti delle rocce più antiche delle Dolomiti, delle Alpi e dell'intera Italia peninsulare a tutte le altre caratteristiche geo morfologiche del territorio. «Il nostro Comitato - conclude Scalari - partendo da questa base, sta operando per ampliare, sviluppare e rendere più forte la candidatura di Agordo». Mirko Mezzacasa
Corriere delle Alpi 19.07.2009 Friuli: la richiesta dei Pensionati «Anche il governatore punti sulla val Vajont per la sede dell’Unesco» ERTO E CASSO. Potrebbe aprirsi un’autentica battaglia istituzionale tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli: il partito dei pensionati ha infatti chiesto ufficialmente al governatore friulano Renzo Tondo di scendere in campo a fianco di Erto e Casso e dei tanti enti e cittadini che vorrebbero in Val Vajont la sede della futura fondazione Unesco. Il gruppo ha preso a modello le dichiarazioni del sindaco Pezzin, che ha proposto Erto e Casso, perché la valle del Vajont coniuga l’aspetto ambientale a quello storico e simbolico, essendo stata colpita da una delle più immani tragedie della storia italiana: un monito vivente di come ci si comporta in montagna.
Messaggero Veneto 16.07.2009 Forni di Sotto: il comune studia una centralina idroelettrica sul Tagliamento Il consiglio comunale di Forni di Sotto incontra il Cosint e progetta una centralina idroelettrica sul Tagliamento. Paolo Cucchiaro, presidente del Consorzio industriale di Tolmezzo, assieme al direttore Giovanni Battista Somma, è stato invitato dal sindaco Marco Lenna a una riunione del consiglio comunale per dibattere sull’opportunità di costruire una centrale idroelettrica sull’asta del fiume Tagliamento. Il Cosint, dopo l’esperienza maturata con la centrale idroelettrica di Resia, intende continuare a dar corso a nuove esperienze in campo energetico dando risposte a quelle amministrazioni comunali che ne fanno richiesta. Un espediente considerato positivo per fare cassa, come ha spiegato Cucchiaro, alla sua prima uscita sul territorio in qualità di presidente, che ha avuto esperienze in tal senso quando occupava il seggio di assessore ai lavori pubblici del comune di Tolmezzo con l’amministrazione Cuzzi. «Conosco il problema del calo delle risorse cui vanno incontro le amministrazioni comunali, specialmente a seguito della diminuzione dei trasferimenti statali e regionali all’erario comunale». Dal canto suo Marco Lenna già in campagna elettorale aveva posto come punto qualificante del suo programma il reperimento di risorse proprie per la gestione dell’amministrazione pubblica. «Gli sforzi del Cosint – ha proseguito Cucchiaro - verso quelle amministrazioni che ci chiederanno lo know how, per quelle che già possiedono centrali e altri tipi di intervento per le capacità che il Cosint ha nel settore energetico, saranno tesi ad assecondare pienamente tali richieste». Un primo contatto che porterà, dopo il necessario iter burocratico dei due enti, a uno studio di fattibilità per la costruzione, eventuale, di una centrale idroelettrica, in un sito che comporti il minimo impatto ambientale e un ritorno economico soddisfacente. La collaborazione con il Consorzio industriale di Tolmezzo, ha sintetizzato il sindaco Lenna, permetterà, sulla falsa riga di quanto accade già a Resia, di poter sfruttare una «risorsa propria, le acque del Tagliamento, con il massimo rispetto per l’eco compatibilità, in quanto la centrale non dovrà togliere i flussi vitali per la flora e la fauna del corso d’acqua regionale». Un problema questo molto pregnante per i due enti partner, che vede il Consorzio garantire il deflusso delle acqua a un livello che è quattro volte maggiore rispetto a quanto «prevede una legislazione nazionale, già particolarmente rigida». L’impianto, fra progettazione, autorizzazioni, costruzione e messa in attività, ha spiegato il direttore Somma, dovrebbe, qualora si trovi l’accordo, entrare in funzione nell’arco di tre anni, «garantendo, come già avviene con il comune di Resia, un introito nelle casse comunali di Forni di Sotto, pari a oltre il 50% di quanto prodotto».
Il Gazzettino-Bl 16.07.2009 Il sindaco: «Unesco, non ci sarà l’egemonia del capoluogo per la sede» «Sulla sede Unesco non lanceremo la città di Belluno in una contesa solitaria. E coloro che oggi, novelli Don Chisciotte, credono di poter competere da soli con le squadre di Trento e di Bolzano, dimostrano di non saper nemmeno valutare i reali rapporti di forza fra il bellunese e i suoi territori». Lo afferma il sindaco di Belluno Antonio Prade, in risposta al capogruppo del Pd comunale Jacopo Massaro, che chiedeva al Comune capoluogo un ruolo più incisivo sulla questione della sede della Fondazione. «Ci sono due modi di intendere la città di Belluno come capoluogo. O l’affermazione della sua egemonia in ogni contesto possibile, oppure ricostruire il rapporto tra la città e il suo territorio». Prade privilegia il secondo: «Il bellunese non è fatto di capoluogo e comuni satelliti, ma di una Rete complessa che deve crescere assieme. Le autocandidature, spesso autocelebrazioni – conclude Prade - non mi appartengono».
Corriere delle Alpi 15.07.2009 Massaro (Pd) interviene sul ruolo di Belluno «Il Comune si proponga per la sede dell’Unesco» BELLUNO. «Sono state sprecate un sacco di energie inutilmente: se Belluno non scende in campo, si rischia seriamente che finisca tutto a Trento o a Bolzano». Commenta così Jacopo Massaro, capogruppo del Partito democratico in Comune di Belluno, le continue notizie relative alle candidature per ospitare la sede della Fondazione Dolomiti-Unesco. Secondo Massaro si tratta spesso di candidature a casaccio, senza valutazioni preventive sulle necessità della Fondazione e soprattutto senza la necessaria forza politica a supporto. «Ma se Belluno esercitasse con autorevolezza il proprio ruolo di capoluogo» spiega Massaro, «Bolzano e Trento si troverebbero in difficoltà a contrastare la proposta: perché Belluno è baricentrica rispetto alle montagne oggetto del riconoscimento, e perché non esistono motivazioni logistiche e di servizi necessari che osterebbero ad avere qui da noi la sede della Fondazione. Lo starsene invece in disparte o il caldeggiare sedi in altri centri minori, purtroppo, determinerà alla fine l’individuazione della sede in Trento o Bolzano». Il Gruppo del Partito democratico si era mosso: «Avevamo presentato una mozione in Consiglio Comunale ancor prima del riconoscimento ufficiale delle Dolomiti proprio perché non si perdesse tempo e Belluno avesse la possibilità di porsi con autorevolezza al centro del dibattito sulla sede sociale, che peralreo non precluderebbe la possibilità di avere poi sedi distaccate in centri più montani. Purtroppo il sindaco Prade non ha colto questa opportunità ed ha votato contro, offrendo la possibilità dello “scippo” a Trento e Bolzano. Tuttavia mi aspetto una immediata iniziativa politica del Comune di Belluno, perché esistono ancora spazi di manovra». C’è poi in questa vicenda un aspetto politico importante: secondo Massaro infatti «anche queste sono le piccole-grandi questioni su cui si costruisce il rapporto tra capoluogo e territori montani: un rapporto di reciproca necessità, perché non esiste una montagna abitata senza un capoluogo forte, e non esiste Belluno senza la sua montagna. Occorre uscire da questa marginalità e debolezza e riassumere un ruolo politico di guida: Belluno deve tornare ad essere la piccola capitale delle Alpi».
Corriere delle alpi 13.07.2009 UNESCO La sede della fondazione Bottacin: «Stop alle proposte, fondamentale è che sia in provincia» BELLUNO. «Stiamo tutti un po’ tranquilli e manteniamo bassi i toni. La cosa importante è che la sede della Fondazione Dolomiti sia in provincia di Belluno e non a Bolzano, Udine, Pordenone o Trento». Il presidente della Provincia di Belluno Gianpaolo Bottacin è chiaro, bocce ferme e bocche cucite. «Su questa questione - sostiene - meglio mantenere un profilo sfumato. Perché continuare a lanciare proposte dà l’impressione di un territorio in stato di confusione. E non è così». Bottacin commenta l’ultima proposta arrivata da Cortina, la cui giunta comunale si è candidata come sede della Fondazione, offrendo il palazzo Comun Vecio. «Qui ognuno dice la sua - prosegue il presidente - ma sarebbe bene che ci si fermasse un attimo perché l’obiettivo prioritario, per il momento, è che la sede rimanga in provincia. In seguito, eventualmente, verrà deciso dove. Cortina ha dei vantaggi e degli svantaggi, Belluno idem. Vedremo più avanti» La giunta ampezzana, pur candidandosi ufficialmente, non ne fa una questione di vita o di morte. Il sindaco Franceschi aveva dichiarato che «se le scelte saranno altre non ne faremo un battaglia». Sulla stessa linea d’onda il sindaco di Belluno Prade: «Sicuramente il Comune di Belluno non assumerà posizioni di contrasto. E’ dovere di tutti, per il bene del territorio, che la Provincia di Belluno abbia una posizione unitaria, una voce unica in grado di ottenere qui la sede». Intanto il prossimo incontro tra le 5 Province è in programma il 28 luglio sul monte Rite al museo delle nuvole di Reinhold Messner che sarà, ovviamente, il grande anfitrione. Il cammino per arrivare alla sede è ancora lungo. Certo è che le grandi manovre sono già iniziate e se Udine e Pordenone non si sono espresse, Trento mantiene il low profile mentre Belluno e, soprattutto, Bolzano si danno un gran da fare. Sembra che lo scontro sia a due, tra Bolzano e Belluno. A meno che non spunti il terzo incomodo, Trento, che però ha avanzato la
rotazione della sede e non pare poi così interessata. A differenza dei cugini
altoatesini che spingono, si danno da fare, organizzano incontri, propongono
sedi. Il confronto, adesso, comincia ad entrare nel vivo.
Il Gazzettino 12.07.2009 TANGENZIALE DI CORTINA Progetto Anas promosso dal sondaggio Piace a 995 cittadini su 1.386 intervistati. Il sindaco: «È un segnale di apertura» Cortina La nuova tangenziale di Cortina è approdata in consiglio comunale, un mese e mezzo dopo il sondaggio fra la popolazione d’Ampezzo, che si è detta favorevole al progetto. A parlarne in aula è stato il sindaco Andrea Franceschi, fra le sue comunicazioni, quindi senza il contraddittorio, senza il confronto fra le diverse componenti politiche del consiglio. «C’era un progetto, per la variante alla statale di Alemagna, nell’abitato di Cortina, già depositato al Cipe, da diversi anni – ha esordito Franceschi – ma nei confronti di quell’elaborato sono state presentate diverse prescrizioni, dalla Sovrintendenza e dalla nostra amministrazione. L’Anas ha elaborato un nuovo progetto di massima, che è stato presentato ai cittadini, il 29 aprile scorso. Poi noi abbiamo promosso un sondaggio». Ad esprimersi sono stati 1.386 cittadini, su 5.122 aventi diritto, con 1.380 voti validi, a sfiorare il 27% della popolazione. I voti favorevoli all’ipotesi formulata dall’Anas sono stati 995, i contrari 385. «Il sondaggio non ha valore legale, non è un referendum – ha continuato Franceschi – ma comunque è un passaggio con la cittadinanza, è un segnale di apertura verso i cittadini, anche se le responsabilità fanno poi capo agli amministratori. Al di là delle legittime opinioni, dei diversi pareri, nessuno, in questo paese, può dire che questo progetto sia peggiore del precedente. A questo punto è doveroso che l’Anas ci mandi il progetto dettagliato, da esaminare, non soltanto un tracciato, una linea disegnata su una mappa. In fase di adozione del Pat, del Piano di assetto del territorio, valuteremo quel progetto, cercando di introdurre delle migliorie, anche recependo i consigli formulati dai cittadini. Tutto ciò senza trascurare, a priori, la soluzione del passante di Zuel. Bisogna giocare la battaglia della viabilità su più tavoli. La storia ci insegna che i progetti sono tanti, ma le cose concrete sono contenute. Quando l’Anas depositerà il progetto, lo esamineremo tutti assieme, nella commissione consiliare sul Pat, con i diversi gruppi consiliari». M.D.
PATRIMONIO UNESCO L’amministrazione comunale si propone mettendo a disposizione il
"Comun Vecio" Cortina si autocandida «A noi la Fondazione» Franceschi: «Carte in regola per valorizzare ancor di più le Dolomiti e
poi abbiamo un ruolo di cerniera tra le diverse province coinvolte» Cortina Cortina si propone come sede della Fondazione Unesco. Lo fa con un atto formale, una delibera di giunta, un documento che prevede anche l’edificio in cui sistemare gli uffici: il Comun Vecio, il palazzo affrescato che, sino a poche decine di anni fa, era il municipio del paese «C’è da dire che Cortina, a differenza di altri, non si è proposta – precisa il sindaco Andrea Franceschi – ma è stata candidata a Siviglia da Matteo Toscani, assessore della Provincia di Belluno e da Oscar De Bona, assessore della Regione del Veneto». Ora invece scende in campo direttamente, con una candidatura ufficiale, con una proposta concreta. «Aldilà dei motivi soggettivi, per i quali ogni amministratore pubblico propone legittimamente il proprio paese – aggiunge il sindaco Franceschi – ritengo che Cortina abbia veramente tutte le carte in regola per valorizzare ancora di più il marchio Dolomiti nel mondo. Questo perché geograficamente si trova a ricoprire un ruolo di cerniera tra le diverse province coinvolte, perché ha una storia ricca di tradizione e la presenza delle Regole d’Ampezzo ne è una conferma ulteriore, perché è conosciuta in tutto il mondo e unanimemente viene considerata la “Regina” delle Dolomiti». Ci si propone, ci si sottopone all’esame internazionale, ben sapendo comunque che la scelta verrà presa altrove. «Se venissimo scelti saremmo onorati – conclude Franceschi - e il segnale dato con il parere di giunta di venerdì scorso dimostra in maniera concreta quello che è il nostro orientamento. Pur sapendo che alla fine, in ogni caso, saranno le cinque province a dover decidere, noi confermiamo a tutti la massima apertura e disponibilità». Marco Dibona
Corriere delle alpi 12.07.2009 Sede Unesco, Cortina offre il Comun Vecio ma non fa battaglie BELLUNO. «Di sicuro non ci saranno contrasti». Belluno e Cortina, allo stesso tavolo, affrontano la questione Unesco esibendo spirito di comunità. I due comuni sono i principali candidati bellunesi ad ospitare la sede della Fondazione Dolomiti Unesco, ma se Cortina un passo avanti l’ha già fatto, Belluno per ora non si è sbilanciato e il sindaco Prade si limita a chiedere la sede in provincia. Cortina, più volte citata, si è espressa formalmente ieri, comunicando quanto deciso dalla sua giunta che: «Ha espresso parere favorevole all’ipotesi di stabilire sul proprio territorio la sede della Fondazione Unesco ed è stato stabilito che, nel caso, verrà messo a disposizione uno spazio nello storico e prestigioso “Comun Vecio”». Il sindaco Andrea Franceschi ci tiene a sottolineare che: «Cortina, a differenza di altri, non si è proposta ma è stata candidata a Siviglia da Matteo Toscani, assessore della Provincia e da Oscar De Bona, assessore della Regione Veneto. Aldilà dei motivi soggettivi per i quali ogni amministratore pubblico propone legittimamente il proprio paese, ritengo che Cortina abbia veramente tutte le carte in regola per valorizzare ancora di più il marchio Dolomiti nel mondo. Questo perché geograficamente si trova a ricoprire un ruolo di cerniera tra le diverse province coinvolte, perché ha una storia ricca di tradizione e la presenza delle regole d’Ampezzo ne è una conferma, perché è conosciuta in tutto il mondo e unanimemente viene considerata la “Regina” delle Dolomiti. Se venissimo scelti pertanto saremmo onorati», dice Franceschi, «e il segnale dato con il parere di giunta di venerdì dimostra in maniera concreta quello che è il nostro orientamento. Pu sapendo che alla fine in ogni caso saranno le 5 province a dover decidere, noi confermiamo quindi a tutti la massima apertura e disponibilità». Franceschi aggiunge anche: «Ma se le scelte saranno altre, non ne faremo una battaglia». Furbo quanto elegante, il comunicato del Comune ampezzano rappresenta la giocata migliore messa in campo finora. Per quanto riguarda il capoluogo, invece, non è ancora chiaro se all’amministrazione Prade interessi o meno ospitare la sede della Fondazione Unesco e diventare così, non solo ilcapoluogo bellunese, ma anche la capitale delle Dolomiti. Prade avverte le tensioni di questi giorni e quindi preferisce restare sul vago: «Sicuramente il Comune di Belluno non assumerà posizioni di contrasto. E’ dovere di tutti, per il bene del territorio, che la Provincia di Belluno abbia una posizione unitaria, una voce unica in grado di ottenere qui la sede. Speriamo che si fermino i fuochi dei paeselli che chiedono la sede moltiplicando le proposte. Il Comune di Belluno lavorerà perché la sede sia in provincia di Belluno. Sul versante istituzionale va recuperato un lavoro di dialogo e confronto che è mancato in passato, a volte basta parlarsi».
Lettere LA PROPOSTA La sede dell’Unesco a Zoppè di Cadore Da operatore, nativo e abitante 365 giorni l’anno della montagna dolomitica desidero esprimere la mia opinione sulla disputa per la scelta della sede della fondazione Dolomiti-Unesco. In questi giorni si è sentito molto parlare della sede Unesco formulata da più parti con la candidatura di località e città più o meno famose, più o meno genuine. Credo però che la località a cui assegnare la sede non debba essere espressione solamente di bellezza paesaggistica naturale ma debba essere espressione della dura vita in montagna della conservazione dei paesaggi evoluzione del lavoro dell’uomo che in montagna vive quotidianamente le difficoltà e i disagi che ciò comporta. Qual è il territorio che da millenni esprime la cultura autentica e democratica del vivere in montagna se non il Cadore. Qual è il territorio della montagna dolomitica che vive del proprio lavoro senza sovvenzioni o privilegi alcuno se non le dolomiti “bellunesi”. Qual è il territorio che più di tutti esprime il concetto di montagna dolomitica vera, il colosso tra i più famosi di tutte le dolomiti e che è ancora espressione della montagna di John Ball l’alpinista irlandese che lo scalò ufficialmente la prima volta: non può essere che il Pelmo, il caregon del padreterno, un gigante di dolomia visibile da tutte le altre cime e che è già custode dei più importanti ritrovamenti archeologici che le dolomiti hanno custodito fino ad oggi, l’Uomo de Modeval- che’l on de Mondoàl la sepoltura mesolitica più importante delle Alpi, di oltre 7.500 anni fa. E a rappresentare tutto questo non può che essere Zoppè di Cadore, unico paese attorno a questa divinità che conserva ancora gli aspetti e le tradizioni dolomitiche del vivere in montagna, con un turismo consapevole, senza impianti di risalita, senza sovvenzioni, un autentico angolo di paradiso dove l’emigrazione anche se ora fortunatamente, quasi esclusivamente, di tipo imprenditoriale è la normalità. Per chi non lo conoscesse Zoppè di Cadore (1461 mslm, 303 residenti) è il comune meno esteso della Provincia, il meno popolato ed il più elevato, a cavallo fra la valle del Boite e la valle del Maè e come detto, fra le anche troppe proposte di Sede avanzate in questi giorni, esprime appieno lo spirito con cui l’Unesco ha dichiarato le nostre montagne patrimonio dell’Umanità. Daniele Lucia Petito SAN VITO DI CADORE
Corriere delle Alpi 11.07.2009 Lettere UNESCO Non dimentichiamoci delle tante Cencenighe In riferimento alla lettera pubblicata il 6 luglio su questo giornale, devo dire che è stata una piacevole sorpresa leggere una così autorevole citazione fatta a favore di Cencenighe da Marco Onida segretario generale della Convenzione delle Alpi, esperto internazionale in tema ambientale, che dal 2006 è stato nominato dai Ministri Europei all’Ambiente a dirigere questo importante organismo emanato dalla Comunità Europea e composto da 7 Stati dell’arco alpino. Dopo aver letto la lettera sul Corriere ho contattato direttamente Onida presso la sede di Innsbruk ed abbiamo avuto un piacevole colloquio. In realtà avevo deciso di non intervenire su questo argomento per non alimentare la proliferazione di candidature a mezzo stampa che si rinnovano giornalmente in questo periodo, ma l’articolo di Onida ha colto nel segno un altro problema che investe la montagna bellunese e che evidenzia come paradossalmente manchi, fra le varie località bellunesi, quel reciproco riconoscimento delle difficoltà del vivere nei territori montani che tanto si chiede venga riconosciuto da parte della pianura. Ne è un esempio l’applicazione della legge che ha finanziato i Comuni montani disagiati, ove i Comuni già beneficiati nella prima tornata hanno presentato ricorso per ottenere contributi anche nel secondo giro di finanziamenti, escludendo di fatto da entrambi i finanziamenti chi viene dopo in classifica. Anche la legge sulle aree di confine ed il patto Dellai-Galan hanno creato
molte divisioni in quanto sono stati privilegiati solo alcuni territori mettendo
in evidenza soprattutto un problema di una concorrenza turistica sbilanciata,
mentre l’intero territorio bellunese soffre una concorrenza da parte dei
territori più ricchi che riguarda l’impossibilità a reperire le risorse
finanziarie occorrenti a dare servizi basilari alla popolazione in modo da
contrastare l’esodo continuo verso territori più strutturati. Anche la Valbelluna in questi anni sembra essere lontana dai problemi dei territori alti e questo è dovuto probabilmente ad una innegabile forte rappresentatività di personalità politiche provenienti da questa zona a scapito del vasto ma poco popolato territorio alto-montano. E con l’Unesco assistiamo nuovamente oltre che alla ormai risaputa voracità di Bolzano, al proliferare di candidature da parte di territori che hanno già molto rispetto a quei piccoli Comuni che racchiudono nel loro ambiente tutto quanto l’Unesco ha inteso salvaguardare ma che stanno rischiando seriamente di scomparire. E’ innegabile che il segretario generale della Convenzione delle Alpi abbia utilizzato Cencenighe come esempio per esprimere un concetto, e anche se Cencenighe ha nell’edificio delle ex scuole elementari la sede che può essere resa disponibile anche solo per una sezione riguardante la fondazione, penso che, parafrasando Onida, la cosa importante sia che non ci si dimentichi delle tante Cencenighe che contribuiscono a mantenere sul territorio bellunese la presenza dell’uomo mantenendo vive fra mille difficoltà le nostre località con la loro storia e la loro cultura. Mauro Soppelsa Sindaco di Cencenighe
Il Gazzettino 10.07.2009 Il Rapporto 2009 della Società Geografica Italiana denuncia i tanti mali nostrani. E offre anche idee per proteggere i territori La nuova ricchezza verrà dal paesaggio Le "regioni-vagone" ora attraggono più ricchezza di quelle "locomotiva". In Veneto c’è ancora troppo "grigio" di Adriano Favaro Se si deve a Claudio Magris una delle più belle definizioni: "Il paesaggio è come un volto che muta nel tempo" per capirne il senso profondo occorre ripercorrere la storia del paesaggio. Così che la lettura del presente e la previsione del futuro diventino un obbligo di verifica e confronto della comunità. Questa è la scelta fatta dalla Società geografica Italiana che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale 2009 "I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazione". Un rapporto che riflette "su ciò che non è stato ma sarebbe stato possibile" del nostro Paese e che sembra ispirato dal filo rosso che Calogero Muscarà, uno dei membri più noti della Società Geografica mette in primo piano della nostra memoria collettiva lasciando capire la storia dei tanti fallimenti e molte disfatte del nostro sistema politico verso il paesaggio. "L'ultimo grande tentativo di pianificazione paesistico-territoriale - scrive il docente di geografia - risale al cosiddetto decreto Galasso: ha provocato decine di piani paesistici, non si è tradotto in niente di operativo (...) Il massimo che si è dato in Italia sono i parchi, con problemi e difficoltà notevoli". Il "Rapporto 2009" offre però anche una strada di uscita a quella che sembrava una febbre malinconica senza possibilità di guarigione. Ma - sapendo come funzionano alcune cose - temiamo che il progetto sia così affascinante da diventare irraggiungibile. Soprattutto in quel Nordest (più veneto che friulano) che nell'immaginario geografico italiano è segnato come un percorso intasato di mefistofelici capannoni. Un Nordest diventato ricco ricchissimo che però ha dovuto scambiare la bellezza (almeno tanta) del suo paesaggio con la potenza del denaro. Al punto che il "Rapporto" cita il volume di Vallerani e Varotto (Il Grigio oltre le siepi) dove si dice espressamente che «Oggi il Veneto, rispetto ad un recente passato, è senz’altro "più grigio" per l'enorme espansione del cemento e per il disagio di un numero crescente di abitanti dinanzi al proseguire indisturbato delle dinamiche della rendita fondiaria che premia il tornaconto di pochi e magari per breve tempo». La Società Geografia espone e fa sua la tesi di Laurent Davezies (La République et ses territoires. La circulation invisible des richesses, Parigi 2008) che dimostra come "il modello territoriale che più guadagna spazio oggi in Europa sul piano di uno sviluppo insieme economico, sociale e demografico è. Contrariamente a ciò che sembra stabilito, quello dei territori a debole metropolizzazione, poco esposti ai rischi della globalizzazione, e in grado di catturare più che di produrre ricchezza. Sono le regioni che si caratterizzano innanzitutto per un'offerta territoriale, basata sul paesaggio e su attività qualificate nei servizi e in settori a debole incremento di produttività". Per cui dall'operare in queste terre deriverebbero "crescita dell'occupazione e successo nella lotta contro la povertà". La Società Geografica spiega che ancora più dovrebbe attirare l'attenzione proposizioni come questa: "Le regioni-vagone ormai vanno più veloci delle regioni-locomotiva". Spiegazione dei geografi: queste conclusioni diventano comprensibili se si accetta di sottomettere ad analisi critica e di sostituire le categorie che fondano le nostre rappresentazioni economiche, a partire dalla distinzione tra crescita economica (che riguarda le regioni-locomotiva) e sviluppo umano (che sembra più riguardare le regioni-vagone). Se la prima si misura con i numeri del Pil, il secondo ha come parametri il benessere e la qualità della vita. L’idea che il Pil da solo non bastasse a misurare tutto l'ebbe anche Simon Kuznets che mise a punto lo strumento del Pil nel 1932 per il rilancio degli Usa dopo la grande depressione: «Ma - disse - il benessere di un Paese non può essere dedotto dalla misura del reddito così definito». Davezies ha calcolato anche come nelle regioni francesi (ma il "Rapporto" cita questo dato come significativo per il nostro Paese) l'insieme dei redditi di lavoro e di capitale delle attività esportatrici oscilla tra il 24 e il 19% mentre la base economica "residenziale" (pensioni, redditi di attivi occupati fuori del territorio e spesa turistica) oscilli tra il 42 e 55%. Dati ai quali vanno allegati quelli del consumo di territorio: il calcolo dei metri cubi costruiti negli ultimi cinque anni in rapporto al territorio libero vede al primo posto la Lombardia, seguita dal Veneto. Un disastro che - dice il rapporto - "non sta tanto nello scandalo dei grandi abusi e dei mostri edilizi, quanto nell’erosione continua, quotidiana, che si consuma sotto i nostri occhi, e minaccia di cancellare del tutto il confine tra campagna e città". Una prima risposta è venuta ieri dal sottosegretario ai Beni culturali Francesco Maria Giro che ha annunciato l’avvio dell'Osservatorio nazionale per la qualità del paesaggio.
Il Gazzettino-Bl 10.07.2009 L’intervento Dolomiti patrimonio dell’Unesco, preoccupa lo sviluppo del progetto Dolomiti patrimonio dell’umanità, un successo dovuto alla nostra idea di futuro per la montagna e a una grande squadra che ha avuto la Provincia di Belluno al centro. E ora? Vorrei innanzitutto ringraziare di cuore tutti i bellunesi che in questi giorni hanno espresso entusiasmo per il riconoscimento delle Dolomiti a Patrimonio dell’Umanità e voluto inviare a tutta l’amministrazione Reolon e in particolare alla mia persona, parole di apprezzamento per il risultato ottenuto. A tutti vorrei dire che, pur riconoscendo a me stessa di aver portato a termine questo delicato mandato con determinazione e passione essenziali per coordinare il complesso processo di candidaturaei potuto se non vi fossero state due condizioni essenziali: innanzitutto il progetto di sviluppo e di futuro che in questi cinque anni abbiamo costruito e in cui incanalare il Progetto Dolomiti Unesco come una delle grandi strategie per ridare dignità e vivibilità alla montagna bellunese. Un progetto portato avanti con la condivisione di enti, associazioni economiche, sociali e culturali che, con noi, hanno da subito inteso la candidatura Unesco come una straordinaria opportunità. Seconda condizione fondamentale è stata la condivisione del lavoro e del metodo con una grande squadra che via via si è amalgamata e ha prodotto una voce unitaria. Una squadra fatta da politici che, trasversalmente, hanno saputo mettere il territorio al centro prima dei propri interessi di parte, da bravissimi esperti di valore internazionale, tutti profondi conoscitori del territorio, alcuni di loro bellunesi, che hanno saputo esprimere scientificamente l’unicità mondiale delle Dolomiti, da strutture amministrative provinciali efficienti. Abbiamo, insieme, costruito in questi anni una rete di connessione complessa, istituzionale e territoriale basata sulla comune appartenenza dolomitica. Questa si è mostrata così forte da parlare con una sola voce alle Stato Italiano, all’Iucn, all’Unesco e oggi al mondo intero. Un’unità di cui la Provincia di Belluno è stata portavoce. Unità che oggi non va persa come non doveva essere intaccato il ruolo della Provincia bellunese nel prosieguo del lavoro. Oggi leggo purtroppo che il coordinamento passa a Bolzano. E non posso che essere molto preoccupata di come vanno le cose. Sarebbe stato prioritario tenere in mano il coordinamento delle azioni già previste per il futuro della Fondazione. Le tante voci che si alternano sulla questione della sede Fondazione mettono in evidenza come nel nostro territorio più di una sono le motivazioni per cui essa debba essere ubicata qui. Ma era anche fondamentale approfittare di questo magico momento per mantenerci centrali nel gruppo. Magari, anziché criticare il “patrimonio” di progetti veri che la giunta Bottacin ha ereditato e si trova in mano, poteva essere più costruttivo lavorare per rimanere tali. Spero che ora almeno si sappia restare strettamente collegati ai nostri vicini in termini promozionali, turistici e di buon governo per la vita nelle nostre montagne. Senza rinunce, compromessi né subalternità. Credo che il successo ottenuto come coordinatori sia dovuto al fatto di essere stati garanti, nella squadra, dell’assoluta supremazia della montagna su tutto e soprattutto su chi ci vuole, ancora una volta, subalterni a Venezia. La cosa importante è che la Fondazione crei una rete policentrica tra enti, operatori turistici, alpinisti, luoghi di ricerca scientifica e di formazione, musei e osservatori. Porterò dentro per sempre questa esperienza che ha segnato il mio percorso amministrativo. Ora, grazie a molti bellunesi, sono ancora in consiglio provinciale e quindi continuerò, con i miei colleghi, a vigilare e contribuire come potrò, al prosieguo di questo grande successo. Aver contribuito a dare visibilità mondiale a questa straordinaria terra, mi fa sentire di appartenervi un po’ di più e, da bellunese per scelta, sono ancora più certa che l’amore e la passione per il territorio possono essere la chiave di volta per aprirci al mondo acuendo il valore delle sue radici e della sua identità dolomitica. Irma Visalli ex assessore provinciale all’urbanistica
Corriere delle Alpi 09.07.2009 Nell’incontro di ieri a Roma la Regione Veneto ha ribadito la volontà di entrare nella Fondazione come socio fondatore Napolitano sarà alla festa delle Dolomiti L’evento si terrà entro metà settembre quasi sicuramente nella nostra provincia BELLUNO. Sarà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a ricevere il sigillo che l’Unesco ha concesso alle Dolomiti. In una data da definire, entro la metà di settembre, il capo dello Stato parteciperà alla festa per il riconoscimento ottenuto e in quell’occasione il direttore generale dell’Unesco porterà sulle Dolomiti il prestigioso simbolo concesso ai siti patrimonio dell’umanità. La notizia è arrivata ieri, durante la riunione convocata al ministero dell’Ambiente per pianificare i prossimi passi, dopo la proclamazione avvenuta a Siviglia il 26 giugno. Anche la località della festa è da stabilire, ma l’assessore provinciale Matteo Toscani si sbilancia: «Quasi sicuramente si terrà in provincia di Belluno, si tratta solo di individuare il luogo più opportuno». Il cerimoniale del presidente infatti ha esigenze complesse, ma le ipotesi più accreditate potrebbero interessare il Falzarego, oppure Misurina. La macchina organizzativa è già partita. Confermata invece la data del 28 luglio, sul Monte Rite, dove ci sarà anche Reinhold Messner, che ieri ha dato la sua adesione e che con il suo carisma potrà essere uomo utile alla mediazione politica tra Province e Regioni. Nell’incontro di ieri infatti si è discusso anche degli aspetti più delicati legati alla Fondazione Unesco. A Roma c’erano Toscani per la Provincia di Belluno, con i colleghi assessori di Udine e Bolzano, i funzionari di Trento e Pordenone e l’assessore Oscar De Bona in rappresentanza della Regione Veneto. Dopo aver a lungo osteggiato il percorso della candidatura, arrivando a ritirare il proprio stemma da tutti i documenti, da qualche tempo la Regione ha deciso di rientrare e un ruolo di secondo piano non basta, come ha precisato lo stesso De Bona a Siviglia il giorno della proclamazione: «Il Veneto entrerà nella Fodazione Dolomiti Unesco come socio fondatore». Lo stesso vorrebbe fare la Regione Friuli Venezia Giulia, anche se al momento
sta tenendo una linea più tiepida. Contrari, decisamente, sono Trento e Bolzano
che ammettono l’ingresso delle Regioni solo come soci sostenitori e la
faccenda si complica se si pensa alla grande diversità nell’ordinamento
istituzionale dei territori coinvolti. Matteo Toscani si limita a spiegare: «Il
ministero preme perché le cose si chiariscano al più presto». Sulla sede
della Fondazione invece sembra che si possa convergere per una sede giuridica
nel bellunese e una sede operativa a rotazione, ogni tre anni, in tutte le
province.
DOLOMITI UNESCO Ecco le ragioni del successo di Irma Visalli Dolomiti patrimonio dell’umanità: un successo dovuto alla nostra idea di futuro per la montagna abitata e ad una grande squadra. Vorrei ringraziare di cuore tutti i bellunesi che in questi giorni hanno, in più modi, espresso il proprio entusiasmo per il riconoscimento delle Dolomiti a patrimonio dell’umanità e voluto inviare a tutta l’amministrazione Reolon, e in particolare alla mia persona, parole di apprezzamento per il risultato ottenuto. A tutti vorrei dire che, pur riconoscendo a me stessa di aver portato a termine questo delicato mandato con determinazione e passione, essenziali per coordinare il complesso processo di canditura, nulla avrei potuto, se non vi fossero state due condizioni essenziali: innanzitutto il progetto di sviluppo e di futuro che in questi cinque anni l’ammministrazione provinciale ha costruito e in cui inserire il progetto “Dolomiti Unesco” come una delle grandi strategie per ridare dignità e vivibilità alla montagna bellunese. Un progetto portato avanti con la condivisione di enti, associazioni economiche, sociali e culturali che, con noi, hanno da subito inteso la candidatura Unesco come una straordinaria opportunità. Seconda condizione fondamentale è stata la condivisione del lavoro e del metodo con una grande squadra che via via si è amalgamata e ha prodotto una voce unitaria. Una squadra fatta da politici che, trasversalmente, hanno saputo mettere il territorio al centro prima dei propri interessi di parte, da bravissimi esperti di valore internazionale, tutti profondi conoscitori del territorio, alcuni di loro bellunesi, che hanno saputo esprimere scientificamente l’unicità mondiale delle Dolomiti, da strutture amministrative provinciali assolutamente efficienti e caratterizzate da preziose figure altamente competenti. Tutti loro, che non nomino uno ad uno solo perché è un gruppo nutrito, sono stati parte fondamentale di una struttura solida e forte che non si è mai spezzata alle inevitabili difficoltà che un iter così complesso comporta. Abbiamo, insieme, costruito in questi anni una rete di connessione complessa, istituzionale e territoriale basata sulla comune appartenenza dolomitica. Questa si è mostrata così forte da parlare con una sola voce allo Stato Italiano, all’Iucn, all’Unesco e oggi al mondo intero. Un unità di cui la Provincia di Belluno è stata portavoce facendo finalmente valere la sua centrale posizione nelle Dolomiti e in un tutto lo spazio alpino. Unità che oggi non va persa come non deve essere intaccato il ruolo della Provincia bellunese nel prosieguo del lavoro. Le tante voci che si alternano sulla questione “sede Fondazione” mettono in evidenza come nel nostro territorio più di una sono le motivazioni per cui essa debba essere ubicata quì. Ma forse, ancora più urgente e importante è approfittare di questo magico momento per mantenerci centrali nel gruppo e collegati ai nostri vicini in termini promozionali, turistici e di buon governo per la vita nelle nostre montagne. Credo che il successo ottenuto come coordinatori sia dovuto al fatto di essere stati garanti, nella squadra, dell’assoluta supremazia della montagna su tutto e soprattutto su chi ci vuole, ancora una volta, subalterni a Venezia. Dobbiamo difendere questo allineamento “orizzontale” che vede le cinque province protagoniste e Belluno al centro (anche fisico) del sistema “Dolomiti”. La cosa importante è che la Fondazione crei una rete policentrica tra enti, operatori turistici, alpinisti, luoghi di ricerca scientifica e di formazione, musei e osservatori. Azioni concrete che siano volano di sviluppo, già peraltro definite e su cui ci siamo impegnati con l’Unesco. Auspico che queste vedano ancora la nostra provincia con un ruolo centrale nell’arco alpino come accaduto in questi anni. Per questo saremo sempre a disposizione del territorio e di quanti vogliano sviluppare con coerenza quanto fatto fino ad ora. Per concludere ci tengo a dire che questa è stata un’esperienza che
personalmente porterò dentro per sempre. Che ha segnato il mio percorso
amministrativo in maggioranza fin quì, visto che questo è iniziato con la
delega che Sergio Reolon mi diede quando ancora ero consigliera, ed è finito
con il riconoscimento a Siviglia. Ora, grazie a molti bellunesi, sono ancora in
consiglio provinciale e quindi continuerò, con i miei colleghi, a vigilare e
contribuire come potrò, al proseguo di questo grande successo. Aver contribuito
a dare visibilità mondiale a questa straordinaria terra, mi fa sentire di
appartenervi completamente e, da bellunese per scelta, sono ancora più certa
che l’amore e la passione per il territorio possono essere la chiave di volta
per aprirci al mondo acuendo il valore delle sue radici e della sua identità
dolomitica.
Il Gazzettino-Bl 09.07.2009 L’incontro di Roma Unesco, Napoletano a settembre a Belluno per ricevere la targa Anche Veneto e Friuli nella fondazione Belluno Il presidente della Repubblica Napolitano potrebbe arrivare nel Bellunese
entro la prima decade di settembre per ricevere dall’Unesco la targa che
consacra le Dolomiti patrimonio dell’umanità. È quanto emerso ieri dal
vertice di Roma dove anche le regioni Veneto e Friuli hanno chiesto di entrare
nella fondazione. Unesco, anche la Regione nella fondazione A settembre il presidente Napolitano potrebbe arrivare nel Bellunese per ricevere la targa delle Dolomiti Dolomiti Unesco, altro passo avanti sulla via della fondazione. L'assessore provinciale Matteo Toscani è tornato ieri sera da Roma con una notizia interessante per le aspettative della provincia di Belluno: con molta probabilità Napolitano verrà nel Bellunese per ricevere la targa del direttore generale dell’Unesco. È questo, infatti, uno degli esiti della riunione che si è tenuta ieri pomeriggio nella sede del Ministero dell'ambiente alla presenza, oltre che dello stesso Toscani, degli assessori competenti delle province di Trento e Udine, dei funzionari delle province di Pordenone e Trento e dell'assessore Oscar De Bona per la Regione del Veneto. Dall'altra parte del tavolo sedevano i tecnici del Ministero dell'ambiente guidati dal direttore generale dottor Cosentino e dal capo di gabinetto del ministro Prestigiacomo. L'assessore Toscani, non appena uscito dalla riunione, ha annunciato: «In apertura di seduta, prima di passare all'esame delle questioni tecniche sul tappeto, abbiamo discusso degli aspetti logistici e cerimoniali che dovranno regolare l'atto ufficiale della consegna del riconoscimento dell'Unesco nelle mani del Capo dello Stato italiano. Sarà un atto formale di notevole significato morale a coronamento di questa prima fase che ha visto le Dolomiti entrare nel novero prestigioso del patrimonio dell'umanità». Sulla data non vi sono certezze ancora. «In base a quanto abbiamo discusso e prospettato quest'oggi (ieri ndr) - spiega - posso riferire che l'evento dovrebbe essere fissato in calendario al più tardi entro la prima decade del prossimo mese di settembre». Ma Toscani ha anticipato, circa tale cerimonia, anche un particolare di non poco conto per il Bellunese: «La consegna della targa ricevuta a Siviglia, da parte del direttore generale dell'Unesco, dovrebbe avvenire, quasi sicuramente, nel territorio della provincia di Belluno. Nel frattempo, d'intesa con i cerimoniali del Quirinale e dell'Unesco vedremo di definire al meglio i dettagli relativi al luogo più idoneo per ospitare l'evento». Nella seconda parte dell'incontro sono stati affrontati i primi passaggi del percorso che dovrà portare all'istituzione della tanto attesa fondazione. In primo luogo all'attenzione dei partecipanti al tavolo di lavoro è stata portata la richiesta delle Regioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia di entrare nel futuro organismo. I rappresentanti delle province hanno unanimemente dichiarato il loro parere favorevole, ma rimangono ora da stabilire i rispettivi ruoli e funzioni che saranno oggetto delle prossime riunioni. L'assessore Toscani, interpretando la realtà dei difficili equilibri lungo i quali è stata avviata la discussione, non si è nascosto le difficoltà: «Bisogna essere tutti consapevoli che la questione è politicamente delicata e giuridicamente complessa. Pertanto, sono state confermate le sensazioni della vigilia, ovvero che il tema necessita di un lungo e ponderato approfondimento prima di approdare a decisioni certe e condivise». Un'ultima nota Toscani ha voluto farla circa il clima instauratosi nei rapporti interpersonali tra i soggetti interessati: «Ho avvertito un clima disteso e sereno, ciò non potrà non facilitare la ricerca di soluzioni utili». Dino Bridda
La lettera al Ministro «Una sede unica a Cortina» Gentile Ministro, Le scrivo da vicepresidente regionale, da assessore all’Agricoltura e da veneto. La recente qualifica delle nostre Dolomiti a Patrimonio naturale dell’Umanità ha regalato a queste montagne, semmai ve ne fosse stato bisogno, una medaglia in più, capace di renderci orgogliosi e nel contempo desiderosi di promuoverla di fronte a tutto il mondo. Ho letto ed apprezzato quanto da Lei dichiarato a Siviglia, e di questo La ringrazio perché ha dimostrato davanti a tutti di avere a cuore il patrimonio naturale dell’Italia. Ora però dobbiamo giocare un’altra partita, non con l’Unesco ma con i “vicini” trentini, bolzanini, udinesi e pordenonesi. Non è una guerra, perché non possiamo combattere tra di noi quando abbiamo appena ricevuto un riconoscimento del genere. Quello che Le chiedo, da vicepresidente del Veneto, è di adoperarsi perché la Fondazione Unesco abbia una sola sede, senza frammentazioni salomoniche e senza guerre tra campanili. Non glielo chiedo solo perché il 70% delle Dolomiti sono venete, né perché venete sono le cime più belle del comprensorio. Ma la Fondazione Unesco deve avere una sede unica che di fronte a tutto il mondo ne sancisca il prestigio. E quella sede è Cortina, città bellunese ma culturalmente “ponte” tra le tre regioni. Per questo privilegio, che finalmente ci porrebbe almeno in un’occasione a livello di territori da decenni privilegiati dallo Statuto Speciale, tutto il Veneto è unito, dall’assessore regionale Oscar De Bona che Lei ha incontrato in più occasioni, al neo-presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin al suo assessore Matteo Toscani. Ministro, ci aiuti a dare alla nostra Regione questa opportunità che non rivendichiamo come diritto ma che chiediamo come possibilità di promozione territoriale e di sopravvivenza delle aziende bellunesi che a volte si sentono svantaggiate rispetto alle vicine a statuto speciale. Franco Manzato Vicepresidente della Giunta regionale del Veneto
Corriere delle Alpi 08.07.2009 Le Dolomiti Patrimonio UNESCO Dolomiti-Unesco. Ieri a Trento è stato raggiunto un mezzo compromesso sulla Fondazione Per un anno la sede a Belluno Ma il coordinamento passa nella mani di Bolzano La Prestigiacomo oggi incontra i 5 Veneto e Friuli possibili partner del gruppo Il 28 luglio vertice sul monte Rite BELLUNO. A pochi giorni dalla proclamazione delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità, Belluno sarà, per un anno, la sede provvisoria del coordinamento delle 5 province che costituiranno la Fondazione Unesco. Ma toccherà a Bolzano fare da collante organizzativo. La decisione ieri a Trento. Sul tavolo l’ipotesi che la sede legale della fondazione, una volta costituita, sia fissa e quella operativa a rotazione. Per adesso è stato stabilito un compromesso. La prima riunione operativa si svolgerà il 28 luglio sul monte Rite, sede del museo delle Nuvole di Reinhold Messner che potrebbe essere presente, quasi a “benedire” e a dare l’imprimatur al percorso. La riunione di Trento era stata spacciata come un incontro di natura tecnica ma oltre ai funzionari pubblici c’erano anche i rappresentanti politici delle Province interessate - Belluno, Trento, Bolzano, Udine e Pordenone - che hanno concordato decisioni politiche contribuendo, almeno per il momento, a smorzare le polemiche dei giorni scorsi sulla location della sede della futura fondazione. Il summit è stato convocato da Michl Laimer, assessore all’ambiente della Provincia di Bolzano, facendo storcere il naso al presidente bellunese Bottacin che aveva parlato, ribadendolo ieri, di «incontro improprio e anomalo». Ma tant’è, alla fine gli assessori Toscani, Gilmozzi, Laimer, Faleschini e Grizzo, le scelte le hanno prese, vagliando anche altre possibilità. E cioè che nella fondazione possano entrare pure le regioni di Veneto e Friuli Venezia Giulia. C’è tempo un anno e mezzo per costituire la fondazione ma già oggi a Roma (ore 16) le 5 Province incontreranno il ministro Prestigiacomo per riferire dei primi contatti, delle scelte prese e andare avanti con il percorso che porterà alla costituzione dell’ente. Nei giorni scorsi, in ordine sparso, le Province avevano espresso le proprie candidature, ovviamente ognuna pro domo sua. Belluno punta su Cortina, Bolzano propone l’Accademia europea, il Trentino avanza la rotazione, Udine e Pordenone se ne stanno defilate. Quale che sia il futuro, ieri a Trento sono stati fissati alcuni paletti per far camminare il logo delle Dolomiti. E’ stato deciso di avviare una campagna informativa con la realizzazione di depliant per la pubblicizzazione dei monti pallidi. «Le spese saranno divise equamente», assicura l’assessore Toscani. E poi si realizzerà un sito internet con il marchio “Dolomiti Unesco” che dovrà essere registrato. «Il clima della riunione - afferma l’assessore provinciale Matteo Toscani - è stato propositivo e sereno, basato sulla divisione del lavoro. Mi pare proprio che sia passato il concetto della centralità bellunese, visto che le Dolomiti insistono particolarmente sul nostro territorio». Se sia veramente “scoppiata” la concordia dopo le polemiche dei giorni scorsi sarà tutto da vedere nelle prossime settimane, visti gli interessi economici e di immagine in gioco.
«La nostra provincia merita la leadership» Il presidente di Confindustria ammonisce: «Niente interferenze» BELLUNO. Il pericolo? Soccombere ancora una volta a trentini e bolzanini. Il presidente di Confindustria Valentino Vascellari ha suonato la sveglia a Provincia e Regione sul fronte Dolomiti patrimonio Unesco: “Belluno deve pretendere la leadership”. Quanto al maxi-resort sulla Marmolada, sponsorizzato da Vascellari, “non c’entra nulla. Anzi, ce ne vorrebbero almeno una decina”. Il ragionamento è semplice: Belluno ha la maggior parte delle Dolomiti e non può soccombere ai cugini delle Province autonome, che già hanno alzato la cresta, avanzando primogeniture e dubbie candidature. Lascia la diplomazia a casa il presidente di Confindustria Valentino Vascellari, convinto che la sede della Fondazione così come il segretariato debbano stare in provincia di Belluno. Non importa dove, ma nel Bellunese. Da qui la strigliata a quei sindaci che hanno avanzato la loro candidatura - è il caso di Cortina - dimostrando ancora una volta che a Belluno ognuno va dove gli pare. “Così facendo si indebolisce la nostra posizione, avvantaggiando chi da sempre sa fare gioco di squadra”. Inutile essere espliciti quando il riferimento è fin troppo chiaro. Ma la questione non è soltanto di forma: Belluno deve farsi le regole (e non soccombere) perché il suo modello di sviluppo è diverso da quello autonomo, a cominciare dal turismo. Lì ha raggiunto la sua massima espansione (e quindi “vincolare” farebbe comodo a tanti), qui il turismo - in molti casi - è ancora un concetto astratto, potenziale e in divenire. “Partiamo da due situazione diverse”, afferma Vascellari. “Non vorrei che a decidere per noi saranno l’operatore della Val di Fiemme o l’affittacamere di Predazzo”. “Temo che chi ha la pancia piena detti le regole a chi ha la pancia vuota”, il messaggio che arriva nelle stesse ore in cui a Trento le cinque province dell’Unesco si sono incontrate su sollecitazione degli altoatesini. Un invito che per Vascellari è una fuga in avanti bella e buona, al quale gli altri presidenti - compreso il neoeletto Bottacin - avrebbero abboccato. “Trentini e bolzanini hanno proceduto in maniera non rituale, anticipando i tempi”, prosegue Vascellari, mettendo il dito nella piaga: “Loro hanno già i depliant, le foto. Sono già pronti”. Ma il messaggio è chiaro anche per la Regione Veneto, finora troppo morbida nel sostenere la leadership bellunese. “Venezia deve sostenere le Dolomiti in maniera più convinta”. Tutt’altra storia il maxi-resort che Vascellari come imprenditore vuole costruire in Marmolada. Almeno così dice il presidente, convinto che la questione non c’entri nulla. “Ce ne fossero di strutture così da noi”, taglia corto. “Dal canto mio, non ho nessun timore. C’è una convenzione con il comune di Rocca Pietore e non penso che la nomina Unesco possa cambiare qualcosa”.
La Generela chiede più attenzione per le persone Zardini: «Un marchio per tutelare i ladini» BOLZANO. «Le Dolomiti patrimonio naturale dell’umanità: un grande, prestigioso riconoscimento che deve servire anche per una maggiore attenzione nei confronti dei ladini, della loro storia e delle loro esigenze»: è il messaggio che lancia - con estrema fermezza - Elsa Zardini, presidente dell’Union Generela, l’associazione culturale che raggruppa le vallate attorno al Sella. Prosegue la Zardini: «I ladini per problemi legati all’alloggio, alla speculazione edilizia, alla vendita delle seconde case sono costretti a lasciare le loro vallate. Di conseguenza debbono abbandonare ciò che hanno cercato di mantenere per secoli. Sforzi in tal senso ne sono stati fatti grazie alle Viles, alle Regole Ampezzane, alla vicinanza in Badia e allo stesso maso chiuso. Ma queste regole bisogna mantenerle e valorizzarle nel rispetto della cultura dei ladini. Ecco perchè chiediamo, soprattutto in questo momento, maggiore attenzione per la Ladinia. Le Dolomiti, intese anche e soprattutto come patrimonio naturale dell’umanità, non sono soltanto rocce e boschi. Sono soprattutto persone che vivono fra i Monti Pallidi. È a loro che bisogna guardare per capirne le esigenze e quindi rispettarle». Elsa Zardini, di sfuggita, entra nel merito anche della discussione sulla sede della Fondazione: «Da cortinese è ovvio che mi farebbe piacere se la sede fosse proprio a Cortina che è in posizione centrare rispetto al territorio dolomitico. La decisione, è ovvio, sarà politica. Io spero, vivamente, che la scelta sia concordata nel rispetto di quello che la Generela sostiene da sempre, ovvero che nei confronti della Ladinia bisogna lavorare assieme per raggiungere risultati concreti». «E questo impegno comune», conclude la presidente dei ladini, «serve anche, e soprattutto, per capire le problematiche della Ladinia in modo tale da affrontarle poi con la dovuta attenzione per poterle - mi auguro - risolverle».
Ciotti a Bottacin: «La Fondazione al forte di Monte Ricco a Pieve» BELLUNO. Nel dibattito per l’assegnazione della sede della Fondazione “Dolomiti Unesco”, per la quale il sindaco di Pieve di Cadore Maria Antonia Ciotti ha messo a disposizione il Forte di Minte Ricco, c’è una novità che parte dal centro cadorino ed è indirizzata al neo presidente della Provincia di Belluno, Gianpaolo Bottacin e all’assessore al Turismo Matteo Toscani. Si tratta di una lettera che il primo cittadino di Pieve ha indirizzato loro con la quale puntualizza la sua posizione. «L’ambito riconoscimento alle Dolomiti, alla fine è arrivato - scrive il sindaco Ciotti - La Provincia è stata capofila dell’iter della candidatura, e ha dimostrato che possiamo essere protagonisti autonomi ed attivi del nostro futuro. La terra bellunese - aggiunge - è finalmente al centro dell’attenzione del mondo e si riprende quella posizione che gli spetta di diritto. Proprio ricordando le vicende e la centralità storica che il Comune di Pieve di Cadore ha sempre rivestito, sono a chiedervi a nome di tutta la nostra comunità di sostenere e valutare la opportunità che la sede della Fondazione trovi qui la sua più adeguata collocazione».
Il Gazzettino-Bl 08.07.2009 Bolzano propone la rotazione triennale. In campo anche Confindustria: «Saremo protagonisti ma la Regione ci appoggi» Unesco, Belluno batte i pugni per la sede Il presidente Bottacin e l’assessore Toscani all’incontro di Trento: «Siamo centrali» Trento Riunione tra le cinque province dolomitiche ieri mattina a Trento. Per Belluno hanno partecipato il presidente Gianpaolo Bottacin con l’assessore Matteo Toscani che ha proprio la delega all’Unesco. I due hanno subito rimarcato l’illegittimità della convocazione decisa da Bolzano, mettendo fin dall’inizio i puntini sulle "i" anche sulla centralità di Belluno nella partita sulla sede della fondazione Dolomiti, costringendo l’assessore bolzanino Laimer a spiegare che si trattava solo di un primo incontro informale. Una volta chiarita la premessa i colloqui sono proseguiti all’insegna della collaborazione facendo capire però che per decidere la sede serviranno ancora mesi. Bolzano ha proposto la sede giuridica a Belluno e una sede operativa a rotazione ogni tre anni. In campo anche Confindustria che ha chiesto maggiore appoggio dalla Regione Veneto.
Unesco, Belluno rivendica la centralità Bottacin e Toscani al vertice di Trento: «Per la sede ci vorranno mesi». Oggi incontro a Roma Ieri da Trento Gianpaolo Bottacin e Matteo Toscani sono tornati a casa portando in tasca la soddisfazione principale: sulla sede della Fondazione Dolomiti-Unesco i giochi non sono decisi. Fatte le debite verifiche sul campo, infatti, risulta chiaro che la partita è tuttora aperta, anzi lo sarà probabilmente per parecchi mesi. Forse ci vorrà anche un anno prima di posizionare tutti i tasselli che andranno a comporre il mosaico dell'assetto istituzionale, politico e tecnico-organizzativo della fondazione e della sua sede. Anche se, tra le varie possibilità, pare profilarsi anche la possibilità di una sede giuridica a Belluno già entro il 2009 e una sede operativa tra le cinque province a rotazione. «Sarebbe la soluzione ottimale», ha commentato l’assessore all’ambiente bolzanino Michl Laimer. Ieri a Trento si sono riunite per la prima volta le delegazioni delle cinque province interessate, ovvero Belluno, Trento, Bolzano, Udine e Pordenone e subito quella bellunese ha posto la questione dell'anomalia della convocazione diramata dal presidente altoatesino. La discussione ha messo in chiaro che si trattava soltanto di una riunione informale, pertanto nulla di ufficiale. L'incontro era stato convocato solo con il preciso scopo di costituire un primo approccio ai problemi da affrontare assieme. Dopo tale necessaria chiarificazione, è proseguito in un clima molto più disteso e collaborativo. Altra questione che stava a cuore, sia al presidente Bottacin che all'assessore con delega all’Unesco Toscani, riguardava il riconoscimento della collocazione baricentrica della provincia di Belluno rispetto all'intera area dolomitica. Trattandosi di dato oggettivo, nessuna voce contraria, ma «era bene ribadirlo» hanno evidenziato i due rappresentanti bellunesi. «Sulla scia di tale importante sottolineatura - ricorda Toscani - s'è convenuto di fissare, in via interlocutoria e per questione di mera praticità, Bolzano come punto di riferimento logistico e Belluno quale punto operativo in attesa di future decisioni che scaturiranno dopo il necessario approfondimento». Stando così le cose è chiaro che anche per quanto riguarda la sede della fondazione è tutto da stabilirsi. «Necessariamente sì - rispondono Bottacin e Toscani -, sul tappeto sono state poste le ipotesi più svariate che dovranno essere valutate con attenzione dalla collegialità dei soggetti interessati. Inoltre sarà necessario tenere in debito conto tutti gli aspetti giuridici del problema. Tra le tante ipotesi avanzate - ma è solo un esempio - c'è anche quella di una sede legale fissa e di sedi operative a rotazione nelle cinque diverse province. Però altre soluzioni potrebbero ovviamente affacciarsi nel prosieguo del lavoro di consultazione tra le amministrazioni coinvolte nell'operazione». Delle fasi successive al riconoscimento di Siviglia si parlerà anche quest'oggi a Roma nella sede del Ministero dell'ambiente ove sono state convocate le rappresentanze delle cinque province e delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia. Al tavolo, assieme al ministro Stefania Prestigiacomo e ai suoi tecnici, per Belluno ci sarà l'assessore Toscani. Prossima riunione il 28 luglio sul monte Rite. Dino Bridda
L’appoggio di Confindustria: non facciamoci schiacciare Il presidente Vascellari mette in guardia da Trento e Bolzano e chiede il
supporto della Regione: Confindustria si schiera per mantenere alta l’attenzione sul patrimonio delle Dolomiti. Il riconoscimento dell’Unesco, avvenuto il 26 giugno scorso, è senza dubbio «un orgoglio per le valli del Bellunese, ma è al contempo anche motivo di grande preoccupazione», afferma il presidente dell’associazione che riunisce gli industriali bellunesi, Valentino Vascellari, e prosegue con un appello. «La Fondazione rappresenta una grande opportunità per una provincia, quella di Belluno, costantemente sottovalutata e che, per questo, ha assoluto bisogno dell’intervento della Regione Veneto». Insomma, la latitanza delle istituzioni regionali è durata già a sufficienza ed è ora che qualcuno si esponga. Vascellari sottolinea anche come la Provincia abbia fornito la materia di base per il riconoscimento internazionale appena ottenuto, ma subito mette in guardia chi crede che tutto sia finito qui: «Rischiamo di perdere le sfide di domani perché circondati da istituzioni autonome o speciali molto più forti di quelle presenti nel nostro territorio». A livello organizzativo è ancora tutto da decidere, ma è chiaro che la Fondazione rappresenterà la sede dove verranno non solo discussi, ma anche decisi, i termini e le regole che indirizzeranno la conservazione del territorio e, di conseguenza, il futuro sviluppo sociale, economico e culturale delle popolazioni montane. «Non è possibile», sostiene il presidente di Confindustria Dolomiti, «che in termini di materia ambientale chi ha già la pancia piena detti le regole a chi è a dieta», alludendo alle strutture ricettive e ai servizi turistici presenti nei territori confinanti. D’altronde, i segnali non sono confortanti: il Trentino-Alto Adige ha già convocato ieri i 5 “interlocutori dolomitici” con un’iniziativa, secondo Vascellari, del tutto impropria. Belluno, infatti, dovrebbe riuscire a imporsi quale leader per la Fondazione, come ha fatto nel portare l’istanza delle Dolomiti al cospetto dell’Unesco; ma le richieste solitarie dei Comuni non fanno altro che alimentare il sospetto di essere partiti con il piede sbagliato. Scartata l’ipotesi di più sedi, che renderebbero l’istituzione inefficace, o di una sede itinerante dato che «c’è bisogno di una struttura che lavori, non che traslochi continuamente», Confindustria incoraggia la Provincia di Belluno perché unisca fazioni diverse per scelta della sede della Fondazione, in modo da lavorare per un obiettivo unico. Non solo, ma mette allo scoperto anche un’altra questione fondamentale: le persone deputate a lavorare nella Fondazione. E’ opportuno, anche in questo caso, che la Provincia di Belluno assuma un ruolo di coordinatore e «decida in fretta per la candidatura di segretario generale». Insomma, per Confindustria è bene muoversi velocemente ma ricordare che l’unione fa la forza e che tutti, Regione compresa, devono fare uno sforzo perché la Fondazione arrivi nel territorio bellunese e a quel punto «sarà inutile qualsiasi recriminazione, perché sarà quello sarà un bene per tutti». R.D.S.
Corriere delle Alpi 07.07.2009 Franceschi spiega meglio alcuni dei concetti espressi domenica sulle Tre Cime «Ospitare la Fondazione a Cortina? Ribadisco che ne saremmo onorati» CORTINA. Alla luce di quanto emerso nell’edizione di ieri del “Corriere delle Alpi”, il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, intende «puntualizzare meglio il mio pensiero, per evitare che lo stesso possa essere male interpretato dai lettori. In merito all’ipotesi, avanzata da altri, che la sede della Fondazione Unesco venga stabilita a Cortina, ribadisco che ne saremmo onorati». «Come Amministrazione», spiega Franceschi, «pensiamo infatti che la condivisione fisica della sede, magari a rotazione, finirebbe per essere il solito pasticcio all’italiana di cui le Dolomiti non sentono assolutamente il bisogno. Nel caso venissimo scelti, saremmo invece ben disposti a condividere con tutto il territorio, ed in particolare con il Cadore, i benefici che ne potrebbero derivare, confermando in questo modo la politica di apertura e di collaborazione intrapresa dalla nostra Amministrazione fin dal principio del suo mandato». «Quanto invece alle dichiarazioni del signor Moni Ovadia», dice ancora il primo cittadino ampezzano, «penso che le stesse abbiano assunto una connotazione politica assolutamente fuori luogo considerato lo spirito bipartisan dell’iniziativa. Nel merito, le posso anche condividere nella parte in cui si affermano i principi universali di sussidiarietà verso le persone più bisognose, mentre non trovano la mia approvazione quando criticano i provvedimenti sul respingimento e sull’immigrazione. Personalmente infatti», è la conclusione, «ritengo che la linea adottata di recente dal governo italiano sia quella più giusta»
E sulla sede della Fondazione ha le idee chiare: «Io la farei a rotazione; anche a Erto, a casa della gente più umiliata e offesa» «Bene l’Unesco, ma che non finisca qui» Mauro Corona non le manda a dire: «Ci sono ancora montagne di serie A e B...» «Cortina ha di buono che ha idee valide e voglia di attuarle» CORTINA. «L’Unesco mi va bene, siamo orgogliosi; anche chi non sa neanche cosa sono montagne, Dolomiti o Unesco». Mauro Corona, opinionista della rassegna “Cortina inCroda”, interviene sul tema Unesco; e di certo non le manda a dire... «Non vorrei però», aggiunge Corona, «che il fatto che le Dolomiti siano state proclamate patrimonio dell’umanità si fermasse qua, e che tutto il resto finisse in cavalleria. C’è una montagna di serie A che ha servizi, che è frequentata da un numero notevole di turisti, e poi c’è la montagna di serie B, come questa dove abito io. Noi a Erto dobbiamo fare anche 40 chilometri per comprarci da mangiare, per la frutta, per un tabacchino, per la macelleria o per una farmacia. Non una passeggiata, ve lo posso assicurare. Non vorrei quindi che L’Unesco si fermasse lì e chiudesse gli occhi ad esempio sul fatto che stanno privatizzando l’acqua. Ci stanno rubando l’acqua», tuona Corona, «e verrà il giorno in cui non potrò andare nel Vajont a fare il bagno che qualcuno mi dirà che lì non posso più stare, perché questo posto è di qualcun altro. Spero e mi auguro che l’Unesco metta anche un freno a chi distrugge i greti dei torrenti per vendersi la ghiaia a peso d’oro e che continua a fare passare camion su strade del 1901 con i rischi che da questo conseguono. Siamo invasi dai tir, e ora bisogna che qualcuno faccia qualcosa. Ora l’Unesco deve intervenire e bacchettare chi sgarra». Le preoccupazioni che il patrimonio dell’Unesco resti un mero simbolo ci sono anche in Corona. «Mi auguro», dice, «che non sia un ulteriore blasone altrimenti sarebbe come le nuvole che si disfano al primo colpo di vento». Tema principe relativo all’Unesco è diventato quello della sede dove ospitare la Fondazione. Cortina è tra le favorite dalla Provincia di Belluno. Corona ha la sua idea anche in merito a questo. «Io la sede la farei a rotazione», dichiara l’alpinista, «una volta Cortina, una volta Bolzano, ma anche qui a Erto perché no. Noi siamo la gente più umiliata e offesa, ci hanno spazzato via con il Vajont. Hanno distrutto gli usi, i costumi, la cultura le tradizioni. Una sede anche qui significherebbe ammettere che c’è anche la montagna di serie B. Ci vogliono le idee per crescere, ma servono anche le possibilità per metterle in pratica. Io a Erto avevo proposto di realizzare l’Università dove ogni anno si sarebbe potuta fare una conferenza mondiale sulle catastrofi: il Vajont, le guerre, i maremoti e mille altre. A Cortina», conclude Corona, «le idee le hanno e anche la volontà di attualizzarle. “Cortina inCroda” è una manifestazione da dieci e lode, queste manifestazioni sono una delle ultime cose pulite che fa la montagna. A Cortina si danno da fare così riescono a mantenere i turisti e un’economia abbastanza florida». Stasera dal palco dell’Alexander Girardi Corona interverrà come opinionista della rassegna. Non anticipa molto. Dice solo: «Zardini Canon è un fuoriclasse», riferendosi al campione mondiale di arrampicata a cui sarà dedicata la serata che lo vedrà sfidare Cristian Brenna.
Unesco: Caldart ne è certo «Ci si aprono degli orizzonti» Per il presidente del consorzio turistico «si può lavorare bene» AURONZO. Il giorno dopo il suggestivo abbraccio delle Tre Cime, il presidente del Consorzio di promozione turistica Auronzo-Misurina, Lorenzo Caldart, commenta positivamente l’impresa e la recente proclamazione delle Dolomiti a patrimonio dell’Umanità. «Credo fermamente che si stia aprendo un periodo di opportunità di crescita per la montagna. Mi riferisco in particolar modo ad Auronzo, che dovrà impegnarsi ad agire in maniera sinergica con le altre realtà dolomitiche per pianificare in modo equo e positivo lo sviluppo economico, agendo nel pieno rispetto delle risorse naturali, sociali e culturali. Si è avuta prova domenica del bisogno di pace e solidarietà che l’uomo è ancora capace di dimostrare. Questo impegno si deve riversare anche in una nuova capacità di responsabilizzarsi nei confronti dei propri luoghi, con idee e novità che partano qui, per far crescere proposte di qualità, con strutture ricettive e ricreative gestite dalla gente locale e non da tour operator e società che vengono da fuori. Le potenzialità sono ancora molte. Facciamo in modo che “essere patrimonio dell’umanità” sia lo stimolo per svilupparle appieno. Certo, ci saranno anche delle difficoltà da superare. La preservazione ambientale che l’Unesco sollecita immagino che sarà all’inizio un limite, ma ritengo che una regolamentazione in questo senso porterà ad una maggiore consapevolezza verso la bellezza e l’importanza di queste montagne».
Lettere UNESCO Non si dimentichino le tante Cencenighe delle Alpi Come spesso accade nel nostro Paese, siamo riusciti anche questa volta a trasformare un’importante decisione di un’organizzazione internazionale (il riconoscimento delle Dolomiti come Patrimonio dell’Umanità) in un’occasione per polemizzare ed accapigliarsi su questioni di dubbia importanza. Il frutto del lungo e complesso lavoro, trainato dall’iniziativa dell’ex Presidente della Provincia di Belluno Sergio Reolon e portato avanti per lungo tempo, con tenacia ed in modo assolutamente cooperativo da politici, funzionari ed esperti di cinque Province, sembra dissolto come neve al sole - il sole de “la sede della fondazione a casa mia” - come se il lavoro comune da fare terminasse adesso. L’opera invece è solo all’inizio. Come dimostra il caso Dresda, il riconoscimento Unesco può anche essere perso. E non è pensabile affrontare le necessarie scelte di valorizzazione del territorio legate alla gestione dell’area dolomitica in un clima di lotta fratricida. Ma tant’è: le polemiche sono iniziate, ed a questo punto ritengo di avanzare sommessamente un’altra proposta sulla sede della Fondazione: né a Bolzano, né a Cortina, ma a Cencenighe. È una proposta che sa di provocazione, e tale intende essere. Ma che cela un messaggio serio: la differenza fra la montagna “delle luci della ribalta” e la montagna a rischio di estinzione. Oltre due terzi della popolazione alpina vive oggi in aree urbane, ed è in atto un chiaro fenomeno di periurbanizzazione dei fondo valle. Le località turistiche più celebri si sviluppano e vedono crescere rapidamente l’economia locale, anche in tempi di crisi. Certo con molti lati positivi. Ma a questo fenomeno - non va dimenticato - si accompagna il dramma della montagna che una volta era abitata e che oggi, sempre più disabitata, frana letteralmente a valle per la mancata cura del territorio ed è preda dell’inesorabile avanzata del bosco. Di Cencenighe ne esistono centinaia nelle Alpi. Sono luoghi spesso ricchi di cultura e di risorse naturali, ma nei quali le opportunità che consentano ad un giovane di rimanere, se ve ne sono, sono poche. A Bolzano e a Cortina il mercato fa sì che si possa arrivare a vendere un appartamento a 10.000 euro al metro quadro. Nelle Cencenighe delle Alpi per gli stessi meccanismi spesso l’ufficio postale e la banca vengono chiusi, è difficile o impossibile collegarsi ad internet con l’ADSL, il servizio del trasporto pubblico è ridotto a poche corse e i bambini devono alzarsi molto prima dei loro coetanei per raggiungere la scuola più vicina, che spesso tanto vicina non è. E i pochi turisti che arrivano prediligono soggiorni mordi e fuggi (“GPL” - giornale pane e latte, la spesa la si porta da casa o la si fa nel megastore di città) o seconde case che restano vuote 320 giorni l’anno. Pochi giorni fa in un remoto comune piemontese una bambina, azzannata al volto da un cane, è stata prontamente soccorsa, ma con l’elicottero. Fosse stato brutto tempo, chissà. Eppure la cultura della Montagna, della gestione parsimoniosa del territorio e delle risorse naturali, del lavorare più che apparire, della solidarietà tipica delle zone in cui territorio e clima costringono a mettere in comune l’ingegno e i muscoli, questa cultura, altro “Patrimonio dell’Umanità” (anche se non ufficialmente riconosciuto), ha ancora sede nelle varie Cencenighe. Almeno fino a quando l’ultimo abitante non avrà fatto i bagagli e chiuso la propria abitazione. Si assegni la sede della Fondazione a Bolzano o a Cortina, in entrambi i casi esistono molte ragioni oggettive a giustificazione di questa scelta. Ma non si dimentichino le Cencenighe delle Alpi. Marco Onida Segretario generale Convenzione delle Alpi Innsbruck-Bolzano
Il Gazzettino-Bl 07.07.2009 Bottacin: «Non faremo il parco giochi Unesco» Oggi incontro a Trento tra Province Unesco, riunione a Trento delle Province Gianpaolo Bottacin all’incontro: «Convocazione impropria, sentiamo cosa ci devono dire» Chi, oggi a Trento, si aspettasse una delegazione bellunese arrendevole, dovrà subito ricredersi. Alla riunione, indetta dal presidente della Provincia di Bolzano, la posizione di Belluno sarà di estrema fermezza e di volontà di mettere i «puntini sulle i» su una questione, quella della fondazione «Dolomiti Unesco», che è tutta da discutere. Oggi, infatti, il presidente Gianpaolo Bottacin e l'assessore Matteo Toscani si presenteranno agguerriti con l'intento di difendere opportunità e interessi di quel territorio provinciale sul quale insiste la maggior parte del patrimonio naturale dolomitico. «Continuo a sostenere, come ha già ben detto l'assessore Toscani, - ricorda Bottacin - che la convocazione è stata fatta in maniera impropria, tanto che mi sembra una vera e propria fuga in avanti da parte bolzanina. Pertanto, considero l'appuntamento trentino di martedì 7 del tutto interlocutorio. Staremo a vedere come verrà impostato l'incontro». Bottacin non usa mezze misure: «Se si vuole in tal modo mettere la propria bandierina, ovvero una pesante ipoteca sul futuro della fondazione Unesco, è chiaro che noi ci presenteremo per stoppare ogni tentativo in tal senso. Al contrario, vogliamo capire sino in fondo di che cosa si tratti, anche se viene il sospetto che, così agendo, possa trattarsi di una manovra alla quale noi non vogliamo assolutamente prestarci...». Si spieghi meglio, presidente. «Intendo dire - rimarca Bottacin - che c'è un fatto inequivocabile: in Trentino Alto Adige, sia nel pubblico che nel privato, abbondano infrastrutture e impianti che mettono in campo una solida ricettività di forte richiamo. Noi non possiamo vantare altrettanto, perciò non vorrei che finissimo per diventare una sorta di "parco giochi", un'appendice o poco più, mentre di là, alla forte presenza turistica, si aggiungerebbero pure la fondazione e, magari, la sua direzione tecnico-strategica. Se così fosse, appare evidente che Belluno non potrà sottostarvi per alcun motivo al mondo, ci mancherebbe!». Fermezza, pertanto, nei confronti dei partner dolomitici, ma anche messaggio altrettanto chiaro verso coloro i quali, in maniera improvvida secondo Bottacin, hanno fatto a gara in questi giorni per autocandidarsi a sede della fondazione «Dolomiti Unesco» sul territorio bellunese. «A costoro raccomando la massima calma e prudenza. In questo momento la questione della sede è, per certi aspetti, secondaria rispetto alla politica complessiva che tutti i soggetti interessati dovranno concordare per gestire al meglio il riconoscimento dell'Unesco. Perciò, stiamo zitti, aspettiamo gli sviluppi, poi ne riparleremo con il solo obiettivo di maturare una decisione univoca e condivisa». Dopo Trento del medesimo tema si discuterà al Ministero dell'ambiente ove Belluno sarà rappresentata dall'assessore Toscani. Dino Bridda
Corriere delle Alpi 06.07.2009 Il grido contro il turismo di massa Gli ambientalisti: «Stop a eliski e quad. Via anche gli impianti dismessi» DOLOMITAFRICAG8 Non mancano perplessità sul marchio Unesco «In
troppi investono sull’assalto alla montagna» AURONZO. S’indigna Fausto De Stefani, alpinista con alle spalle tutti gli 8 mila del mondo, presidente di Mountain Wilderness, quando approda ai piedi delle Tre Cime. «Non è possibile che ci siano già le piste di quad», protesta. «Ma come? Dove?», qualcuno gli chiede allarmato. De Stefani non risponde, non sta nemmeno ad ascoltare. «Benissimo le Dolomiti patrimonio dell’Unesco, ma questo», afferma, «è un contenitore vuoto. Bisogna riempirlo». Di vincoli? Di divieti? «Assolutamente no. Ma prima di infiammarsi di polemiche per la sede della Fondazione, proviamo a decidere che cosa vogliamo fare». Proviamo, De Stefani. «Bene, abbiamo deciso che almeno nell’area protetta e in quella ai margini non vogliamo un turismo massivo?», è la domanda dello stesso alpinista. E pure sua è la risposta. Questa: «Nessun vincolo, ma aboliamo l’eliski sulla Marmolada e l’uso dell’elicottero là dove non è strettamente necessario per la sicurezza e il lavoro. Nessun permesso per le piste di quad. Basta con l’innevamento artificiale e tiriamo via gli impianti di risalita che non servono più». Avrà contro - gli facciamo presente - il mondo dello sci, gli operatori che già soffrono per la crisi. «Assolutamente no. Infatti noi ambientalisti siamo d’accordo per rinnovare le strutture che sono obsolete, addirittura potenziandole». Moni Ovadia ascolta la conversazione - davanti al rifugio Auronzo - ed interviene: «Ci vogliono leggi durissime contro ogni forma di cementificazione ed è necessaria una specifica istruzione fin dalle materne per insegnare ai bambini l’amore per la natura, i diritti stessi della natura». Intanto sul riconoscimento dell’Unesco esprime perplessità Gigi Casanova, portavoce della confederazione Cipra: «Il risultato raggiunto, una tutela a macchia di leopardo, che trascura rocce eccelse delle Dolomiti, come il Sassolungo, i gruppi del Sella, del Cristallo, le Tofane, la Civetta, l’Antelao, non possono che confermare le perplessità. Ci sono gruppi cancellati dalla proposta perché coinvolti in attenzioni dello sviluppo di aree sciistiche. In modo sbrigativo ci è stato spiegato che l’Unesco voleva leggere norme capaci di tutelare effettivamente i territori candidati e che era necessario investire solo su parchi o rete natura 2000. Ma qualunque persona dotata di buon senso capisce che 228 norme diverse fra Stato, Regioni e province nulla tutelano e rappresentano solo un pasticcio all’italiana». Sia De Stefani che Casanova invitano intanto le istituzioni a smetterla con la guerra sulla sede della Fondazione. «Le località candidate, da Bressanone a Cortina, passando per Corvara, non offrono segnali basati sul turismo sostenibile: hanno investito nell’assalto alla montagna con la semplificazione imposta dalla monocultura turistica, o hanno costruito il turismo sulle seconde case, abbandonando le tradizionali cure che i montanari dedicavano al loro territorio».
Franceschi: «Vogliamo diventare la capitale montana della cultura» «La sede della Fondazione? Cortina vuole condividerla» AURONZO. «Mercoledì, alle 16 l’appuntamento presso la sede del ministero dell’ambiente a Roma per parlare della sede della Fondazione, della visita del presidente Napolitano e dell’ingresso di nuovi soci». La conferma dall’assessore regionale Oscar De Bona: «Nessuna guerra per la sede», precisa all’ombra delle Tre Cime. «Il Veneto ritiene di avere diritto ad ospitarla, possedendo la maggior parte delle Dolomiti, ma è aperto al confronto». La conferma arriva anche dal vicepresidente della Provincia, Giovanni Piccoli. «Questo era un impegno della precedente amministrazione e lo è anche della nostra». Ma sarà Cortina piuttosto che Agordo oppure Pieve di Cadore o, ancora, Auronzo? «Ben venga a Cortina», risponde il sindaco Andrea Franceschi, «ma noi saremmo pronti a condividerla insieme a tutti gli altri Comuni, come stiamo dimostrando di fare in questi anni». Anche perché, insiste il sindaco, vogliamo essere sempre meno la capitale turistica della mondanità e sempre più quella della cultura. A proposito, filtra qualche indiscrezione sulla rassegna CortinaIncontra che partirà il 24 o il 25 luglio: è atteso per l’inaugurazione o, comunque, per uno dei primi appuntamenti il presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Corriere delle Alpi 05.07.2009 Caldart, vice del Parco Dolomiti bellunesi, avanza la candidatura del centro minerario «Fondazione Unesco a Valle Imperina» AGORDO. «La Regione è per Belluno». Secondo Gabriele Caldart, vicepresidente del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi e assessore della Comunità montana agordina, l’intenzione della Regione Veneto sarebbe quella di sostenere la candidatura bellunese per la sede della Fondazione Unesco. «Ho il sentore - dice Caldart - che anche da parte di Venezia ci sia la volontà di appoggiare la provincia di Belluno come luogo per accogliere la sede della Fondazione Unesco, anche perché qui si trova una zona protetta come quella del Parco delle Dolomiti bellunesi che, come ha detto il presidente De Zordo, ricalca i confini dell’area riconosciuta come patrimonio dell’umanità». E sulla scia di quanto dichiarato dal presidente del Parco, Caldart non ha dubbi su dove debba restringersi lo zoom della scelta che tanto sta facendo discutere. «L’ideale - spiega - è Valle Imperina, uno dei centri minerari più importanti d’Europa. Quello è il luogo idoneo per accogliere la sede di una Fondazione così importante. Il sito si trova nella zona protetta e noi come Parco siamo in grado di offrire un’ottima organizzazione sul territorio». La proposta fatta nei giorni scorsi dal consigliere regionale del Pdl, Remo Sernagiotto, ha dunque trovato ottimi riscontri anche se l’Agordino, lungi dal cercare una posizione comune forte, ha scelto la divisione tra Valle Imperina e il Castello di Andraz. «Valle Imperina sarebbe un’ottima scelta», dice Da Ronch, sindaco di Rivamonte.
Lettere UNESCO Bisogna fare squadra per sfruttare il marchio COLLE Santa Lucia, Selva di Cadore, Rocca Pietore, Sappada, Misurina (non ancora candidati ma forse a breve lo saranno) e chi più ne ha più ne metta. In questi giorni, puntualmente, ogni mattina sul giornale appare la candidatura di un paese della nostra provincia ad essere la sede ideale per la Fondazione che dovrà gestire con l’Unesco il patrimonio dell’Umanità che sono le nostre Dolomiti che da qualche giorno ne fanno parte. Tutte legittime ragioni se guardiamo l’ubicazione e l’appartenenza al territorio dolomitico ma, a parte l’infelice affermazione di Agordo che sostiene che è meglio da loro per vari motivi e non a Cortina che è piena di romani, come se ad Agordo ci fossero solo cittadini nati e cresciuti rigorosamente all’ombra dell’Agner, nessuno fa un cenno a cosa poi faranno per valorizzare quanto sancito dall’Unesco e in quale direzione andare per far si che ora tutto il mondo ci conosca e che venga ad ammirare le nostre montagne. Occasioni perse per distinguerci in positivo ne contiamo tantissime e non vorrei che anche questa sia una di quelle e non l’ultima l’ultima. Ci lamentiamo spesso che i nostri vicini (Bolzano e Trento) hanno un sacco di soldi e perciò possono fare tutto. Mi permetto di dissentire, perchè mentre noi sui giornali scrivevamo la cronaca delle disavventure dei bagagli di un membro che era a Siviglia e che la nostra delegazione ha festeggiato in ambasciata il lieto evento, i presidenti delle suddette Provincie rilasciavano dichiarazioni sul cosa e come fare in futuro per sfruttare al meglio per le loro genti quanto sancito a Siviglia, vale a dire Patrimonio dell’Umanità e non di tutte le parrocchie della provincia che reclamano una sede. Personalmente prima di decidere sulla ubicazione vorrei sapere quali saranno i compiti ma non credo che la sede sia una pregiudiziale per fare o non fare una seria programmazione sul nostro futuro. Il giorno 21 alle 20.45 è arrivato un sms sul telefonino da parte del Dolomitisuperski di quanto deciso a Siviglia e di andare sul loro sito internet dove la notizia aveva risalto sulla Homepage. Il sito istituzionale e turistico della nostra provincia quanti giorni dopo ha fatto questo? Il TG 3 Veneto della sera ha dato la notizia quasi in coda. Basta fare un giro in Internet e vedere il diverso modo tra noi e i nostri vicini di trattare e soprattutto promozionare l’evento. Non è una questione di soldi, è buona amministrazione. Si è insediata da poco la nostra nuova amministrazione provinciale, che peraltro non ho avuto occasione di conoscere e sentire nessun candidato, perché nessuno di loro ha avuto il tempo di visitare anche i paesini piccoli come quello dove io abito e lavoro, ma forse perché siamo troppo lontani e si perde troppo tempo a salire sulle “Terre alte” come veniamo chiamati, termine che personalmente trovo abbastanza offensivo, ma forse anche perché siamo in pochi e non ne vale la pena. Il mio auspicio è che abbiano capito quale grande occasione ha avuto la nostra terra e che lavorino per permetterci di vivere e lavorare per molto tempo ancora in mezzo a queste stupende montagne. Per fare tutto ciò, però, in questa occasione credo sia indispensabile fare squadra con tutti quelli che fanno parte di questo grande evento e che tutto il mondo ci venga a visitare e che trovi anche abitanti e non solo montagne da fotografare. Il patrimonio Unesco sono le Dolomiti e non la sede della Fondazione. Se però il buon giorno si vede dal mattino....... Fridolino Bernardi COLLE S. LUCIA
LA POESIA Inno alle Dolomiti Ernestina Facchin VILLA DI VILLA
Il Gazzettino-Bl 05.07.2009 Parla il nuovo assessore provinciale al Turismo che non risparmia critiche al suo predecessore: «Ho trovato troppi progetti effimeri» «Unesco, basta candidature in solitaria» Matteo Toscani: dobbiamo concordare una strategia comune per trovare una sede autorevole Belluno «Progetti effimeri trovati nei cassetti», «troppe autocandidature per la fondazione delle Dolomiti» e una serie di idee ben chiare a pochi giorni dal suo insediamento. L'aveva già fatto intendere senza mezzi termini alla presentazione della nuova giunta e qualche giorno in più di contatti sul territorio glielo hanno confermato. Matteo Toscani, neo assessore alle attività produttive e al turismo, senza mezzi termini afferma che a palazzo Piloni «l'aria deve cambiare» perché il desiderio di aria nuova è richiesto da più parti. «La nostra linea sarà quella di ridurne il numero, ma aumentarne concretezza e fattibilità dei progetti», taglia corto. Per la sede dell’Unesco? «Occorre prima studiare una strategia comune per arrivare ad una candidatura davvero forte».
Toscani: «Dobbiamo puntare più sul turismo» Il neoassessore provinciale con delega anche all’Unesco: «Non c’era feeling tra Palazzo e operatori» L'aveva già fatto intendere senza mezzi termini alla presentazione della nuova giunta e qualche giorno in più di contatti sul territorio glielo hanno confermato. Matteo Toscani, neo assessore alle attività produttive e al turismo, senza mezzi termini afferma che a palazzo Piloni «l'aria deve cambiare» perché il desiderio di aria nuova è richiesto da più parti. Assessore, quale messaggio affida a questa affermazione? «Un messaggio che, prima di tutto, rassicuri gli operatori sul futuro del miglioramento dei loro rapporti con la Provincia. Così dovrà essere, ma solo dopo un ampio giro di consultazioni che stanno confermando la mia convinzione secondo la quale la politica debba essere prima ascolto, poi analisi e infine proposta». Ma qualche idea precisa se la sarà già fatta in questi primi giorni... «Sì. Già debbo constatare che ho trovato a palazzo Piloni tanti progetti, ma secondo me troppo effimeri e leggeri. La nostra linea sarà, invece, quella di ridurne il numero, ma aumentarne concretezza e fattibilità. La nostra sarà la politica di qualche annuncio in meno e di qualche realizzazione in più». Ma, non è un annuncio pure questo? «No, poi saranno i fatti a parlare, glielo assicuro». Come si è messo in questa prima fase? «Lo dicevo: ascoltando. Ho sentito vari albergatori nei giorni scorsi e oggi (ieri ndr) parecchi agricoltori della zona del Parco delle Dolomiti. Tutti mi hanno assicurato di cominciare a sentire aria nuova...». Che cosa significa? «La deduzione è semplice: significa che prima non andava così. Ho avuto già modo di tastare con mano che sino ad oggi tra Provincia, Dolomiti Turismo e operatori non c'era feeling, se così si può dire, e che gli stessi operatori si sentivano lontani e non ascoltati dal palazzo. Sono convinto che bisogna cambiare rotta, ascoltare di più il territorio, conoscere per agire nella giusta direzione di uno sviluppo possibile della nostra realtà turistica». Sullo sfondo, inevitabilmente, c'è anche il tema del giorno, ovvero la questione Dolomiti-Unesco sulla quale Toscani ha esordito a Siviglia. Che cosa ne pensa dell'«uscita» di Bolzano sull'argomento? «La convocazione delle province interessate a Trento per martedì prossimo è stata una sorpresa per noi. Sulla base di quale titolo il presidente altoatesino l'ha indetta? Noi ci saremo, è ovvio, ma per fare chiarezza su ruoli e partecipazione di tutti i soggetti interessati contro qualsiasi forma di prevaricazione». Assessore, anche Roma chiama per discutere della questione. «Certo, già a Siviglia il ministro Prestigiacomo aveva ben precisato che è il suo ministero l'interlocutore ufficiale dell'Unesco, ovviamente con il concerto delle regioni e delle provincie interessate. Saremo presenti all'incontro di mercoledì prossimo a Roma per fissare tutti assieme, su un piano assolutamente paritetico, i termini di partenza di un percorso che dovrà portarci alla costituzione della prevista fondazione. Prudenza, voglia di trasparenza e senso di responsabilità dovranno animare tutti gli attori della partita». Sede della fondazione: non le sembrano troppe le candidature in circolazione? «Sarebbe facile dare un giudizio totalmente negativo. Preferisco, però, vedere il lato positivo della cosa. In fondo, se c'è così tanto interesse, ciò dovrebbe essere la garanzia di riuscire a costruire qualcosa di buono». Si può dire altrettanto delle numerose autocandidature all'interno del territorio provinciale? «Non proprio. Con tanti solisti si rischia di non andare da nessuna parte. È meglio discuterne tra noi, prima. Poi si concorda un'azione comune che porti ad un'unica candidatura forte e autorevole». Dino Bridda
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04.07.2009 Si moltiplicano le polemiche dopo la proclamazione delle Dolomiti quali "Patrimonio dell'Unesco" E' rissa tra le provincie interessate mentre i veri amici della montagna affidano alla stampa amare considerazioni. Quale idea di montagna c'è dietro tutto questo? Il 26 giugno scorso, appena ufficializzata la notizia che i 21 componenti del World Heritage Committee riunito a Siviglia avevano votato l'inserimento delle Dolomiti nel 'Patrimonio naturale dell'umanità, si sono scatenati inopportuni commenti di tono calcistico. 'Una grande vittoria dell'Italia' ha commentato la ministra all'Ambiente, Stefania Prestigiacomo (presente alla proclamazione). Scusi ministra, ma è 'Patrimonio naturale', non 'Patrimonio culturale'; ha compreso la distinzione? Le Dolomiti iniziarono a formarsi 250 milioni di anni fa e l'ultimo e definitivo sollevamento è di 4-5 milioni di anni fa. Se ha poco senso vantarsi per l'eredità culturale di secoli o millenni fa non ne ha nessuno l'orgoglio 'nazionale' per un patrimonio naturale di natura geologica. Anche i media, però, non sono andati per il sottile e hanno annunciato trionfalisticamente che l'Italia con 44 siti Unesco (42 culturali e 2 naturali) è saldamente in testa alla classifica. L'Italia, che era il paese tradizionalmente leader nel turismo internazionale, si è fatta superare dalla Francia, poi dalla Spagna, dagli Usa e, in ultimo, dalla Cina. Anche se avessimo 100 siti Unesco ciò basterebbe a risalire la china? Un motivo per frenare l'entusiasmo viene anche da Lipari dove, dopo la proclamazione dell'arcipelago delle Eolie quale 'Patrimonio naturale' Unesco, l'attività di estrazione della pietra pomice è stata bloccata (probabilmente giusto ai fini della tutela, ma i contraccolpi sono stati previsti?) e l'amministrazione locale ha dovuto pagarsi i cartelli con l'indicazione del riconoscimento Unesco. Il timore - non del tutto ingiustificato - che l'inserimento nel 'Patrimonio dell'umanità’ implichi vincoli ('una campana di vetro', 'una riserva indiana' solo le espressioni utilizzate) ha messo in moto la reazione dei bellunesi. Da parte di forze politiche e imprenditoriali bellunesi si teme una penalizzazione della propria area. Esse, infatti, paventano la subalternità a Bolzano e, in minor misura, a Trento, provincie che - grazie alle risorse dell'autonomia - hanno da tempo realizzato opere di 'valorizzazione turistica'. A Belluno, insomma, c'è chi accusa i privilegiati di difendere i propri vantaggi e di impedire a Belluno di colmare il ritardo nello 'sviluppo turistico', magari con il pretesto dell'Unesco (dettaglio non trascurabile, a Belluno c'è una nuova maggioranza di centro-destra allineata con la Regione Veneto, a Bolzano e Trento ci sono maggioranze, sia pure sui generis, di centro-sinistra). Se si aggiungono le polemiche sull'autonomia 'dolomitica' pagata dai contribuenti lombardo-veneti, sui privilegi 'feudali' goduti dalle provincie autonome, sul 'secessionismo' di Cortina (verso Bolzano) e di Asiago (verso Trento), si capisce come la questione della gestione del 'Patrimonio dell'Umanità' abbia innescato, tra Belluno e il Veneto da una parte, Bolzano e Trento (quest'ultima in posizione più defilata) dall'altra, una rissa politica. Nei titoli dei giornali si parla già di 'battaglia' e, persino di 'guerra'. In concreto, oltre alle regole di tutela, è in gioco la sede della Fondazione (da creare entro 18 mesi dalla proclamazione). Belluno la rivendica a spada tratta e ne fa questione di vita o di morte. A Bolzano ribattono che la sede è già pronta. A Trento, ineffabili e sornioni, propongono una sede a rotazione delle 5 provincie interessate (sì, perché oltre a Belluno, Bolzano e Trento ci sono anche Pordenone e Udine). Ottime premesse. Tutto qui? Ma va! Sul fronte ambientalista Mountain Wilderness e Luigi Casanova (Cipra) dichiarano la loro delusione totale. Mountain Wilderness che, insieme a Legambiente e a Sos Dolomites, rivendica la primogenitura dell’idea dell'Unesco attacca: "L’elemento rivoluzionario della proposta originale stava nell’aver incluso entro i confini l’intero territorio dolomitico, dal Sarca al Tagliamento, compresi i fondovalle e gli abitati. E ciò allo scopo di unire in un unico discorso coerente natura e cultura. La nuova proposta privilegierà un approccio riduttivo identificando solo alcune e circoscritte zone di alta montagna. Sussiste il timore che nell’ottica dei proponenti l’inserimento a pelle di leopardo di spezzoni delle Dolomiti finisca con l’equivalere a qualcosa di pericolosamente simile ad un mero marchio turistico di qualità". Dice Luigi Casanova: "Ci aspettavamo la candidatura a patrimonio culturale, non ambientale; saranno tutelati solo i picchi delle montagne, e non il contesto storico e sociale delle vallate. Temiamo che le Province intendano utilizzare il 'marchio' Unesco a soli fini turistici, senza impegno nella conservazione del paesaggio". Non è da meno il Prof. Giorgio Daidola che su l'Adige del 28 giugno parla di 'buffonata', di una 'trovata turistica' fatta a fini turistici e commerciali che servirà alla Provincia per nascondere altre 'marachelle' (viene in mente l'uso - analogo - dell'orso). La risposta indignata dell'assessore al turismo, Mellarini, non si è fatta attendere e ha ribattuto: 'se l'Unesco ha avuto l'attenzione di concedere questo prestigioso riconoscimento, credo sia frutto anche di comportamenti passati e del segnale forte che abbiamo dato sul fronte del rispetto dell'ambiente e del territorio'. Ma Mellarini dimentica che si tratta di patrimonio geologico e geomorfologico (costituito da quella roccia che Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu ha reso così famosa). Per definizione non è un riconoscimento al territorio visto che si tratta di 9 distinti ambiti di alta montagna che si qualificano per picchi, pareti e ghiacciai e non per la qualità del paesaggio antropizzato. Ovvio che se ci fossero stati gli ascensori che portano sulle cime, i resort ai piedi delle pareti, i luna park turistici troppo sfacciati a disturbare il fondale, a Siviglia il pollice di parecchi membri decisivi si sarebbe rivolto verso il basso. Però da qui a dire che è stata premiata la conservazione dell'ambiente in Trentino... ce ne corre. Un fondale, già. Nulla di male in sé. Ma questa idea della montagna-fondale, della montagna dove si privilegia la roccia e non l'uomo nasconde dei pericoli. Il pericolo è quello che le Dolomiti divengano ancor più marchio e icona turistica, che si promuova un turismo che è già poco sostenibile (seggiovie, funivie, neve artificiale e 'autostrade dello sci', vie ferrate dove si fa la coda, concentrazioni assurde di presenze attirate dai paesaggi-icona, serpenti di auto sui passi). Che le Dolomiti come territorio di genti e culture alpine siano state 'bocciate' in quanto 'Patrimonio Unesco' è peraltro una sconfitta. Al di fuori dell'immaginario delle genti Dolomitiche, delle affascinanti leggende, della stessa 'costruzione sociale' delle Dolomiti messa in moto da Dolomieu siamo sicuri che le rocce (sia pure con la loro meravigliosa morfologia) avrebbero quel grande valore? La contemplazione estasiata di un pinnacolo o di una parete sono elementi indipendenti da filtri culturali? Il freddo dato scientifico, paleontologico giustificherebbe l'elevazione a 'Patrimonio dell'Umanità'? Di certo no. E allora perché isolare il valore naturalistico da quello culturale? Ci spiace che 9 isolotti siano estrapolati da un tessuto territoriale. Ci spiace che queste Dolomiti 'canonizzate' dall'Unesco accentuino l'apprezzamento per la montagna 'eccezionale', per le 'emergenze', per il fondale scenico. La montagna non ha bisogno di veder puntare i riflettori sui 'gioielli'. Le mille valli alpine nascondono tesori grandi e piccoli di cultura e di natura. Alle montagne sotto i riflettori corrispondono troppe montagne in ombra che potrebbero recuperare vitalità se un po' dei flussi che si dirigono verso i luna park si distribuissero nelle mille vallate.
Corriere delle Alpi 04.07.2009 Unesco: Bottacin contro tutti «Quell’iniziativa è impropria» Bottacin va contro Bolzano e mette un freno anche a Venezia «La Regione potrà entrare nella Fondazione se, quando e alle condizioni che decideremo noi. Ora dialoghiamo con Province e ministero» BELLUNO. «Una convocazione impropria». Sta diventando sempre più calda l’aria che soffia sopra le Dolomiti patrimonio dell’umanità. La Provincia di Bolzano, che si è auto appropriata del ruolo di guida dei cinque enti protagonisti della candidatura Unesco, ha convocato per martedì la prima riunione post Siviglia, ma la decisione non è piaciuta per niente al presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin. Palazzo Piloni ci ha pensato e ha deciso che è meglio partecipare, anche perché è di ieri la notizia che il giorno successivo, mercoledì, è fissata un’altra riunione sulle Dolomiti Unesco, stavolta a Roma, nella sede del ministero dell’ambiente. «L’incontro voluto dalla Provincia di Bolzano, a Trento martedì prossimo», dice Bottacin, «è stata convocata in modo improprio, per almeno due motivi, che si possono trovare nella stessa lettera di convocazione». Bolzano chiama le cinque Province a raccolta “come discusso a Siviglia”, ma di sicuro in Spagna non se ne è parlato. In secondo luogo Bolzano si dichiara il nuovo coordinatore del Comitato Dolomiti Unesco sulla base della bozza di statuto della Fondazione, che indica una presidenza a rotazione (per tre anni) tra le cinque Province, in ordine alfabetico. Il fatto è che il Comitato di coordinamento per la candidatura non c’è più, visto che quella fase è ormai conclusa, e la Fondazione non c’è ancora. In sostanza Bolzano ha colto al volo il cambio di amministrazione provinciale a Belluno e lo stato di interregno per prendere in mano l’affare Unesco e i prossimi mesi saranno quelli decisivi per le scelte più importanti. Martedì, all’ordine del giorno ci sono: l’istituzione della Fondazione, la realizzazione del sito internet e l’uso del marchio Unesco, materiale promozionale e il coinvolgimento degli enti locali. «Noi ci andiamo», prosegue Bottacin, «anche se l’operazione è impropria, per definire insieme una data che vada bene a tutti per il prossimo incontro». Anche sul ruolo di guida Bottacin non è d’accordo: «Secondo noi spetta ancora a Belluno», ma è sulla posizione futura della Regione Veneto che il presidente della Provincia alza i toni, finora discreti. Bolzano e Trento infatti si dicono preoccupati per l’ingresso “di prepotenza” della Regione in una partita nella quale si è sempre messa di traverso, col timore che Belluno perda la sua centralità in favore di Venezia. «La Regione Veneto entrerà in gioco se, quando e alle condizioni che verranno decise dalla Provincia di Belluno», dice secco Bottacin. «Per ora la Regione è ancora fuori, noi ci interfacciamo con le altre quattro Province dolomitiche e con il ministero dell’ambiente». E’ chiaro però che un ingresso di sostanza (in termini economici) della Regione sarà difficile da ignorare. Anche sulla sede Bottacin non arretra: «E’ evidente che ci sarà un forte braccio di ferro, ma per me deve’essere nel bellunese. Ho parlato di Cortina perché è geograficamente al centro, Perla delle Dolomiti, ma la località precisa mi interessa relativamente, l’importante è che sia nel bellunese. Di certo non si può fare a rotazione, l’Unesco ha bisogno di un punto di riferimento: la sede non può essere una roulotte». Ma i temi del dibattito sono tanti, dalla chiusura dei passi alla creazione di un grande parco: «Calma!», chiosa il presidente.
Lettere UNESCO La Fondazione su una mongolfiera Il patrimonio dell’Umanità, arriva la notizia tanto attesa, il lavoro improbo fatto in questi ultimi anni, l’impegno profuso dalla Provincia, dal suo assessore, che guarda caso, non è un bellunese ma un intelligentissima sicula dagli occhi che han rubato il colore ai nostri cieli persi tra le valli. Arriva, ce l’aspettavamo, noi che in queste valli viviamo e che tante volte ci dimentichiamo di guardare l’Agner o il Civetta nei limpidi mattini estivi. Ora il fatto c’è, il timore diffuso di chi immagina altri vincoli corre nei discorsi, temono il blocco, la staticità della zona interessata, la proibizione della caccia, il mancato taglio del bosco. Sentimenti umani che comprensibilmente immaginano che essere tra i 44 siti d’Italia patrimonio dell’Unesco possa diventare un limite al consumare questo bene in un battibaleno. Quanti passi lasciati su antichi sentieri, quanti sguardi da cime che ti permettono di scrutare l’infinito distendersi di rocce ormai quasi sempre violate dall’uomo, quanti ricordi che ti riempiono la vita. L’area è vasta, i panorami mozzafiato possono essere indistintamente sparsi in ogni valle che l’attenzione degli esaminatori ha sicuramente visto, rivisto e vagliato. Il consumo, ora arriva l’inevitabile corsa al consumo, prima di tutto la sede della Fondazione, perché sede vuol dire pubblicità gratuita, vuol dire gente che, consultati i siti, si muove da terre lontane per ammirare il pallore delle nostre cime. Ma perché l’uomo non ragiona mai con i sentimenti prima che con l’ansia del Dio denaro? Ecco la Regina delle dolomiti muoversi in fretta, io sono la regina e mi aspetta di diritto la sede della Fondazione, come se non bastassero le torme di politici, industriali, artisti, nuovi ricchi che si perdono e si pestano i piedi su Corso Italia o gli sci sulle piste del Faloria. E subito segue il canto dei Bolzanini, come quei galli che sentito l’odore del sole che allontana la notte, saltano sul cespo più alto e si mettono a chicchirichiare sempre con toni più alti, convinti che il loro chicchirichì sia diverso e più piacevole degli altri galli dei pollai vicini. Il contadino si sveglierebbe lo stesso, loro non lo sanno e continuano a
pensare che se non cantassero, tutti continuerebbero a dormire, così nei pochi
giorni che sono seguiti alla proclamazione troppi galli a cantare e rivendicare
la sede. Sono le Dolomiti, quelle cime che nell’arco del giorno cambiano colore, decine di volte, quelle rocce che aspettano di farsi vedere la sera quando il sole che sta ormai calando, riesce a sgusciare tra gli anfratti rocciosi ed a far brillare una dolomia come fosse il più bello dei diamanti. La sede della Fondazione non deve essere fissa, non deve avere radici, perché mai privare gli ospiti dei panorami, cercando di accalappiare il più possibile file di auto vetture incolonnate per ore. La sede ideale dovrebbe essere in aria, su una mongolfiera che si sposta lentamente insinuandosi tra le vallate a spiare albe e tramonti, non sviliamo la Fondazione dando ad essa una fondazione, lasciamola itinerante, in un alternarsi giornaliero, settimanale, mensile, annuale di colori che cambiano, facciamoci vedere almeno una volta altruisti, perché questo assieme alle Dolomiti sarebbe il più bel patrimonio dell’umanità. Cherubino Miana VOLTAGO
Il Gazzettino-Bl 04.07.2009 Lettere&Opinioni Ladini del Veneto uniti per Cortina sede Unisco La Federazione tra le Unioni culturali ladine del Veneto plaude alla scelta dell’Unesco di inserire le Dolomiti tra i siti da tutelare come patrimonio dell’unamità. Anche se i nove gruppi di montagne sono considerati come patrimonio naturalistico, è impossibile non legare le rocce dolomitiche al popolo che ha abitato nei secoli i pendii e le valli sottostanti. E quindi la tutela va comunque intesa anche nei confronti del patrimonio culturale che l’incolato umano vi hanno prodotto. Non può essere sottaciuto il dato storico e linguistico della presenza dentro alla terra dolomitica dei ladini, che abitano i paesi del Cadore, di Zoldo, dell’Agordino, di Ampezzo, di Fodom, nella regione del Veneto e delle altre valli in provincia di Trento e Bolzano. Il riconoscimento della loro terra come patrimonio dell’umanità è un onore e un impegno per gli abitanti della Ladinia dolomitica, per consegnare al futuro la ricchezza culturale che le generazioni del passato hanno tramandato per due millenni. Nei decenni ultimi, da quando le Dolomiti sono state invase dal turismo, dagli impianti di risalita e dalle piste da sci, dalle seconde case, c’è il forte rischio di perdere di vista l’equilibrio e l’armonia tra uomo e ambiente, in favore delle ragioni economiche. La decisione dell’Unesco è una spinta nella direzione della salvaguardia delle montagne e della cultura che i Ladini hanno saputo costruire nei secoli di economia agricola e silvo-pastorale, attraverso una gestione saggia delle risorse, con l’uso della proprietà collettiva fatta attraverso le Regole. Le generazioni contemporanee dovranno costruire una nuova cultura e una nuova economia, salvaguardando il delicato equilibrio tra uomo e ambiente. La Federazione tra le Unioni culturali ladine del Veneto esprime il suo auspicio affinchè la sede della costituenda Fondazione per il sito Unesco sia a Cortina d’Ampezzo. Questa valle, infatti, oltre a essere baricentrica tra le province di Belluno, Trento e Bolzano, è il luogo più conosciuto al mondo e il più rappresentativo della bellezza paesaggistica delle Dolomiti. A Cortina d’Ampezzo questa Federazione aveva richiesto a suo tempo che vi fosse la sede unica dell’Istituto culturale ladino delle Dolomiti, poi divisosi in due per malintesi arroccamenti campanilistici. Si auspica che le varie pressioni di tipo politico o gli interessi provincialistici facciano un passo indietro nel nome della salvaguardia e dell’amore verso i Monti Pallidi. La scelta di Cortina d’Ampezzo come sede della Fondazione sarebbe un riconoscimento anche del valore culturale e linguistico della minoranza ladina, in una logica sovraprovinciale e unitaria. Francesca Larese Filon - presidente Federazione tra le unioni culturali ladine del Veneto - Borca di Cadore
Il Gazzettino 03.07.2009 «La sede dell’Unesco? La capitale c’è già e si chiama Cortina» VENEZIA - «Gioisco con cautela per il riconoscimento dell'Unesco delle Dolomiti come patrimonio dell'umanità». Così il presidente del Veneto, Giancarlo Galan, che propone per la «capitale» delle Dolomiti, Cortina d'Ampezzo. E perché la cautela? «Non vorrei che questo creasse un turismo dissennato. E non vorrei che producesse nuovi vincoli, perché la montagna, specie quella senza prebende di Stato, ha bisogno di tantissime cose per poter competere con il resto della montagna privilegiata, che sta dall'altra parte del confine». In ogni caso «la maggior parte delle Dolomiti sta in territorio veneto. E se dev’esserci una capitale, c'è già: Cortina».
Il Gazzettino-Bl 03.07.2009 DOLOMITI – UNESCO «La sede a Passo Pordoi gestita dal Cai» Il Cai vedetta della montagne italiane, sia il custode delle Dolomiti. Affidare la sede della Fondazione per le Dolomiti Patrimonio dell'umanità al Cai, il Club alpino italiano, anziché contenderle tra enti pubblici: a lanciare l'idea è il senatore trentino del Pdl Giacomo Santini, del Gruppo parlamentari amici della montagna. Il cuore delle Dolomiti Unesco a Passo Pordoi. «Come sempre - sostiene Santini - la politica e la burocrazia irrompono con il piede pesante anche su un terreno delicato come questo. Bolzano propone come sede l'Istituto Eurac, Trento rivendica diritti di territorialità, Cortina dice che è da loro la sede naturale, Sernagiotto Pdl candida Agosto e anche Udine e Pordenone si fanno avanti. E allora che cosa di meglio per dribblare questa mortificante diatriba che affidare ad un'istituzione prestigiosa e al di sopra di ogni conflittualità la titolarità di essere sede della Fondazione e affidataria dei suoi destini? Questa istituzione è il Club Alpino Italiano, che vanta 146 anni di storia, 308 mila tesserati e un ruolo guida per la fruizione della montagna. La sede ideale potrebbe essere a Passo Pordoi, presso il centro Crepaz, la casa alpina del Cai, dove si svolgono attività di ricerca scientifica e iniziative per la tutela della montagna. L'edificio è collocato a cavallo del confine tra il Trentino e il Bellunese, a un tiro di schioppo dall'Alto Adige-Suedtirol e soddisferebbe, quindi, una gran parte delle esigenze di territorialità». «Nel corso di un incontro con il presidente del Cai, Annibale Salsa, a Roma - conclude Santini - l'idea è stata avanzata e sembra proprio che solleverebbe notevole entusiasmo ovunque».
LIVINALLONGO Ecco l’ultima ipotesi lanciata nel Bellunese per accogliere la Fondazione La sede Unesco? Al castello di Andrai Grones (Comunità montana): «Sito millenario ideale per il prestigioso organismo» Livinallongo E dopo la proposta di candidare Agordo a sede della Fondazione per l'Unesco ecco un'altra ipotesi dall'Agordino. Se ne fa interprete il consigliere di minoranza, Leandro Grones (candidato a sindaco alle recenti elezioni) e, per ora, ancora assessore in Comunità Montana Agordina. Con una lettera inviata al sindaco Ugo Ruaz e ai responsabili per lo sviluppo turistico della valle Fodom, propone come sede della Fondazione Unesco l'area del castello di Andraz. «L'area circostante il castello di Andraz - dice Grones - vanta un patrimonio storico-culturale immenso, millenario, che è parte indissolubile non solo della nostra storia, posto in posizione di centralità rispetto alle maggiori località turistiche montane, a ridosso della Strada 48 delle Dolomiti, in un ambiente di incomparabile bellezza eccezionalmente conservata, sia nelle potenzialità naturalistiche sia per quel che attiene il paesaggio antropizzato, priva di opere infrastrutturali e circondato proprio dalle montagne dolomitiche oggi riconosciute dall'Unesco. Per riqualificare convenientemente quell'area avevamo a suo tempo predisposto un progetto generale di valorizzazione turistico-culturale che ha già preso forma con il finanziamento a valere sui programmi Interreg IV Italia-Austria. Questa grande struttura ora inutilizzata, opportunamente adeguata e ristrutturata, potrebbe essere sede ideale ed esclusiva per la costituenda Fondazione Unesco, incastonata in un contesto storico e culturale importantissimo, in un paesaggio ambientale e di rara bellezza che nessun altra località può vantare. Un sito ideale, perfetto, unico nel suo genere, che certamente tra le altre località proposte, rappresenterebbe una candidatura autorevole, di indiscutibile valore e prestigio». In definitiva, dopo la lunga premessa, ecco cosa Grones chiede all'amministrazione comunale: «Valutare con la dovuta considerazione i presupposti per proporre l'area di Castello come sede della Fondazione Unesco e, se lo riterrà evidentemente opportuno, di sostenerla con forza in tutte le sedi, perché, a mio avviso, Fodom non può lasciarsi sfuggire questa irripetibile opportunità». Mirko Mezzacasa
Il Gazzettino-Bl 02.07.2009 In occasione della fiaccolata per la Pace del 2 agosto, Nico Cunial, sindaco di Crespano, proporrà la candidatura «Il Grappa diventi bandiera Unesco» «L’attuale geopolitica grazie al ruolo del Massiccio». L’appoggio
dell’assessore Coppe Feltre Dopo le Dolomiti anche il Massiccio del Grappa potrebbe diventare "patrimonio dell'umanità". Un appello forte che sarà lanciato a squarciagola all’Unesco a fine luglio in occasione dell'annuale fiaccolata per la pace. La manifestazione raggiungerà cima Grappa domenica 2 agosto dopo aver toccato tutti i Comuni situati nell'area del massiccio. E sarà il sindaco di Crespano del Grappa (Treviso) Nico Cunial a rafforzare ulteriormente la sua proposta fatta oramai in più occasioni fra le quali l'adunata nazionale degli alpini di Bassano del Grappa del 2008 quando ha lanciato un forte messaggio alle istituzioni per valorizzare il Monte Grappa. «Il mio sogno - spiega lo stesso Cunial - è quello di arrivare al 2018 (centenario dalla fine della Grande Guerra) con la nomina dei siti del massiccio e di cima Grappa a monte della pace». Nico Cunial sottolinea che a questo sogno ci sta lavorando da tempo. «Dopo aver avviato gli opportuni contatti in Regione - spiega il sindaco di Crespano - mi sto attivando per investire della proposta il ministero dei beni monumentali e culturali e mi sono premurato di promuovere l'iniziativa a livello internazionale partendo dai Paesi dell'ex Impero Austroungarico che hanno già aderito. Ma ritengo doveroso che il massiccio del Grappa diventi patrimonio dell'Umanità perché da esso sono dipese le sorti dell'Europa». «Se la Grande Guerra avesse avuto esiti diversi ci troveremo di fronte oggi ad una mappa geopolitica diversa. Ma il massiccio del Grappa - prosegue Cunial - ha avuto un importante ruolo anche in occasione della seconda Guerra mondiale e della Guerra fredda per cui è quantomeno doveroso riconoscere a questi siti e a questi luoghi la giusta valenza: luoghi che sono stati teatro di battaglie e di scontri devono diventare siti del monte della pace dei popoli». E proprio ieri il sindaco Cunial assieme ai suoi colleghi di Seren del Grappa e di Solagna sono stati in Regione per porre le basi per un progetto strategico che riguardi il massiccio. La fiaccolata che ogni anno percorre le pendici del massiccio, anch'essa ideata alcuni anni fa dal sindaco di Crespano del Grappa, «è stata fatta apposta - sottolinea Cunial - per far capire alla gente che non viviamo in un posto qualsiasi». Così dopo che l'Unesco ha accolto la proposta di tutelare come patrimonio dell'umanità nove gruppi dolomitici: il Pelmo-Croda da Lago, la Marmolada, le Pale di Sa Martino-San Lucano, le Dolomiti bellunesi, le Dolomiti friulane e d'oltre Piave, le Dolomiti di Brenta, ora anche il massiccio del Grappa potrebbe seguire lo stesso iter. Intanto i Comuni delle 3 province che fanno parte del massiccio del Grappa stanno predisponendo l'accoglienza della fiaccola di fine luglio. «Quest'anno - spiega l'assessore della CMF e del Comune di Quero Alberto Coppe - le fiaccole saranno 4: una seguirà un tragitto lungo la fascia pedemontana trevigiana, una la sinistra Piave, una la zona vicentina e la quarta sarà quella che passerà nell'area della Comunità montana feltrina». L'itinerario previsto sarà il seguente: il 26 luglio da cima Grappa arriverà a Seren per poi proseguire verso Arsié, Fonzaso, Feltre, Vas, Quero e Alano fino a ritornare a cima Grappa il 2 agosto. A cima Grappa le fiaccole verranno accolte alla presenza del ministro Ignazio La Russa, del generale Domenico Innecco, del vescovo di Concordia - Pordenone mons. Ovidio Poletto e della banda di Salisburgo. Fra le numerose rappresentanze civili e militari quest'anno alla cerimonia del 2 agosto presenzierà anche una delegazione di Ocle (L'Aquila) località dove hanno prestato il loro servizio le squadre di protezione civile del bellunese e della pedemontana trevigiana in occasione del terremoto. Fulvio Mondin
Il capogruppo Pdl in Regione propone il capoluogo della conca quale città ideale ad accogliere l’organismo «Fondazione Unesco, ad Agordo la sede» Sernagiotto apprezza la presenza dell’istituto minerario. Pareri favorevoli all’idea Agordo La città di Agordo racchiusa tra le Dolomiti: Agner, Moiazza, Framont, tanto per citare alcuni colossi montuosi conosciuti in tutto il mondo, potrebbe ambire a diventare la sede della Fondazione Unesco per le Dolomiti. L'ipotesi non è stata formulata nelle stanze di palazzo Marconi o nel vicino stabile occupato dalla Comunità Montana Agordina, bensì da un consigliere regionale: il capogruppo di Forza Italia-Pdl Remo Sernagiotto. «Perché Agordo - dice Sernagiotto - ospita il prestigioso Istituto tecnico industriale minerario Follador e l’ex miniera della Val Imperina, in parte recuperata grazie ai fondi della Comunità Europea». Ci sono inoltre due validi motivi, secondo il consigliere regionale, affinché Agordo possa ambire a diventare la sede ideale per la Fondazione Unesco Dolomiti. «Il primo - dice - perché la maggior parte delle Dolomiti si trova in Veneto e in particolare nell’Agordino, secondariamente perché l’Istituto Follador è una delle poche scuole italiane nelle quali si studiano la geologia, la mineralogia e la geotecnica». Il sindaco di Agordo, Renzo Gavaz, plaude all'iniziativa del rappresentante in Regione ricordando che l'amministrazione comunale già aveva lanciato la proposta alla Provincia con il chiaro impegno di interessare anche la Regione. «L'intervento di Sernagiotto - dice il primo cittadino - facilita il nostro compito agevolando l'operazione che avevamo ipotizzato. È una scelta ottimale, anche per altri due motivi: Agordo è il cuore delle Dolomiti, come ribadisce da tempo il marchio che abbiamo registrato. Inoltre siamo gemellati con Dolomieu, la cittadina francese che ha dato i natali a Deodat de Dolomieu, lo scopritore delle Dolomiti. Ottimo il ricorso ad Agordo come città mineraria, ma anche alla Conca porta del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Sarebbe la soluzione ideale dare ad Agordo la sede della Fondazione perché città ricca di storia e tradizioni rispetto a città come Belluno o Cortina, la prima lontana dalle Dolomiti e la seconda piena di romani più che di dolomitici». Hanno espresso pareri positivi alla proposta di Remo Sernagiotto anche Dino Preloran, docente all'Istituto Umberto Follador di Agordo, «perché anche i periti minerari sono un patrimonio del nostro territorio e ancor più la scuola mineraria» e, il presidente del Club Alpino Italiano Antonello Cibien: «Agordo, nel mezzo delle Dolomiti, è sito ideale, molto meglio di tanti altri per i quali in questo periodo non sono mancate le ipotesi. Cortina ha già molto, Agordo potrebbe emergere con le sue peculiarità spesso non conosciute da tutti». «Si tratta quindi - prosegue Sernagiotto - di un sito perfetto per ospitare un soggetto unitario di coordinamento interistituzionale per la gestione delle politiche di conservazione e valorizzazione dei valori del Patrimonio Universale». Agordo attende con fiducia altri pareri in proposito e il sindaco non dimentica di ricordare che tra qualche mese aprirà il nuovo polo scolastico di Agordo. «Liberando - dice - lo storico edificio di via 5 maggio, quell'Istituto Mineario, splendida opera architettonica al centro delle Dolomiti». Mirko Mezzacasa
AltoFriuli 01.07.2009 Autostrada Carnia-Cadore Riccardi: 'Per ora non è priorità' Per l'assessore regionale alla viabilità: ''Il collegamento autostradale tra l'A23 e l'A27 non e' morto e sepolto, ma in questa legislatura regionale abbiamo altre emergenze a cui pensare" Per Riccardo Riccardi "si tratta di un progetto che posticipiamo''. Cosi' ha risposto l'assessore regionale all'ASCA che gli chiedeva se tra gli interventi strategici in programma da parte del governo del Friuli Venezia Giulia l'autostrada che attraversa la Carnia e' da considerarsi ormai un'ipotesi accantonata. Il Veneto, tuttavia, va avanti con il prolungamento dell'A27 fino alle porte del Cadore. Entro fine luglio prossimo la Giunta regionale "varerà nel dettaglio quella che possiamo senz'altro definire come un nuovo Piano delle Infrastrutture viarie Friuli Venezia Giulia", ha confermato Riccardi. Sono complessivamente sedici, ha quindi illustrato, gli "interventi strategici" che riguarderanno l'intera viabilità ordinaria della Regione, tra questi anche interventi di miglioramento dell'accesso ad altri nodi strategici nonché di raccordo alla rete autostradale come quello di Tarvisio.
Corriere delle Alpi 01.07.2009 L’intervento Ptrc, incartato bene ma pessimo di Valter Bonan * Colpisce il silenzio assordante di Enti, partiti, organizzazioni ed istituzioni provinciali sul Piano Territoriale di Coordinamento del Veneto, adottato dalla giunta regionale, sovraordinato rispetto agli altri strumenti di pianificazione territoriale, di cui il 7 luglio scade il termine ultimo per le osservazioni. Un piano pessimo nei suoi strumenti concretamente operativi (cioè le norme tecniche di attuazione), incartato bene in una confezione di buoni documenti di analisi che servono però da pura suggestione per l’esaminatore poco attento. Questo piano nella sostanza è un manifesto ideologico del lasser faire, della concezione del territorio come mera rendita immobiliare; le pur timide tutele ambientali del precedente Ptrc vengono azzerate, il dovuto Codice dei beni culturali e ambientali non viene attivato e rinviato a data da destinarsi, nessun obiettivo ambientale viene prescritto in una Regione che ha un livello esorbitante di consumo di suolo e tassi di inquinamento tra i più elevati d’Europa. Questa è, secondo la Giunta regionale, “la seconda modernità veneta” dove le piazze del terzo millennio divengono i centri commerciali, dove i cittadini sono consumatori, dove è necessario “densificare”gli insediamenti intorno ai caselli autostradali, la rete metropolitana regionale e le aree aeroportuali e “verticalizzarli” nel senso letterale del termine visto che le competenze in questi ambiti vengono espropriate ai Comuni e concentrate nei progetti strategici della giunta Galan. Tutto questo viene previsto perché, come si cita nel piano, “ una nuova ondata di sviluppo può affacciarsi all’orizzonte. Non è quindi possibile pensare a blocchi o limiti generalizzati delle aree produttive, direzionali, terziarie, commerciali e residenziali” e quindi anche i Comuni “dovranno garantire lo sviluppo urbanistico attraverso l’esercizio non conflittuale delle attività agricole”, perché “è necessario sganciarci dalla nostalgia del passato per dare una forma scelta alla contemporaneità”. La megalopoli urbana (forse sarebbe meglio dire con Turri la metastasi urbana) come idea di futuro e di sviluppo e contestualmente la montagna concepita come alterità ambientale e naturale atemporale, da conservare genericamente e valorizzare turisticamente: nessun accenno a diritti di perequazioni territoriali, nessun riconoscimento dell’autogoverno delle specificità, nessuna priorità certa di concreto sostegno alle sfide del vivere ed abitare questi complessi territori. Nelle norme tecniche nei paragrafi dedicati alla emergenze della montagna vi sono invece alcuni preoccupanti rinvii al Piano regionale tutela delle acque che consolida la privatizzazione dei fiumi, al corridoio V per le infrastrutture viarie (collegamento A23 A27?) e il risibile riferimento alla “Mobilità lenta” per il collegamento ferroviario Venezia-Calazo inserito nel capitolo del recupero delle linee storiche dismesse. Di fronte a questo drammatico e desolante Piano, nella latitanza del dibattito politico, ci siamo attivati dal basso, a partire dalle specifiche aree territoriali, con una significativa partecipazione bellunese, per contrastare questi scenari e per proporre un’idea di un Veneto diverso e desiderabile. Più di cento comitati, associazioni, componenti sindacali, con il contributo di esperti di saperi ed esperti di buone pratiche hanno definito decine di osservazioni nel merito e nel metodo del Piano territoriale regionale; singole osservazioni che sono state in questo ultimo mese sottoscritte da più di diecimila cittadini veneti e che verranno collettivamente e formalmente consegnate in Regione in occasione di un incontro fissato il prossimo 3 luglio. Una realtà di rete e relazioni che intende riscrivere statuti e diritti per questi territori,oltre le deleghe e le subalternità, per una democrazia reale nel governo dei beni comuni. * Cantieri Sociali
Lettere UNESCO A PIEVE Ho soprattutto spiegato il signifcato del marchio Caro direttore, leggo con disappunto la sintesi, fatta sul Corriere delle Alpi, del mio lungo intervento sulla candidatura delle Dolomiti a Patrimonio Naturale dell’Umanità. Pare che io abbia solo espresso giudizi negativi sui nostri rappresentanti a Siviglia, sul ministro Zaia e su Messner, quando invece ho puntualizzato, con energia, il vero significato della candidatura, quello che viene dalla Convenzione Unesco che specifica gli scopi e i contenuti del cammino che oggi si è concluso, spiegando agli intervenuti il rischio derivante da una visione solo economica del prestigioso riconoscimento conquistato dal nostro Paese e dalle nostre montagne. A Pieve di Cadore ho infatti sostenuto che il primo annuncio dell’approvazione della candidatura, quello fatto al TG delle 13 di venerdì dal Ministro Zaia, mi ha molto colpito per il riferimento a Magic Italy e alle opportunità che si aprono al comparto dell’enogastronomia, mentre totalmente assenti, nel passaggio in radio di una intervista che immagino più sostanziosa, erano i riferimenti alla tutela che il Paese si impegnava a mantenere, con la dovuta attenzione e con le necessarie risorse, per la conservazione dei valori paesaggistici del territorio Dolomitico. Con lo stesso spirito mi sono riferito alle parole, sentite ancora in radio e in televisione, estratte da interviste, che immagino più ampie, fatte al ministro Prestigiacomo e all’assessore De Bona, entrambe circoscritte all’impulso che Unesco garantirà al nostro turismo. Ho dunque ribadito a quanti mi ascoltavano a palazzo Cos.Mo il mio convincimento che non tanto al potenziamento del turismo si dovrà guardare, quanto piuttosto al rispetto dell’accordo di programma siglato dai presidenti delle cinque Province, e certificato dal ministero, per il quale si deve privilegiare la qualità sulla quantità dell’offerta turistica, così come richiesto con chiarezza, da Unesco-iucn. Questa prima parte del mio intervento ha richiesto, forse, due minuti del tempo concessomi. Il resto, durato quasi 45 minuti, è stato invece dedicato ad illustrare il percorso lungo e faticoso della candidatura e, tra le righe, anche i motivi di un mio rammarico, quello dovuto al fatto che le Dolomiti sono diventate oggi Patrimonio dell’Umanità solo in relazione alla loro eccezionale struttura geologica e geomorfologica e alla qualità estetica delle loro pareti, quando inizialmente la candidatura puntava anche sugli assetti naturalistici legati agli ecosistemi che dipingono i paesaggi di queste splendide montagne. Ciò avrebbe significato riconoscere anche la qualità della secolare attività colturale e culturale delle genti del Bellunese e delle altre Province, mettendone in evidenza la capacità di usare le risorse rispettandone la conservazione. Ma, come ha sostenuto Iucn-Unesco, duecento norme (nazionali e locali) e venti piani destinati alla tutela sono troppi per poterne sostenere (e credere) l’effettiva efficacia. Così ci si è dovuti accontentare (ed è già molto, intendiamoci) di un riconoscimento delle Dolomiti inanimate, e dunque ben poco vulnerabili. Spero, caro direttore, che voglia in qualche modo recepire queste mie parole
che rendono ragione sia del grande e meritevole lavoro compiuto da tanti tecnici
e da tanti studiosi che si sono prestati a condurre in porto il complesso iter
della candidatura, sia anche del sostegno, pur se manifestato con diverse forme
di entusiasmo, venuto dal mondo politico ed amministrativo, quello che ora è
chiamato al rispetto degli impegni liberamente assunti verso Unesco e l’Umanità
che Unesco rappresenta. Franco
Viola Università di Padova UNESCO Un riconoscimento che ci inorgoglisce Abbiamo con immenso piacere appreso della scelta dell’Unesco a riguardo delle “nostre” Dolomiti, proclamate “patrimonio dell’umanità”. Una grandissima soddisfazione per tutta l’Italia e anche per i veneti, i bellunesi residenti e tanto più per i cittadini dolomitici residenti all’estero. Essi anelano al riconoscimento del loro patrimonio su tutti i campi, oltre che naturalistici, anche sul piano morale, economico, sociale e culturale. La sua presenza, dott. Petrillo, al convegno-incontro della Confederazione della associazioni venete in Svizzera con la Regione Veneto dello scorso marzo a Zurigo, ci ha offerto lo spunto per un’esame più approfondito sul modo di essere e di agire verso quanto ci unisce e ci accomuna alle nostre terre d’ origine. Il suo diretto impegno in seno agli organi preposti alle scelte dell’Unesco ci hanno lusingato ed ora possiamo anche congratularci per il risultato ottenuto. Certamente è questo frutto di un lavoro di gruppo. Il nostro “grazie” vuole essere così un tramite verso tutti quelli che hanno contribuito a tale e indimenticabile successo e la preghiamo di farsi interprete a nostro nome. Gli italiani, i veneti, i “dolomitici” che vivono in Svizzera, La ringraziano e La salutano. Luciano Lodi Presidente Confederazione Veneti della Svizzera
Il Gazzettino 01.07.2009 Corona: «La sede Unesco a Erto, montagna povera ma pulita» E se invece dei "soliti noti" questa volta qualcuno avesse il coraggio di scegliere la montagna povera? Dove povera, intendiamoci, non significa senza soldi per mangiare ma lontana dai sentieri del turismo di massa, lontana dai quintali di supermacchine che scorrazzano tra i locali alla moda, lontana dal gossip che alimenta i luoghi mitici ma ingolfati dell’estate, insomma lontana dalle Dolomiti ricche e famose. I Monti Pallidi dopo la proclamazione di patrimonio dell’umanità sono alla ricerca del luogo che dovrà ospitare la sede della Fondazione. Già in Spagna è uscita la proposta di Cortina che però si è scontrata subito con l’opposizione di Bolzano; la prima ha trovato il sostegno della Regione, la seconda quello della Provincia autonoma. E il braccio di ferro pare ben lontano dall’essere concluso, mentre Pordenone e Udine, le altre due province comprese nella dichiarazione Unesco, per il momento tacciono. Non tace, invece, Mauro Corona, il quale si inserisce con forza nella querelle spaccando il fronte. Perchè l’alpinista-scultore-scrittore propone la sua Erto. E "in subordine", come direbbe il giudice, altri tre piccoli centri della Valcellina: Claut, Cimolais e Andreis. Dopo la dichiarazione dell’Unesco è iniziato il braccio di ferro per
la sede della Fondazione. «Era chiaro che dalla proclamazione delle Dolomiti patrimonio dell’umanità sarebbe scaturito un ritorno d’immagine e di prestigio per il turismo. E qui nasce il campanilismo che ci fa apparire come gente che non vede oltre la punta del proprio naso, mentre davanti a questo bene comune bisognerebbe lasciare da parte le risse». E allora qual è la soluzione? «Ci possono essere altre soluzioni. Mi chiedo, perchè solo Cortina o Bolzano? Uno potrebbe rispondere che tra Veneto e Bolzano c’è la porzione maggiore di Dolomiti protette dall’Unesco. È vero ma aggiungo che c’è anche la porzione maggiore di impianti, di prezzi alle stelle, di turismo, di vip». Cosa proponi? «Ecco cosa propongo: perchè, al di là degli interessi, non scegliamo una sede cenerentola ma vera dove le montagne sono ancora pulite, dove non ci sono impianti, non ci sono funivie nè seggiovie: Erto. È il luogo dove c’è il Vajont, patrimonio dell’umanità, di quella parte di umanità che ha tirato giù una parte di queste Dolomiti protette dall’Unesco». La sede della Fondazione Unesco vicino alla diga? «Sì, a Erto. La sede dell’Unesco deve essere a Erto. Avrebbe anche una faccia più seria, perchè qui non abbiamo mai avuto nulla se non bastonate: non c’è turismo, non ci sono impianti, non ci sono servizi, la nostra una montagna di serie B». In paese come prenderebbero la tua idea? «Sarebbe quasi un premio per questa gente maltrattata e offesa, come diceva padre Turoldo. E se non Erto, andrebbero benissimo Cimolais o Claut, oppure Andreis, il paese del poeta Federico Tavan. Perchè non dare un po’ di vita a queste zone? Per questo mi batterò per la sede della Fondazione tra queste Dolomiti, a Erto, Cimolais, a Claut o Andreis». Come porterai avanti la tua proposta? «Parlerò con il presidente della Regione. Cortina e Bolzano si metteranno a ridere ma hanno già tanto, Erto o la Valcellina invece sarebbe una scelta pulita. Perchè questa è una montagna ancora credibile». Franco Soave
«La Fondazione deve essere itinerante» Roma Sulla querelle legata alla sede della Fondazione dell’Unesco, ieri è intervenuta anche Manuela Di Centa, campionessa olimpica di sci nordico e ora parlamentare del Pdl, che ha avanzato la proposta di una sede non fissa. «Il metodo di lavoro che ha portato alla proclamazione delle Dolomiti patrimonio dell’Umanità - ha osservato Di Centa, nel corso dei lavori alla Camera dei deputati - dovrà trovare applicazione anche nella futura sede della Fondazione, che auspico potrà essere itinerante tra le province dolomitiche che dopo quattro anni di intenso e dettagliato lavoro comune hanno ottenuto questo importante riconoscimento dall’Unesco». «Le Dolomiti – ha aggiunto Di Centa – sono il cuore della nostra storia, dei nostri valori e un tesoro prezioso che non può essere diviso o assegnato. La sede, quindi, ritengo debba essere itinerante in modo da dare a ogni provincia, nel proprio periodo di gestione, la possibilità di esaltare quelli che sono i valori che questi giganti di pietra ci hanno trasmesso nel rispetto della storia». Nello statuto dell’Unesco, invece, si afferma che deve essere itinerante la presidenza della fondazione.
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