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NOVEMBRE

Messaggero Veneto  30.11.2009          vai alla lettera di Mario Comis  (Messaggero Veneto del 24.11.2009)

Lettere

Carnia, progetti e interventi per fare la pista ciclabile /1

La lettera del signor Mario Comis di Enemonzo, pubblicata in data 24 novembre scorso su questo giornale, rilancia la proposta di una pista ciclabile lungo la valle del Tagliamento. A proposito di tale iniziativa, mi sembra utile richiamare uno studio preliminare di prefattibilità intitolato “Per un collegamento ciclabile con l’alta valle del Tagliamento”, da me presentato negli anni 2002-2003 alla Comunità montana della Carnia e ai sindaci della valle. In questo studio ricordavo che dal programma di piste ciclabili, avviato a quel tempo da parte della Comunità montana, rimaneva esclusa l’alta valle del Tagliamento, che con i due Forni Savorgnani costituisce un compendio turistico di grande importanza. «Questa esclusione – aggiungevo – si può spiegare innanzi tutto con fattori di ordine orografico e tecnico. Infatti, la viabilità storica che congiunge la parte mediana con la parte alta della valle passa per il centro di Ampezzo e, per raggiungere di nuovo la valle, deve superare la sella di Cima Corso, e le aspre e infide pendici del cosiddetto Passo della Morte. Dal punto di vista altimetrico, la viabilità ordinaria (strada statale 52) passa dai circa 400 metri sul livello del mare di Socchieve ai 550 di Ampezzo, agli 848 di Cima Corso, per poi ridiscendere ai 760 circa di Forni di Sotto». Queste caratteristiche altimetriche, unitamente al tracciato molto curvilineo della viabilità veicolare e alle altre difficoltà dei terreni, rendono di fatto improponibile l’idea di un tracciato ciclabile adiacente a quello veicolare. Per tale motivo, avevo studiato un tracciato che seguisse costantemente il corso del Tagliamento, salendo quindi dai 143 metri slm di Pioverno ai 350 di Villa Santina, ai 400 di Socchieve, ai 510 di Caprizzi, ai 650 di Forni di Sotto, per una lunghezza totale di circa 60 chilometri, con una pendenza media intorno all’1,5%. Tale tracciato attraversava alcune zone caratterizzate da un notevole dissesto idrogeologico, il che rendeva necessaria una preliminare verifica sommaria sotto tale aspetto. L’allora commissario alla Comunità montana, Novello, aveva dimostrato molto interesse all’ipotesi, disponendo quindi per una prosecuzione dello studio. Per la scadenza del periodo commissariale, o per altre cause che qui non è il caso di prendere in considerazione, la Comunità montana non ha più dato corso alle verifiche previste, e lo studio da me presentato giace dimenticato in qualche scaffale degli uffici. Credo che l’attuale commissario Drabeni, noto e stimato ex funzionario regionale, farebbe cosa utile ripescando il mio studio, e valutando l’opportunità di riprendere l’iter di approfondimento della verifica di fattibilità, a suo tempo disposto e mai, che io sappia, iniziato.  Roberto Gentilli Udine

 

Carnia, progetti e interventi per fare la pista ciclabile /2

Il signor Mario Comis, di Enemonzo, lamenta su queste pagine un ritardo nel territorio della Carnia, rispetto ad altre aree del Veneto e del Trentino Alto Adige, nella realizzazione di piste ciclabili. Mi sembra di poter rispondere, in qualità di già presidente della Comunità montana, che l’ente sovraccomunale da me presieduto fino a pochi mesi fa aveva da tempo rilevato l’importanza delle piste ciclabili per il territorio, per il turismo e più in generale per gli appassionati della bicicletta, e avviato di conseguenza un progetto per la realizzazione di una serie di reti che interessano tutte le vallate della Carnia. Tale progetto è attualmente in fase di attuazione. Il tratto da Venzone a Cavazzo, in particolare, è già completato, mentre sono in fase di avanzata realizzazione i lavori relativi ai tratti da Cavazzo a Tolmezzo, da Tolmezzo a Villa Santina, da Villa Santina a Ovaro, da Tolmezzo ad Arta Terme e da Arta Terme a Treppo Carnico. Con la realizzazione della pista ciclabile si sta peraltro provvedendo anche – in accordo con la Regione Friuli Venezia Giulia – alla posa dei cavi di fibre ottiche per la banda larga. Sono infine in programma interventi, già inseriti nel Piano di azione locale, per completare la rete in fase di realizzazione e per nuovi tratti di pista ciclabile, tra i quali quello tra Villa Santina e Socchieve. Quanto alla posa dei cavi di fibre ottiche, nella Val Tagliamento i lavori sul tratto fra Villa Santina e Forni di Sopra sono già completati. Ritengo di poter dunque affermare, alla luce di questi interventi effettuati e previsti, che anche in questo caso la Comunità montana della Carnia ha svolto un ruolo importante di programmazione e di sviluppo, che nulla ha da invidiare a quanto fatto nelle regioni contermini.  Lino Not già presidente della Comunità montana della Carnia Ovaro

 

 

Il Gazzettino-Bl  29.11.2009

Lettere

AUTOSTRADA

Ma chi dirà di sì alla nuova A27?

Vengo a sapere che i fautori della A27 hanno cambiato idea (finalmente), non più verso il Mauria e il Friuli, ma molto semplicemente fino a Macchietto. Domanda: perché fino a Macchietto? Sperano di andare a nord? Beh tre sono le direttrici: Valboite/Cortina (e voglio vederli gli Ampezzani) Auronzo sotto le Tre Cime (idem degli ampezzani), oppure il Cavallino. Esclusa Cortina e Auronzo non resta che il Cavallino. Ma il Cavallino sbocca nella Pusteria austriaca e lì non c'è traccia di autostrada e sono pronto a scommettere che i nostri vicini diranno sì alla statale ma un bel no all’autostrada. Sappiamo che i fautori della prosecuzione della A27 andranno da Durnwalder, ma pensate che dopo aver realizzato, in gran parte le circonvallazioni in Pusteria, si mettano a fare una autostrada?

Se gli sbocchi a nord non ci sono, perché non fare subito, la circonvallazione di Longarone e finirla di massacrare il Piave?  Gianni Milani

 

 

Il Gazzettino  27.11.2009

ALEMAGNA Bene la nomina di Muraro, ma «la priorità sono i 22 chilometri fino a Tai»

A27, Bond e Prade frenano sullo sbocco a nord

«Intanto arriviamo fino a Tai, poi vedremo».

Commento fotocopia per il sindaco di Belluno Antonio Prade, vicepresidente della società di Alemagna che da ieri l’altro è guidata da Leonardo Muraro, e il consigliere regionale Dario Bond, all’indomani delle dichiarazioni d’esordio del nuovo presidente che ha subito rilanciato lo sfondamento a nord attraverso l’Alto Adige e l’Austria. Un vecchio sogno che si è sempre infranto sul no del Tirolo, tanto da aver fatto ripiegare su un possibile prolungamento verso la Carnia per allacciarsi alla A23 di Tarvisio.

«È bene ricordarci che la Conferenza delle Alpi - spiega Bond -, di cui fa parte anche l’Austria, ha sempre detto no al progetto della famosa Venezia-Monaco. Credo che in questo momento le forzature - spiega ancora Bond riferendosi alla battagliera presa di posizione di Muraro che dice di voler incontrare al più presto il governatore altoatesino Luis Durnwalder - possano trasformarsi in un ostacolo anche per l’unico progetto al momento fattibile, che è quello di un prolungamento fino a Tai della A27. Su questo punto la Regione sta lavorando, e potrebbe esserci anche l’impegno di anticipare circa il 15-20 per cento della spesa necessaria per realizzare l’opera in project financing. Soldi che saranno restituiti nell’arco di trent’anni».

Sulla stessa linea Prade: «Andiamo fino a Tai, poi discuteremo se andare dritti o a destra».

Il nocciolo è uno: fare quei 22 chilometri costerà una cifra spaventosa, 45 milioni di euro a chilometro, e, peggio, il rientro sarà lentissimo, costringendo a tenere tariffe di pedaggio molto alte.

«Questo processo di prolungamento - conclude Bond - è iniziato con molta fatica, dopo decenni di discussione. Non possiamo permetterci di perderlo di vista o di abbassare la guardia. E su questo faccio appello anche a Galan e Chisso». (L.M.)

 

 

Corriere del Veneto  26.11.2009

Tutti d'accordo: «L'A27 fino in Austria»

Muraro presidente della società: la completeremo. Unindustria, ok al tracciato bellunese. L'A28 slitta a gennaio

TREVISO - La A27 punti al cuore dell'Europa tagliando dritto verso Nord senza far giri larghi per il Friuli ed entrare in Austria a Tolmezzo. È l'obiettivo prioritario di «Alemagna Spa», società che dal 1960 riunisce soggetti prevalentemente pubblici di quasi tutte le province venete e che riacquista nuovo slancio dolo l'elezione al vertice di Leonardo Muraro, presidente della Provincia di Treviso.

Il progetto, che vuole realizzare un'autostrada verso la frontiera praticamente tutta veneta, si contrappone a quello avanzato nel 2o05 dalle associazioni fra gli industriali di Treviso, Belluno, Pordenone e Udine, che avevano disegnato un link con la A23 attraverso il Passo della Mauria, ma non si tratta di una sfida. Anzi.

«Siamo sempre stati favorevoli ad uno sbocco a Nord - afferma il direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, Stefano Perale - ed avevamo ripiegato sull'ipotesi friulana soprattutto per le resistenze altoatesine all'attraversamento di Dobbiaco. Se questo problema viene superato, visto che la Cciaa di Bolzano è anche socia della Spa, niente di meglio». Prova ne sia che l'associazione industriale ha anche acquistato nei giorni scorsi il 2,65% detenuto dalla Provincia di Padova. La decisione maturata poi nelle ultime ore dalla Provincia di Venezia di non dismettere interamente

il proprio 10,74% come voleva il precedente presidente, Davide Zoggia, ma di conservarne la terza parte, di fatto ricostituisce l'asse Venezia-Treviso-Belluno attorno alla A27 che si allunga fino al confine.

«Nel massimo rispetto dell'ambiente - rassicura Muraro - e il più possibile in tunnel. Teniamo presente che Tolmezzo e il Brennero sono ormai intasati e che i numeri dei flussi turistici dall'estero verso il Veneto, assieme al traffico delle 19 mila aziende bellunesi rendono più che opportuna la realizzazione di quest'opera».

L'estensione della A27 fino a Tai di Cadore è benedetta anche da Unindustria Treviso, che dimostra interesse per la prosecuzione a Nord a prescindere dal tracciato successivo. «Questo - rileva Flavio Sgambaro, vicepresidente dell'associazione con delega alle infrastrutture - consentirebbe di ottimizzare l'architettura del sistema viario a scorrimento veloce in Veneto dopo la realizzazione del Passante di Mestre, il prossimo completamento della A28 sino a Conegliano e, soprattutto, con l'avvio del cantiere per la Pedemontana Veneta, con evidenti vantaggi per tutto il Nord Est».

Per quanto riguarda la A28, intanto, sia pure con qualche ritardo attribuito al maltempo, la conclusione pare essere ormai prossima. Ne ha parlato ieri, durante un sopralluogo a Pianzano, punto di raccordo con la A27, il presidente di Autovie Venete, Giorgio Santuz. «Non credo sia un dramma aprire al traffico nei primi mesi del 2010 anziché nel dicembre 2009 come avevamo sperato di poter fare per un'opera della cui realizzazione si parla da vent'anni e il cui iter è stato caratterizzato da continui stop and go. I lavori termineranno prima dell'avvio delle opere per la terza corsia, quando mancherà poco anche alla conclusione della Provinciale 41 di Pianzano. Successivamente, potremo riaprire pure lo svincolo di Godega di Sant'Urbano».  Gianni Favero

 

 

Il Gazzettino-Bl  26.11.2009

L’AUTOSTRADA Muraro presidente della vecchia società di Alemagna

IL PROGETTO «Accordo con l’Alto Adige per creare un varco nelle Dolomiti»

«Serve uno sbocco a nord»

TRAFORARE LE DOLOMITI

«Rilanciamo il progetto di uno sfondamento a nord per il Veneto, unica regione dell’arco alpino ad esserne sprovvista». Leonardo Muraro, neo eletto presidente dell’anemica Società di Alemagna nata per sostenere la Venezia-Monaco, mette in moto la fresa non solo per perforare le Dolomiti-Unesco, ma anche il nein dell’Alto Adige, più duro della dolomia.

NO ALLA A27-A23

Muraro dice no al progetto di un ripiegamento verso la Carnia, anche alla luce della possibile bretella della A28 Cimpello-Sequals-Gemona che renderebbe un doppione il collegamento bellunese.

 

AUTOSTRADA Il nuovo presidente della società rilancia lo sfondamento a nord

«Andremo da Durnwalder»

Muraro scarta un ripiegamento verso la Carnia e punta all’Alto Adige

«Dico no ad un ripiegamento della A27 verso il Centro Cadore e la Carnia, diventerebbe un doppione della prevista bretella Cimpello-Sequals-Gemona, finendo con l’intasare il valico di Tarvisio. Il Veneto, e ancor di più Belluno, ha bisogno di un suo sfondamento a nord». Leonardo Muraro, presidente della Provincia di Treviso, eletto ieri alla presidenza della Società di Alemagna (312 mila euro di capitale sociale), ha le idee chiare sul da farsi e l’entusiasmo di chi inizia. Dati economici alla mano, annuncia l’impegno per un «ammodernamento coraggioso delle nostre infrastrutture», lavorando sull’asse strategico Belluno-Treviso-Venezia. I bellunesi ci avevano provato prima di lui, ma tutti i progetti si sono fermati davanti al granitico no dell’Alto Adige. «Al più presto incontreremo Luis Durnwalder - annuncia Muraro - per riprendere il dialogo. Lui vuole i pedaggi sui valichi? E noi andiamo oltre». E oltre, per Muraro, vuol dire sfondare, traforare le viscere delle Dolomiti da poco entrate nel santuario Unesco. «C’è un tunnel sotto la Manica - dice -, possibile che noi non possiamo fare altrettanto?».

Insomma, potrebbe rispuntare il vecchio traforo del Cavallino che, negli anni Novanta, fece spendere fiumi di inchiostro e di parole.

L’elezione di Muraro è stata accolta positivamente dal presidente della Camera di Commercio, Paolo Doglioni che, a differenza di Muraro, non cestinerebbe però l’ipotesi Tarvisio quale "piano b". Stessa linea possibilista anche per l’assessore provinciale Ivano Faoro. Doglioni auspica solo che, in questa concertazione a favore «dell’internazionalizzazione della provincia, e del Veneto», non ci sia chi «stecca».

Valentino Vascellari, presidente di Confindustria Belluno-Dolomiti, da poco socia dell'Alemagna dopo l’acquisto delle quote cedute dal Comune di Belluno, ritiene di buon auspicio il rinnovato impegno della società per uno sbocco transfrontaliero di cui la provincia di Belluno ha estremo bisogno. Dà ragione al neo presidente nel dire che, alla luce della bretella Cimpello-Gemona, l’aggancio a Tarvisio della A27 sarebbe solo un doppione. «La filosofia di Muraro, peraltro condivisa - dice Vascellari -, è quella di batterci affinché il Veneto abbia un suo sbocco transfrontaliero. La nostra regione non è certo tra quelle più trascurabili economicamente. Anzi». La battaglia riparte. Come 40 anni fa.

 

MAINARDI

«Qui si rischia di fare la fine dell’asino di Buridano»

«Qui si rischia di fare la fine dell’asilo di Buridano». Bortolo Mainardi, membro del Cda dell’Anas, commenta così le indecisioni nel perseguire il collegamento con la A23 (l’intesa risaliva infatti al 2003), unico progetto ritenuto possibile. «La Venezia-Monaco - dice Mainardi - è morta. Continua a vivere solo la società».

Mainardi allora rilancia: «Subito un comitato trasversale di tutte le forze territoriali, per inserire il prolungamento della A27 fino a Tai nel quadro dei Mondiali di sci 2013. È l’ultima chance per Belluno».

 

 

Corriere delle Alpi  26.11.2009

«Vogliamo andare a nord non in Friuli»

Cambia il presidente della società Alemagna, al vertice c’è Muraro

BELLUNO. Cambio di vertice nel Cda della Società Alemagna: il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro è stato eletto, presidente. Subentra a Marzio Favero. Primo obiettivo: il prolungamento dell’A27 verso nord fino al confine austriaco.  «Vogliamo andare incontro agli interessi non solo di quell’area geografica ricca di imprese, ma in generale della Regione. Mai quanto in questi mesi si parla tanto del Veneto del futuro, si pensa alle Olimpiadi, al collegamento con l’Expo 2015. Ma se vogliamo guadagnarcelo concretamente questo ‘futuro’ dobbiamo pensare innanzitutto ad un ammodernamento coraggioso della rete infrastrutturale regionale. E’ dimostrato che gli investimenti in infrastrutture fatti al nord contribuiscono all’aumento del Pil pro capite molto di più degli stessi al sud», ha spiegato il neo presidente Leonardo Muraro.  Nel suo intervento il consigliere Paolo Doglioni, presidente della Camera di Commercio, ha voluto sottolineare il valore del territorio bellunese, «che è il nostro capitale più grande».  Doglioni ha anche chiesto che il vice presidente della società rimanga il sindaco di Belluno Antonio Prade.  «I potenziali fruitori del prolungamento della strada - ha spiegato ancora Muraro - sono oltre un milione e quella turistica è una delle prime industrie del Veneto. A suo tempo ho combattuto per mantenere in vita questa società, i cui membri non percepiscono alcun compenso, ora mi batterò per far sì che l’A27 abbia la sua prosecuzione direttamente a nord, senza passare per il Friuli».

 

 

Il Gazzettino  26.11.2009

Eletto presidente

Muraro rilancia l’autostrada dell’"Alemagna"

TREVISO - Il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, è stato eletto dal consiglio di amministrazione di «Alemagna Spa» nuovo presidente al posto di Marzio Favero. Ha rilanciato quale primo obiettivo la prosecuzione dell'autostrada A27 verso Nord fino all'Austria, ma senza passare per il Friuli Venezia Giulia. «Se vogliamo guadagnarci il Veneto del futuro, dobbiamo pensare a un ammodernamento coraggioso della rete infrastrutturale regionale. È dimostrato che gli investimenti in infrastrutture al nord contribuiscono all'aumento del Pil pro capite molto di più degli stessi al sud».

La società è oggi partecipata al 29 per cento da soci trevigiani (tra cui Comune e Provincia), per il 38,9 per cento da veneziani (Comune e Provincia), per il 14 per cento da soci bellunesi. In essa vi sono quote di soci di varie altre province venete, oltre che del Friuli e dell'Alto Adige.

 

 

Il Sole 24 Ore Nord Est  25.11.2009          Comunicato stampa Pas Dolomiti inviato al direttore de Il Sole 24 Ore Nord-Est  (pdf)

La strada per l'estero che manca a Belluno

Belluno vuole andare all'estero

La richiesta delle imprese: «Un collegamento con l'A23 è logico e dovuto»

I bellunesi lo aspettano da vent'anni. Ora il prolungamento dell'autostrada A27, sul cui progetto la giunta regionale veneta ha già espresso il 6 ottobre una dichiarazione di pubblico interesse, deve concretizzarsi, perchè rappresenta una grande opportunità per le imprese del territorio e dell'intera regione. E perchè la prospettiva di un ulteriore collegamento diretto verso l'Austria e l'Europa continentale è di primaria importanza per l'intero settore manifatturiero e del turismo.

Questo è l'auspicio espresso da Confindustria Belluno Dolomiti. Che spinge perchè al primo lotto di 20,7 chilometri, che prolungherà il tratto autostradale da Pian di Vedoia fino a Macchietto con un intervento di project financing per un investimento da parte dei privati di 1,2 miliardi di euro,si aggiunga in futuro l'impegno delle istituzioni a proseguire ancora verso nord.

Una presa di posizione forte, da parte degli industriali, espressa anche attraverso il recente ingresso dell'associazione, con una quota del 2,6%, direttamente nella Società per l'Autostrada di Alemagna SpA

«Si tratta del primo tratto. Molto bene, è un passo in avanti» dice il presidente degli industriali bellunesi Valentino Vascellari. «Ogni regione dell'arco alpino, dalla Liguria al Friuli, è dotata di uno sbocco all'estero, che sia ferroviario o autostradale. La regione Veneto, con il suo importante tessuto imprenditoriale, non ha nè l'uno né l'altro. Si tratta di un collegamento logico e dovuto». La Società per l'Autostrada di Alemagna fu fondata nel 1960 proprio allo scopo di promuovere la realizzazione di un'infrastruttura che collegasse direttamente Venezia con! Monaco di Baviera. Fanno parte della compagine societaria più di cento soggetti fra amministrazioni pubbliche e associazioni di categoria. Ma se il collegamento diretto verso Monaco, attraverso la realizzazione di un nuovo valico intermedio a quelli già esistenti, rimane un obiettivo forse difficilmente realizzabile anche per le resistenze dell'Austria e di Bolzano, la prospettiva che pare prendere quota e riscuotere i maggiori consensi è quella del congiungimento con la A23 che da Udine, via Tarvisio, prosegue verso Vienna.

Il collegamento A27-A23 misurerebbe circa 80 Km, con una realizzazione a basso impatto ambientale perché da realizzarsi quasi interamente in galleria. «II collegamento può essere percorribile e darebbe una scossa alla Carnia, sarebbe uno stimolo per la sua arretratezza» spiega Vascellari. Ma porterebbe benefici a tutta l'economia del bellunese e in particolare del Cadore. La provincia è la settimana in Italia per esportazioni pro capite, e una delle 15 più industrializzate del Paese con le sue 19.418 aziende attive. L'attività manifatturiera è la più diffusa, in particolare l'occhialeria (circa 500 imprese e 12.000 addetti con Luxottica ad Agordo, Safilo, Marcolin e De Rigo Vision a Longarone) e il metalmeccanico. Un exportmanifatturiero di 12.480 curo procapite che pone il bellunese al 7° posto in Italia (dati del 2007 della Fondazione Edison). Il turismo è invece un settore dalle grandi risorse ancora non ben sfruttate. Pochi alberghi (2.168 tra hotel e ristoranti), con poca capienza e soprattutto a tre stelle; una struttura ricettiva non ben sviluppata e un'offerta turistica che deve adeguarsi a richieste sempre più vivaci che vengono dalla clientela. Un'arteria viaria al servizio del flusso turistico proveniente dal Nord Europa porterebbe risvolti positivi per tutti. I Lo sbocco verso il confine però non è auspicato solo a Belluno. La Provincia di Treviso, che esprimeva fino a poco tempo fa il presidente del cda dell'autostrada, si dice soddisfatta dei recenti sviluppi ma vede più favorevolmente una prosecuzione direttamente verso nord, senza passare per il Friuli. «Sarebbe una terza strada, con la A28 e la Pedemontana, tra le Dolomiti e il mare. Non credo che risolverebbe il problema. Credo più in un valico intermedio tra Brennero e Tarvisio» afferma il presidente della Provincia Leonardo Muraro.

«Belluno è una delle province con meno infrastrutture e questo è una sofferenza per le imprese. Dobbiamo evitare lo spopolamento e la fuga delle aziende». Gli fa eco il vicepresidente di Unindustria Treviso Flavio Sgambaro: «Il raccordo verso nord consentirebbe di ottimizzare l'architettura del sistema viario a scorrimento veloce in Veneto dopo la realizzazione del Passante di Mestre, il completamento della A28 sino a Conegliano e, soprattutto, con l'avvio del cantiere per la Pedemontana Veneta». E l'assessore veneto alla mobilità Renato Chisso conferma che il prolungamento della A27 è una delle opere che il Veneto considera prioritarie: «Le aspettative degli imprenditori sono condivisibili. Per la parte che riguarda il Veneto andremo avanti, per le altre regioni non spetta a noi decidere ma cercheremo un'intesa». Ora si attendono i prossimi passi: il confronto con i comuni interessati dall'opera e la valutazione d'impatto ambientale. Ma la strada sembra già tracciata.  Andrea Fasulo.

 

Valentino Vascellari. Presidente Confindustria Belluno Dolomiti

Necessità. Ogni regione dell’arco alpino, dalla Liguria al Friuli, è dotata di uno sbocco all’estero, che sia ferroviario o autostradale. La regione Veneto con il suo importante tessuto imprenditoriale non ha nè l’uno né l’altro.

 

Leonardo Muraro. Presidente provincia Treviso

Altra opzione. Vedo più favorevolmente una prosecuzione direttamente verso nord, senza passare per il Friuli, che sarebbe una terza strada non risolutiva del problema. Vedo di più un valico intermedio tra Brennero e Tarvisio.

 

In cifre

 

19.418 - Le aziende. Attive sul territorio bellunese, in particolare occhialeria e metalmeccanico

195 milioni - Verso la Germania. Il valore dell’export bellunese nel 2007. L’import si attestava a 114.3 milioni di euro

43 milioni - Verso l’Austria. Il valore dell’export del territorio nel paese confinante. L’import era di 32 milioni di euro.

29mila - Il Pil. Il Prodotto interno lordo pro capite (in euro) nel 2008

4.4% - La disoccupazione. Il valore medio nel 2008 secondo le rilevazioni di Veneto Lavoro

20.7 Km - Il lotto. La lunghezza del lotto recentemente approvato che va da Pian di Vedoia a Macchietto

1.2 miliardi - Dai privati. L’impegno di società private per la realizzazione del prolungamento del tratto autostradale in project financing

2.6% - La quota societaria. La quota con cui Confindustria Belluno Dolomiti è entrata nella società per l’Autostrada di Alemagna Spa, con l’intento di spingere per il prolungamento della A27.

 

 

Messaggero Veneto  24.11.2009          rispondono Roberto Gentilli e Lino Not  (Messaggero Veneto del 30.11.2009)

Lettere

PISTA CICLABILE

Un’idea per la Carnia

Ho letto come Matteo Toscani, assessore al turismo della Provincia di Belluno, durante la presentazione del “Progetto Biketourism” abbia affermato la scorsa settimana che il Tirolo è avanti di 20 anni rispetto alla sua provincia; ora però, «grazie ai fondi europei del programma interregionale Italia-Austria, arriveranno nei prossimi due anni a Belluno 296.000 euro per promuovere il cicloturismo, ai quali si sommeranno 133.000 euro del consorzio Dolomiti». Questi soldi serviranno per promuovere la comunicazione e i servizi collegati con le piste ciclabili del Bellunese in un anello più ampio, da Linz ad Asiago. Oltre al Consorzio Dolomiti e alla Provincia di Belluno, partecipano al progetto enti diversi, per un programma di spesa di oltre un milione. Tutto questo si traduce in una palese volontà di incrementare gli attuali passaggi, che da Calalzo a Dobbiaco sono 15.000 (mentre da Dobbiaco a Lienz sono oltre 100.000), senza lasciarsi scoraggiare da difficili attraversamenti di statali trafficate e tratti che arrivano fino a 1.800 m. Qualcuno nel Bellunese ha evidentemente colto l’importanza, anche economica, di investire in questa forma di turismo. A risibile distanza esiste in Carnia una valle che era regolarmente attraversata dai vescovi che da Zuglio, in un periodo che va dal 390 al 700 d.C., si recavano nei loro domini cadorini, anche diretti verso Brunico, su una strada detta “corso patriarcale”, di cui esistono ancora evidenti parti di lastricato. Calzari più volgari calcarono lo stesso percorso mille anni più tardi, emigranti verso il Nord e l’Est d’Europa, per tessere, scalpellare e costruire. La Val Tagliamento, oltre a vantare questa e altra storia ancora, offre: un letto al «re dei fiumi alpini», pur se tristemente in secca, non certo a causa propria; ospita un Parco intercomunale delle colline carniche; un sito geologico e un museo dedicato; un sentiero naturalistico sede di studi universitari; un Parco delle Dolomiti friulane; una porzione di territorio riconosciuta quale “Patrimonio dell’umanità” e, guarda caso, confina con il territorio che intende lanciarsi in questi grandi investimenti destinati a piste ciclabili. Dal Mauria quindi, a una ventina di km di distanza, già esiste una pista ciclabile che sarà in futuro ancor meglio organizzata per raggiungere Lienz.

Senza voler suscitare i tabù di un’antipatica querelle, allo scopo di non rimanere 20 anni indietro rispetto ai bellunesi che riconoscono d’avere 20 anni di ritardo rispetto ai tirolesi, mi chiedo, alla luce degli ambiziosi progetti di portare ciclisti pure su strade impervie e difficili, cosa abbia motivato i passati amministratori della Comunità montana a progettare piste ciclabili escludendo proprio questa valle, anche in considerazione dell’esistente organizzazione che si spiega lungo il percorso, capace di garantire non soltanto storia e bellezze naturali, ma anche attività, ristoro e albergo in tutti i paesi. Altresì mi domando se sia corretto che i carnici, nell’evidenza di atavici rigurgiti solidal-cooperativisti, continuino a risultare sempre gli ultimi a vantare un diritto mentre di converso, nello specifico in altro canale, quando in Regione evidentemente si chiedono «a chi la pista ciclabile, a chi lo skatepark, a chi le Universiadi, a chi il fondo del fondo del secchio degli investimenti, a chi la zona defiscalizzata?», pare immancabilmente vi sia qualcuno che, sollevando il braccio, si senta responsabilizzato a rispondere “a noi” senza pudore. Sono convinto che questo atteggiamento sia frustrante nei confronti delle intenzioni del carnico che formulò l’ultimo comma dell’articolo 44 della Costituzione repubblicana, Michele Gortani, e pure ingiusto nei confronti di un territorio, la Carnia, cui veramente mancherebbe niente per risollevarsi da un’innegabile situazione di malattia, magari cominciando proprio da una pista ciclabile capace di collegarsi a un giro da 100.000 passaggi/anno, su una strada piena di storia e ambiente come poche in Italia, ma dove, attualmente, il solo provare ad andare a piedi da Quinis a Villa Santina può risultare un mortale azzardo. Figuriamoci in bicicletta, magari con i rimorchi speciali o i trailer-bike per i bambini. Mario Comis Enemonzo

 

 

Il Gazzettino-Ud  22.11.2009

La cjacarade

Se l’acqua diventa una merce

Di Andre Valcic

«Non si vende la terra dove l’uomo cammina». Questa frase, scritta da Cavallo Pazzo, Tashuka Witco, il grande capo dei Sioux Oglala, campeggiava su di un manifesto dei Comitati sorti in Friuli ai tempi della battaglia contro l’Icfi, la fabbrica che inquinava le falde acquifere a Nimis. Terra, acqua, boschi, foreste, mari, fiumi e montagne sono doni di Dio, per quanti credono, ma sono la Natura, con la enne maiuscola, per tutti. Un patrimonio che non può essere mercificato o sottoposto a regole che non siano quelle della sua difesa.

Il problema quindi sulla privatizzazione non va nemmeno posto. Se dal dibattito in Regione uscisse anche solo un accenno d’ipotesi in tal senso, apparirebbe chiaro a tutti che in Friuli la classe politica non ha più nessun rapporto "di pelle" con quella terra che è chiamata a rappresentare.

 

 

L’Amico del Popolo  22.11.2009

L’acqua “privatizzata” dal Governo. Ma forse non in montagna

Anche con l’approvazione del decreto che ne prevede la privatizzazione

In provincia c’è fiducia che l’acqua sarà ancora gestita da enti pubblici

Necessaria unità d’intenti sul territorio per far “pesare” la specificità bellunese

In provincia di Belluno c’è fiducia che la gestione del ciclo integrato dell’acqua potrà rimanere in mano pubblica anche con l’approvazione del decreto che ne sancisce la privatizzazione, cioè che obbliga al coinvolgimento dei privati che devono essere titolari di almeno il 40 per cento della società di gestione e avere compiti operativi, salvo ci si trovi in condizioni del tutto particolari.

Ed è proprio questa possibilità che gli attuali gestori del servizio idrico integrato della provincia di Belluno (la società Gsp, controllata dai Comuni) contano di percorrere per vedere confermato anche in futuro l’attuale forma di gestione dell’acqua. In via generale la nuova normativa («in modo abbastanza aggressivo», notano gli amministratori di Gsp) spiazza gestioni che sono state affidate in modo del tutto legittimo e che, nel caso di Belluno, sono state anche valutate pienamente conformi alle regole. Ora, in vista della scadenza di fine 2011 (quando entreranno in vigore le disposizioni contenute nel decreto) rimangono tre possibilità. La prima consiste nello scegliere un imprenditore o una società con procedura competitiva a evidenza pubblica (una gara) a cui affidare la gestione dell’acqua. Una seconda possibilità prevede che l’attuale gestore pubblico selezioni un socio privato e quindi realizzi una società mista.

Questo socio deve avere compiti operativi specifici e avere una partecipazione non inferiore al 40 per cento. C’è infine una terza strada: che l’ente locale si organizzi tramite una società da lui controllata (il cosiddetto affidamento “in house”, che garantisce una gestione completamente pubblica).

Questa possibilità è però percorribile solo se ricorrono alcune specifiche ragioni che rendono preferibile questa modalità rispetto alle due precedenti (il decreto dice «per situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire a favore di società a capitale interamente pubblico, partecipata dall’ente locale, che abbia i requisiti richiesti dall’ordinamento comunitario per la gestione cosiddetta “in house” e, comunque, nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria in materia di controllo analogo sulla società e di prevalenza dell’attività svolta dalla stessa con l’ente o gli enti pubblici che la controllano»). Nel comma successivo lo stesso decreto precisa che, se ci si orienta verso la gestione “in house” «l’ente affidante deve dare adeguata pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato per l’espressione di un parere preventivo, da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione. Decorso il termine, il parere, se non reso, si intende espresso in senso favorevole»).

I responsabili di Gsp ritengono che in provincia di Belluno ricorrano le condizioni previste per la gestione “in house” («se non qui da noi, dove mai possono ricorrere?», si domandano), ma su questo punto bisogna ottenere il parere positivo preventivo dell’Antitrust. Un risultato che non è considerato per nulla scontato dal momento che più di un esperto del settore ritiene che l’Antitrust sia troppo condizionata dalla logica della concorrenza (e del privato) e faccia fatica a “sentire” altre ragioni. Di qui la proposta avanzata da Gsp a tutti i Comuni della provincia di sottoscrivere una delibera per sostenere la richiesta di ottenere un nuovo affidamento “in house” in ragione della particolarità della situazione della realtà bellunese e anche in forza dei buoni risultati ottenuti fino ad ora. A questo proposito Franco Roccon, presidente di Gsp e sindaco di Castellavazzo, fa notare che nel 2008 l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici ha avviato una propria indagine e in Italia sono stati pochi gli affidamenti che, come quello bellunese, sono risultati pienamente conformi alle regole italiane ed europee.

La conduzione di tutta questa vicenda ora spetta all’Ato, l’Autorità d’ambito costituita dai Comuni bellunesi che nel 2003 ha deciso di procedere con l’affidamento “in house” a Gsp (società controllata dai Comuni) e che ora deve predisporre il terreno per un nuovo affidamento secondo quanto previsto dall’ultimo decreto. Da parte sua Roccon - in forza di una conoscenza approfondita di cosa voglia dire il servizio di gestione dell’acqua - fa notare l’importanza di continuare con la modalità attuale, anche per non vanificare quanto è stato già costruito, per esempio con il sistema creditizio per ottenere i finanziamenti necessari ad attivare gli investimenti utili a migliorare il servizio.

È naturale che cambiando interlocutore - fa presente Roccon - anche il sistema creditizio dovrebbe riformulare tutte le sue valutazioni, con il rischio di interrompere la strada già compiuta (il Monte dei Paschi di Siena sta completando la sua valutazione sul rapporto tra tarrife e investimenti e la loro affidabilità in vista del bando di gara tra le banche per il finanziamento degli investimenti).

«Non è il momento più adatto per l’ingresso dei privati», nota Roccon, secondo il quale c’è poi da considerare che il sistema bellunese, per la sua dispersione ed estensione, oltre che per altre problematiche che necessitano interventi cospicui, potrebbe essere interessante per un privato solo aumentando le tariffe o diminuendo gli investimenti: «ma è proprio quello che noi sindaci non vogliamo che succeda», sottolinea, «avendo a cuore prima di tutto il bene dei nostri cittadini e delle nostre comunità».

 

 

Il Gazzettino  21.11.2009

Maurizio Crema

«L’acqua resta pubblica»

Il ministro Ronchi: «Non c’è nessuna privatizzazione e le tariffe scenderanno»

«Verrà liberalizzata solo la sua la gestione» / «Porte aperte agli stranieri: ma vinceranno gli italiani»

Il ministro Ronchi fa il pompiere: «L’acqua rimarrà un bene pubblico, solo la gestione verrà liberalizzata tra qualche anno con apposite gare. E sono sicuro che a vincere saranno le società italiane».

Il day after la conversione del "suo" decreto in legge in Parlamento non è da guerra atomica ma poco ci manca. Nel Paese fioccano gli allarmi da destra e da sinistra - Epifani (Cgil): «Promuoveremo un’iniziativa contro questa legge»; l’assessore veneto Sartor pressato dalle opposizioni: «Si al massimo controllo da parte pubblica e no ai monopoli tipo telefoni o autostrade» - sul provvedimento che definisce nuove regole in molti campi, dalla gestione dei rifiuti al made in Italy, ma che è diventato per molti il veicolo per mettere all’incanto l’acqua. «La nostra non è una privatizzazione - scandisce il ministro per le Politiche comunitarie, 52 anni - questa è una strumentalizzazione priva di fondamento, fatta da una sinistra che non ha argomenti. L’acqua rimarrà un bene pubblico, il decreto rafforza questa posizione. La riforma aiuterà a realizzare un miglior servizio e a dare tariffe più economiche ai cittadini. È inaccettabile che il 35% dell’acqua vada sprecata, che in Italia vi siano prezzi così diversi». La gara per la gestione farà il miracolo di ridurre gli sprechi e i costi? «L’affidamento della gestione deve essere fatto in modo competitivo, il decreto vuole combattere i monopoli e aprire il mercato alla concorrenza. Sarà un’apposita Autorità di controllo a garantire il massimo della trasparenza - sottolinea Ronchi -. Crediamo che con questo provvedimento una volta a regime le tariffe saranno abbassate e il servizio sarà affidato a chi darà le migliori garanzie di qualità e di costo. Noi vogliamo difendere il cittadino consumatore». Serviranno però miliardi per turare le falle di acquedotti ormai sbracati. «L’apertura al mercato ci consentirà di reperire le risorse per le necessarie opere di miglioria della rete - assicura Ronchi -. La sinistra strumentalmente confonde il concetto di proprietà con gestione: la proprietà delle reti rimarrà pubblica, la gestione sarà privatizzata. Ricordo che l’ex ministro del governo Prodi Lanzillotta aveva fatto una proposta simile alla nostra».

Aprirete la porta anche agli stranieri? «Quando si parla di liberalizzazione e di mercato è ovvio che si possa aprire anche alle società straniere questo settore, ma credo che le società italiane hanno capacità e professionalità tali che non avranno nessun problema. Vinceranno sicuramente questa sfida».

Il decreto contiene anche altre norme, come quella del made in Italy, che obbliga l’etichettatura anche alle aziende che assemblano in Italia. «Ora c’è più tutela, questo è un provvedimento richiesto a gran voce anche dal Nordest», avverte Ronchi. Poi c’è la questione infrazioni europee: «Per la prima volta mettiamo in opera una legge che cerca di anticipare le infrazioni, ora l’Italia non sarà più il Paese europeo più censurato dalla Ue - spiega Ronchi -. Con questo decreto poi limitiamo i problemi: le società pubbliche di servizi dovevano pagare multe per 1,2 miliardi, ora ne dovranno versare solo 400 milioni». Sanata anche la questione delle società Anas-Regioni: «Dovranno limitarsi a realizzare infrastrutture di solo interesse regionale».

Insomma, il federalismo si fa concreto: «Per questo la Lega alla fine ci ha appoggiando votando il decreto», chiosa Ronchi.

 

 

Il Gazzettino-Ud  21.11.2009

DECRETO RONCHI  Botta e risposta tra politici, intervengono pure sindacati e volontariato

Acqua privatizzata, sale il livello dello scontro

UDINE - La sintesi è quella espressa da Paolo Menis (Pd): sulla privatizzazione dell’acqua «la guerra comincia adesso». Primo firmatario della mozione per la dichiarazione dell’acqua come bene privo di rilevanza economica, in discussione martedì in Consiglio regionale, Menis anticipa che il Pd metterà «alla prova il credo federalista della Lega Nord». Che, da parte sua, per bocca del capogruppo Danilo Narduzzi, conferma una posizione difforme dal nazionale (che ha dato il proprio voto al Decreto Ronchi) e - spiegando a Menis che «non accettiamo lezioni di coerenza politica» - assicura che la Lega Nord regionale crede che «l’acqua deve restare un bene pubblico e non deve essere ceduta ai privati». Il livello dello scontro sulla privatizzazione, dunque, si alza. E non fa certo da paciere Isidoro Gottardo (Pdl), che anzi definisce le posizioni del Pd «Terrorismo mediatico di chi vuol mantenere privilegi per propri interessi politici e ideologici». Secondo Gottardo «ci si deve domandare se nelle dichiarazioni del Pd ci sia solo strumentalizzazione perché preoccupati di perdere i loro centri di potere nelle municipalizzate o vi sia anche dell’ignoranza rispetto alle direttive europee e alla norma approvata dal Parlamento in base alle quale l’acqua rimane un bene pubblico».

Sia come sia - chiosa il segretario regionale della Cgil Franco Belci - «la privatizzazione dell’acqua non concorrerà ad un miglioramento del servizio idrico, ma lo assoggetterà alle logiche del profitto, con conseguenze nefaste sulle tasche dei cittadini, in Fvg come nel resto del Paese. In questo modo l’acqua cessa di essere un diritto garantito a tutti per diventare oggetto di profitto».

E sul tema il Cevi rilancia la proposta di avviare un tavolo regionale, trasversale alle forze politiche, tra istituzioni, enti ed associazioni della società civile che individui, attraverso un percorso partecipato, le modalità di gestione dell’acqua potabile più adatte alle specificità del territorio regionale. E spiega che in Fvg esiste un modello virtuoso di riferimento, quello realizzato nella Provincia di Gorizia: controllo e gestione totalmente pubblici, tariffe contenute, ,piano di investimenti per il miglioramento delle reti già operativo e con copertura finanziaria per i prossimi vent’anni.

 

 

Lettere              (Paolo Menis piange lacrime da coccodrillo  n.d.r.)

L’acqua e il futuro

Privatizzazione non sostenibile

Sulla privatizzazione dell’acqua siamo stati sconfitti nei numeri, da una maggioranza che ha dovuto ricorrere all’ennesima fiducia per paura di sé stessa, ma vincenti nella battaglia per l’informazione.

Può sembrare che ormai i giochi siano fatti ma la battaglia è ancora lunga, anzi inizia proprio adesso. Vedremo cosa succederà in consiglio regionale dove martedì prossimo verrà discussa la mozione con cui il gruppo del Pd chiede che l’acqua venga dichiarato un bene privo di rilevanza economica e quindi non assoggettabile alla nuova disciplina della privatizzazione. Nel frattempo incassiamo una grande vittoria quella di essere riusciti a informare i cittadini, a scuoterli dal diffuso torpore verso i temi affrontati dalla politica. Grazie a incontri, manifestazioni e convegni abbiamo in qualche modo rotto quella catena di vergognoso silenzio che voleva far credere che la privatizzazione fosse un atto imposto dall’Europa e che potesse aprire le porte ad efficienza e risparmi per i consumatori.

Sappiamo bene che non è così e che questa riforma aprirà al mercato delle multinazionali la gestione di una risorsa fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo senza garanzie di investimenti nelle infrastrutture e di contenimento delle tariffe.

Ma la battaglia continua e si fa interessante ad esempio, in consiglio regionale, metteremo alla prova il credo federalista della lega nord.

In Parlamento non hanno dato prova di coerenza, con il Ministro Calderoli che firma il decreto e i deputati leghisti che fingono di scandalizzarsi in aula al momento della votazione.  Paolo Menis - Consigliere regionale del Partito Democratico

 

 

Il Messaggero Veneto  20.11.2009

Carnia: Cercivento, Comeglians, Ligosullo e Forni Avoltri si rifiutano di consegnare la rete idrica all’Ato che la fa gestire da Carniacque Spa

Così i Comuni friulani “ribelli” resistono alla privatizzazione

L’oculatezza contro lo sperpero, la periferia contro il “centro”, la responsabilità contro la burocrazia. Davide contro Golia. Non è una guerra ideologica, non è una crociata e non è neppure la difesa di rendite di posizione: è una battaglia di principio. E di buon senso, buon senso contro supponenza, iattanza e malafede , buon senso ereditato dalla storia, buon senso che ha fatto di necessità virtù. E che ha stabilito da sempre che in montagna più che altrove l’acqua non ha rilevanza economica e che per questo non c’entra nulla con le gare europee. E che per questo deve starsene discosta e protetta dagli appetiti talvolta famelici di spa o multinazionali che hanno fiutato il più grande business del futuro.

La pensano così i quattro Comuni ribelli: Cercivento, Comeglians, Forni Avoltri e Ligosullo, neppure 2 mila 300 anime in tutto, che, ancor prima della bagarre del decreto Ronchi che privatizza l’acqua, hanno ingaggiato un durissimo braccio di ferro con chi quell’acqua – come dicono i rispettivi sindaci – ce la vuole scippare. Così, quando è arrivato il morbido “invito”, rigorosamente bipartisan, dal centro che rulla ogni pretesa federalista di richiesta ai Comuni della Carnia di consegnare all’Ato (Ambito territoriale ottimale) gli acquedotti, le reti e il servizio idrico, i quattro Comuni ribelli hanno detto no, che non se ne parla neppure, perché quell’invito altro non era ed è che «un irresponsabile diktat». I quattro Comuni ribelli, che i rispettivi sindaci hanno ribattezzato «resistenti», hanno convocato le assemblee comunali, convinti che qualcuno abbia voluto romopere un bel giocattolino, funzionante alla perfezione da decenni. E all’unanimità queste hanno sconfessato la consegna, armi e bagagli, dell’oro bianco all’Ato che a sua volta avrebbe, come ha fatto con gli altri Comuni carnici, affidato la gestione alla Carniacque Spa. «La nostra scelta – spiega il sindaco di Cercivento Dario De Alti, primo sindaco iscritto a Fi in Friuli prima dell’addio ai forzisti – era confortata dal fatto che il decreto legislativo 152, articolo 5, dava la facoltà ai Comuni montani con popolazione inferiore a 1000 abitanti di mantenere il servizio idrico». Ma non è bastato, perché – come ricorda ancora il sindaco – l’Ato, con delibera del 14 luglio 2008, «ci ha intimato di consegnare entro 30 giorni gli impianti». Ma il Comune di Cercivento e gli altri tre non mollano. E non solo replicano all’Ato che avrebbero resistito all’ultimatum, ma nel frattempo fanno ricorso al Tribunale superiore delle acque pubbliche di Roma. Insomma, la guerra dell’acqua era cominciata. E ora attende il verdetto romano, che tuttavia non spaventa i Comuni “resistenti”, sempre più convinti a fare quadrato per non rinunciare alla loro acqua e ai loro impianti, costruiti e gestiti sempre con oculatezza.

Spiegano ancora De Alti e i suoi colleghi di Comeglians, Fabio De Antoni, di Ligosullo, Giorgio Morocutti, di Forni Avoltri, Manuele Ferrari: «I nostri consigli comunali considerano l’acqua un servizio con valenza civile e sociale, cioè senza rilevanza economica, e per questo ritengono che possa, anzi, debba evitare la gara europea uscendo dagli appetiti dei troppi che hanno messo gli occhi sull’acqua per fare principalmente cassa piuttosto che pensare alle tasche e ai problemi della gente».

Già, ma che cosa dicono gli altri sindaci, quelli che hanno aderito all’Ato? «I malumori sono sempre più evidenti – è la replica –, ma non sanno come fare retromarcia. Temono di finire nel tritacarne di un “gioco” più grande di loro. Hanno creduto alle promesse, alle parole dei partiti tutti ed ecco com’è andata a finire». Già, com’è andata a finire nei comuni carnici il cui servizio idrico è adesso gestito da Carniacque?

La replica è affidata a Franceschino Barazzutti, ex comunista, ex consigliere regionale del Pdup, adesso politicamente “cane sciolto”, presidente del Comitato per la tutela delle acque del bacino montano del Tagliamento. Sorride. Poi esplode: «Già, perché gli altri Comuni tacciono, pur sapendo di aver preso una cantonata? Diciamo che c’è stata una campagna politica massiccia per convincerli della bontà dell’operazione. In prima fila c’era il centro-sinistra, quello che oggi sbraita contro la privatizzazione e che adesso fa finta di scandalizzarsi. E i sindaci si sono allineati, allineati e coperti». Ma Barazzutti va oltre. E dice che «Carniacque aveva stabilito con accordo scritto che ai Comuni spettava il 30% dei proventi. Peccato che non sia andata così, anzi».

I sindaci “resistenti” sottolineano che «Carniacque ha accumulato nel primo anno di gestione 130 mila euro di deficit. Che cosa ha fatto per uscire da questo vicolo cieco? Semplice – insiste ironico Barazzutti –; per ripianare questo “buco” hanno chiesto ai Comuni di rinunciare a questo 30 per cento. E i Comuni zitti zitti hanno obbedito. Altro che battagli di retroguardia, la nostra».

Storie di ordinarie privatizzazioni. Promesse di efficienza, di efficacia, di economie di scala, di prospettive, di progetti. E soprattutto di modernità con la emme maiuscola. «Aria fritta», sibila ancora Barazzutti, che come i suoi colleghi sottolinea che lo scontro non è tra pubblico e privato. La “resistenza” è contro la prepotenza di chi impone senza sapere, ma anche «nell’errore di chi obbedisce e tace salvo poi pentirsi amaramente».

«Ci avevano raccontato – ribatte il sindaco di Cercivento – che si sarebbero realizzate economie di scala e che il servizio sarebbe stato migliore. Tute balle. Prima quando c’era un problema bastava una telefonata al Comune e tutto era risolto in poco tempo, anche perché tutte le amministrazioni hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il mantenimento efficiente delle reti. Adesso le tariffe sono aumentate, triplicate e il servizio di manutenzione fa letteralmente acqua».

Immaginate un vecchietto di Ligosullo che telefona per un guasto «e s’imbatte nella registrazione di un call center che lo erudisce sul tragitto telefonico. Pazzesco!». Sì, immaginate il servizio di manutenzione che parte da Tolmezzo per arrivare a Sauris o a Timau magari sotto una tormenta di neve. «Anche perché – rimarca Barazzutti – il servizio tecnico di manutenzione lo fa l’Amga, che arriva da Udine».

Se il ricorso al Tribunale superiore delle acque dovesse essere respinto? I sindaci resistenti non hanno dubbi: «Tutta le gente è con noi ed è pronta alla mobilitazione». In barba ai diktat e ai business.  Domenico Pecile

 

Confronto bollette utenza tra Comuni e Carniacque effettuato dai Comuni "resistenti"

- Per una famiglia di 4 persone la bolletta annua a Cercivento per servizio idrico (acquedotto e fognatura) per un anno ammonta a 54,30 euro + Iva, per un totale di 59,73 euro

- Per la medesima famiglia nella medesima ipotesi con le tariffe della Società Carniacque si avrebbe una bolletta annua (dati ricavati dalle tariffe vigenti Carniaque 2009 sistema a forfait senza contatori) pari a 153,88 euro + Iva per un totale di 169,27 euro.

 

 

Corriere delle Alpi  20.11.2009

Passa la legge, l acqua ai privati

ROMA. Ora che l’acqua è in mano ai privati, associazioni e partiti organizzano il referendum perché torni pubblica: Adusbef, Federconsumatori e Movimento consumatori hanno già avviato la raccolta di firme costituendo un comitato provvisorio. L’iniziativa referendaria, sostenuta per ora da Idv, Federazione della Sinistra e Verdi, nasce dopo il via libera definitivo della Camera (col voto di Pdl e Lega e il no delle opposizioni) al decreto Ronchi che privatizza una serie di servizi pubblici (acqua e rifiuti in particolare) in un clima di tensione. I deputati dell’Idv hanno inalberato dei cartelli con la scritta «Giù le mani dall’acqua», mentre all’esterno, in piazza Montecitorio, attivisti del Forum dell’acqua si sono incatenati per protesta.

«L’acqua è e sarà pubblica» rassicura il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi e il suo collega di governo, Raffaele Fitto, spiega invece che «la gestione sarà affidata a delle gare a cui parteciperanno soggetti pubblici e privati».

Mentre alcune Regioni (Emilia-Romagna, Piemonte, Puglia e Marche) stanno predisponendo ricorsi alla Corte costituzionale e la Basilicata annuncia che «in nessun modo sarà abbandonato il modello pubblico», si lavora al referendum. Promotori Adusbef, Federconsumatori e Movimento consumatori che contestano «le fandonie di chi vuole regalare l’acqua ai privati» e replicano a quei ministri che la negano: «E’ una vera e propria bufala. Chi capta l’acqua, la distribuisce, la vende e ne incassa i proventi, di fatto ne è il padrone». Il decreto Ronchi è quindi «una privatizzazione a tutti gli effetti con tutte le conseguenze che tale misura comporterà».

Numerose le reazioni. Per Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, si «mercifica un patrimonio universale» scegliendo «deliberatamente di penalizzare una gestione pubblica». Michele Mangano, presidente dell’Auser, denuncia «lo scempio compiuto dal governo» per «favorire interessi privati» facendo un regalo «in alcune regioni italiane alla criminalità organuizzata».

A Milano si è svolta una manifestazione sindacale conclusa davanti a Palazzo Marino. La Cgil milanese si impegna a raccogliere le firme per il referendum abrogativo. Anche per la Cisl la gestione pubblica dell’acqua milanese «è eccellente». L’accesso ai privati nella gestione dell’acqua piace invece a Confindustria. La presidente Marcegaglia afferma che è una «strada da seguire» ma servono ora «regole chiare».

Sul fronte politico la Federazione della sinistra (Pdci e Prc) denuncia «il favore fatto dal governo alla Confindustria» e annuncia il sostegno alla raccolta delle firme. Donadi e Brutti dell’Italia dei Valori confermano l’organizzazione di banchetti. Dal Pd il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti spiega che «è come privatizzare l’aria» e «bisogna dare battaglia su una causa profondamente ingiusta e sbagliata». - Vindice Lecis

 

 

Il Gazzettino-Bl  20.11.2009

IL DECRETO RONCHI Lettera aperta del Comitato: «Aumenteranno le tariffe». Gazebo de La Destra

Acqua, anche Prade contro i privati

Il sindaco: «Sono perplesso perché rischiamo di travolgere l’esperienza del Bim Gsp»

«Sono molto perplesso su questo provvedimento non certo per ragioni ideologiche ma perché rischia di travolgere una delle esperienze più significative realizzate nel territorio bellunese, ovvero l'affidamento del servizio idrico integrato a Gsp». Parola di Antonio Prade dopo l’approvazione del decreto Ronchi.

Il sindaco di Belluno ricorda che la Bim GSP (gestione servizi pubblici) è una s.p.a. controllata dallo stesso Bim Piave, un consorzio composto da 67 comuni dei 69 comuni della provincia di Belluno. Nel Bim «ognuno conta per uno - ricorda Prade -. E’ bella pratica di democrazia che, Roma permettendo, potrà perfezionarsi ancora».

Il primo cittadino di Belluno propone di aggiungere l’acqua come punto focale in occasione della manifestazione dei sindaci veneti a Roma il prossimo 2 dicembre per ricordare al Governo di esistere visto che «sull'acqua abbiamo dimostrato di saperci fare, e bene. Ancora, diremo che il federalismo dopo averlo introdotto nei testi di legge e nei discorsi, occorre praticarlo per davvero».

Per il sindaco, inoltre «l’acqua è pubblica e tale è la sua gestione, che deve essere garantita da contesti organizzativi territoriali, perché si tratta di un bene pubblico essenziale».

E il comitato “Acqua bene comune” non resta a guardare e invia una lettera aperta ai cittadini dove si legge: «Stanno svendendo anche l’acqua di queste terre, stanno trasformando un bene comune universale in una merce utile per i profitti di pochi; hanno espropriato le competenze gli enti locali predicando federalismo e praticando centralismo. Invece di migliorare il servizio idrico pubblico lo affidano ai privati per far pagare in futuro gli investimenti ai cittadini con l’incremento delle tariffe». Il comitato attacca anche i parlamentari bellunesi della Lega e del PdL che «hanno votato allineati con il Governo e nel territorio e diranno che si impegneranno per ottenere qualche piccolo cambiamento a questo enorme pasticcio».

Nel mirino anche i vertici del Bim perché «dicono di non gridare al lupo, che tutto funziona bene e che nessun privato è interessato al servizio idrico e all’acqua di queste montagne: ma si dimenticano anche che c’è stato un tentativo di aggregazione degli Aato, che la legge impone il privato e la decisione sulle deroghe è di chi favorisce la competitività».

Anche “la Destra” si mobiliterà sabato mattina con un gazebo nel centro di Belluno per una raccolta di firme: «Sì al crocifisso, no alla privatizzazione dell’acqua, sì all’Europa dei popoli, no a quella dei mercanti».

 

 

Il Gazzettino-Ud  20.11.2009

LO SCENARIO Dopo il via libera della Camera al Decreto Ronchi ecco cosa cambia in regione

«Acqua, è l’ora di una società regionale»

Colautti: «Si punti ad un Ato che abbracci quantomeno anche le province di Pordenone e Gorizia»

Una società unica per la gestione dell’acqua nell’intera provincia di Udine, ma guardando anche all’obiettivo di un ambito unico con Pordenone e Gorizia. Ad auspicarla Alessandro Colautti, ieri presidente del Cafc, oggi al vertice della Commissione lavori pubblici ed energia del Consiglio regionale. «La conversione in legge del decreto Ronchi – dichiara – può accelerare questo processo. Non si tratta infatti di una privatizzazione dell’acqua, come sostiene chi grida contro la legge, ma di una norma che dovrebbe porre fine a una schizofrenia tutta italiana, la pretesa che una società di proprietà pubblica possa operare in un regime privato. Il modello di gestione “in house” non poteva durare in eterno, e lo dico senza che nessuno possa accusarmi di essere un liberista su questa materia: alla guida del Cafc, infatti, ho portato al termine un processo di trasformazione che ha avuto come traguardo la concessione del servizio idrico fino al 2030».

Una concessione, quella in capo al Cafc, che attualmente riguarda 77 comuni della provincia di Udine e che dovrebbe presto arrivare a 83, se andrà in porto la fusione con il Tubone. Su di essa pende però la spada di Damocle della nuova legge: senza l’ingresso di un socio privato, con una quota minima del 40%, la concessione scadrà infatti al termine del 2011. «Effettivamente – conferma Colautti – lo scenario è questo. Tra le due alternative, andare a gara o cercare un partner privato, credo che la seconda sia preferibile e che possa anche innescare un processo virtuoso. A patto però che si vada verso il gestore unico almeno in ambito provinciale, per ottimizzare i costi e rendere possibili gli ingenti investimenti che sono indispensabili per il miglioramento della rete, soprattutto sul versante della depurazione. Ma dico di più: personalmente auspico che si vada oltre, con la costituzione di un Ato che, se non regionale, abbracci quantomeno anche le province di Gorizia e Pordenone».

Quanto alle possibili resistenze delle realtà locali, a partire dalla Carnia, già in rivolta contro la gestione Carnia Acque, Colautti invita ad evitare «forzature strumentali». «In Carnia – dichiara – l’acqua è una risorsa così abbondante e facile da attingere che nessuno si è mai preoccupato di fare investimenti sulla rete: le tubature sono obsolete, di depuratori neanche l’ombra. I problemi ci sono sempre stati, solo che adesso si preferisce scaricarle sulla nuove gestione». Quanto al futuro, Carnia Acque ha davanti un’alternativa in più: «Vista la presenza di Amga tra i soci potrebbe anche mantenere le concessioni. È evidente però che la montagna non è un’area remunerativa per il privato: se si vogliono investimenti sulla rete, quindi, la scelta più vantaggiosa per tutti è quella di un unico gestore provinciale».

II grande problema da superare, però, sarà quello delle tariffe: nessun privato infatti accetterà di entrare in gioco, e di finanziare cospicui investimenti, senza le prospettive di un ritorno economico. «Ma questo – commenta Colautti – non è solo un effetto del decreto Ronchi: ricordo che in regione abbiamo applicato la legge Galli per ultimi e che le tariffe erano ferme al 2002. L’acqua non è gratis, la sua gestione ha un costo. L’importante è che il controllo delle tariffe resti in mano all’Ato, che è un’autorità pubblica: vero che un forte socio privato sarebbe in grado di condizionarne le scelte, ma credo che la soluzione di una società mista sia migliore rispetto a quella delle gare tout-court».

 

LA PROPOSTA Il presidente dell’Amga Nonino non è contrario all’aggregazione

Piace il gestore unico per l’"oro blu"

(rdt) Tutta l’acqua della provincia di Udine a una sola società? L’idea lanciata da Alessandro Colautti non dispiace al presidente dell’Amga Antonio Nonino: «È uno scenario che mi trova d’accordo, fermo restando che le decisioni non spettano alle singole società. La scelta spetta all’Ato, quindi ai Comuni, che poi sono gli stessi cui fanno riferimento le singole gestioni».

L’ipotesi di conferire al Cafc la gestione della rete idrica del capoluogo, tuttora in mano all’Amga, non trova comunque contrario Nonino. «La costituzione di una società unica, lo ripeto, mi sembra auspicabile». Non è l’unica aggregazione necessaria: per completare il puzzle, oltre alla città di Udine, mancano i 7 comuni del Tubone, il cui processo di aggregazione col Cafc è comunque in fase avanzata, i 12 che fanno capo all’acquedotto Poiana e i 40 di Carnia Acque.

Il processo, per Nonino, dovrà essere guidato dall’Ato, cioè dalla politica. «Non lo dico io, lo dice la legge Galli, che continua a governare la gestione del ciclo dell’acqua. La legge Ronchi, infatti, riguarda solo le forme di aggiudicazione del servizio idrico». Sempre in mano all’Ato anche la scelta sulle tariffe. Quelle attualmente in vigore in provincia di Udine sono cinque e non è detto che l’eventuale approdo a un gestore unico debba portare anche a un’unificazione tariffaria: «La tariffa unica – commenta ancora Nonino – è un traguardo da raggiungere gradualmente: la conseguenza, altrimenti, sarebbero aumenti molto forti nelle aree dove adesso i costi sono più bassi, come Udine città».

 

 

Il Gazzettino  20.11.2009

«Giù le mani dall’acqua»

(R.N.) Via libera tra le polemiche, alla Camera, al decreto Ronchi che prevede, tra l'altro, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. Il governo difende il provvedimento, spiegando che l'acqua rimarrà comunque un bene pubblico e non ci saranno incrementi delle tariffe. Ma l'opposizione è sulle barricate e critica nel metodo e nel merito le nuove norme. L'Italia dei Valori dopo il via libera finale al testo (con 302 sì e 263 no) fa partire in Aula una contestazione con tanto di cartelli con lo Stivale e la scritta «Giù le mani dall'acqua». Il partito di Di Pietro, insieme alla sinistra radicale, tra l'altro, è pronto a raccogliere le firme per un referendum abrogativo della misura. La Lega resta fredda su un testo che rischia di penalizzare molti comuni del Nord dove le bollette dell'acqua non sono alle stelle. «Difenderemo il patrimonio delle ex municipalizzate - assicura in Aula il capogruppo Roberto Cota - dall'aggressività delle grosse multinazionali estere».

Ma i ministri delle Politiche Europee, Andrea Ronchi, e per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, che hanno gestito tutta la partita, danno una serie di rassicurazioni. «Non ci saranno innalzamenti delle tariffe», sottolinea Fitto, e inoltre la liberalizzazione consentirà «interventi sulla rete», per cercare di arginare la questione delle perdite. Non solo. Come chiesto anche dall'opposizione il ministro garantisce che ci sarà un organismo di controllo del settore idrico, meglio se una Authority ad hoc.

A Nordest gli animi sono già accesi. In Veneto è stata presentata una risoluzione che impegna la Giunta regionale a presentare ricorso di incostituzionalità contro la riforma: l’hanno firmata 20 consiglieri di Pd, Idv, Prc, Verdi, Pdci, Veneto Ppe, Rete Civica Veneta e Gruppo Misto. Il documento impegna inoltre il Consiglio veneto a riconoscere nel proprio statuto il diritto di accedere all'acqua come «diritto universale, indivisibile, inalienabile» e lo status dell'acqua come «bene comune pubblico». Al contrario, il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo (Pdl), si «riserva di valutare» le misure del decreto Ronchi,«ma mi pare che ci sia alcun presupposto per ricorrere, almeno a una prima lettura». A Udine Alessandro Colautti, al vertice della Commissione lavori pubblici ed energia del Consiglio regionale, auspica una società unica per la gestione dell’acqua nell’intera provincia di Udine, allargandosi anche verso Pordenone e Gorizia. «Non si tratta infatti di una privatizzazione dell’acqua, come sostiene chi grida contro la legge, ma di una norma che dovrebbe porre fine a una schizofrenia tutta italiana, la pretesa che una società di proprietà pubblica possa operare in un regime privato. Il modello di gestione “in house” non poteva durare in eterno, e lo dico senza che nessuno possa accusarmi di essere un liberista su questa materia». Perplesso invece il sindaco di Belluno Antonio Prade (Pdl), e «non certo per ragioni ideologiche ma perché rischia di travolgere una delle esperienze più significative realizzate nel territorio bellunese, ovvero l'affidamento del servizio idrico integrato a Bim Gsp», spa controllata dallo stesso Bim Piave, un consorzio composto da 67 comuni dei 69 comuni della provincia di Belluno. Nel Bim, ricorda Prade, «ognuno conta per uno. E’ bella pratica di democrazia che, Roma permettendo, potrà perfezionarsi ancora». Il primo cittadino di Belluno propone di aggiungere l’acqua come punto focale in occasione della manifestazione dei sindaci veneti a Roma il prossimo 2 dicembre per ricordare al Governo di esistere visto che: «Sull'acqua abbiamo dimostrato di saperci fare, e bene. Ancora, diremo che il federalismo dopo averlo introdotto nei testi di legge e nei discorsi, occorre praticarlo per davvero». Per il sindaco, inoltre, «l’acqua è pubblica e tale è la sua gestione, che deve essere garantita da contesti organizzativi territoriali, perché si tratta di un bene pubblico essenziale». E il comitato “Acqua bene comune” scrive una lettera aperta ai cittadini: «Stanno svendendo anche l’acqua di queste terre, stanno trasformando un bene comune universale in una merce utile per i profitti di pochi. Invece di migliorare il servizio idrico pubblico lo affidano ai privati per far pagare in futuro gli investimenti ai cittadini con l’incremento delle tariffe».

 

 

La Repubblica  19.11.2009

L’AMACA di Michele Serra

La privatizzazione dell'acqua è uno di quegli argomenti che mettono ansia a prescindere. Leggo dotte e rassicuranti spiegazioni su quanto economicamente virtuoso e tecnicamente vantaggioso sia affidare ai privati la gestione degli acquedotti. Ma anche se fosse dimostrato che la privatizzazione dei servizi pubblici migliori i medesimi (e non lo è affatto), sarei ugualmente contrario.

Faziosamente contrario. Irriducibilmente contrario. Al punto che preferirei pagare al sindaco una bolletta un po' più cara piuttosto che pagare all'azienda Tizio, alla spa Caio, l'acqua che scorre nei miei tubi. Anche perché (è bene ricordarlo a teorici e praticoni della privatizzazione) una bolletta pagata al pubblico è, in percentuale, anche roba tua, una bolletta pagata al privato è soltanto roba sua. Dei quattro elementi empedoclei già la terra è tutta lottizzata, recintata e posseduta, e il destino del fuoco (l'energia), già sequestrato dalle Sette Sorelle, oggi passa per l'isba di Putin e dei suoi amiconi occidentali. Se pure l'acqua diventa faccenda di mercato, per il vantaggio di qualche cumenda del rubinetto, solamente l'aria, fino a nuovo ordine, rimarrà senza padroni.

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Il Manifesto  19.11.2009

Il bene strappato

Guglielmo Ragozzino

Come l'Idriz di un tempo - l'acqua pizzichina, dicevano le mamme ai bambini - anche l'acqua che da domani sgorgherà dal fontanone di Montecitorio conterrà una polverina magica: un pizzico di capitale. Senza tema di cadere nell'ideologia, è proprio il capitale che fa la differenza. Per il pensiero unico che guida l'economia, è insopportabile l'esistenza di un bene pubblico, comune a tutte le persone. Deve essere strappato, venduto, messo a frutto. Non è un problema di maggiore efficienza, di eliminazione degli sprechi, di lotta alla corruzione. Tutto quello che esiste deve essere messo a valore, deve rendere, non in termini di quantità prodotte, ma di ricavi e dividendi.

Così l'acqua. Il primo risultato, del resto ammesso anche dai fautori di destra del nuovo provvedimento - e dagli ambigui sostenitori della privatizzazione idrica, attualmente nella minoranza - è che l'acqua al rubinetto costerà di più. La spiegazione sarà la solita. L'acqua è vita, diranno a chi si oppone, non vorrete avere la vita gratis: non sarebbe morale. Il secondo risultato sarà la selezione tra i consumatori. E' intuitivo che tra una bidonville e un campo di golf sarà quest'ultimo ad avere la meglio. Soprattutto durante la siccità. Non si può giocare a golf con un'erba ingiallita. Invece si può fare a meno di lavarsi nelle baraccopoli; quelli del golf ne sono sicuri.

Nella lotta di classe che ogni tanto si riapre, sono i pochi, capitalisti, finanzieri, che fanno i guai, pur se si vantano di essere i portatori di ogni innovazione. E sono i tanti, gli altri, che pagano i prezzi e sono costretti a comprare l'acqua in bottiglia.
Se l'acqua diventa merce, quella in bottiglia è una merce che vale di più; e la «minerale» che sgorga da qualche buco della terra o da qualche altissimo, purissimo, freddissimo ghiacciaio ancora di più: per l'acqua c'è una prima, seconda e terza classe di consumatori. Il prezzo finale è in buona parte pubblicità.

L'acqua è di tutti. Tra 2007 e 2008 il Forum dei movimenti dell'acqua ha raccolto firme per una legge: quattrocentomila firme. Era uno straordinario coinvolgimento di milioni di persone. Così, per l'Italia quanto è lunga, è oggi convinzione diffusa che l'acqua sia un bene comune e che chi l'ha rubata, prima o poi dovrà restituirla. La cultura dei beni comuni non si limita poi a rimpiangere l'acqua perduta, a chiederla indietro e basta, ma si allarga ad altri campi, ad altri beni.
Forse quelli del pensiero unico ricorderanno domani il furto dell'acqua come una sconfitta disastrosa.

Su tariffe e profitti, e a pagare è lo Stato

Andrea Palladino

Il decreto Ronchi ha aperto la porta alla privatizzazione massiccia dei servizi idrici. Era un esito politicamente scontato, ma con conseguenze pesantissime. Mai come in questo caso l'affidamento ai privati è la peggior soluzione per la gestione di un servizio pubblico. Dietro i bilanci milionari della multiutilities - pronte ora a prendere in mano il poco rimasto allo stato - c'è un sistema che permette alti profitti, bassi investimenti e tariffe alte. Cosa che altri paesi - come la Svizzera, il Belgio, gli Usa e parte dei comuni francesi - hanno capito molto bene, tanto da difendere con forza la gestione pubblica. Occorre, prima di tutto, fare chiarezza sul punto centrale della vicenda: è la forma societaria della Spa a suggellare la privatizzazione di un servizio. Poco importa, in realtà, se si tratti di un gruppo a capitale misto pubblico-privato o interamente privato. La mission, in questi casi, è il profitto e la speculazione, spesso finanziaria, e non di certo il miglioramento della rete e del servizio idrico.

Il caso più importante è sicuramente la romana Acea, la principale società di gestione dei servizi idrici in Italia e tra le prime dodici nel mondo, che già oggi controlla i rubinetti del Lazio, della Toscana, di parte dell'Umbria e della Campania. È stata trasformata da Rutelli, alla fine degli anni '90, da azienda municipale - la sua forma storica dal momento della creazione nel 1907, quando sindaco di Roma era Nathan - in società quotata in borsa. Oggi tra i principali soci privati - che detengono il 49% del pacchetto azionario - ci sono la Suez e Caltagirone, oltre agli speculatori che scambiano giornalmente le azioni in Borsa.

Il maggior bacino idrico gestito da Acea è l'Ato 2, che comprende l'intera provincia di Roma. Un ambito territoriale composto da più di cento comuni, dove ogni sindaco - escluso quello di Roma - possiede appena lo 0,00003% delle quote societarie. Nulla, quindi. Non solo: i patti parasociali obbligano i cento e più primi cittadini della provincia di Roma ad esprimersi univocamente, bloccando sul nascere ogni possibile dissenso. Eppure all'epoca dell'affidamento del servizio idrico ad Acea il centrodestra (attraverso l'ex presidente della provincia Silvano Moffa, An) e il centrosinistra (con la voce dell'ex sindaco di Roma, Walter Veltroni) presentarono la nuova società come «a prevalente capitale pubblico locale».

La scelta della Spa ha avuto immediate conseguenze proprio sugli investimenti, sulla qualità dell'acqua e sulla tariffa. Secondo quanto era stato calcolato al momento dell'affidamento il territorio della provincia di Roma avrebbe avuto bisogno di almeno 3,6 miliardi di euro di opere idrauliche nei trentanni della concessione. Nel piano degli investimenti, però, la cifra scese drasticamente a poco più di due miliardi. Inserire, infatti, l'intero budget nel piano finanziario avrebbe comportato una tariffa talmente alta da rendere politicamente e socialmente ingestibile la situazione. Il resto? Le soluzioni sono due: o lo mette lo stato o le opere necessarie non verranno fatte.

Chi ieri in parlamento sosteneva, dunque, che la privatizzazione è necessaria per poter intervenire sulle reti idriche mentiva apertamente. Tutti gli investimenti dovranno essere fatti basandosi esclusivamente sulla tariffa: ovvero il conto lo pagano interamente i cittadini, mentre i lavori verranno gestiti dalle multinazionali. Non solo. La legge quadro sulle risorse idriche - che il decreto Ronchi non ha abolito - prevede che al gestore venga assicurato un ricavo garantito pari al 7% del capitale investito. Nel caso di Acea - primo operatore del servizio idrico in Italia - solo per la provincia di Roma la "remunerazione del capitale" supera abbondantemente i 73 milioni di euro all'anno (dati 2008 tratti dalla relazione della segreteria tecnica operativa), interamente pagati con le bollette dell'acqua. Soldi che non finiscono in opere o nel risanamento delle reti idriche, ma nelle tasche degli azionisti. Al momento dell'affidamento, infatti, Acea ha valutato il valore del suo apporto (posizionamento sul mercato, management, conoscenze accumulate) in quasi un miliardo di euro. Un "capitale investito" che va remunerato, anche ad investimento zero. Dal 2003 al 2008 questo meccanismo ha portato nelle casse di Acea - e quindi nelle tasche degli azionisti - 404 milioni di euro. Soldi che se fossero stati gestiti dai consorzi pubblici avrebbero potuto finanziare il rifacimento dell'intera rete idrica della provincia di Roma.

La mancanza degli investimenti che caratterizzano la gestione privata delle Spa ha un impatto immediato sulla qualità dell'acqua e sulla salute dei cittadini. La zona a sud di Roma avrebbe bisogno di interventi immediati sugli acquedotti. Qui, come in molte parti d'Italia, l'acqua ha tassi di arsenico oltre la norma. Per ora Acea ha chiesto la deroga ai limiti di legge - che il governo e la Regione Lazio hanno concesso - promettendo lavori nei prossimi anni. Se gli investimenti si pagano a caro prezzo - quando vengono fatti - è la tariffa a colpire subito i cittadini. Nel giro di un anno l'incremento delle bollette ha sfiorato il 5%, mentre l'amministratore delegato di Acea ha già chiesto un aumento a due cifre. Per fare cosa? «Servono tanti investimenti», ha spiegato, dimenticando che gli utili distribuiti negli ultimi anni erano più di 100 milioni. Un affare troppo ghiotto per lasciarlo nelle mani dei comuni.

Tutte le mosse per bloccare la legge

Marco Bersani*

Avevano studiato tutto per bene. La privatizzazione dell'acqua inserita in un decreto legge che nulla aveva a che fare con la stessa, il provvedimento tenuto sotto silenzio, le veline dei grandi mass media amici dei poteri forti e il consueto immobilismo delle opposizioni parlamentari. Ma improvvisamente il giocattolo si è rotto: migliaia di e-mail hanno inceppato i computer di deputati e senatori, oltre 50 mila firme raccolte in pochi giorni sono state consegnate alla Presidenza della Camera, un presidio numeroso e colorato ha inondato Montecitorio e diverse decine di iniziative sono state organizzate in tutto il Paese. La campagna "Salva l'Acqua" promossa dal Forum italiano ha fatto precipitare il castello di carte: tutti hanno dovuto prendere atto della gravità della norma che si andava approvando e hanno dovuto prendere posizione (perfino le opposizioni sono uscite dal letargo).

Ed eccoli, governo e presidente del Consiglio, costretti a chiedere la fiducia perchè consapevoli di non averla. Hanno deciso di consegnare l'acqua ai privati e alle multinazionali, hanno consapevolmente ignorato una legge d'iniziativa popolare, firmata da oltre 400.000 cittadini, che giace nei loro cassetti dal luglio 2007, hanno ascoltato le sirene di Confindustria, ignorando la forte sensibilità sociale e la diffusa consapevolezza popolare sull'acqua come bene comune e diritto umano universale. Ma la battaglia per l'acqua pubblica è appena cominciata. Chiederemo a tutte le Regioni di seguire l'esempio della Puglia e di impugnare per incostituzionalità la nuova legge.

Promuoveremo in tutti i Comuni delibere d'iniziativa popolare per inserire negli Statuti il principio dell'acqua bene comune e diritto umano universale e la definizione del servizio idrico come "privo di rilevanza economica", sottraendolo così alla legislazione nazionale. Chiederemo ai 64 Ato, oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico e dunque a rischio di finire nelle mani dei privati, di scegliere la loro trasformazione in enti di diritto pubblico, gestiti con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali, così come si appresta a fare l'Acquedotto pugliese. E chiameremo tutte e tutti a una grande manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell'acqua e la difesa dei beni comuni per il 20 marzo, giornata mondiale dell'acqua, e a una settimana dalle elezioni regionali. E valuteremo l'ipotesi di indire un referendum. Perchè si scrive acqua, ma si legge democrazia.  * Forum italiano dei movimenti per l'acqua



La legge passa, le regioni pensano alla Consulta

Carlo Lania

Come annunciato la Lega ha presentato il suo ordine del giorno per chiedere al governo di valutare se siano possibili deroghe, in modo da lasciare ai comuni «virtuosi» la possibilità di continuare ad affidare la gestioni dei servizi pubblici senza effettuare gare. Una volta fatto il suo dovere, buono solo per addolcire un po' la pillola ai suoi sindaci, il Carroccio è però immediatamente rientrato nei ranghi e ha votato come tutti la fiducia al decreto Ronchi che privatizza l'acqua, decreto che passa così con 320 voti a favore e 270 contrari. «Non si muore per una legge, si muore se salta il governo», spiega ai suoi Umberto Bossi . Voto blindato a parte, anche ieri però il governo ha mostrato tutte le difficoltà del momento. Neanche il tempo di gustarsi il risultato dell'ennesimo voto di fiducia, ed ecco che l'esecutivo va sotto su una serie di ordini del giorno dell'opposizione: sei bocciature secche di fila - cinque delle quali su odg dell'Italia dei valori - rese possibili dal vuoto che domina i banchi della maggioranza. Un risultato che fa tornare di corsa in aula tre ministri - La Russa, Ronchi e Vito - e che obbliga il leghista Matteo Brigandi a parlare a lungo per dar modo ai suoi di richiamare i colleghi ormai già sulla strada di casa. Uno sforzo inutile, tanto che alla fine lo stesso Ronchi annuncia di accettare tutti gli odg. «Oggi la maggioranza parlamentare non c'è e vive un travaglio profondo», dice il deputato dell'Idv Massimo Donati, mentre per l'Udc Marco Vietti il governo «ha preso atto che non c'è più la sua maggioranza».

Ma nonostante il via libera ottenuto dalla Camera, non è detto che per la nuova legge la strada sia tutta in discesa. Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha già annunciato di voler ricorrere alla Corte costituzionale contro la legge che apre la strada alla privatizzazione dell'acqua. Le ragioni del ricorso sarebbero nel conflitto di attribuzioni aperto dalla nuova normativa, e in particolare con l'articolo 117 della Costituzione che affida al legislatore nazionale competenze per quanto riguarda la tutela della concorrenza. «L'acqua però non è una merce, ma un bene e non è quindi assoggettata ai criteri della concorrenza», spiega l'assessore ai lavori pubblici della regione Fabiano Amati.

E la Puglia potrebbe non essere l'unica Regione a decidere per il ricorso. La settimana prossima la Conferenza delle regioni deciderà che fare, ma nel frattempo il presidente Vasco Errani non nasconde il suo malumore e parla chiaramente di «forzatura» da parte del governo : «Ancora una volta viene meno la collaborazione e il rispetto delle competenze», spiega. Ancora più esplicito Errani lo diventa quando parla come presidente della sua Regione, l'Emilia Romagna: «Per quel che mi riguarda, personalmente, penso che questo provvedimento che va oltre l'applicazione delle norme comunitarie, ponga questioni serissime sia sui rifiuti che sulla risorsa acqua, che non può che essere pubblica».

Ieri il governo ha tentato di smorzare le polemiche negando che il decreto Ronchi apra la strada alla privatizzazioni. «Si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni e le inefficienze», ha detto il ministro per le Politiche comunitarie, mentre il collega Brunetta si è addirittura detto convinto che la riforma «aprirà alla concorrenza e abbasserà i prezzi». Rassicurazioni che però lasciano il tempo che trovano tra i consumatori, sempre più preoccupati per le conseguenze che la privatizzazione dell'acqua porterà all'economia delle famiglie. Al punto che più di un'associazione ha già fatto i conti. Per il Codacons una volta a regime, cioè tra tre anni, la riforma comporterà rispetto a oggi un aumento medio del 30% sulle tariffe dell'acqua. Previsioni ancora peggiori arrivano invece dal responsabile dei servizi a rete del Movimento difesa del cittadino (Mdc) , secondo il quale gli aumenti in bolletta saranno del 40%» visto che «si aggiungerà la necessità dei profitti delle Spa con inevitabile conseguenze sulle tariffe». Cittadinanzattiva, infine, ha annunciato l'inizio di una raccolta di forme per promuovere un referendum che cancelli la legge.

 

 

Corriere delle Alpi  19.11.2009

Decreto Ronchi, paura dei Comuni

BELLUNO. «Altrove, esperienze di questo tipo, hanno fatto schizzare in alto le tariffe». E’ preoccupato Giovanni Piccoli, presidente del Consorzio Bim, per gli effetti del decreto Ronchi, approvato ieri anche dalla Camera. Il provvedimento prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici, compresa l’acqua e ora i bellunesi devono provare a salvare il loro patrimonio. Da alcuni anni i Comuni hanno affidato la gestione del servizio idrico integrato a Gsp, società detta in house, cioè totalmente controllata dagli enti locali che ne sono i soci. L’acqua bellunese cioè è totalmente pubblica, ma il decreto Ronchi vuole che gli affidamenti in house cessino alla fine del 2010.

«Le possibilità sono tre», dice Piccoli, «e noi ci vogliamo giocare la prima». In pratica sembra che sarà possibile per le “situazioni eccezionali” in ambito ambientale, sociale e altro, evitare l’ingresso massiccio dei privati. A decidere in quali contesti “il ricorso al mercato non è efficace nè utile” sarà l’antitrust e la speranza di Piccoli viene coltivata su un precedente, cioè sul pronunciamento dell’antitrust (nell’aprile di quest’anno) che ha giudicato l’affidamento del servizio idrico integrato bellunese a Gsp nel 2003 “pienamente conforme alla normativa”. «E’ una procedura difficilissima», ammette Piccoli, «ma il precedente è molto interessante e vale la pena provare. Il nostro obiettivo è risolvere il problema così».

Un territorio ricco d’acqua come il nostro però potrebbe fare troppa gola. «Se quella strada andrà male», prosegue Piccoli, «le opzioni sono la gara o l’individuazione del socio privato operativo. Gsp dovrebbe cedere il 40% del proprio capitale e a me questo preoccupa. C’è ancora molto da capire in merito ai regolamenti che faranno da corredo al decreto e peggio ancora sarebbe al gara. L’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua ha sempre aumentato le tariffe e ridotto la qualità del servizio».

Il senatore del Partito democratico Maurizio Fistarol parla chiaramente di Conseguenze negative per i cittadini. «Ancora una volta il governo, con un atto di arroganza politica, mette la fiducia su un provvedimento così delicato e di pubblico interesse. In questo modo impedisce di apportare modifiche e miglioramenti e vuole neutralizzare la contraddizioni che ci sono nella maggioranza su questo tema. Ieri si è consumato un atto, purtroppo non l’unico, a dir poco deplorevole, che avrà conseguenze molto gravi per il futuro di tutti i cittadini». «La politica dell’acqua al migliore offerente», continua Fistarol, «è stata arginata da un emendamento del Pd “L’acqua è di proprietà dello Stato”: poche parole che, però, riescono nell’impresa di limitare la mercificazione selvaggia voluta dal ministro Ronchi. L’acqua non è una merce e, in base alla Costituzione, la titolarità della sua gestione è in capo alle Regioni e agli enti locali. Prevedere non la possibilità, ma l’obbligo entro un anno, di affidare a privati la gestione dei servizi pubblici vuol dire espropriare Regioni e Comuni del diritto-dovere di amministrare l’uso dell’acqua nell’interesse delle persone e delle comunità e apre la strada ad un monopolio privato nelle mani di tre o quattro multinazionali». Una scelta, spiega il senatore del Pd, che va contro l’interesse dei cittadini e che non è dettata, come falsamente sostengono governo e maggioranza, da norme europee. Una scelta tanto più grave nel caso della Lega Nord che in Padania coi suoi sindaci si batte per l’acqua bene pubblico e a Roma prende decisioni ultraliberiste. Contraddizioni anche del Pdl con gli amministratori che a Belluno dicono una cosa e i parlamentari a Roma che votano in un altro modo. L’ingresso dei privati non porterà investimenti per migliorare il servizio. Agli inizi degli anni ‘90 il Comune di Belluno, amministrazione Bressa, aveva indetto una gara per la gestione privata dell’acquedotto, a cui parteciparono i più grossi soggetti europei, ma la bloccò perché si rese conto che era più conveniente una gestione comunale

Il deputato della Lega Franco Gidoni ribatte che in passato anche Antonio Di Pietro e Massimo D’Alema avevano pensato a qualcosa di simile. - Irene Aliprandi

 

Acqua, sì alla privatizzazione

ROMA. Il governo incassa la fiducia alla Camera (320 sì contro 270) blindando il decreto Ronchi che privatizza i servizi pubblici, compresa l’acqua (poi capitola per 5 volte su ordini del giorno dell’opposizione).

Contro il provvedimento le associazioni dei consumatori e della società civile con Idv, Federazione della sinistra e Verdi si preparano a raccogliere le firme per il referendum abrogativo. La Cgil definisce la privatizzazione di acqua e ciclo dei rifiuti «un favore alla criminalità organizzata». Numerose Regioni preannunciano ricorsi alla Consulta.

Il voto di fiducia congela le forti tensioni nella maggioranza con la Lega (spinta dai «suoi» Comuni nel Nord) e diversi deputati «finiani» a favore del mantenimento dell’acqua pubblica. La decisione della Camera, secondo le associazioni dei consumatori, farà crescere le bollette tra il 30 e il 40%.

Nel decreto «omnibus» sono contenute numerose norme, alcune delle quali per sanare una serie di infrazioni contestate dall’Ue. Accanto alla privatizzazione dell’acqua c’è il registro per rifiutare gli spot telefonici, il sì alle lampadine elettromagnetiche, il rinvio della privatizzazione della Tirrenia al settembre del 2010, le etichette da apporre sulle merci con l’indicazione «100% Italia» o «tutto italiano». Le amministrazioni pubbliche saranno costrette a dare in gestione gran parte dei servizi.

La Lega fa approvare un ordine del giorno in cui si impegna il governo a valutare deroghe per i comuni virtuosi. Ma il suo «mal di pancia» non va oltre: «Non si muore per una legge», afferma Umberto Bossi. Il Pd contesta però «il doppio gioco della Lega» come lo definisce il senatore Della Seta: si tratta, afferma, di un’iniziativa «indecente» perché i leghisti prima con Calderoli firmano il decreto e poi in Parlamento «fanno finta di non essere d’accordo».

Mentre il ministro Ronchi spiega che non si tratta di privatizzazione ma di «un colpo forte all’immobilismo e ai monopoli», le organizzazioni dei consumatori, appoggiate da alcune forze politiche dell’opposizione, pensano al referendum. Lo dice esplicitamente Teresa Petrangolini, segretario di Cittadinanzattiva: pronti a raccogliere le firme contro un governo che «asseconda gli interessi dei gruppi privati». Sostegno pieno arriva dall’Italia dei Valori, dalla Federazione della Sinistra (Pdci e Prc) e dai Verdi il cui portavoce, Angelo Bonelli, comunica che alla manifestazione del 5 dicembre si comincerà una pre-raccolta di firme.

Anche le Regioni sono in rivolta: Emilia-Romagna, Puglia, Marche e Piemonte preannunciano ricorsi alla Consulta. Il decreto così come è formulato, osserva Vasco Errani presidente della conferenza Stato-Regioni, è una «forzatura» e dovrà esserne vagliata la costituzionalità perché lede le competenze delle Regioni e degli enti locali: «L’acqua non può che essere pubblica». Il decreto «è carente nella distinzione tra reti e gestione» afferma anche il presidente dell’associazione dei Comuni, Sergio Chiamparino.

Brutte notizie per i cittadini, denuncia il Codacons: «Se nel 2009 una famiglia media italiana spenderà 268 euro considerando un consumo medio annuo di 200 metri cubi d’acqua, tra tre anni quella stessa famiglia spenderà in media 348 euro all’anno». - Vindice Lecis

 

 

Corriere delle Alpi  18.11.2009

Acqua, il governo pone la fiducia

ROMA. Il governo chiede la fiducia alla Camera sul decreto Ronchi, già approvato a Palazzo Madama, in tema di risoluzione di infrazioni comunitarie e che prevede tra l’altro la liberalizzazione dei servizi pubblici locali compresa l’acqua. L’acqua è un affare da 8 miliardi di euro.

Finora era un bene pubblico, con il decreto che si approverà oggi diventa una merce. Una merce che viene data in gestione a società private. E’ una cosa che in alcune città italiane avviene già, anche se spesso dove i privati hanno la maggioranza del capitale delle società di gestione le decisioni sono comunque appannaggio dei rappresentanti degli enti pubblici.

La ragione è semplice: essendo un servizio essenziale, vitale per definizione, la distribuzione dell’acqua non può sottostare solo a leggi di mercato, al profitto. La gestione deve essere fatta nell’«interesse pubblico», non per quello «privato». Da oggi si cambia. I privati mettono le mani per legge sulla risorsa più preziosa e si possono spartire una torta da otto miliardi di euro che da qui al 2023 crescerà del 17-20%.

Fiducia, dunque, con i tempi di conversione ristretti e il testo che va approvato in via definitiva entro il 24 novembre. Ma la scelta del governo fa infuriare le opposizioni e crea qualche mal di pancia nella Lega. «Il testo arrivato dal Senato - ragiona il vice presidente del gruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni - è migliorativo rispetto a quello originario però la Lega sull’articolo riguardante i servizi pubblici locali avrebbe voluto migliorarlo ancora e farlo corrispondere alla propria posizione storica a favore dell’acqua pubblica». L’argomento è in ogni caso oggetto di un ordine del giorno del gruppo della Lega alla Camera e il partito di Bossi non esclude nemmeno di chiedere limature magari già in sede di Finanziaria. E anche il deputato «finiano» Fabio Granata esprime «perplessità» sull’utilizzo della fiducia su un argomento delicato come la privatizzazione dell’acqua.

Oggi si vota, ma la partita poi si sposterà comunque, come spiega anche il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, sul regolamento attuativo dell’articolo 15 del provvedimento, quello riguardante, appunto, i servizi pubblici locali. «Si tratta - dice la relatrice del provvedimento, Annamaria Bernini - di un approccio rapido e preventivo per evitare di incorrere in infrazioni». Intanto, sia l’Italia dei Valori che i Verdi annunciano una raccolta di firme per indire un referendum contro la liberalizzazione dell’acqua e anche Pd e Udc, che hanno presentato due questioni pregiudiziali bocciate dall’aula sono sulle barricate.  «Pochi grandi gruppi - attacca la vicepresidente del Pd Marina Sereni - faranno affari d’oro a discapito dei cittadini che subiranno l’aumento delle tariffe dell’acqua». «Assurdo e spregiudicato porre la fiducia su un tema come la privatizzazione dell’acqua», dice Leoluca Orlando, Italia dei valori. «Metteranno la fiducia anche sull’aria», ironizza Touadi, Pd.

Legambiente insorge: «Sono favoriti grandi interessi, l’acqua è un bene primario, indisponibile. Così i cittadini non avranno alcuna agevolazione», dice Luigi Rambelli, presidente Legambiente Emilia Romagna.

Oggi, a partire dalle 15 ci saranno le dichiarazioni di voto e il voto di fiducia sul provvedimento. Di seguito verrà votato il testo. (a.g.)

 

 

La Repubblica - Affari e finanza  16.11.2009

Da Acea a Iride, da Veolia a Suez ecco chi ha sete di acqua privata

Privatizzazione dell'acqua. Chi muove  all'assalto del business del secolo

L' acqua che sgorga dai rubinetti delle case italiane sta per trasformarsi in oro. Oggi lunedì 16 novembre inizia alla Camera l' iter finale del decreto di legge che rivoluzionerà la gestione della rete idrica tricolore, spalancando ai privati la porta degli acquedotti del Belpaese. L' affare, cifre alla mano, è gigantesco. Bollette per 6 miliardi l' anno. Oltre 330mila chilometri di tubature che per stare in tema fanno acqua da tutte le parti, perdendo per strada il 37% del liquido che captano alla sorgente.Più, come ciliegina sulla torta, i 60 miliardi di investimenti previsti nel prossimo trentennio per i lavori necessari a tappare questi buchi strutturali.

Oggi, malgrado il varo negli anni `90 del primo timido tentativo di liberalizzazione con la legge Galli, il servizio è rimasto in sostanza in mano pubblica. I rubinetti d' Italia sono controllati da 91 Ambiti territoriali ottimali (Ato, in pratica gli enti locali) che in ben 64 casi hanno tenuto "in casa", anche il servizio di gestione. In 21 aree distribuzione e bollette sono state affidate a società pubblicoprivate con lo Stato sul sedile di guida (spesso a fianco delle multiutility quotate in Borsa). Solo in sei casi si è scelto di percorrere la strada della privatizzazione.

Tra qualche giorno, se l' articolo 15 del decreto legge 135 uscirà indenne, come pare, dall' ultima tagliola parlamentare, cambierà tutto: gli Ato a totale controllo pubblico dovranno riassegnare entro fine 2011 il servizio a una nuova realtà in cui la gestione e almeno il 40% del capitale siano in mano ai privati. Le municipalizzate che paiono in pole position per guidare questo processo di liberalizzazione dovranno ridurre sotto il 30% (pare per il 2015) la quota di capitale in mano pubblica. E per l' acqua italiana («un bene comune che così viene regalato alla speculazione», tuona Marco Bersani del Forum italiano dei movimenti per l' acqua) inizierà l' era della privatizzazione. A meno che altre regioni non seguano l' esempio di Nicki Vendola che ha impugnato i provvedimenti del governo e intende togliere l' Acquedotto Pugliese (il più grande d' Europa) dalla maglia stretta della Spa ritrasformandolo in ente di interesse pubblico non privatizzabile. Capire chi saranno i registi di questa rivoluzione idrica non è difficile. Tutti, più o meno, sono già in campo e in qualche modo hanno avviato da tempo un paziente risiko per posizionare le loro pedine sui lucrosissimi (in prospettiva) acquedotti tricolori.

A difendere l' onore nazionale ci saranno le exmunicipalizzate. Acea, controllata dal Comune di Roma e dal gruppo Caltagirone, ha già quote in 4 Ato su 6 in Toscana, è presente in Umbria e Campania. E fa da cavallo di Troia (o per meglio dire da «braccio armato», come ha scritto l' antitrust in una sentenza) per Suez, colosso francese presente nel suo capitale e leader mondiale dell' acqua. L' emiliana Hera si è già posizionata sull' asse da Modena a Pesaro. Iride, nata dalle nozze tra Genova e Torino, prossima alle nozze con Enia e partecipata dall' altro colosso transalpino Veolia, ha già messo un cip su diversi Ato del Nord ovest con l' obiettivo di espandersi verso Parma e Piacenza. Mentre A2a e le multiutility del nordest stanno iniziando a esplorare il campo nelle loro aree. «E con ogni probabilità queste realtà finiranno per affiancarsi in cordata con i big delle costruzioni, visti i grandi lavori che saranno necessari nei prossimi anni», dice Roberto Bazzano, presidente di Federutility.

I margini di manovra delle realtà del Belpaese, come spesso accade, sono però limitati. E la parte del leone nel passaggio dell' acqua dal monopolio pubblico ai monopoli (locali) dei privati, lo faranno i colossi esteri: Veolia e Suez, in società con i partner italiani e in proprio, hanno già scoperto le carte. E potrebbero anche fare da pivot per l' inevitabile processo di consolidamento che dovrebbe seguire com' è successo per l' energia elettrica la prima ondata della liberalizzazione. Ma l' ok definitivo all' articolo 15 potrebbe solleticare gli appetiti dei big inglesi e americani che da tempo hanno acceso un faro sulla situazione italiana.

Altri protagonisti di peso della metamorfosi della nostra acqua dovrebbero essere la Cassa Depositi e prestiti e i fondi come l' F2i di Vito Gamberale specializzati in infrastrutture. «Il vero problema dei primi tempi, vista la rigidità delle regole tariffarie, sarà quello di dotare i nuovi gestori di mezzi per investire dice Bazzano. Un' idea potrebbe essere quella di convincerli a vendere la proprietà delle reti idrica e fognaria a Cdp o ad altre realtà. E magari di consentire loro di finanziarsi con un idrobond garantito appunto dallo Stato o da Cdp per rimettere in sesto una rete che oggi è in condizioni disastrose e garantire acqua e trattamento degli scarichi rispettivamente a quel 5% e quel 16% di italiani che ancora non ce l' hanno».

Cosa succederà poi alle tariffe e al servizio per i consumatori? Le opinioni, come ovvio, divergono, anche se un aumento dei prezzi lo prevedono quasi tutti. «Oggi le bollette italiane sono le meno care d' Europa e non a caso la rete, su cui nessuno ha potuto intervenire per mancanza di soldi, è nello stato in cui è», sostiene Bazzano. Per l' acqua, aggiunge, una famiglia di tre persone paga in media 19,6 euro al mese contro i 26,2 che sborsa per le sigarette, i 58 per i telefonini e i 486 per i trasporti. «Se non si aumentano i prezzi conclude non si riescono ad attirare i privati». «Bugie replica Bersani Prima della legge Galli, quando il pallino era in mano allo Stato, si spendevano per gli acquedotti due miliardi l' anno. Poi, con l' arrivo del mercato si è scesi a 700 malgrado le bollette siano salite dal ' 98 al 2008 del 61%. Per di più le Spa, votate al profitto, non hanno alcun interesse a disincentivare i consumi, favorendo lo spreco di una risorsa che tra poco sarà preziosissima». Non solo: «Ad Arezzo, ad esempio, con l' arrivo dei privati hanno bollette tra le più care d' Italia aggiunge Con un cda ampio e strapagato e investimenti all' osso».

Il vero balzo delle bollette arriverà con ogni probabilità quando verranno riassegnate con gara ad evidenza pubblica le nuove gestioni ai privati. Che dovranno proporre un piano di investimenti per il rinnovo della rete su cui saranno parametrate le tariffe iniziali. Poi ci sarà un tetto ai rincari del 5% annuo. «Visti i soldi necessari per sistemare gli acquedotti è un paletto eccessivo dice Bazzano Noi ad esempio insistiamo per l' istituzione di un' authority indipendente che possa derogare a questi limiti in presenza di ambiziosi piani di spesa sulla rete nei primi anni altrimenti succede quello che capita oggi: si pianificano in fase progettuale progetti di migliorie e manutenzione sugli acquedotti, ma poi se ne realizzano davvero solo il 54%».

In Gran Bretagna, ad esempio, c' è quell' Ofwat che ha appena bloccato tutte le richieste di aumento proposte dai gestori privati, mettendo ko i titoli in Borsa. «Proprio l' Europa ci dice che la strada della cessione ai privati di un bene essenziale in monopolio come l' acqua è un errore conclude Pagano Parigi e altre 30 città francesi hanno appena deciso di rinazionalizzare il servizio dopo i disastri fatti dai privati. L' Olanda ha una legge che impedisce la privatizzazione. La Svizzera lo stesso. Nessun privato alienerebbe a terzi la gestione del suo core business. L' Italia deve tenere il controllo dei suoi acquedotti in mano statale e investire per rimettere a posto la rete». Un progetto, almeno in apparenza, più urgente del ponte sullo Stretto. «Parigi? Una rondine non fa primavera chiude Bazzano In Francia il 70% della distribuzione dell' acqua è fatto dai privati con successo. Vogliamo anche noi che l' Italia mantenga la proprietà dell' acqua e il controllo sulla gestione». Ma con lo stato a corto di fondi, è il suo concetto, gli unici che potranno davvero tappare i buchi della rete idrica «saranno in futuro i privati»  Ettore Livini

 

La guerra fra destra e sinistra per i servizi locali

LA NORMA in discussione alla Camera sui servizi pubblici locali relativi all' acqua, è inserita nell' articolo 15 del decreto legge 135 del 25//2009, in corso di conversione in legge e che è stato già approvato dal Senato. Il decreto reca disposizioni urgenti per l' attuazione di obblighi comunitari e per l' esecuzione di sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità europee. La conversione dovrà avvenire, a pena di decadenza, entro il prossimo 24 novembre.

A livello nazionale si è assistito a una serie di vicissitudini sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Prima l' adozione di una riforma in due stadi - ottobre 2003, dicembre 2003 - in parte vagliata di fronte al giudizio della Corte di Giustizia e della Corte Costituzionale. Poi la materia torna in discussione a partire dall' estate del 2006 con il disegno di legge di riforma presentato dai ministri del Governo Prodi. 

Due anni di iter parlamentare non sono però bastati a far passare questa legge. L' attuale governo, pochi mesi dopo l' avvio del proprio mandato nell' estate 2008, propose - ottenendo l' approvazione in Parlamento - l' articolo 23bis del D.L. 112/2008, convertito con legge 133/2008. Il relativo Regolamento, cui era delegata l' analitica formulazione della disciplina del settore, era previsto entro 180 giorni. Seguirono invece alcuni rinvii, mentre fu approvata la salvaguardia della disciplina settoriale del gas naturale nell' ambito del l' articolo 23bis - col provvedimento anticrisi dell' estate scorsa - ed il varo dell' articolo 15 del decreto legge 135/2009, da oggi in discussione alla Camera.

 

 

Corriere delle Alpi  15.11.2009

Dolomiti Unesco Recuperare lentezza per un turismo soft

I futuro delle Dolomiti, patrimonio dell’umanità, è ad andamento lento. Al bando il turismo di massa e le seconde case. Ben venga, invece, un sistema di metropolitane. Un cambio epocale, una suggestione che Giuseppe Scaglione, docente di progettazione urbana alla facoltà di ingegneria dell’università di Trento, lancia al seminario sulle “Dolomiti, paesaggio e vivibilità in un bene Unesco” che si è svolto l’altro ieri a Trento.

L’architetto mette sul piatto dati concreti. Le Dolomiti sono «tagliate» da un corridoio, quello del Brennero, lungo il quale passa il 40% delle merci nazionali che scarica il 21% dell’anidride carbonica emessa nell’arco alpino. Da brivido. E il conferimento del riconoscimento internazionale che coinvolge cinque province può essere l’occasione per un cambio di passo. «E’ ora di finirla - afferma il docente - con l’assalto a Fort Apache, con l’accerchiamento del modello urbano ai Monti pallidi. Il che non vuol dire - prosegue - non costruire più ma, piuttosto, dirigere le energie verso un modello di turismo slow, lento, teso all’agriturismo e alla ricettività diffusa, al recupero dell’esistente, alla qualità architettonica, all’attenzione al paesaggio come forte ancoraggio alla realtà dei luoghi, in opposizione alla moda dei grandi resort».

E come per le Dolomiti vale anche per tutto l’arco alpino. Perché, e sono sempre i dati che parlano a sufficienza, ogni anno sulle Alpi si ammassano 60 milioni di presenze, quattro volte di più della popolazione permanente, le seconde e terze case sono 590 mila, vuote per la maggior parte dell’anno. Nell’occhio del ciclone, in quanto esempi negativi, il paventato Grand hotel Marmolada welness sotto malga Ciapela nelle Dolomiti bellunesi (90 mila metri cubi, 100 appartamenti, 54 chalet, 248 stanze) ma altri casi riguardano il Trentino, l’ampliamento degli impianti sciistici, la distruzione della splendida val Giumela, l’orribile turismo low cost.

In precedenza, l’assessore trentino all’urbanistica Mauro Gilmozzi aveva parlato di un lavoro «in rete» che riguardi, nella gestione del patrimonio mondiale dell’umanità, tutte e cinque le province coinvolte: Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Pordenone. Ha anche sottolineato «l’importanza della centralità del paesaggio come identità di un territorio», ha sostenuto la necessità di fermare «un modello di tipo metropolitano sbagliato». Quasi un’autocritica, la sua, la volontà di imprimere un “balzo in avanti” sotto l’egida dell’Unesco.

Che però ha bisogno, questo è parso uno degli spunti forti emersi dal seminario, di una formazione e di un’educazione costanti per deterninare un cambio di mentalità diffusa, in primis orientata alle nascenti Comunità di valle. E la Provincia di Trento, per questo, si affida alla neonata Scuola per il governo del territorio e del paesaggio (Step), costola della Trentino school of management. Il responsabile Ugo Morelli ha detto che è in corso la formazione dei “facilitatori”, e poi toccherà agli esperti del paesaggio, architetti e ingegneri su tutti.

«Perché il paesaggio - ha affermato - diventi la cifra dell’identità, affinché tutti si assumano la capacità di viverlo insieme alla natura e non contro». Per contrastare anche gli appetiti speculativi che sono sempre dietro l’angolo e che diverse volte hanno prevalso, si può aggiungere. «Senza conoscenza, formazione e cultura - ha concluso Massimo Venturi Ferriolo del Politecnico di Milano - non c’è governo del territorio». Se tutte le parole di ieri troveranno concretezza, come richiesto a più voci, sarà il prossimo futuro a dinostrarlo, o meno. - Paolo Piffer

 

 

L’Amico del Popolo  15.11.2009

INFRASTRUTTURE - La variante alla Ss 51 è nel nuovo accordo Berlusconi-Galan

Grandi opere, spunta la tangenziale di Cortina

Citata la metropolitana di superficie. Niente di cantierabile entro il 2013

Si allunga l’elenco delle “grandi opere” del Veneto, e nel nuovo accordo siglato a Palazzo Chigi tra Silvio Berlusconi e il presidente della Regione Giancarlo Galan c’è anche un po’ di spazio per Belluno.

SORPRESA: C’È CORTINA
A dire la verità, l’inserimento nella “legge obiettivo” della tangenziale di Cortina ha sorpreso più d’uno. Lo Stato, in questo modo, riconosce all’opera un rilievo nazionale, ma resta vero che nei mesi scorsi era stato avviato un dialogo, in provincia, tra gli enti locali e le categorie economiche per cercare di stabilire quali sono le priorità infrastrutturali da affrontare per prime, in modo da arrivare a decisioni condivise che permettano di concentrare energie politiche e risorse economiche. Di quel dialogo Roma e Venezia sembrano non aver tenuto conto, e così la tangenziale di Cortina viene “calata dall’alto” senza il coinvolgimento delle realtà locali. Salteranno fuori davvero, i 484 milioni di euro che si stimano necessari per realizzare l’opera? Non sembra tanto semplice, ma è pur vero che provvedimenti del genere hanno portato ben 50 milioni per il tunnel di Col Cavalier, da costruire a sud di Belluno, che ne costerà in tutto meno di 70. Accordi efficaci, dunque.

E GLI ALTRI “PUNTI NERI”?
E allora sorge un dubbio: bene per Cortina, se davvero risolverà i suoi problemi di traffico con la nuova tangenziale, ma non c’è il rischio che con tutti quei soldi da spendere in Ampezzo gli altri punti neri della mobilità provinciale saranno messi in coda rispetto ad altre priorità nel lunghissimo stivale d’Italia? E’ proporzionato, poi, pensare a un progetto così costoso per la nuova tangenziale di Cortina? Premesso che Cortina è un gioiello bellunese veneto e nazionale e pertanto merita attenzioni speciali, un paragone può essere utile: gli esperti calcolano che per mettere in sicurezza l’intera rete stradale principale della provincia di Belluno, lunga all’incirca 850 chilometri, servirebbero più o meno 550 milioni di euro, non molti di più della tangenziale di Cortina dunque. Mettere in sicurezza vuol dire, per esempio, eliminare il problema delle curve nella bassa valle di Zoldo eccetera eccetera.

CONFERMATA L’AUTOSTRADA
Ma torniamo al «2o Atto aggiuntivo alla Intesa generale quadro tra Governo e Regione del Veneto per l’integrazione del 7o programma delle infrastrutture strategiche », firmato a Roma venerdì 6 novembre. L’accordo fa riferimento diretto alla “legge Obiettivo” del 2001 in base alla quale «il Governo, nel rispetto delle attribuzioni costituzionali delle Regioni, individua le infrastrutture pubbliche e private e gli insediamenti produttivi e strategici e di preminente interesse nazionale da realizzare per la modernizzazione e lo sviluppo del Paese». Il 24 ottobre 2003 Governo e Regione firmarono l’«Intesa generale quadro»: tra le opere di «preminente interesse strategico » risultavano 7 infrastrutture di rilievo nazionale tra cui il «completamento dell’autostrada A27 “Alemagna” » ma «solo per procedure » (verifica dei costi e della loro sostenibilità con il project financing), 6 di interesse anche regionale (nessun riferimento diretto a opere in provincia di Belluno) e 2 di interesse regionale con riflessi nazionali (anche qui niente di specifico per Belluno). Poi, il 17 dicembre del 2007, il primo «Atto aggiuntivo » conferma l’Intesa del 2003 e aggiunge altre 6 “grandi opere”. Niente per Belluno, che intanto - secondo le indagini nazionali - risulta tra le province più carenti di infrastrutture in Italia. Nella ricognizione sulle infrastrutture prioritarie per il Veneto operata dal Ministero nel 2006 (approvata dal Cipe e recepita nel 2007 nel Documento di programmazione economica e finanziaria per gli anni 2008-2012) veniva confermato il collegamento autostradale A27-A23 e compariva la necessità di «adeguamenti, anche in variante, della viabilità ordinaria statale esistente», con riferimento esplicito alle statali 50, 51 e 52 che interessano la provincia di Belluno.

LA METRO DI SUPERFICIE
Per importo, nel nuovo “Atto” sottoscritto da Berlusconi e Galan la nuova tangenziale di Cortina è terza dopo l’asse ferroviario Venezia Udine Vienna e l’ammodernamento della Statale della Valsugana, e precede altre 6 infrastrutture di minore impegno economico, tra le quali (120 milioni di euro) la terza fase della realizzazione della Metropolitana veneta di superficie che interessa anche la provincia per la tratta Conegliano- Belluno. L’accordo romano impone anche delle priorità, con un elenco di opere parzialmente finanziate e da avviare entro il 2013: non ci sono né il proseguimento dell’A27, né la tangenziale di Cortina, né la terza fase della metropolitana di superficie.  L.G.

 

 

Il Messaggero Veneto  09.11.2009

Lettere

Il tesoro del lago di Cavazzo

Nel lago di Cavazzo c'è un tesoro. Un tesoro la cui estrazione rende un utile di circa 500 milioni di euro in  soli 15 anni. Una cifra già sbalorditiva, tralasciando gli anni successivi.

Ma in che cosa è materializzato questo tesoro: lingotti d'oro, diamanti, un giacimento di gas metano, di petrolio? No, nulla di tutto questo! Il tesoro è costituito semplicemente dall' acqua del lago e da quella, gelida, che in esso viene scaricata, dopo essere turbinata e trasformata in kw dalla centrale di Somplago, alla quale perviene in gallerie lunghe decine e decine di km dalle 33 prese che hanno inaridito i corsi d'acqua della Carnia occidentale.    

Ma chi sarà mai il mago che ha scoperto tale tesoro? Si chiama Edipower spa, proprietaria e gestrice della centrale idroelettrica di Somplago, oltre a quella di Ampezzo, avendole acquistate pochi anni fa dall'Enel a seguito della decisione del governo di privatizzarle.

Ma chi mai avrà la bacchetta magica per estrarre questo tesoro? E come? A questo ci pensa, ancora, Edipower spa. Lo fa mediante un progetto di potenziamento della centrale di Somplago. Tale progetto prevede, in aggiunta alle tre turbine già in funzione, l'installazione di due turbine reversibili idonee a produrre energia nelle ore di punta e a pompare l'acqua dal lago di Cavazzo al bacino di carico di Verzegnis nelle ore di bassa richiesta. Il progetto prevede inoltre la costruzione di una nuova galleria tra il lago ed il bacino con conseguente stoccaggio in sito di 220.000 mc.di materiale di scavo.

Il progetto, trovando fondamento nelle incentivazioni rilasciate dal Gestore del mercato elettrico per la produzione di energia da fonti rinnovabili e nella differenza tra l'elevato prezzo di mercato del kwh nelle ore di punta e quello, di molto inferiore, delle ore di bassa domanda, rappresenta principalmente una pura speculazione economica. Infatti, mentre il progetto consente una maggiore produzione nelle ore di punta, il bilancio complessivo dell'energia prodotta/consumata è negativo poiché il pompaggio preleva il 27% in più di energia dalla rete nazionale, prodotta da centrali termoelettriche ad emissione di CO2 o importata. Significa che per produrre nelle ore di punta 1 kwh di energia "pulita" si spende 1,27 kwh di energia prodotta da fonti fossili o importata. 

La realizzazione di tale progetto comporta l'incremento dello scarico nel lago dagli attuali 66 a 110 mc/sec,  la continua oscillazione del livello del lago superiore a quella dichiarata di 1 mt con conseguenze sulla tenuta delle rive, la continua movimentazione delle acque e dei fondali e quindi dei fanghi con conseguente torbidità, l'ulteriore abbassamento della temperatura dell'acqua del lago, l'alterazione dell'ecosistema con riflessi negativi sull'ittiofauna, il completo assoggettamento del lago allo sfruttamento idroelettrico.

Già, ma che cosa volete che siano questi inconvenienti rispetto al tesoro che si estrae! Sono le solite panzane terroristiche di quei soliti noti! Anzi, dalla lettura del fascicolo di Edipower di presentazione del progetto si apprende che lo stato del lago non peggiorerà, ma, addirittura, migliorerà!

E così, l'estraendo tesoro di sì strabiliante valore ha attratto su di sé tutta l'attenzione mettendo il lago, poveretto, nell'ombra. Le briciole di quel tesoro, da Edipower abilmente mostrate ai Sindaci in questi tempi di magri bilanci comunali, li hanno portati a rendere affrettati pareri favorevoli, a sostenere che l'impatto del progetto sul lago è pari a zero e che, quindi, nulla sarebbe cambiato, mentre pari a zero è stata la trasparenza con cui essi hanno gestito le trattative con Edipower. Trasparenza zero da far scrivere al Sindaco di Cavazzo, ad un anno dal ricevimento del progetto, che sarebbe stata sua "premura dare ampia informativa quando la Giunta Comunale lo riterrà opportuno", cioè ad arbitrio suo e a cose fatte! E, come se ciò non bastasse, aggiungiungere "per cortesia, lasciateci lavorare!". 

Trasparenza richiede invece che i Sindaci dicano chiaramente che cosa abbiano concordato con Edipower, quali mitigazioni degli impatti ambientali, quale ammontare delle compensazioni monetarie, quali opere, quanti posti di lavoro (per chi?) e quant'altro. Questi non sono argomenti da tenere segreti e di loro esclusiva spettanza, ma riguardano l'intera comunità.

Ma se l'impatto è zero, come sostengono Edipower ed i Sindaci, perché mai allora nelle deliberazioni dei Comuni si chiedono mitigazioni degli impatti e "compensazioni"? E' una contraddizione. I casi sono due: se ci sono le mitigazioni e le compensazioni vuol dire che l'impatto negativo c'è, se non c'è impatto negativo non hanno motivo di esserci le mitigazioni e le compensazioni, considerato che Edipower non è un ente di beneficenza.

La Regione non può limitarsi a'esame del progetto Edipower solo dal punto di vista della Valutazione d'Impatto Ambientale (VIA), che deve essere molto severo, lasciando soli i piccoli Comuni interessati a gestire tale progetto, più grande di loro, ma lo deve esaminare in tutti i suoi aspetti.

La Regione non può nascondersi dietro "la legge del mercato" ed essere indifferente di fronte al tesoro che si vuole estrarre dal lago di Cavazzo e che, lasciando in loco qualche briciola ed il lago definitivamente rovinato, finirebbe altrove, agli azionisti di Edipower: alla Edison in gran parte posseduta da EdF (Electricité de France), a ALPIQ delle banche svizzere, a IRIDE municipalizzata di Torino e Genova, a A2A municipalizzata di Brescia e Milano. Sarebbe la ricchezza delle acque della nostra montagna che verrebbe, ancora una volta, portata via.

Quanto diverso sarebbe stato lo scenario se ad acquistare dall'Enel le centrali di Somplago e di Ampezzo fosse stata una cordata locale costituita dalla Regione e dagli imprenditori regionali! Sarebbe stato possibile un approccio all'uso più diversificato dell'acqua oltre ad una mggiore attenzione all'ambiente e al territorio.

Ma qual è il vero, reale, naturale, duraturo tesoro, non trasformabile in ricchezza che viene portata via altrove ad arricchire chi è già straricco? E' lo stesso lago di Cavazzo!

E allora, basta violenze al lago ed alla sua valle. Già troppe ne sono state perpretate: centrale, tralicci, oleodotto, autostrada. Un terremoto prima del vero sisma del 1976. La Regione ed i Comuni non possono lasciarlo completamente assoggettato allo sfruttamento idroelettrico. Occorre un piano ed una legge regionale di tutela e di valorizzazione del lago e della sua valle che li ponga in sistema con le significative presenze storiche, culturali ed ambientali del territorio circostante.

Franceschino Barazzutti, già sindaco di Cavazzo Carnico, già consigliere regionale. 31.X.2009

 

 

Il Gazzettino-Bl  08.11.2009

Tangenziale, una promessa

E’ nell’agenda del Governo, ma in paese il progetto trova pro e contro

Marco Dibona

CORTINA

La nuova tangenziale di Cortina rientra fra le opere strategiche, che il Governo nazionale si è impegnato a realizzare. A Roma, hanno firmato l’accordo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il governatore del Veneto Giancarlo Galan. Nell’elenco ci sono opere di ogni tipo: dall’alta velocità ferroviaria alla terza corsia dell’autostrada Venezia – Trieste, dai collegamenti dei treni per gli aeroporti di Verona e Venezia alla Valsugana. Per la variante della statale 51 di Alemagna, una serie di gallerie e di ponti, si prevede di spendere 484 milioni, in un paniere di grandi opere per un costo complessivo di trenta miliardi di euro. La circonvallazione di Cortina rientra fra le nuove opere, da sottoporre al Cipe, per un parziale di 3 miliardi 165 milioni. Il progetto, presentato alla popolazione il 29 aprile scorso, è la correzione di un precedente elaborato, che Paolo Franceschi, prima sindaco e poi assessore alla mobilità, concordò con l’Anas. Il primo stralcio prevede una galleria di 2.313 metri, dalla frazione di Zuel sino alle porte del paese, in località Riva. Superato il torrente Boite con un viadotto, si entra in un’altra galleria, di 3.877 metri, nel versante ovest della conca, per sbucare a nord di Cortina, verso Dobbiaco, con un altro ponte, per tornare sulla sinistra del Boite. Resta dunque sostanzialmente invariata la parte che compete all’Anas, a cui interessa il passaggio, più rapido possibile, attraverso la conca d’Ampezzo. La differenza sostanziale, fra il vecchio ed il nuovo progetto, sta invece nel terzo stralcio, il raccordo fra la viabilità di transito e quella di penetrazione. Non si parla più, dunque, di un grande parcheggio scambiatore nei prati di Convento, con le stazioni di partenza di nuovi impianti a fune e di un people mover, un sistema automatizzato di trasporto delle persone. E’ sparita anche la galleria verso Alverà, per unirsi alla strada 48 delle Dolomiti. Nel nuovo progetto, completa la circonvallazione una galleria di 1.500 metri, che sale dalla rotonda sul Boite, in Riva, sino alla ex stazione ferroviaria, per poi scendere verso il ponte Corona, in via dello Stadio.

La tangenziale divide il paese, i residenti, gli ospiti, la stessa amministrazione comunale: c’è chi la vede come un’esigenza irrinunciabile e chi la ritiene sovradimensionata, per le reali necessità di Cortina, un’imposizione di chi ha interesse a trasformare la valle del Boite, verso la Pusteria e l’Austria, in un corridoio di passaggio delle merci, prima che delle persone. In un sondaggio popolare, concluso il 20 maggio, si espressero 1.386 cittadini, su 5.122 aventi diritto, con 1.380 voti validi, quasi il 27% della popolazione. I voti favorevoli furono 995, i contrari 385. Non si è mai voluta portare in discussione in consiglio comunale, consapevoli della spaccatura fra i pareri, nella maggioranza: soltanto una comunicazione, il 10 luglio, ad aspettare che l’Anas sottoponga il progetto dettagliato, non quello di massima, visto sino ad allora, per valutarlo in fase di adozione del Piano di assetto del territorio.

 

 

Il Gazzettino  07.11.2009

GRANDI OPERE  Sì del governo: strade, metro e treni

Un tesoro da 30 miliardi per il Veneto del futuro

Trenta miliardi per il Veneto. Ecco le grandi opere che disegneranno il futuro del Nordest. Tutto previsto dall’intesa firmata a Palazzo Chigi, tra governo e Regione: l’Alta Velocità, la terza corsia Venezia-Trieste, la tangenziale di Cortina e la Valsugana, collegamenti ferroviari con gli aeroporti di Venezia e Verona, la Pedemontana, la Nogara-Mare, la metropolitana lagunare e la metropolitana veneta.

 

Grandi opere per 30 miliardi

Governo e Regione Veneto sottoscrivono un nuovo accordo per infrastrutture stradali e ferroviarie ritenute strategiche

Il libro dei sogni, opere strategiche sia per l’Italia che per il Veneto, contiene un lungo elenco, del valore di 30 miliardi di euro, l’equivalente di una Finanziaria dei vecchi tempi. Ma la parte di quel libro che si trasforma ora in impegno del governo, con una precisa scadenza, contiene opere strategiche per 15 miliardi di euro che dovranno essere avviate entro il 2013, ovvero nei prossimi quattro anni. Inoltre, i progetti di 9 "new entry", per un ammontare di oltre 3 miliardi di euro, diventano assicurazione di inoltro al Cipe, per l’approvazione.

Da ieri ci sono sei firme apposte in calce a quello che è stato chilometricamente battezzato "Secondo atto aggiuntivo alla intesa generale quadro tra governo e Regione del Veneto per l’integrazione del settimo Programma delle infrastrutture strategiche». In parole povere, si tratta della concertazione tra il governo Berlusconi e la Regione del Veneto per realizzare le opere ritenute fondamentali. Infatti, le firme sono quelle del premier, dei ministri Altero Matteoli (Infrastrutture), Stefania Prestigiacono (Ambiente), Raffaele Fitto (Rapporti con le Regioni). Per il Veneto hanno vergato il governatore Giancarlo Galan e l’assessore Renato Chisso.

La cerimonia è avvenuta nella Sala degli Arazzi a Palazzo Chigi, con solennità e sorrisi. In quegli elenchi c’è un po’ di tutto: l’Alta Velocità ferroviaria e la terza corsia Venezia-Trieste, la tangenziale di Cortina e la Valsugana, collegamenti ferroviari con gli aeroporti di Venezia e Verona, la Pedemontana Veneta, la Nogara-Mare, la metropolitana lagunare e la metropolitana veneta.

«Atto aggiuntivo» significa che l’elenco fa riferimento al programma delle infrastrutture strategiche del governo Berlusconi del 2001, poi tradottosi nell’intesa-quadro con la Regione del 2003, ribadita e integrata nel 2007. Le opere iniziali sono cresciute di numero, anche perchè nel frattempo sono emerse nuove esigenze. Troviamo indicati (elenco 2007) 11 sistemi stradali e autostradali, 7 sistemi ferroviari, due sistemi urbani, cinque hub portuali o aeroportuali.

L’accordo è composto di tre articoli. Le parti «confermano la rilevanza strategica» di 9 opere di preminente interesse nazionale (ci sono anche la Nuova Romea Orte-Mestre e il Mose), di 6 opere per cui concorre anche l’interesse regionale e di cinque interventi di interesse regionale per i quali concorre anche quello nazionale.

Ma è il terzo articolo a stringere l’impegno del governo. Perchè vengono inserite 9 opere (si veda la tabella della pagina precedente) che il ministero delle Infrastrutture sottoporrà all’approvazione del Cipe, così da integrare l’elenco degli interventi strategici. Altre 13 opere (si veda la tabella qui sopra) sono parzialmente finanziate e verranno inserite nell’Allegato Infrastrutture al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2010-2013. Diventano opere che vanno «avviate» entro il 2013.

Il passo avanti sta in questo, nella scadenza temporale e nell’aggancio a uno strumento finanziario. Anche se la parte di fabbisogno economico da reperire, a fronte degli oltre 15 miliardi di costo previsto, è di quasi 8 miliardi di euro.

 

NUOVI PROGETTI Sono nove gli interventi che integrano il programma e che saranno inviati al Cipe per l’approvazione

Tra le novità, la Valsugana e la tangenziale di Cortina

Dei due elenchi che integrano il programma delle infrastrutture strategiche, ve ne è uno che indica nove opere, per un valore complessivo di 3 miliardi 165 milioni di euro. Sono le "nuove entrate", che il ministero delle infrastrutture e dei trasporti si è impegnato a sottoporre all’approvazione del Cipe.

Tra di loro ne spiccano soprattutto tre. La prima è la Metropolitana lagunare di Venezia, per la quale è preventivata una spesa di 290 milioni di euro. C’è poi l’impegno per l’ammodernamento della Valsugana da Bassano al confine del Veneto, con un importo di 600 milioni di euro, che fa riferimento implicito al progetto dell’Anas di due anni fa. Questa voce sembra tagliare definitivamente la strada a un "project financing" alternativo, con tracciato diverso, ipotizzato da alcuni privati. La terza opera è forse la più controversa, viste le reazioni degli ambientalisti alcuni anni fa. Si tratta della tangenziale di Cortina d’Ampezzo, che dovrebbe dirottare (in buona parte in galleria) il traffico che oggi transita per il centro della cittadina. Il costo indicato è di 484 milioni di euro.

«Come veneto e veneziano posso dire di essere più che soddisfatto - ha dichiarato l’assessore Renato Chisso - osservando che nel programma dei nuovi interventi c'è la realizzazione della metropolitana lagunare di Venezia. Ma lo stesso potrei dire per i collegamenti tra la A4 Venezia-Trieste e il sistema turistico del litorale veneto. Ancora, troviamo i collegamenti fra la superstrada a pedaggio Pedemontana veneta e la viabilità ordinaria nelle province di Treviso, Vicenza e Padova. Oppure la Tangenziale di Cortina d'Ampezzo o le diverse opere che saranno realizzate tra Este, Legnago, Verona».

 

 

Il Corriere delle Alpi  06.11.2009

A27, dai sindaci le proposte per il progetto

BELLUNO. Prolungamento della A27 da valutare insieme con i sindaci, quanto a impatto ambientale. Il pedaggio invece sarà una eventuale leva per risolvere il nodo del traffico a Ponte.

La riunione di ieri sul prolungamento a nord dell’A27 ha visto i sindaci e la Provincia valutare il tracciato e fissare un punto: in questo periodo in cui si discute sull’impatto ambientale dell’opera, i Comuni potranno indirizzare le scelte. Parola di Regione. Al tavolo convocato in Provincia c’erano i sindaci di Longarone, Ponte, Castellavazzo, Ospitale e Perarolo, oltre al presidente Bottacin, il vice Giovanni Piccoli e l’assessore Faoro, gli ingegneri Angelini per la Regione, Muccilli per Anas Tre Venezie e Prisco. A uno a uno i sindaci hanno espresso le loro preoccupazioni sul prolungamento della A27. «Abbiamo registrato da un lato la disponibilità della Regione e dell’Anas ad approfondire il tema» spiega Piccoli «ma concretamente, in questi mesi in cui il promotore project financing predispone l’impatto ambientale (3-4 mesi per lo studio) i Comuni possono intervenire e suggerire, chiedere approfondimenti su punti non chiari, fare proposte. Questo prima ancora che si apra la procedura vera e propria di Via. Questa collaborazione permette ai sindaci di essere parte attiva. Loro chiedono se la Provincia fa il coordinamento, ma mi pare ci sia il clima giusto per approfondire le questioni».

Il tracciato parte da Pian di Vedoia si sviluppa lungo la destra Piave fino a Longarone (altezza zona industriale) poi si infila in galleria lungo sponda sinistra del Piave fino a Perarolo. Per i sindaci le questioni sono legate a territorio e aumento di volume di traffico, come a Ponte: «Qui servono soluzioni adeguate per l’effetto che può avere l’aumento del traffico pesante» continua Piccoli. «Vanno immaginate le soluzioni con le loro ricadute locali: una delle leve per il problema di Ponte sarebbe il pedaggio. Le prossime settimane si vedrà come affrontare l’argomento ma non s’è deciso nulla».

Ora si cerca di raccogliere le idee che i sindaci hanno manifestato e di girarle in Regione. C’è poi da approfondire il punto di arrivo del tracciato: «Potrebbe essere riconsiderato verso il Cadore e attestarsi un po’ prima di dove le carte lo prevedono. Oggi il tratto arriva appena dopo il primo viadotto a Perarolo, poi si innesta sulla viabilità esistente: va valutato se vale la pena farlo finire prima della galleria Ru Corvo-Macchietto».

 

 

Il Manifesto  06.11.2009

PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA

Un decreto da ritirare

Emilio Molinari, Rosario Lembo

Il Senato ha votato la conversione in legge del decreto art. 15 con il quale si privatizzano tutti i rubinetti d'Italia. L'acqua del sindaco, come per anni l'hanno chiamata i lombardi, non c'è più e di questo bisogna ringraziare la classe politica italiana. In particolare un ringraziamento va alla Lega, che con questo voto ha segnato il suo passaggio al sistema economico di potere e ha mostrato quanto il suo federalismo sia puro linguaggio, e altrettanto la decantata partecipazione dei cittadini.

La mobilitazione del movimento, le mail che hanno intasato i computer dei senatori, la presa di posizione di molti sindaci e della regione Puglia, che ha dichiarato di voler assumere la gestione del Servizio idrico integrato, hanno reso meno celebrativo il dibattito al Senato. Per la prima volta i nostri argomenti sono risuonati in quelle aule in modo chiaro e nel Pd si sono sentite voci discordanti da quelle sostenute da sempre in questo partito.

Ma tutto ciò non ha cambiato la sostanza del decreto.
Si è resa obbligatoria la gara, si sono praticamente liquidate le Spa a totale capitale pubblico, si sono generalizzate e affermate le società miste definendo il tetto alla partecipazione pubblica al trenta per cento, facendo cadere così anche l'ultima foglia di fico di qualche amministratore che nel passato ha sostenuto che con il 51% delle azioni il controllo maggioritario del pubblico era assicurato.

Si è introdotta una nuova mistificazione: la possibilità ai comuni di partecipare come «privati» alla prima gara. Si tratta di una cosa paradossale: i comuni sono obbligati a mettere a gara le proprie azioni ma poi possono gareggiare per riprendersele, magari attingendo a prestiti bancari... Incredibile schizofrenia: mentre si afferma definitivamente il primato del mercato, si permette l'estrema finzione di chi, in mala fede, può ancora dire che non privatizza. A ben vedere, questa ipocrita giustificazione è già in circolazione

E' un vizio tipico di una certa politica italiana: perseguire la privatizzazione e negare di averla fatta. Gli amministratori delle regioni - solo per fare due esempi, la Toscana e l'Emilia Romagna - sono stati maestri in tale arte.
Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la sua Costituzione. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioni proprie, con un vero attentato alla democrazia. Tutto questo fa dell'Italia l'unico paese europeo che si incammini su tale strada.

Per la stragrande maggioranza dei partiti, questo non è che l'epilogo di una lunga sbornia privatistica, dalla quale solo in Italia sembra non si voglia più uscire, nemmeno davanti all'attuale devastante crisi finanziaria, nemmeno davanti al palese fallimento del neoliberismo Per altri partiti prevale una storica indifferenza per il problema acqua, per i beni comuni e per la difesa delle risorse limitate: prevale l'abitudine, non il pensare.
Ora il decreto va alla Camera: la battaglia perciò non è chiusa.

Vorremmo tuttavia rivolgere un appello a tutti i partiti perché rivedano questo decreto: bisogna ritirarlo, o in ogni caso togliere dal decreto l'acqua per ciò che essa rappresenta. D'altro canto, si sono già tolti alcuni servizi come il gas e si è tolta la liberalizzazione delle farmacie. Vorremmo venisse tolto l'obbligo di privatizzare imposto ai comuni.
E un altro appello, speciale, ai partiti e ai parlamentari che hanno votato contro il decreto e hanno sostenuto i nostri argomenti.
Li ringraziamo, ma vogliamo dire loro che se si vuole fare veramente una battaglia, non basta votare contro in aula. Ci si pronuncia come partito attraverso il segretario nazionale, si dà mandato a tutto il partito di mobilitarsi, si va in televisione o sui media per denunciare ciò che avviene; si informa l'opinione pubblica.

E questo vale per chi sta in Parlamento e per chi è stato messo fuori.
Per i partiti che intendono mobilitarsi il 5 di dicembre contro la politica sociale di Berlusconi, chiediamo di mettere nella piattaforma la questione dei servizi idrici privatizzati.
E infine, un appello particolare va alle organizzazioni sindacali, affinché si pronuncino e si mobilitino non solo per il destino dei lavoratori del settore, ma al nostro fianco, contro quella che si chiama mercificazione dell'acqua, di cui il decreto italiano è un tassello determinante e un precedente gravissimo.
È in ballo la capacità della sinistra di rinnovare i propri paradigmi. Ne va della sua stessa esistenza.
*Sezione italiana del contratto mondiale dell'acqua

 

L'acqua che scotta

A. Pal.

C'è una questione semplice - ma con un valore culturale immenso - dietro il decreto legge approvato in Senato e che presto arriverà alla Camera. E' possibile oppure no generare profitto utilizzando il bene acqua? Non si tratta solo di capire se il servizio idrico è essenziale, perché su questo sono tutti d'accordo. E' così importante da diventare la frontiera più estrema della speculazione finanziaria, ben oltre i fondi sulle commodities. La questione della gestione delle risorse idriche è il vero punto focale oggi, forse più della proprietà delle reti.

Quello che il governo - e parte del Pd - vuole, è dare in mano alle società per azioni, nazionali o multinazionali, questo in realtà poco importa, la gestione e quindi lo sfruttamento economico della risorsa acqua. E' una questione che ritorna regolarmente sul tavolo della politica dai primi anni novanta in poi, da quando il governo di Giuliano Amato si lanciò sulla strada delle privatizzazioni. Il governo di Silvio Berlusconi tenta oggi di accelerare la stretta privatizzatrice, a colpi di decreto. Potrebbe essere il colpo finale. I comuni proprietari in tutto o in parte del capitale delle società di gestione dovranno vendere le loro azioni in borsa sacrificando gran parte dell'investimento. I soldi ricavati finiranno di nuovo in speculazioni finanziarie; questo almeno è l'intento della finanza internazionale: mettere le mani sull'acqua e nello stesso tempo sui comuni e sulla loro libertà.

La prima tappa è stata l'approvazione dell'articolo 23 bis del decreto Tremonti, lo scorso anno; poi nei giorni scorsi l'articolo 15 del disegno di legge 135 ha completato, almeno per ora, l'opera. L'articolo in sostanza affida la gestione dei «servizi pubblici locali di rilevanza economica» al mercato, pur mantenendo la proprietà pubblica delle reti. Il problema nasce dal fatto che per il governo anche l'acqua ha una «rilevanza economica».

Questa definizione - che implica di conseguenza l'applicazione delle regole della concorrenza e del libero mercato - è stata ben capita negli ultimi quattro anni dalle centinaia di comitati per l'acqua pubblica. E una resistenza silenziosa è nata in tantissime città, dove alcuni consigli comunali hanno inserito negli statuti la dichiarazione che l'acqua non può avere quella «rilevanza economica» che il governo vuole dare per decreto. Una risposta che è nata proprio in quelle città dove l'impatto dei gestori privati o pubblico-privati - come Acqualatina o Acea - ha fatto capire cosa significa la gestione speculativa dell'acqua. Un movimento, questo, che pochissimi giorni fa è stato abbracciato anche dal presidente della giunta regionale della Puglia Nichi Vendola. Con una delibera del 20 ottobre scorso la giunta pugliese ha stabilito due principi fondamentali: l'Acquedotto pugliese dovrà lasciare la forma di società per azioni diventando una azienda di diritto pubblico e dovrà essere preparata una legge regionale dove l'acqua verrà dichiarata un bene comune, senza rilevanza economica.

Il conflitto politico - e costituzionale, visto che si parla di competenze di stato e di regione - si è dunque aperto. Dalla Puglia Nichi Vendola fa sapere con chiarezza che questo punto sarà - come nel 2005 - la bandiera più importante della sua campagna elettorale. Lo scontro sull'acqua non sarà semplice e non avrà come controparte solo il governo e il centrodestra. Subito dopo la votazione della delibera della Regione Puglia per la ripubblicizzazione dell'acquedotto pugliese la componente del Pd che fa riferimento a Massimo D'Alema ha precisato che non è questa la posizione che sosterranno.

Anche l'altro ieri in Senato buona parte del partito democratico ha sostanzialmente accettato l'idea della gestione privata, nascondendosi dietro il principio della proprietà pubblica delle reti.
La risposta all'approvazione dell'articolo 15 da parte del Forum dei movimenti per l'acqua è arrivata più dura che mai. «Se la Camera dei Deputati - scrive il Forum - non ribalterà il misfatto del Senato, davanti agli occhi attenti del Paese si sarà celebrata la delegittimazione delle Istituzioni». Non è in gioco solo la gestione delle risorse idriche, ma, secondo il Forum, la stessa democrazia locale. Secondo diversi giuristi, infatti, la decisione sulla rilevanza economica di un servizio locale spetta costituzionalmente solo ed esclusivamente ai consigli comunali.

Lo scorso marzo la stessa Corte dei Conti della Lombardia, interpellata da alcuni comuni, ha riaffermato la validità di questo principio, rimandando alle autonomie la scelta sulle modalità di gestione del servizio idrico.
La risposta alle scelte del governo verrà prima di tutto dalle quotidiane battaglie per i diritti che le centinaia di comitati in tutta Italia hanno avviato da almeno quattro anni. Nelle due province dove la privatizzazione arrivò per prima - Arezzo e Latina - hanno già sperimentato direttamente l'impatto della gestione privata: tariffe che aumentano anche del 300% e una qualità dell'acqua che diventa insostenibile. La sfida in realtà è già partita da diverso tempo. A Torino a breve il consiglio comunale dovrà discutere la proposta d'iniziativa popolare per la dichiarazione dell'acqua come «bene senza rilevanza economica». Sarà il terreno per un confronto anche all'interno della sinistra, per capire che direzione prenderà il partito democratico guidato da Pierluigi Bersani.

 

 

L'Unità  06.11.2009

Affari da bere

Vittorio Emiliani 

L’acqua potabile è un diritto essenziale per la vita. Così recita la Dichiarazione Universale dei diritti umani. Ma la sua gestione - come quella di altri servizi pubblici – deve essere affidata, secondo il nostro governo di centrodestra, soltanto ai privati. Così si è espresso il Senato, pur essendo stato inserito in commissione un emendamento del Partito Democratico che mantiene ai Comuni la proprietà dell’acqua. In un certo numero di Enti locali le società private si sono già insediate al posto dei tradizionali gestori comunali o consortili e le tariffe dell’acqua potabile hanno registrato impennate vessatorie. L’acqua rischia di essere un business e non, invece, uno dei beni primari da garantire alle popolazioni. Va detto subito che la gestione pubblica dell’acqua non è stata nel nostro Paese esemplare: per demagogia le tariffe sono assai più basse di quelle dei Paesi europei sviluppati e i consumi, in parallelo, molto più alti. Contemporaneamente però consumiamo una quantità incredibile di acqua minerale la quale costa da 500 a 1000 volte di più e “produce” una montagna ingombrantissima di bottiglie di plastica.

Le tariffe pubbliche troppo basse, oltre a indurre gli italiani a consumi molto elevati (293 litri per abitante/giorno contro i 196 della Germania o i 211 della Francia), hanno impedito ai Comuni di investire in modo adeguato nella rete, ridotta, per lo più, ad un colabrodo, con perdite ingentissime.

Inoltre pochi Comuni si sono dotati di stoccaggi di acqua riciclata per le fabbriche e per l’irrigazione (che si prende il 60-70 per cento dei consumi). Lo hanno fatto i Comuni più seri e attenti all’ambiente i quali registrano infatti la virtuosa catena di tariffe non stracciate, consumi privati mediamente più bassi, buona efficienza della rete idrica e disponibilità di acque riciclate o comunque non potabili per usi produttivi. Per esempio a Forlì, a Ferrara, a Pistoia, a Livorno o a Reggio Emilia, dove nel 2005 vigevano le tariffe pubbliche dell’acqua più elevate si registravano consumi per abitante dimezzati nei confronti delle città dove all’epoca si praticavano le tariffe più basse.

Ebbene, col testo di legge approvato, i Comuni potranno d’ora in poi partecipare alle aziende idriche miste al massimo per il 40 per cento, ma senza più gestioni dirette: la privatizzazione della gestione dell’acqua punirà dunque nel modo più ingiusto i Comuni “virtuosi”, quelli che hanno sin qui assicurato servizi adeguati a tariffe non demagogiche, facendo così, in modo equo, l’interesse degli amministrati. Né consentirà una sana competizione, alla pari, fra pubblico e privato. E sì che le prime privatizzazioni hanno già provocato un caro-acqua assurdo. Questo governo è rimasto sordo ad ogni saggio richiamo. A Silvio Berlusconi, in qualunque campo, non importa nulla dell’interesse generale. Gli stanno a cuore i tanti interessi privati e corporativi. Ma i cittadini italiani quando apriranno gli occhi su questa elementare realtà?

 

 

Corriere delle Alpi  05.11.2009

Un incontro tra i sindaci e Bottacin per il prolungamento dell autostrada A27

PONTE NELLE ALPI. Oggi pomeriggio, Gianpaolo Bottacin, presidente dell’amministrazione provinciale, ha convocato a Palazzo Piloni i sindaci interessati al prolungamento dell’autostrada A27 verso nord.

Qualche settimana fa la giunta regionale aveva dichiarato di “pubblico interesse” l’opera che sarà realizzata con un «project financing» da società private.

La riunione dovrebbe essere prevalentemente tecnica: agli amministratori, cioè, dovrebbero essere sottoposti il progetto dell’arteria. I sindaci dei comuni interessati all’intervento (Ponte nelle Alpi, Longarone, Castellavazzo, Ospitale e Perarolo), seppur preoccupati per l’ambiente, non si sono espressi nel merito anche perché non, avendo ancora visionato il progetto, ne sapranno qualche cosa di più.

Intanto a Ponte nelle Alpi, nel corso dell’ultimo consiglio comunale, nel dibattito emerso in seguito alla presentazione di un’interrogazione presentata da «VotoxPonte» sul prolungamento dell’A27 a nord oltre Pian di Vedoja: un’ argomento tornato in agenda.

Dal dibattito sono emerse sostanzialmente tre posizioni: «VotoxPonte» favorevole al prolungamento mentre la posizione dell’amministrazione non si discosta dalla «posizione sulla viabilità delle amministrazioni che si sono succedute in questi ultimi 10 anni» ma che vuole saperne di più “sullo stato dell’arte” mentre, fortemente critica, sull’eventuale prolungamento dell’arteria autostradale, è la posizione dell’altra minoranza «Ponte nelle Alpi Nuova» (Lega) illustrata in consiglio comunale. È, quello della Lega un «no» secco: non «ideologico» come quello dei «comunisti di 30 anni fa, né come quello anacronistico degli ambientalisti di 15 anni fa, ma una scelta di democrazia, di territorio e di coscienza».

«L’autostrada alla provincia di Belluno non serve: ci sono - ha affermato De Biasi - altre esigenze quali il contrasto allo spopolamento della montagna per mancanza di servizi efficienti, una viabilità minore insufficiente, un’edilizia che deve crescere di più nel rispetto dell’ambiente, uno sfruttamento eccessivo delle risorse idriche». (p.b.)

 

 

La Repubblica  05.10.2009

La svendita dell'acqua pubblica

di Paolo Rumiz

Con le reti idriche allo sfascio, l´Italia accelera la privatizzazione dell´acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco "gap" infrastrutturale. I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all´acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent´anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo.

Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient´altro che il solito polverone. Uno scontro di "teologie": con una maggioranza che crede nell´efficacia salvifica della gara d´appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell´acqua "bene comune". In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare "l´acqua del sindaco", intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.

Nell´agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato così carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d´accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l´acqua – ultima trincea del pubblico servizio – minaccia fuoco e fiamme. «In nessun´altra parte d´Europa – attacca il presidente Emilio Molinari – si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center».

Contro il provvedimento s´è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s´è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l´acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d´Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di "l´acqua è una cosa pubblica" ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone.

Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un´azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d´Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un´azienda con sede a Milano, Roma o magari all´estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l´acqua ad altri.

« la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti - dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E´ tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati».

Privatizzare è l´ultima speranza di adeguarci all´Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. proprio l´enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e così finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell´università di Udine. Altra cosa che pu falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.

Pubblico o privato? «Non importa che i gatti siano bianchi o neri – scherza Passino citando Marx – l´importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l´azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un´authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: «L´anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbate o fughe speculative». Figurarsi se poi l´azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.

Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d´Europa. Questo perché – a differenza di Francia o Germania - finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell´acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell´elettricità, che invece sono – udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell´incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l´anno.

 

 

L’Unità  05.10.2009

Il centrodestra sta svendendo anche l’acqua

di Bianca Di Giovanni

Anche l’acqua ai privati. Come chiede Confindustria da anni. Il Senato ha varato ieri la riforma dei servizi pubblici locali, che punta a favorire la gestione privata di alcuni servizi locali. Il testo passa ora alla camera. Il Pdl sventola slogan epocali. In realtà il provvedimento è frutto di una faticosa mediazione tutta interna alla maggioranza, in cui la Lega (come al solito) ha fatto la parte del leone. Il Carroccio ha ottenuto infatti che fossero esclusi fin dall’inizio i settori più «ricchi» dell’affare servizi: elettricità e gas. Troppo importanti le ricche multiutility del nord. Il testo ha escluso anche il trasporto pubblico locale, con la stessa motivazione ufficiale: settore che ha bisogno di norme speciali. Motivazione che non è valsa, invece, per il servizio idrico. Che pure a livello europeo è considerato più «speciale» degli altri.

Così si preparano all’iter della privatizzazione acqua e rifiuti, insieme ad altri servizi minori. Sfilate all’ultimo momento (sempre dalla Lega) anche le farmacie comunali. Il testo prevede che per tali servizi sia prioritario l’affidamento a terzi, che siano privati o società miste pubblico/ privato. In quest’ultimo caso, però, il «braccio» privato deve detenere almeno il 40% della società. In caso di società quotate (è il caso della romana Acea), il pubblico dovrà scendere al 40% (in origine era il 30%). L’affidamento cosiddetto in-house, cioè pubblico, non è escluso, ma è condizionato a una serie di fattori. Si potrà scegliere solo in situazioni eccezionali, quando si dimostrasse impossibile l’affidamento a privati, e comunque solo dopo l’autorizzazione dell’Antitrust. Va ricordato che già oggi è possibile affidare la gestione di tutti i servizi pubblici locali (incluso quello idrico) a soggetti privati attraverso gare. La novità è che gli enti locali, finora liberi di scegliere, saranno obbligati ad aprire al privato, e solo in casi eccezionali potranno evitarlo.

La vera guerra si è scatenata sull’acqua. L’opposizione ha presentato parecchi emendamenti soppressivi, sostenendo tra l’altro che la stessa Unione europea privilegia la gestione inhouse per il servizio idrico. Ma la maggioranza ha tirato dritto. A questo punto è stata formulata una proposta - primo firmatario Bubbico del pd, sostenuto da tutte le forze di opposizione - con l’obiettivo di mettere dei paletti agli intenti di privatizzazione del servizio. La proposta è stata rigettata da governo e maggioranza. «La questione della gestione della risorsa acqua - ha detto a quel punto il presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro - è una delle grandi questioni sulle quali si interroga il mondo intero. Non è un problema di poco conto, ragioniamoci cerchiamo di capire meglio». Dopo un accantonamento, la proposta è stata riformulata e poi votata da ambedue gli schieramenti, esclusa l’Idv. Il testo ribadisce che l’acqua è un bene pubblico, che l’accesso al servizio deve essere garantito a tutti e che il prezzo dev’essere stabilito da autorità pubbliche. Solo la gestione dovrà andare in mani private. «In questo modo abbiamo sventato un colpo di mano della maggioranza», dice Bubbico.

Resta il giudizio negativo sul provvedimento complessivo. «Oggi in Senato con il voto del Pdl e della Lega viene resa obbligatoria la gestione dell'acqua: una scelta che va contro l'interesse dei cittadini e che non è dettata, come falsamente sostengono governo e maggioranza, da norme europee. Una scelta tanto più grave nel caso del partito di Bossi e Calderoli, che in Padania si batte per l'acqua bene pubblico e a Roma prende decisioni ultraliberiste», commenta Roberto Della Seta.

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