Home Page
per ogni contatto  peraltrestrade@libero.it          sezione Cadore  gd-pas@libero.it

 

Home Chi siamo Novità Comunicati Stampa Rassegna Stampa Documenti Contributi Autostrada Iniziative Foto Video Statuto Contatti Links

Tesi di laurea - Cecilia Alzetta

Cosa dicono, Rassegna stampa, Varie

2003    2004    2005    2006    2007    2008    2009    2010    2011  ultime...

febbraio    marzo    aprile    maggio    giugno    luglio    agosto    settembre    ottobre    novembre    dicembre

 

GENNAIO

Corriere delle Alpi  31.01.2010

Unesco, tattica dell'attesa

BELLUNO. Ci vorrà ancora qualche settimana prima di assistere alla nascita della Fondazione Dolomiti Unesco. Una firma dal notaio che apre la fase operativa della gestione del sito, ma a qualcuno non dispiace troppo che i tempi si stiano prolungando.

Ottenuto il riconoscimento, l’idillio (se mai c’era stato) tra le cinque Province coinvolte si è spezzato e da mesi ormai ognuno considera solo gli interessi del proprio territorio. L’ultima notizia poco edificante arriva da Pordenone, che giovedì scorso aveva organizzato una riunione del tavolo tecnico e del tavolo politico nella sede del Parco delle Dolomiti Friulane a Cimolais. «Un incontro di aggiornamento per verificare lo stato di avanzamento dell’istituzione della Fondazione», scrive la Provincia di Pordenone in un comunicato, ma alla fine dei politici all’incontro c’erano solo i friulani. La Provincia autonoma di Bolzano infatti ha scritto agli altri (Trento e Belluno) per annunciare che il tavolo politico sarebbe saltato e a quel punto la Provincia di Trento non ha mandato nemmeno i tecnici.

Caso? Contrattempi? Boicottaggi? Pordenone e Udine si astengono dal commentare le assenze, ma la riunione di Cimolais alla fine si è rivelata poco produttiva.

La stessa Provincia di Belluno ha mandato solo i suoi tecnici, proprio perché aveva ricevuto la comunicazione da Bolzano. L’assessore delegato Matteo Toscani non commenta i colpi bassi, che pure si stanno moltiplicando. In assenza della Fondazione infatti le iniziative unilaterali non mancano, anche se si cerca di frenarle.

Per la firma dal notaio serve ancora qualche tempo ai cinque soci fondatori. Trento e Bolzano hanno completato l’iter, Belluno ha appena ottenuto il via libera dal collegio dei revisori dei conti e quindi manca solo il passaggio in consiglio provinciale. Udine e Pordenone invece aspettano ancora il parere dei loro revisori, indispensabile perché la legge impone che ci siano i presupposti economici e di utilità prima di creare una nuova Fondazione.

«Quando saremo tutti allineati dal punto di vista burocratico», dice Matteo Toscani, «la Fondazione potrà prendere vita. E’ vero che non è il caso di perdere tempo, visto che alla fine dell’anno ci sarà la prima verifica da parte dell’organismo scientifico dell’Unesco (Iucn), ma è vero anche che non è il caso di fare fughe in avanti, approfittando di questo periodo. A parte sul marchio e sullo statuto, la Provincia di Belluno non vuole che si prendano altre decisioni. La Fondazione è imminente quando l’avremo si deciderà tutto».

A quanto pare le fughe in avanti di cui parla Toscani riguardano la gestione di marketing e promozione, due tra le questioni più importanti nella gestione del sito Unesco e che Trento e Bolzano hanno già detto di voler coordinare.

 

 

Messaggero Veneto  30.01.2010

Nuovo passo verso la costituzione della Fondazione Dolomiti Unesco

In Val Gardena il logo dell’Unesco, associato alle Dolomiti, lo stanno già utilizzando. E’ la dimostrazione, testimoniata dal vice presidente della Provincia, Eligio Grizzo, che il riconoscimento di patrimonio mondiale, da chi ha più dimestichezza con il marketing turistico, è visto come una grande opportunità.

Un atteggiamento, ha affermato ieri il presidente camerale, Giovanni Pavan, che deve essere adottato pure nel Friuli occidentale. In questa logica va l’incontro tra le Province di Pordenone, Udine, Belluno, Bolzano e Trento, le Regioni Veneto e Friuli per coordinare la nascita della Fondazione dedicata, esteso, nel parco delle Dolomiti friulane di Cimolais, alle istituzioni locali.

L’assessore regionale alla Cultura, Roberto Molinaro, ha sottolineato l’importanza di questo momento di valorizzazione del territorio, sia ambientale che culturale, rassicurando i sindaci rispetto alla concertazione delle scelte. Un ragionamento di area vasta assicurato anche dall’assessore provinciale, Giuseppe Verdichizzi, presente insieme ai suoi colleghi Giuseppe Bressa, Eligio Grizzo e Michele Boria. «Deve essere un interesse collettivo di area vasta a prevalere – ha sostenuto – non meramente circoscritto ai confini di ogni singola municipalità. Le future funzioni e azioni andranno infatti condivise con tutti i soggetti del territorio provinciale».

L’assessore provinciale udinese alla Montagna, Ottorino Faleschini, ha confermato che il percorso è sicuramente lungo, con tante cose da fare, ma la volontà di tutti è la tutela nella gestione del bene, incluse anche quelle strategie operative e di marketing che necessariamente dovranno essere introdotte nel rispetto del protocollo di gestione. I sindaci presenti, come espressione di una vasta area montana sia udinese che pordenonese, hanno ribadito la volontà di essere coinvolti direttamente nelle attività, riconoscendo l’importanza di collaborare con una continuità istituzionale a prescindere dalle parti politiche, tenendo conto delle necessità delle popolazioni locali. La Provincia ha assicurato pure iniziative specifiche nelle scuole.

In chiusura l’assessore Verdichizzi ha sottolineato che «il compito più difficile, ma di tutti indistintamente, sarà quello di custodire, salvaguardare, promuovere e valorizzare, ma con rispetto e responsabilità, il territorio, perché l’occasione che si presenta è sicuramente unica e non va sprecata». (s.p.)

 

 

Il Gazzettino  28.01.2010

DOLOMITI  Piano neve e Unesco rischio violazioni

In questo periodo uno dei temi caldi è sicuramente quello relativo al piano neve. Anche noi, come comitato di cittadini che ama avere una visuale a 360 gradi sulle questioni, problematiche e potenzialità di questa nostra Provincia, abbiamo partecipato spesso a confronti, dibattiti, tavole rotonde sul “Piano Neve” in approvazione in Regione Veneto.

Consapevoli di non aver conoscenze tecniche e specifiche molto approfondite ci permettiamo di porre una domanda.. che magari ai più potrà sembrare sciocca.. Ma a noi sta a cuore che si faccia chiarezza su certe questioni.

Una domanda che però è risuonata spesso in discorsi e preoccupazioni di molti.. Ci chiediamo e chiediamo: ma se questo Piano Neve venisse approvato ed attuato così com’è .. c’è il pericolo che le nostre belle Dolomiti perdano il riconoscimento Unesco di patrimonio dell’umanità o ci saranno delle conseguenze su questo importante riconoscimento?

Una preoccupazione che nasce dal fatto che, nel “Piano Neve” sono previsti degli interventi anche nei siti, nei perimetri, tutelati dall’Unesco. Interventi che, a detta di molti, violerebbero le prescrizioni Unesco, che a luglio verrà a fare le prime verifiche.

Chiediamo a viva voce una risposta a questo nostro interrogativo, soprattutto a politici e amministratori. Crediamo sia indispensabile che i cittadini (bellunesi e non) siano informati, consapevoli e sappiano chi si assume la responsabilità politica ma soprattutto morale per l’eventuale perdita di questo importante riconoscimento.  Comitato Prà Gras

 

 

Messaggero Veneto  28.01.2010

Oggi la riunione per creare la Fondazione che gestirà il patrimonio delle Dolomiti

FORNI DI SOPRA. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interroga il Prefetto di Belluno sulla Fondazione che dovrà gestire il patrimonio Dolomiti, dichiarato dall’Unesco di importanza naturalistica a livello mondiale. Napolitano vuole sapere a che punto sono le trattative per la costituzione dell’ente che andrà a gestire questo patrimonio che interessa, seppur marginalmente, anche la Provincia di Udine con le roccaforti dolomitiche presenti a Forni di Sopra e a Forni di Sotto. Ottorino Faleschini, assessore alla montagna della Provincia di Udine, che ha seguito i lavori dell’Unesco, ricorda come oggi nella sede del Parco naturale delle Dolomiti friulane a Cimolais ci sarà un’apposita riunione. «Come abbiamo già stabilito - spiega - in un precedente incontro a Venezia, entro la fine di febbraio la Fondazione dovrebbe vedere la luce». «La bozza di statuto deve necessariamente, essendoci coinvolti enti pubblici, venire adottata da ogni singola realtà: le 5 province interessate, che oltre alla nostra di Udine sono quella di Pordenone in Friuli Venezia Giulia, Belluno in Veneto, Trento e Bolzano in Trentino Alto Adige, oltre ai due enti regionali del Veneto e dello stesso Friuli Venezia Giulia». (g.g.)

 

 

Il Gazzettino  28.01.2010

La sede Unesco sarà in Agordino

Agordo ha tutte le carte in regola per diventare la sede della Fondazione delle Dolomiti patrimonio dell'Unesco.

Questione di giorni e potrebbe arrivare la notizia ufficiale, anche se l'imminente campagna elettorale per il rinnovo del consiglio regionale potrebbe essere causa di ritardi. Agordo sede per i primi tre anni, ma anche in seguito, perché l'idea di un percorso itinerante non piace.

«Altrimenti - si mormora nel palazzi della politica - meglio comperare un camper e farlo girare».

Agordo si propone in rappresentanza di tutta la vallata con due opportunità: l'edificio di via 5 maggio, sede storica dell'Istituto minerario, piuttosto che le nuove strutture nel sito minerario di Valle Imperina, da sempre conosciute come le miniere di Agordo anche se collocate in territorio comunale di Rivamonte.

Agordo antica città mineraria, Agordo cuore delle Dolomiti, ma anche Agordo gemellata con la francese Dolomieu. Dal nome dello scopritore, Deodat De Dolomieu. L'avventuriero francese ad Agordo e nella Conca Agordina è transitato e si è pure fermato per la bellezza imcomparabile dei paesaggi.

Non esistono documenti ufficiali, ma si suppone che una volta a Venezia abbia risalito la via del rame e del ferro fino al capoluogo agordino, dove avrebbe ritrovato delle conchiglie fossili esistenti solo nella Conca.

Ad appoggiare l'ipotesi di Agordo sede della Fondazione sono anche motivi economici. Un tempo le miniere di Valle Imperina erano la principale risorsa lavorativa ed economica per la gente dolomitica, come oggi lo è Luxottica, per tutta la vallata agordina e non solo.

Ad Agordo piace l'idea della sede a Valle Imperina, ma piace soprattutto l'altra, quella dell'Istituto "Umberto Follador", dopo l'apertura del Polo di Agordo desolatamente vuoto, il suo museo minerario, la lunga storia legata al mondo minerario e allo sviluppo economico della vallata. Mirko Mezzacasa

 

 

Il Gazzettin-Bl  27.01.2010

Lettere

Unesco&Dolomiti

La sede ideale? In Comelico

L’Unesco ha stabilito che le Dolomiti sono «patrimonio dell’umanità». Le notizie riguardanti la sede istituzionale (non ufficializzate) sono quelle di: Belluno, Cortina, Agordino, Pieve di Cadore, Auronzo.

L’estremo lembo del territorio italiano in provincia di Belluno, confinante con l’Austria, è il Comelico. L’acrocoro di questo comprensorio è la Val Visdende, (Vallis videnda=valle da vedere). Con enfasi poetica qualcuno ha definito questo mini-altopiano «Tempio di Dio. Inno al Creatore», così recita un cartello indicatore all’inizio della strada del «Cianà».

Non so se a qualche amministratore dei cinque comuni del Comelico sia venuta l’idea (temeraria ?) di proporre questo sito come sede dell’istituzione dell’Unesco.

Forse l’impotenza del numero degli abitanti, o il timore di essere irrisi per una richiesta che venga giudicata come pretesa per la marginalità del territorio, ne impedisce per timidezza l’indicazione.

Eppure a parer mio l’idealità di questo sito è unica. La sacralità delle Dolomiti che la circondano formando un grande anfiteatro, il Peralba dal quale nasce il fiume Piave, sacro alla Patria, che scorre lungo il Veneto, formano un «unicum» ineguagliabile di valore ambientalistico.

Mi chiedo: che simbologia di sacralità e salvaguardia di in-contaminazione delle cime dolomitiche può avere una sede inserita negli uffici burocratici di un palazzo comunale, prestigioso quanto si vuole, o in un edificio costruito «ad hoc» nel centro di una città o di un paese dal traffico veicolare inquinante e rumoroso? E a che «pro» dare ulteriore lustro a una località (vedi Cortina) già meta di vip di tutta la terra? Dove vanno a finire i valori di equità e di mutualità delle istituzioni poste allo sviluppo di tutta la montagna, in particolare di quella più disagiata e povera?

Faccio una proposta: provate a parlarne in Comunità Montana del Comelico e Sappada. Forse un sogno può trasformarsi in realtà.

Lo spopolamento inarrestabile del territorio comelicese ha bisogno di un forte e incisivo atto di coraggio di tutte le istituzioni, dalla Regione Veneto alla Provincia di Belluno.

Lo sviluppo turistico unica possibilità di occupazione per il Comelico, avrà un impulso e sarà sicuramente incentivato da questa prestigiosa istituzione.  Giovanni De Bettin - Costalissoio

 

 

Messaggero Veneto  26.01.2010

La gestione dell'acqua e i Comuni montani

di Franceschino Barazzutti 

Gli ultimi provvedimenti legislativi in materia di gestione del servizio idrico segnano una decisa affermazione della concezione liberista e privatistica che considera l'acqua non più un bene comune privo di rilavanza economica e quello dell'acqua non più un diritto di tutti gli esseri umani, ma un bisogno e il cui soddisfacimento va affidato alle regole del mercato

Infatti, il D.L. n° 133/2009, approvato da tutti i gruppi parlamentari, afferma il principio che la gestione del servizio idrico debba essere assegnata mediante gara d'appalto, mentre il D.L. n° 135/2009 prevede l'ingresso, con quote via via crescenti, dei privati nelle società pubbliche di gestione del servizio idrico.

Il prevalere di tale concezione liberista e privatistica, la sua traduzione legislativa, il quadro politico attuale e futuribile, il forte interesse delle grandi società per un business sicuro e senza rischi quale è il servizio idrico porteranno inevitabilmente, prima o poi, Carniacque SpA e, quindi anche i Comuni ad essa aderenti, nell'oceano aperto del mercato, finendovi fagocitati secondo la legge per cui il pesce più grosso mangia quello più piccolo.

Di fronte allo scenario presente e a quello futuro che ormai chiaramente si sta delineando sarebbe opportuno che i Comuni montani li valutino con attenzione e, sottolineando i propri caratteri specifici di montanità ed avvalendosi degli stessi, evitino di finire in tale contesto di mercato a loro oggettivamente avverso, ma ne restino fuori e preservino così la loro libertà ed autonomia.

Tanto più che la vigente legislazione (art. 148, comma 5 del D.L. n°152/2006 e sue modificazioni) riconosce la specificità dei Comuni montani per quanto attiene al servizio idrico ed attribuisce agli stessi, limitatamente ai Comuni sino a 1.000 abitanti, la facoltà di gestire autonomamente il servizio idrico.

Proprio tali riconosciute specificità e facoltà permettono ai Comuni montani di evitare che il loro servizio idrico finisca sul mercato e in mani private, ma bensì resti ben radicato alla comunità locale garantendo così la diretta partecipazione democratica dei cittadini.                                                                                                                                                        

La legge della Provincia di Bolzano del 18.6.2002 n°8, attuativa della legge nazionale "Galli", può essere assunta a positivo esempio di tale radicamento. Infatti tale legge attribuisce ai Comuni, montani e non, tutti i compiti relativi all'approvigianamento idrico, nonché tutti quelli riguardanti il servizio di fognatura interno ai centri abitati, lasciando alla gestione associata dei Comuni solo la realizzazione e la gestione delle reti fognarie esterne e degli impianti di depurazione, che sono per lo più sovracomunali.

La gestione autonoma del servizio idrico da parte dei Comuni sul modello di quella della provincia di Bolzano è la più rispondente, sotto una molteplicità di aspetti quali la montanità, l'economia, la partecipazione, l'immediatezza degli interventi, il rapporto diretto degli utenti con il gestore-Comune, alle caratteristiche delle nostre comunità ed alla opportunità di eliminare enti e strutture inutili, quali l'ATO e la stessa Carniacque.

Circa l'affermazione che Carniacque abbia titolo di continuare a gestire il servizio idrico in quanto ha scelto con gara il socio tecnico privato, cioè l'AMGA, vanno chiariti alcuni aspetti anche in relazione ai possibili ricorsi che il business stimolerà. AMGA, appartenente al Comune di Udine al 60%, è privata? E' vero o no che AMGA è subentrata a tre privati azionisti carnici per creare le condizioni, quale partner tecnico, per ottenere la gestione "in house", con l'accordo che successivamente sarebbe uscita da Carniacque? Ebbene, il risultato è che con la nuova normativa ci rimane e con quote azionarie aumentate rispetto a quelle iniziali, perché una sua uscita comporterebbe la messa in gara d'appalto del servizio. Risultato tutto diverso da quello annunciato! 

E' vero o no che lo scopo dichiarato della costituzione di Carniacque era quello di evitare la venuta in montagna dei "foresti"? Ebbene, con la recente normativa la quota azionaria dell'udinese AMGA in Carniacque dovrà aumentare sino al 40%, che andrà via via aumentando. Ma basta il 40% più la gestione degli impianti e reti per fare di AMGA la reale proprietaria di Carniacque e la gestrice monopolista del servizio idrico in montagna. Risultato opposto a quello dichiarato: i "foresti" se la faranno da padroni! Inoltre la stessa AMGA finirà per fondersi con altre società o preda di qualche pescecane del settore.

E ancora: il partner tecnico che opera sulle reti idriche e fognarie e contemporaneamente è azionista di Carniacque fa l'interesse proprio o quello della società di cui è azionista? C'è o non c'è conflitto d'interessi?

Domanda: chi l'ha fatto fare ai Comuni montani di consegnare se stessi ed i propri cittadini ad un groviglio del genere? Sarebbe un vero dispiacere se alcuni lo avessero fatto per liberarsi dalle responsabilità.

In sede di modifica della vigente legge regionale in materia di servizio idrico è opportuno che, oltre all'abolizione dell'ATO, sia riconosciuta a tutti i Comuni montani, indipendentemente dalla loro popolazione e senza autorizzazioni di chichessìa, la facoltà di gestire in proprio il servizio idrico, se lo ritengono. E' una questione di libertà e di autonomia dei Comuni, di federalismo, di efficienza e di vicinanza del servizio alla gente. E' una questione di democrazia e di partecipazione.

Agli scettici sulle capacità dei piccoli comuni, il ministro Giolitti così rispondeva nella seduta della camera dei Deputati del  29.11.1902 sulla municipalizzazione dei servizi pubblici:"Nei piccoli Comuni il contribuente può controllare direttamente se si amministra bene o male". Un esempio eloquente più recente è stata la ricostruzione del Friuli terremotato di cui i piccoli Comuni sono stati attori primari. Ora i Comuni piccoli hanno un ulteriore strumento per gestire i servizi: le Associazioni di Comuni.

La maggioranza che governa la Regione - e la Lega in particolare - hanno una buona occasione per dimostrare che "autonomia locale" e "federalismo" non sono solo parole vuote. Le traducano in fatti! Su questi temi il Comitato per la tutela delle acque svolgerà una serie di iniziative pubbliche nei Comuni montani e presenterà un apposito ordine del giorno all'esame dei consigli comunali.

*  Comitato per la tutela delle acque del bacino montano del Tagliamento

 

 

Il Gazzettino-Bl  26.01.2010

Lettere

UNESCO Irripetibile occasione

Il pronunciamento del 26 giugno 2009 di Siviglia, con la consacrazione delle Dolomiti quale patrimonio naturale dell’Umanità, ha creato tutta una serie di aspettative ma anche di responsabilizzazioni di diverse realtà del territorio provinciale, dove – è bene ricordarlo – si trova ben il 45% dei comprensori rocciosi entrati a far parte dell’Unesco.

Le 18 sezioni bellunesi del Club alpino, già impegnate per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere alpine (rifugi, bivacchi, vie ferrate, sentieri, ecc.) per effetto della legge regionale 33/2002, non vogliono certamente sostituirsi agli attori che dovranno gestire - sul piano politico, programmatico e socioeconomico – questa grossa opportunità, certamente irripetibile, per la nostra provincia.

Le sezioni bellunesi, forti della loro collaudata esperienza per la contingente conoscenza del territorio, vogliono piuttosto essere di stimolo e di appoggio a quanti dovranno prendere decisioni sul futuro delle Dolomiti, non dimenticando però che la partita Unesco deve essere prioritariamente occasione di sviluppo e di benessere, a tutti i livelli, per le nostre comunità montanare.

Le sezioni bellunesi (che contano oltre 11.000 soci) nella riunione dello scorso 20 gennaio a Belluno hanno deciso di nominare una loro rappresentanza permanente, per tutte quelle azioni e iniziative che si renderanno necessarie od opportune per la migliore riuscita dell’operazione Dolomiti-Unesco.

La rappresentanza è formata da Cesare Lasen (sezione di Feltre), per i contatti ufficiali con diversi organismi pubblici e privati in ambito provinciale, regionale e nazionale, e da Massimo Casagrande (presidente sezione cadorina di Auronzo), per gli adempimenti organizzativi, operativi e per i collegamenti con le stesse sezioni Bellunesi.  Gianni Alberti - coordinatore sezioni bellunesi del Cai

 

 

Corriere delle Alpi  25.01.2010

Unesco: due nomi per le sezioni del Cai

BELLUNO. Cesare Lasen e Massimo Casagrande sono i delegati delle 18 sezioni bellunesi del Cai a seguire il progetto Dolomiti-Unesco e tutte le decisioni relative.

L’assemblea delle 18 sezioni l’altra sera è tornata sull’argomento Dolomiti-Unesco, che vede rivendicare dal Club alpino un suo ruolo nella Fondazione, sulla scorta del bagaglio di conoscenze espresso dai suoi esponenti. Il Cai spinge sulla necessità di evitare di perdere tempo e di mancare questa occasione di sviluppo offerto dal progetto.

In un documento unanime, le 18 sezioni provinciali spiegano dunque che la consacrazione «delle Dolomiti quale patrimonio naturale dell’Umanità, ha creato tutta una serie di aspettative ma anche di responsabilizzazioni di diverse realtà del territorio provinciale, dove - è bene ricordarlo - si trova ben il 45% dei comprensori rocciosi entrati a far parte dell’Unesco. Le 18 sezioni bellunesi del Club Alpino, già impegnate per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere alpine (rifugi, bivacchi, vie ferrate, sentieri) per effetto della legge regionale n.33/2002, non vogliono sostituirsi agli attori che dovranno gestire - sul piano politico, programmatico e socioeconomico - questa grossa opportunità, certamente irripetibile, per la nostra provincia».

Piuttosto, le sezioni mirano a un ruolo di pungolatura e spinta perchè si sfrutti al massimo questa opportunità: «Le sezioni bellunesi, forti della loro collaudata esperienza per la contingente conoscenza del territorio» spiega il coordinatore Gianni Alberti nel documento «vogliono piuttosto essere di stimolo e di appoggio a quanti dovranno prendere decisioni sul futuro delle Dolomiti, non dimenticando però che la partita Unesco deve essere prioritariamente occasione di sviluppo e di benessere, a tutti i livelli, per le nostre comunità montanare».

Dunque, sono stati nominati due rappresentanti (le sezioni contano oltre 11.000 soci) «per azioni e iniziative che si renderanno necessarie ed opportune per la migliore riuscita dell’operazione Dolomiti-Unesco».

La rappresentanza è formata da Cesare Lasen (sezione di Feltre), per i contatti ufficiali con diversi organismi pubblici e privati in ambito provinciale, regionale e nazionale, e da Massimo Casagrande (presidente sezione cadorina di Auronzo), per gli adempimenti organizzativi, operativi e per i collegamenti con le stesse sezioni in provincia.

 

 

TERRA  23.01.2010

L’autostrada nelle Dolomiti

di Giannandrea Mencini

MOBILITÀ. Il battagliero comitato Pas Dolomiti si oppone al progetto di prolungare la A27 fino a Pieve di Cadore.

Durante le ultime vacanze natalizie, non sono mancate lunghe code di automobili nelle strade della Valboite fra Cortina e Longarone. Questa parte della provincia di Belluno continua a soffrire di gravi problemi di viabilità. Problemi che non interessano solo i vacanzieri ma soprattutto le popolazioni locali che da anni discutono. Secondo l’Associazione industriali di Belluno e la rinnovata società Alemagna che gestisce il tratto autostradale, la questione potrebbe essere risolta con il prolungamento dell’autostrada A27 fino alle porte di Pieve di Cadore per poi proseguire verso nord.
 
Questa infrastruttura porterebbe un generale rilancio economico e uno sviluppo ulteriore del comparto turistico. Queste considerazioni non sono condivise da parte della popolazione cadorina e da alcune amministrazioni locali. Portavoce di questo dissenso il battagliero comitato Pas Dolomiti che non vede alcun vantaggio concreto dallo sviluppo di questa infrastruttura. L’industria in queste zone sta infatti vivendo una profonda crisi strutturale, con ripercussioni nell’artigianato, nel commercio, nel manufattiero, con un tasso di disoccupazione del 10%. Problemi gravi che un’autostrada non può risolvere.
 
Il Pas evidenzia poi che quello legato all’autostrada è un turismo di conquista, mordi e fuggi; è fatto solo di numeri, a scapito dell’identità e della cultura della montagna. C’è poi un altro tipo di turismo che si fonda sulla cultura dell’accoglienza, sulle specificità da valorizzare, sul rispetto da offrire e da pretendere, ed è su questo che si dovrebbe investire. Bisogna aggiungere l’inquinamento che una autostrada potrebbe causare fra le Dolomiti, proprio ora che sono state nominate Patrimonio dell’Umanità. Per il comitato l’alternativa sta nell’adeguamento della viabilità esistente, con una serie di brevi circonvallazioni che la rendano più scorrevole, a cominciare dalla tratta LongaroneCastellavazzo, con il completamento delle varianti già aperte fino a Pieve di Cadore.
 
Alternativa condivisa pure dallo scrittore e giornalista Mario Ferruccio Belli che nell’ultimo numero della storica rivista “Il Cadore”, sposa l’idea delle varianti per eliminare gli ingorghi e rendere il traffico più scorrevole nelle vallate alpine. Come hanno fatto in val Pusteria aggirando i paesi che hanno recuperato la loro pace e tranquillità. Così si è fatto a Pieve di Cadore, Lozzo e, fra poco, pure ad Agordo. Così andrebbe fatto per superare gli ingorghi a Cortina, San Vito di Cadore, Tai e Longarone, ultimo grande tappo alla circolazione. Ma quello che servirebbe, ipotesi che trova consensi, è un bel progetto di collegamento ferroviario Venezia-Cortina che apra la strada, come sostengono quelli del Pas, a un turismo internazionale, con ricadute positive, anche occupazionali, sull’intero territorio e che, allo stesso tempo, funga da metropolitana di superficie per i residenti. Anche in montagna insomma, c’è bisogno di mobilità sostenibile.

 

 

Messaggero Veneto  23.01.2010

Lettere

FERROVIA   La circolare carnica

Strano, ma apprezzabile, che un consigliere regionale che con la Carnia non ha nulla a che fare s’interessi della ferrovia Stazione per la Carnia-Tolmezzo. Strano, ma curioso, che nella polemica querela Martini-Cacitti emerga un inciso relativo alla citata ferrovia: spiegateci cosa centrano i binari. Ma ancor più strano è che il Consorzio industriale abbia finanziamenti pubblici destinati alla messa in sicurezza e al mantenimento della ferrovia per poi impiegarli per altri scopi: quindi a loro non interessa. Più chiaro di così non si può!

Nulla da dire? Pare di no. Vergogna carnica (come quella casa di pietra con il tetto scassato a passo di Monte Croce Carnico) questa centenaria strada ferrata, da tutti abbandonata: mai un tentativo locale per risollevarla, un progetto, un ordine del giorno, una mozione, un fiore o un fiasco di vino. Anni fa avevano in testa l’idroelettrico minore: si diventava ricchi perché dava soldi; ora hanno il cippato che non sanno dove stoccarlo e reperirlo. E la lista potrebbe continuare, ma a quale scopo, non siamo in campagna elettorale! Ma intanto prepariamo la prossima nel sogno.

Dunque c’è un sogno, l’utopia che può diventare realtà, ma questi nemmeno sognano né ascoltano le canzoni della Mannoia: C’è chi non sogna e chi lo fa già. Ovvero deve ancora imparare a farlo, intanto s’accontentano del Fasin la meda e dal formadi frant. Che cos’è la Circolare carnica che poi s’aggiungerebbe a quella carinziana? Ecco l’utopia, Pasquale dammi una mano in due si viaggia meglio. Dunque la ferrovia, con una variante all’attuale tragitto, dovrebbe transitare per il centro commerciale di Amaro, e lì una prima stazione; primo punto importante no? Giungere a Tolmezzo risalire tutta la valle del Bût fino a Timau con relative stazioni; di qui in galleria (dentro potrebbero transitare anche le auto e l’elettrodotto tanto contestato) per poi congiungersi con la ferrovia austriaca a Mauthen-Koschact, che ora lì s’arresta, così da chiudere il cerchio attraverso Tarvisio per ritornare a Stazione per la Carnia e quindi a Tolmezzo: turismo, paesaggi affascinanti, il Coglians da dietro chi l’ha mai visto?

Mi spiegava un funzionario dell’Unione europea che simili opere, all’apparenza fuori senno, se progettate e richieste in zone degradate e disagiate (la Carnia lo è ancora?) sarebbero finanziate completamente dalla Ue basta fare doviziosa richiesta, ma qui non passa: passa invece la disputa tra gli eletti, Carniacque e le nuove recenti bollenti bollette, la nuova Comunità montana con le relative nomine come nel Grande fratello, la Conca tolmezzina, il comune di Verzegnis prossima nuova frazione di Tolmezzo, il lago di Cavazzo, patrimonio universale, trasformarsi in una pozzanghera. Questo passerà e altro ancora, la prossima puntata. Giorgio Deotto Autonomisti friulanisti federati Udine

 

  

Messaggero Veneto  23.01.2010

Lettere

AUTOSTRADE  Quel tratto non è gratuito

Leggo sul Messaggero Veneto di domenica 17 gennaio scorso l’intervista all’assessore Riccardi (a pagina 7) il quale alla fine dell’articolo esalta la funzione di tangenziale gratuita di Pordenone. Vorrei ricordare a tutti che il tratto A28 Portogruaro-Sacile non è mai stato gratuito, ma pagato, da oltre vent’anni, da chiunque passi nel casello di Portogruaro (a prescindere dal suo utilizzo). Basta andare sul sito delle autostrade e calcolare il pedaggio, per esempio San Stino di Livenza-Portogruaro 14 chilometri importo 1,40 euro, San Stino di Livenza-Latisana 28 chilometri (il doppio) importo 1,50 (solo 10 centesimi in più per ben 14 chilometri di autostrada... e poi dicono che in Italia le autostrade sono care! Gianluca Calligaro Buja

 

 

Il Gazzettino-Bl  20.01.2010

LA RICHIESTA  La presidente della Federazione chiede che le minoranze linguistiche siano rappresentate

Unesco, i Ladini vogliono entrare

Daniele Collarino

Nel corso del prossimo consiglio della Federazione delle Unioni culturali ladine della Regione del Veneto, fissato per il prossimo 29 gennaio, all'ordine del giorno ci sarà la richiesta di proporre la Federazione come membro del collegio dei sostenitori della Fondazione Dolomites Unesco. Il dibattito su come gestire l'importante investitura giunta dall'Unesco in favore delle Dolomiti è stato al centro anche della recente conferenza tenutasi ad Auronzo lo scorso dicembre, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di tutte le amministrazioni ed associazioni locali che hanno ascoltato con attenzione le relazioni dei vertici dell'Unesco e dei tecnici che hanno sostenuto scientificamente la candidatura.

Dal confronto sono sortiti preziosi suggerimenti ed indicazioni per i titolari della gestione del patrimonio, in primo luogo le province di Belluno, Pordenone, Udine, Trento e Bolzano. A parlare ora è la presidente della Federazione delle Unioni ladine del Veneto, Francesca Larese Filon: «Un rappresentante della minoranza linguistica che da millenni abita le Dolomiti riveste un'importanza fondamentale per assicurare le finalità stesse della Fondazione Unesco».

Il territorio dolomitico nel Veneto è abitato dai Ladini e il nucleo più numeroso è proprio nella provincia di Belluno, dove circa l'80% dei residenti appartiene a questa storica minoranza linguistica. «La nostra lingua neolatina è frutto di grandi fatiche e di grande impegno, nata da una passione per un territorio che rappresenta le radici per tutti noi Ladini che ancora oggi vogliamo vivere ed abitare in un pezzo di mondo fantastico dal punto di vista ambientale e duro per la quotidianità fatta tante volte di isolamento, esclusione. Spero che la nostra minoranza linguistica possa trovare un posto nell'Unesco e avere un ruolo nella promozione e nello sviluppo compatibile di un'area abitata dalle nostre genti originarie».

 

 

Il Gazzettino  19.01.2010

GLI INDUSTRIALI  Il presidente Andrea Tomat chiede di promuovere l’asse virtuoso da ovest verso est

«Colleghiamo e alleiamo le aree produttive del Nord»

TORINO. Il Comitato Venezia 2020 ha calcolato che l’impatto economico della Olimpiadi sul territorio (turismo ed export) sarà assolutamente virtuoso. Prima dei Giochi si movimenterà un indotto pari a 20 milioni di euro. Nel periodo di svolgimento delle gare si arriverà a 950 milioni, considerando il flusso di spettatori da tutto il mondo. Dopo i giochi e per un periodo di sette anni si possono calcolare benefici nell’utilizzo delle strutture sportive o delle infrastrutture costruite (Tav, strade...) pari a una somma variabile tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro. Totale: oltre 3 miliardi. Inoltre, l’internazionalizzazione aumenterebbe del 20-30 per cento l’export dal Nord Est.

È anche per questo che gli Industriali veneti sono sponsor in prima linea del progetto. Il presidente Andrea Tomat lo ha dichiarato in modo chiaro. «La sfida con Roma è importante, ma è per noi di stimolo. Il nostro obiettivo è di promuovere la crescita e lo sviluppo, valorizzando la nostra impresa diffusa». E ha indicato la strategia delle alleanze. «Il Paese ha perseguito l’unità sull’asse Nord-Sud. Ma ha lasciato in secondo piano il collegamento trasversale da ovest verso est, che è ora una debolezza, ma può diventare per tutto il Settentrione una grande opportunità». Grazie alle Olimpiadi, al completamento della Tav e alla congiunzione tra corridoi di comunicazione. «Dobbiamo allo stesso tempo collegare le grandi aree produttive del Nord e promuovere il Veneto diffuso, facendo diventare il territorio un tutt’uno». Sarebbe come vincere la medaglia d’oro alla maratona olimpica.  G. P

 

 

Il Gazzettino-Ud  17.01.2010

TOLMEZZO  Dirottati i fondi del progetto: il sedime di supporto al depuratore

Liquami al posto di turisti

La vecchia tratta ferroviaria per Carnia non diventerà un museo viaggiante

Nessuno smantellamento ma per metterla in sicurezza servirebbero 300 mila euro e ne il Cosint ne la Regione hanno messo a bilancio queste risorse.

Risponde così in sintesi il presidente del Consorzio industriale di Tolmezzo Paolo Cucchiaro all’interrogazione del consigliere regionale Piero Colussi sul destino della storica tratta ferroviaria Carnia-Tolmezzo, dismessa da decenni ma periodicamente interessata da progetti o tesi di rilancio in chiave turistico-museale. «Oggi i trasporti su rotaia in aree emarginate come quella montana non sono più considerati economici e quindi le politiche regionali hanno deposto per un’utilizzazione diversa e più mirata delle risorse a disposizione». È in questo contesto che nel 2007 i finanziamenti concessi dalla Regione per l’ammodernamento dei binari Amaro-Tolmezzo sono stati finalizzati a cablare in fibra ottica tutte le zone industriali di Amaro, Tolmezzo e Villa Santina utilizzando il tracciato della vecchia ferrovia. «In presenza di adeguati finanziamenti, il Cda del Cosint non avrebbe nessuna riserva ad assolvere alle attese di rilancio della tratta a fini turistico-museali – spiega ancora il presidente - il problema è che, secondo il nostri studio commissionato per andare incontro alle richieste dell’Associazione Dopolavoro Ferroviario di Udine, servirebbero 300 mila euro per metterla in sicurezza ed in Finanziaria regionale appena varata non appare appostato nemmeno 1 euro per opere di questa natura». Andando non molto a ritroso negli anni, ad inizio del duemila per risistemare il tracciato furono finanziati tre lotti per diverse centinaia di migliaia di euro spesi, poi tutto si arenò. I sindaci di Amaro e Tolmezzo ipotizzarono nel 2008 in occasione del Ptr di trasformarla in pista ciclabile; recentemente è stata portata la banda larga, e domani? Per il Cosint «non sarà smantellata ma servirà di supporto al raccordo dei liquami di depurazione della zona industriale di Amaro al Depuratore di Tolmezzo utilizzando marginalmente il sedime ferroviario».

 

 

L’Amico del Popolo  17.01.2010

Simulazione 1 Simulazione 2

INFRASTRUTTURE - Veneto Strade ha appaltato i lavori per la realizzazione del nuovo tunnel di Col Cavalier

Ecco come diventerà l’ingresso sud di Belluno

Il cantiere aprirà prima dell’estate, sono previsti 4 anni di lavori. Dove oggi c’è la rotatoria, grosso svincolo interrato

Se ne parla da una vita, ma adesso siamo all’appalto: Veneto Strade ha assegnato i lavori per la realizzazione del nuovo tunnel di Col Cavalier, immediatamente a sud di Belluno. Sorgerà dunque un complesso svincolo in corrispondenza dell’attuale rotatoria in fondo al ponte Dolomiti, e verrà scavata una galleria (1.800 metri, circa) che sbucherà alle porte di Visome.

L’impatto visivo e ambientale sarà minimo, perfino la rotatoria del ponte Dolomiti sarà parzialmente interrata e ricoperta da una collina artificiale, con gallerie di svincolo al suo interno. Stando alle attese dei progettisti, i vantaggi dell’opera dovrebbero essere molto sensibili: primo, si crea un collegamento diretto tra la Sinistra Piave (con i grossi paesi di Limana, Trichiana, Lentiai, Mel) e l’autostrada A27 (a Cadola), senza più il grosso intralcio rappresentato dall’attraversamento della periferia del capoluogo.

Secondo, verranno liberate dal traffico - pesante e intenso, soprattutto nelle ore di punta - le zone residenziali dell’Anconetta, via Monte Grappa, ponte della Vittoria, strada di accesso a Castion. Terzo, sarà rimossa la spada di Damocle di via Miari con le sue periodiche frane, che in questi anni sono state capaci di mandare spesso in tilt la viabilità di mezza Val Belluna proprio alle porte della città. L’idea, in origine, era molto più articolata. Il tunnel di Col Cavalier si sarebbe dovuto collegare a un nuovo ponte sul Piave in località Visomelle, con mille dubbi (oltre ai costi) sul suo impatto ambientale e sul luogo più idoneo per il suo “approdo” al di là del fiume, in zona Marisiga o giù di lì: il tracciato, nel suo insieme, avrebbe rappresentato una circonvallazione “larga” di Belluno, con la funzione di spostare l’asse di traffico dalla Sinistra alla Destra Piave.

Ma una decina d’anni fa, sotto Oscar De Bona presidente della Provincia, si erano quasi perse le speranze di fare perfino il tunnel (pazienza il ponte), tanto che prese quota l’ipotesi di emergenza di una strada “alta” tra Col Cavalier e Castion, a cielo aperto, che avrebbe stravolto la zona rurale di via Castelet ai piedi di Cavessago. Poi il lavoro della giunta provinciale di Sergio Reolon, con Quinto Piol assessore, e il dialogo fitto e costruttivo con il Comune di Belluno e la Regione (pur governati da “colori” diversi).

Trovati i soldi, il progetto è andato avanti a spron battuto grazie anche alla collaudata efficacia di Veneto Strade. E siamo a oggi. «La gara d’appalto è iniziata in giugno», fa il punto Sandro D’Agostini, capo di Veneto Strade Belluno, «il 1o dicembre è stata individuata l’offerta più vantaggiosa ». Rispetto ai 43 milioni di euro della base d’asta (63 milioni l’importo complessivo del progetto) è stato presentato un ribasso del 35%: ha vinto l’appalto un raggruppamento di imprese che fanno capo a una ditta di San Lorenzo al Sebato, in provincia di Bolzano; nel gruppo c’è anche la bellunese Deon. In un mese e mezzo dovrebbero essere compiute le verifiche sul possesso dei requisiti, poi il raggruppamento potrà lavorare al progetto esecutivo dell’opera. L’apertura dei cantieri? «Sicuramente prima dell’estate», prevede D’Agostini. Non si sa ancora da dove “si parte”, perché si tratta di un «appalto integrato », dunque l’impresa è tenuta a fare proposte anche di natura tecnica.

I lavori dovrebbero essere completati nell’arco di quattro anni. Oltre al tunnel, ha un vistoso rilievo progettuale la rotatoria in fondo al ponte Dolomiti. Lo svincolo, interrato dentro una collina artificiale che è stata prescritta dalla Soprintendenza, avrà una galleria per passare sotto la rampa di accesso al tunnel e consentire l’inserimento a raso verso Ponte nelle Alpi, un’altra galleria sarà realizzata per l’inserimento a raso in direzione Feltre, una terza servirà all’ingresso in rotatoria per chi viene da Ponte ed è diretto a Belluno.

Dicevamo del ponte di Visomelle, del progetto iniziale. Anche se l’infrastruttura è stata «concettualmente abbandonata», così si esprime D’Agostini, le ipotesi di sviluppo del progetto del tunnel di Col Cavalier sono compatibili con un nuovo ponte di attraversamento del Piave per un raccordo diretto tra l’autostrada e la Destra Piave oltre Belluno. Per ora, tuttavia, la prospettiva del traffico tra l’A27 e Sedico-S. Giustina resta quella di imboccare il ponte Dolomiti, attraversare la galleria Belluno, percorrere viale dei Dendrofori e immettersi nella direttrice di viale Europa attraverso la nuova viabilità che sarà presto realizzata nella zona del cimitero di Prade.

In questo quadro, la Provinciale 1 della Sinistra Piave rimane la strada destinata a fare da arteria di scorrimento tra Belluno e Feltre. «Nello svolgimento da Busche a Belluno è già più scorrevole che non la Destra», commenta D’Agostini, «resteranno da affrontare i problemi dell’attraversamento di Mel e della zona industriale di Lentiai».

 

 

Il Gazzettino-Bl  17.01.2010

Lettere

Questione acqua, una profezia che si avvera

Giovanni Piccoli, presidente del Bim Piave, ha recentemente dichiarato alla stampa locale che «Il risveglio dell’economia del margine, come è definita quella di montagna, passa attraverso l’utilizzo delle risorse del territorio in un’ottica di condivisione sociale del bene comune che sia funzionale alla sopravvivenza delle nostre vallate». Nell’annunciare che entro cinque anni sorgeranno altri dieci impianti idroelettrici, informa che pubblico e privato investiranno nelle fonti naturali, con l’obiettivo che entro il 2020 il 20 per cento di energia provenga da fonti rinnovabili, con una riduzione del 20 per cento delle emissioni di Co2.

Nell’affermare che il 2010 sarà un anno decisivo da questo punto di vista, auspica che gli amministratori agiscano, con coerenza e determinazione, per arrivare quanto prima alla realizzazione di un modello di sviluppo all’altezza delle aspettative dei bellunesi, che consiste appunto nell’utilizzo delle risorse naturali che il territorio mette a disposizione. Gli hanno fatto eco numerosi amministratori comunali che vedono nello sfruttamento idrico una delle poche possibilità di far quadrare i magri bilanci.

E così, mentre di captazione in captazione, di condotta forzata in condotta forzata, di centralina in centralina, ci avviciniamo alla totale artificializzazione del bacino del Piave (che già nei primi anni ’90, prima di quest’ultimo assalto, era valutata in oltre il 90 per cento delle sue acque, collocandolo in cima all’elenco dei fiumi più sfruttati d’Europa) si sta avverando la profezia lanciata verso la metà del secolo scorso da un personaggio che ha segnato tristemente la storia di questa provincia: «Non un metro di salto resterà senza la sua corrispondente centrale e soltanto limitate e saltuarie frazioni d’acqua andranno perdute». A sentenziarlo fu l’ingegner Carlo Semenza della Sade, progettista della diga del Vajont.

Quella volta abbiamo visto come è andata a finire.

Questa volta a soccombere sarà, un poco alla volta, tra l’indifferenza generale, ma con tanto di «certificazione verde», il fragile ecosistema della nostra Montagna. 

Giovanna Deppi - Comitato Acqua bene comune

 

 

La Vita Cattolica  16.01.2010

Carnia

Le Dolomiti fermano l'autostrada

L’ autostrada per la Carnia? «Non se ne sa più nulla». Parola di chi dovrebbe saperne di più, cioè di Bortolo Mainardi, componente del consiglio di amministrazione dell'Anas, in rappresentanza del ministero dell'Economia.

Mainardi ne ha parlato a margine della «cena degli ossi», a Calalzo, con il ministro Giulio Tremonti; nell'occasione erano presenti anche il ministro Roberto Calderoli, il sottosegretario Aldo Brancher, il deputato Isidoro Gottardo. Tanti gli argomenti affrontati in quella sede, compresa l'anticipazione del federalismo fiscale in Friuli-Venezia Giulia (che successivamente il governatore Renzo Tondo ha chiesto direttamente al premier Silvio Berlusconi e al sottosegretario Gianni Letta).

Le infrastrutture hanno registrato un profilo di minore rilievo, ma parlando con Mainardi si ha la sensazione che la prospettiva del collegamento tra l'A27 e l'A23, ad Amaro, sia molto al di là da venire. O, per essere più precisi, va avanti il tratto bellunese, da Pian di Vedoia fino alle porte del Cadore, precisamente a Macchietto. Ma la parte successiva, quella sotto le montagne di confine tra il Cadore e la Val Tagliamento, è nel limbo, mancano le risorse.

Friuli-Venezia Giulia e Veneto sono impegnati a reperire quelle per la terza corsia dell'A4, poi ci sarà la pedemontana.

Mainardi che per lungo tempo ha insistito sull'ipotesi del collegamento attraverso la Carnia, è preoccupato. «Non se ne sa proprio nulla. Ma sarebbe opportuno che i politici dicessero che cosa vogliono fare. Lo dico soprattutto per quelli del Veneto: avvertono o no l'esigenza di sfondare a Nord?».

Adesso, però, c'è un problema in più: l'insistenza nell'area del riconoscimento Unesco. Unesco che vigila attentamente perché non ci siano manomissioni ambientali. E prossima è la costituzione della Fondazione Dolomiti Unesco tra le province di Udine, Pordenone, Belluno, Trento e Bolzano.

La sede legale sarà a Belluno, quella operativa non è stata ancora decisa. Sarà costituito un consiglio d'indirizzo, che comprenderà anche la regione Friuli-Venezia Giulia, nonché un consiglio d'amministrazione operativo.

Belluno fa la parte del leone con il 45,31% della superficie (che in totale misura 230.868,362 ettari), seguono Bolzano con il 25,18%, Trento con il 12,44%, Pordenone con il 13,15% e Udine con i14.05%.  F.D.M.

 

 

Il Gazzettino-Bl  16.01.2010

UNESCO – L’intervento

Sede Fondazione a Belluno, sicuri benefici per tutti 

Senza alcun intento polemico, ma con spirito costruttivo e collaborativo, alla luce dei numerosi articoli apparsi nei giorni scorsi in merito alla questione Unesco, credo sia opportuno fornire alcune precisazioni.

Il seguito del riconoscimento delle Dolomiti quali patrimonio mondiale dell’umanità sarà utile e proficuo solamente se verranno coinvolti enti, associazioni e la stessa popolazione bellunese. Come amministrazione provinciale, è nostra precisa volontà avviare il confronto e la partecipazione affinché i processi di tutela, sviluppo e promozione del sito diventino percorsi condivisi in cui tutti si possano riconoscere.

Per questi motivi, nel prossimo futuro cominceranno i confronti i dibattiti e le discussioni con una variegata categoria di soggetti. Tutto ciò, a ogni modo, sarà possibile solamente una volta costituita e avviata la prevista Fondazione Dolomiti-Unesco, il cui punto di partenza coinciderà con l’atto notarile previsto entro il mese di febbraio (con qualche settimana di ritardo rispetto alle previsioni, a causa degli intoppi burocratico-aministrativi dei vari enti interessati).

Avviare procedure di confronto in questa delicata fase transitoria, che sta volgendo al termine, procurerebbe sicuri problemi di relazioni con le altre Regioni e Province, rischiando di ingenerare spiacevoli equivoci e confusione.

Altra rilevante questione, quella relativa ai soggetti che faranno parte della Fondazione. Fondatori potranno essere esclusivamente le stesse Regioni e Province, mentre fra i soci sostenitori si potranno contare molteplici soggetti. Il momento in cui coinvolgere tutte le realtà associative in qualsiasi modo interessate al processo Unesco non potrà che essere successivo all’avvio della stessa Fondazione.

In questi mesi il presidente Gianpaolo Bottacin e io abbiamo lavorato molto e in silenzio, senza soffermarci sulle ingiustificate provocazioni e preoccupazioni della passata amministrazione, cercando anche di rimediare a quelle che erano state scelte poco opportune.

In particolare, sono molto confortanti i risultati dell’individuazione della sede legale della Fondazione proprio a Belluno, decisione auspicabile ma non certa in passato, e l’entrata delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, che ha colmato una grave lacuna.

Non meriterebbe nemmeno replica chi ritiene che la Provincia di Belluno diventi subalterna alla Regione con l’ingresso della stessa nella Costituenda, ma per chiarezza ai non addetti ai lavori è giusto ribadire che si tratta di un grande risultato che porterà sicuri benefici al territorio e alla popolazione tutta.

La Provincia di Belluno, infatti, senza Regione Veneto, avrebbe potuto proseguire sulla passata politica dei proclami, ma di fatto non avrebbe ottenuto alcunché.  Matteo Toscani - assessore al turismo - Provincia di Belluno

 

 

Carta  15.01.2010

Lacrime nella pioggia

di Fabrizio Bottini

Non ho mai visto cose che voi umani trovereste banali, persino un po’ noiose, racconterebbe un replicante nella padania devastata dal cambiamento climatico, diciamo fra una generazione

Eh già, lui non le aveva mai viste perché programmato sulla cultura dominante. Quelli convinti che senza “sviluppo del territorio” non si può campare. E allora via una nuova autostrada, un polo logistico, la rete in crescita dei grandi nodi commerciali, per servire le nuove lottizzazioni, che crescono grazie alla grande accessibilità autostradale ... Il modello non si discute, ineluttabile, al massimo si contrattano i dettagli, le cosiddette compatibilizzazioni.

Fino alla demenza dell’esurbio, promosso dagli adoratori dello sviluppo del territorio, i pataccari della cosiddetta città infinita, crescita senza fine della rendita immobiliare. Esurbio, ovvero secondo la classificazione scientifica internazionale residenze e altro che stanno a un paio d’ore di macchina o più dalla metropoli. Sta là, immerso nel verde al punto che sembra davvero campagna. Ma non lo è. Come si capisce? Facile: guardando il contachilometri, l’orologio, e il finestrino.

Il contachilometri sgrana distanze semi-siderali per uno spostamento quasi quotidiano e obbligatoriamente in auto. L’orologio segna tempi dall’ora e mezza in su. Il finestrino, per tutto il tempo, mostra asfalto, cemento, un po’ di verde. Anche trattori, ma soprattutto altre auto che vanno e vengono. È da lì che si dovrebbe capire il disastro incombente: ogni auto vuol dire nuove strade, e poi poli logistici, centri commerciali, lottizzazioni.

Fin quando non ci saranno più neanche le lacrime nella pioggia. Non so se saremo tutti morti, allora, ma di sicuro sarà finito il mandato degli attuali presidenti di Regione. Forse è per questo che sono tanto entusiasti dello “sviluppo del territorio”: l’eternità finisce col mandato. Per loro.

Qualcuno è in ascolto?

 

 

Il Fatto Quotidiano  15.01.2010

Trasporti, 10 propositi per il 2010

Di Marco Ponti

1. Dire la verità su chi paga, chi riceve, e chi inquina. Il pubblico, e spesso anche i media, ignorano alcune cose ovvie ed essenziali: quanti sussidi vengono erogati con i nostri soldi, e a chi vanno, quanto pagano i viaggiatori e quanto i contribuenti, quanto inquinano i trasporti. Alcuni esempi banali: versiamo alle ferrovie e ai trasporti locali circa 10 miliardi di euro all’anno, e ricaviamo dai trasporti stradali per via fiscale e tramite pedaggi circa 50 miliardi. Nulla di male, se questa fosse una scelta informata e trasparente. Ma certo così oggi non è. I trasporti stradali generano circa il 25 per cento del CO2, ma se si mettessero tasse analoghe a quelle sulla benzina sugli altri inquinatori, si sentirebbero (e si sono sentiti da Confindustria), strilli fino al cielo.

2. Chiamare i pendolari con il loro nome, e aiutarli. I pendolari ferroviari sono meno del 10 per cento del totale, poi vengono quelli che vanno in autobus, e la grande maggioranza deve andare in macchina (pagando tantissimo), e non per scelta, ma perché l’assetto del territorio e del mercato del lavoro non consentono tecnicamente altre soluzioni. Occorre aiutare tutti i pendolari, distribuendo le risorse pubbliche secondo queste proporzioni, e secondo il reale livello di disagio dei diversi modi di trasporto (ritardi dei treni, ma anche ritardi da code infinite…).

3. Smetterla di buttare i soldi pubblici per i ricchi o per immagine (nuove Alta velocità). Fare conti trasparenti e pubblici, non trovare trucchi di “finanza creativa”. L’Alta velocità Milano-Napoli è costata il triplo del dovuto, ma almeno servirà molto traffico, si spera: è la spina dorsale del paese. Nessuno però ha risposto dei costi, generati da appalti fatti tra amici, senza gare. Ma “perseverare diabolicum”: altre linee avranno molto meno traffico (alcune pochissimo), e questo governo continua a non voler fare gare. Escogitare finte partecipazioni di privati ipergarantiti (cioè senza rischi) è solo un modo per mascherare spesa pubblica aggiuntiva, e di far regali ad amici.

4. Smetterla di favorire i concessionari monopolisti (autostrade, aeroporti, ferrovie, TPL). Regolarli con un’Autorità indipendente. Se non c’è un forte difensore degli utenti che possa resistere alle non virtuose pressioni politiche, non c’è speranza né di equità né di efficienza nel settore dei trasporti. Si guardi la vicenda delle tariffe autostradali (galline dalle uova d’oro), o i costi del sistema ferroviario, o la scarsa concorrenza nel trasporto locale, o l’aumento arbitrario, pagato dagli utenti, per gli aeroporti, o la sistematica persecuzione delle compagnie low cost (e i folli sussidi all’Alitalia).

5. Per la crisi, concentrarsi sui progetti infrastrutturali che occupano gente e servono subito. La crisi economica non è affatto finita. La spesa pubblica è essenziale per il rilancio occupazionale, e proprio per questo occorre che sia con effetti rapidi, e con alta intensità di lavoro, non di capitale. Cioè tutto il contrario della logica delle “grandi opere”, mentre occorrono manutenzione e “piccole opere” (che tra l’altro sono anche di utilità molto più certa). Lo ha scritto persino il ministro Renato Brunetta!

6. Aiutare chi spinge ad abbassare le tariffe (Ryanair, Montezemolo, la regione Piemonte), non chi le alza (Alitalia). Inefficienze nel caso di soggetti pubblici, o rendite nel caso di soggetti privati non esposti a pressioni concorrenziali, sono tra i mali che affliggono i trasporti italiani. L’attuale governo sembra muoversi in direzione opposta: il ministro Matteoli ha addirittura dichiarato che “auspica che la regione Piemonte (di centrosinistra) rinunci alle gare per i servizi locali, in favore di Fs”. La regione Lombardia (di centrodestra) ha addirittura fuso le ferrovie Nord, di sua proprietà, con Fs. Il governatore del Lazio (di centrosinistra) aveva auspicato l’allontanamento da Roma di Ryanair.

7. A livello urbano, smetterla di far gare per finta per il TPL.Il vero veleno della recente riforma finto-liberale è che i giudici (i comuni) sono anche di solito i concorrenti, con le loro imprese, e si trovano così in un lieve conflitto di interessi, cui però, coerentementecol quadro nazionale, nessuno fa caso. La nuova legge incoraggia poi non tanto la concorrenza, quanto la privatizzazione. I privati senza concorrenza di solito fanno peggio delle aziende pubbliche.

8. Per l’ambiente, fare i conti su dove costa meno abbattere e distinguere i tre temi: effetto serra, danni alla salute, congestione. Difendere l’ambiente è sacrosanto, ma nei trasporti costa molto caro, per ragioni tecniche. Poi i problemi ambientali sono molto diversi tra loro, e richiedono politiche specifiche. Oggi in nome dell’ambiente si giustificano politiche prive di senso: si pensi ai sussidi alle ferrovie contemporanei agli sconti su tasse e pedaggi dei camionisti… o all’Alta velocità dove non c’è domanda.

9. Fare i conti sui gruppi sociali che guadagnano e che perdono con le diverse politiche. È perfettamente possibile valutare gli impatti sociali di politiche alternative, ma questi conti non si fanno mai. Per esempio, la “fuga dalla rendita” spiega gran parte della dispersione urbana, aspramente condannata dagli urbanisti. Ma si pensi anche alle filiere industriali che potrebbero essere avvantaggiate da sistemi logistici più efficienti e concorrenziali, non certo da opere di impatto mediatico.

10. Per concludere: più tecnologia, più mercato, e meno cemento (come dimostreranno i conti, se mai si faranno…). I conti si limiterebbero a confermare il buon senso, e consentirebbero decisioni più condivise e trasparenti, come si usa in alcuni paesi sviluppati.

 

 

Messaggero Veneto  15.01.2010

Treni storici sulla linea Carnia-Tolmezzo

TOLMEZZO. Il consigliere regionale Piero Colussi (Cittadini) ha presentato un’interpellanza alla Giunta affinché intervenga nei confronti del Consorzio per lo sviluppo industriale di Tolmezzo a seguito della richiesta dell’associazione Ferrovia turistico museale Carnia-Tolmezzo. Nasce proprio dalla volontà di trasformare la tratta ferroviaria in questione in un percorso di valorizzazione turistica della zona l’interpellanza di Colussi, che ricorda come quest’anno ricorra il centesimo anniversario dell’inaugurazione del collegamento ferroviario Carnia-Tolmezzo-Villa Santina per il trasporto di persone e merci nell’ambito di un progetto - mai realizzato - che prevedeva il collegamento diretto da Trieste a Monaco di Baviera, passando per Carnia, Tolmezzo, Dobbiaco e il valico del Brennero. Il collegamento venne attivato su esplicita richiesta dell'Associazione industriali di Udine e delle forze sindacali a uso specialmente delle aziende operanti nella zona industriale del medio Tagliamento. Si tratta di una ferrovia a scartamento ordinario, con significative opere d'arte (ponti, viadotti e gallerie di pregio), che attraversa una zona interessante anche dal punto di vista turistico e paesaggistico. Recentemente è intervenuta però una novità che potrebbe dare nuovo slancio alla tratta. «Infatti - ha spiegato Colussi - l’associazione Ferrovia turistico museale Carnia-Tolmezzo che è già in possesso di tutti i requisiti previsti dalla legge, di esperienze similari e di materiale rotabile (locomotive e carrozze) di valenza storica e funzionanti, ha chiesto il riutilizzo di questa tratta a uso turistico e museale, mantenendo nel contempo l’eventuale percorribilità della struttura d’intesa e unitamente al ministero dei Trasporti». Alla luce di ciò, Colussi chiede alla Giunta di intervenire nei confronti del Cosint che, pur in presenza di una evidente utilità pubblica, non ha dimostrato a tutt'oggi alcun interesse per l'iniziativa (che riscuote il consenso di tutto l'ambiente tolmezzino e la pubblica opinione per le ovvie, positive ricadute economiche).

 

 

Il Gazzettino-Ud  15.01.2010

TOLMEZZO  Interrogazione sul destino della tratta

Binari tra storia e turismo

TOLMEZZO -(d.z.) Il Cosint vuole ripristinare oppure smantellare definitivamente la storica tratta ferroviaria Carnia-Tolmezzo? La domanda è stata rivolta dal consigliere regionale dei Cittanini Piero Colussi con una interrogazione al presidente Tondo, richiamando l’idea mai sopita di ripristinare e trasformare la linea ferroviaria (quest’anno ricorre il centesimo anniversario dell'inaugurazione) in un percorso di valorizzazione turistica della zona. L’associazione “Ferrovia turistico museale Carnia-Tolmezzo” ha da tempo un progetto specifico ed è già in possesso di tutti i requisiti previsti dalla legge, di esperienze similari e di materiale rotabile (locomotive e carrozze) di valenza storica e funzionanti, oltre poi ad aver chiesto il riutilizzo del percorso sia a uso turistico e museale (ma mantenendo nel contempo l'eventuale percorribilità della struttura d'intesa e unitamente al ministero dei Trasporti).

 

 

Corriere delle Alpi  14.01.2010

Dolomiti-Unesco e Cai «E ora di cominciare»

BELLUNO. «Il Cai sia ammesso negli organi di gestione della futura Fondazione del progetto Dolomiti Unesco». Torna alla carica il Club alpino, all’alba del nuovo anno, per spingere le istituzioni ad accelerare i tempi di fattibilità di questo progetto che altrimenti rischierebbe di rimanere sulla carta. Lo stesso documento approvato ad Auronzo è stato «inviato all’assessore Toscani» spiega Bruno Zanantonio, Cai. «Gli chiederemo un incontro per capire. La stessa mail è stata inviata agli altri 4 club alpini che faranno lo stesso col loro referente istituzionale in Regione: cioè i presidenti Dellai, Durnwalder, quelli di Pordenone e Udine cercando di fare pressione perchè le nostre istanze siano ascoltate». «Cosa fanno i Club alpini in tutto questo progetto?», «perchè siamo stati dimenticati?»: queste le domande che il Cai si pone e chiede «di essere riconosciuto per competenze tecnico-scientifiche e territoriali; di partecipare alla gestione con le sezioni che lavorano da decenni sul territorio e che desiderano essere coinvolte dagli enti fondatori nelle scelte di programmazione e di controllo; essere coinvolte nei vari organi di gestione, anche con le modifiche allo statuto che si dovessero rendere necessarie». «Nessuno ci ha preso in considerazione. Con il dovuto rispetto per tutte le altre associazioni, il Cai vive il territorio perchè le sezioni di montagna sono fatte di montanari e dovrebbero dire la propria in questo frangente, alla pari di istituzioni e politici. Ci auguriamo che le Dolomiti-Unesco siano volano per turismo e sviluppo perchè se la gente non resta a vivere in montagna... E vorremmo essere parte attiva specie quando si parla di comitato scientifico: anche noi abbiamo i nostri luminari che possono dare il loro apporto tecnico-scientifico». A spronare sullo start del processo istitutivo è Matteo Fiori, sempre Cai: «La Fondazione Angelini lavora con alcuni docenti universitari tra cui Gianolla e Furlanis per un progetto di informazione. Ma qui va messo in moto il processo costitutivo: se non facciamo nulla perdiamo il treno. Fra un anno verranno valutate le aree se hanno adempiuto o meno ai protocolli». (cri.co.)

 

 

Fondazione Dolomiti Unesco la Magnifica rimane fuori

PIEVE DI CADORE. «La Magnifica Comunità di Cadore non è stata accettata tra gli enti che costituiranno la Fondazione Dolomiti patrimonio dell’umanità Unesco». L’amaro annuncio lo ha fatto ieri sera Renzo Bortolot, presidente dell’ente, rispondendo ad Alfredo Piccolo, un volontario che collabora con la Magnifica, durante l’incontro organizzato dal neo presidente per ringraziare i volontari per il lavoro svolto durante il 2009. «Ben consci dell’importanza del riconoscimento Unesco», ha detto Bortolot, «avevamo fatto ufficialmente la domanda per entrare a pieno diritto nella “stanza dei bottoni”».

«Ma la nostra richiesta non è stata accolta», ha continuato, «e, quindi, l’unico ente di riferimento per i cadorini rimarrà la Provincia».

«Da parte nostra», ha aggiunto Bortolot, «abbiamo costituito un’apposita commissione territorio-ambiente, coordinata dell’assessore Costa, per non farci sfuggire nessuna occasione d’intervento».

La notizia ha gettato un’ombra sull’incontro festoso di ieri sera, che ha visto ricevuti in Magnifica i 109 volontari che consentono allo storico ente di aprire le porte delle sue strutture culturali, per far conoscere e visitare le ricchezze storiche ed artistiche del Cadore: dalla casa natale di Tiziano al museo archeologico, fino al palazzo comunitario.

L’incontro è avvenuto in un clima di grande cordialità. Seduti sulle storiche sedie di legno, riservate solitamente alle autorità, i volontari hanno ascoltato il saluto quasi commosso del presidente Bortolot, e successivamente i dati riassuntivi del loro lavoro.  «Ho voluto incontrarvi», ha affermato Bortolot, «innanzitutto per ringraziarvi per quanto avete fatto. Senza li vostro lavoro, la Magnifica comunità sarebbe come una casa chiusa, dove ci sono sì dei tesori, ma irraggiungibili». Dopo l’introduzione del presidente, è intervenuto Paolo Finotti, che in questi ultimi due anni ha coordinato l’attività dei volontari, presentando i risultati ufficiali del loro lavoro. «Sono stati due anni di intenso impegno, e solo la dedizione dei volontari ha consentito di tenere aperti i musei. Nel 2008 i visitatori alla casa natale di Tiziano sono stati 5517, che hanno portato in cassa oltre 10.500 euro. Nel 2009, sono saliti a 5678, con un aumento sull’anno precedente del 2,9%. Il museo archeologico è passato dai 587 visitatori del 2008 ai 1253 del 2009, facendo lievitare l’introito al 31 dicembre a 13.225 euro».

 

 

Corriere delle Alpi  13.01.2010

TEMPO PAZZO - COSA CI ATTENDE

di Toni Sirena

Piove, poi nevica, poi piove di nuovo. Prima il gelo, poi il caldo, dieci gradi di sbalzo. Al nord neve, al centro alluvioni, a Mondello si fa il bagno come fosse primavera. Qualche giorno fa in dodici ore si è passati da -5 a +15. E’ l’altalena di questo inverno pazzo. Si dice che il tempo fa le bizze, ma questa volta pare abbia perso la bussola.  No, dicono i meteorologi, qui nessuno è matto. E spiegano che in poche ore l’anticiclone della Siberia è stato sostituito dall’aria calda del Sahara che in questi anni è diventata più calda di 5-6 gradi. Anche le piogge eccezionali si spiegano: l’Oceano è più caldo, per questo c’è più energia in giro e si scatenano fenomeni estremi.

Dovremo abituarci. Sono tutte conseguenze dei cambiamenti climatici. Però, attenti: clima e tempo sono due cose diverse. Il nostro futuro sarà fatto di cambiamenti di tempo repentini, anche nel giro di dodici ore. Il cambiamento climatico è misurabile anche spazialmente: avanza al ritmo di 0,71 chilometri all’anno nei deserti, 0,95 nelle mangrovie tropicali, 1,26 nella savana. In montagna è più lento,  ma avanza anche qui Alle spalle si lascia una strage: piante e animali che non ce la fanno a migrare così velocemente. Tutti a rischio di estinzione.

Tranne qualche stravagante, raro come le mosche bianche, tutti concordano su un fatto: il riscaldamento del pianeta è provocato dalle emissioni di gas serra, soprattutto anidride carbonica. E continuiamo a seminarla, perché è connaturata al nostro modo di produrre e di vivere, alle fonti della nostra energia. Dovremmo cambiare tutto ciò. Ma ne avremo il tempo? A Copenaghen non si è raggiunto alcun accordo efficace e vincolante. Solo una promessa dei paesi ricchi di rivedersi a Bonn fra sei mesi. L’impegno massimo, contenuto in una prima bozza non approvata, parlava di ridurre le emissioni entro il 2050 per restare sotto il tetto di 2 gradi di aumento della temperatura del pianeta. Attenzione: due per cento rispetto ai livelli pre-industriali. Il fatto è che già oggi siamo a +1,5 e che di questo passo superare i 2 gradi sarà inevitabile.

Non è “solo” una questione ambientale. Non riguarda qualche ecologista talebano. E’ questione economica, attiene alle condizioni di base della nostra ricchezza e alle speranze di un futuro migliore per i paesi poveri. Il cambiamento climatico ha ripercussioni certe e pesanti, e probabilmente più veloci del previsto, sulla nostra economia: agricoltura e turismo sono i settori più esposti, per quantità e per qualità. Cambieranno le coltivazioni, si alzeranno le quote delle terre coltivabili.

Ci sarà una spinta a un nuovo ripopolamento della montagna (lo abbiamo già visto nel passato, a più riprese) a si faranno anche più frequenti frane e alluvioni. Le coltivazioni di pianura, esposta alle ondate di calore e alla riduzione delle piogge, avranno sempre più bisogno di acqua che in un primo tempo, sciogliendosi i ghiacciai di montagna, ci sarà ancora, ma che poi sarà sempre più scarsa. Il limite delle nevicate, e soprattutto della neve garantita che determina la sostenibilità degli investimenti turistici (invernali), si alzerà: la maggior parte delle stazioni sciistiche chiuderà, si sposterà il baricentro del turismo da invernale a estivo (molto meno redditizio).

Con metodologie ormai affidabili, si è misurato il costo economico del riscaldamento terrestre, in base a diversi ipotizzabili scenari (da 2 a 4 gradi di aumento al 2030, 2060 e 2090) in Italia.

Per le Alpi, la situazione è destinata, se non si fa niente, a diventare pesantissima. Tra le province più colpite, quella di Bolzano (per il crollo della componente turistica straniera), tra le meno colpite Belluno (grazie alla preponderante componente interna). La contrazione del fatturato turistico per il Trentino-Alto Adige, è quantificata in 587 milioni di euro all’anno, “solo”  in 2,5 milioni per il Veneto.  La Lan (Linea di affidabilità della neve) si alza di 150 metri ogni grado di aumento della temperatura. Due gradi di aumento ridurrebbero le stazioni sciistiche da 14 a 8 nel Veneto, da 25 a 14 in Trentino, da 54 a 23 in Alto Adige. E si tratta dello scenario più favorevole: l’aumento di 2 gradi è ormai dato per certo. Se sarà più alto, quasi tutte le stazioni sciistiche spariranno. Questi dati sono tratti dal primo studio scientifico pubblicato in Italia  («Cambiamenti climatici e strategie di adattamento in Italia. Una valutazione economica», a cura di Carlo Carraro,  docente a Ca’ Foscari).

Abbiamo parlato solo di turismo, ma lo studio tratta ampiamente anche gli altri settori economici.

Conviene, allora, investire oggi per ridurre i rischi del riscaldamento e per “adattare”  il sistema economico. Ma non ci sono ancora né la consapevolezza della gravità del problema né decisioni coerenti.

In Trentino e Alto Adige ci sono, in realtà, apprezzabili iniziative, come il Patto per il clima a Bolzano (città alpina dell’anno con bilancio di emissioni neutro), Casa clima, interventi per ridurre il traffico veicolare, investimenti sulla ferrovia anziché sulle autostrade, spostamento dell’A22 in galleria e interramento dell’Arginale, teleriscaldamento, miglioramento del trasporto pubblico e così via. Si tratta di progetti, non ancora di interventi veri e propri, ma è già importante che la progettualità venga orientata in questa direzione, tenendo conto della fragilità del sistema montagna.

Belluno invece va in direzione opposta. Non solo non ci si pensa, ma i progetti riguardano semmai il proseguimento dell’autostrada A27 pensando più all’attraversamento dei Tir al servizio delle aree della pianura veneta che ai futuri turisti della montagna bellunese che tra vent’anni, stando al citato studio, non ci saranno. Con gli stessi soldi dell’autostrada si potrebbe fare la ferrovia Calalzo-Dobbiaco (800 milioni).

La causa di questa scarsa preveggenza? E’ intuibile: politici, amministratori,  ma anche tecnici consulenti e progettisti, vivono alla giornata: così si ricavano più facilmente voti e soldi.

Ma i conti li pagheremo tutti.

 

 

Il Gazzettino-Bl  13.01.2010

IL DOCUMENTO Diffuso il testo finale delle associazioni alpinistiche

«Unesco, statuto da modificare»

Il Cai: «Anche noi soci sostenitori e dentro il forum»

AURONZO - Il Cai ha messo nero su bianco le proprie aspirazioni sul ruolo da avere all’interno della Fondazione Dolomiti Unesco. Dall’incontro del 19 dicembre scorso fra tutti i club alpini delle cinque aree che rientrano nel nuovo organismo è uscito un documento che riassume la loro «ferma volontà».

Lo riferisce il Cai Veneto per bocca di Bruno Zannantonio, presidente della commissione veneta dei sentieri, sottolineando le richieste decise dalle associazioni: essere riconosciute per le loro competenze tecnico-scientifiche e territoriali; partecipare attivamente alla gestione con le proprie sezioni che lavorano da decenni sul territorio e che desiderano essere coinvolte dagli enti fondatori nelle scelte di programmazione e di controllo dello stesso; essere coinvolte nei vari organi di gestione, anche con le modifiche allo statuto che si dovessero rendere necessarie».

In pratica si chiede che al Club alpino italiano e all’Alpenverein Südtirol sia riconosciuta la qualifica di socio sostenitore per le ragioni anzidette. Ma i chiede anche la modifica della propsota di statuto della Fondazione, che deve ancora essere varato, di prevedere la possibilità di partecipare ai forum e che sia ampliato a nove il numero massimo dei componenti del Comitato scientifico, in modo da consentire un apporto diretto da parte di tutte le associazioni alpinistiche e delle più rilevanti istituzioni scientifiche (università, fondazioni culturali) nei diversi campi della cultura scientifica.

Il documento conclude auspicando che siano previsti strumenti tecnici di gestione articolati a livello territoriale, nei quali siano direttamente coinvolti le comunità e le istituzioni locali, le istituzioni scientifiche, le professioni di montagna e le associazioni alpinistiche.

 

 

Corriere delle Alpi  12.01.2010

Gildo Trevisan guida la rivolta: «Impegni per la montagna o chiuderemo i nostri alberghi»

AURONZO. «Se nella prossima campagna elettorale non ci saranno impegni concreti per la montagna e i suoi albergatori, siamo disposti a chiedere in massa ai nostri comuni di togliere il vincolo alberghiero dalle strutture, per poterle rivendere tra dieci anni come normali abitazioni». Se non è un grido disperato, quello di Gildo Trevisan presidente degli albergatori della provincia di Belluno è un grido di dolore che da anni non trova risposte. Nel mirino del presidente di Federalberghi i privilegi di cui godono gli autonomi.

«Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia si stanno muovendo sia sul piano degli investimenti, sia sul piano delle pubblicità in modo determinato. Sono ormai 50 anni che subiamo una concorrenza sleale insostenibile, ora è tempo di richiamare i politici alle proprio responsabilità».

Il piano di Trevisan è semplice: «La nostra associazione vi manderà un modulo», dice agli albergatori, «col quale chiederemo cosa faremmo se ad ognuno di noi fosse dato un contributo in denaro, garantendo anche il buon rating dei nostri alberghi. Poi faremo un convegno (con ogni probabilità a Cortina) prima delle elezioni regionali: qui metteremo questi documenti sul piatto della bilancia, chiedendo ai politici un impegno serio. Se non otterremo risposta, passeremo alla estrema protesta: la richiesta in massa dello svincolo alberghiero».

Qualcosa di più di una provocazione: «Se non siamo più nella condizione di gestire dignitosamente i nostri alberghi, meglio pensare a chiuderli».

Trevisan non nasconde anche gli errori degli albergatori: «Non possiamo solo gridare allo scandalo, ma dobbiamo essere anche propositivi. Ecco perché abbiamo dato vita a un progetto che presenteremo unitariamente e che darà un’immagine complessiva di riqualificazione delle strutture alberghiere in montagna. Sarà anche importante fare lobby tutti insieme, cosa che per noi è sempre stata difficile».

Uniti per contare di più anche nei confronti delle amministrazioni locali: «Sono per la rottamazione dei comuni, nel senso che le varie amministrazioni non sono in grado di dare risposte semplici ed unitarie. In Centro Cadore ci sono due esempi: i mille distinguo tra sì e no per l’autostrada fino a Pieve e la gestione del fondo Letta, con il quale nessuno ha mai pensato di aiutare il turismo».

La Regione, nonostante qualche sforzo, rimane sul banco degli imputati: «Manzato ha promesso 30 milioni alla montagna in tre anni? Ma sono solo briciole. Siamo in 500mila, pro capite ci saranno circa 20 euro a testa».

Poi prende ancora i giornali e legge: «Il Trentino si appropria della gestione dell’acqua e dei canoni Enel. Allora i nostri politici stanno sbagliando qualcosa: perché Enel guadagna 400 milioni di euro l’anno con l’acqua del Bellunese e non investe un centesimo da noi? E’ giunto il momento di fare lobby. La campagna elettorale è l’occasione buona».  Alessandro Mauro

 

 

Il Gazzettino  10.01.2010

TRASPORTI  La missione: ottenere l’inserimento dell’asse nella "Top ten"

Corridoio 6, vertice Ue

Confronto a Bruxelles con Friuli Vg e altre 18 Regioni da Danzica all’Adriatico

TRIESTE - Il Corridoio paneuropeo 6 baltico-adriatico da Danzica fino alla diramazione in Friuli, Veneto ed Emilia Romagna sarà al centro, giovedì prossimo, di un importante vertice tecnico a Bruxelles con la Commissione europea.

Vi parteciperanno i rappresentanti di 19 regioni che condividono la richiesta, avanzata il 6 ottobre scorso, di inserire nelle dieci priorità comunitarie di trasporto ferroviario questo asse Nord-Sud, complementare e strategico rispetto al Corridoio 5 Est-Ovest.

Alla riunione di Bruxelles prenderanno parte, fra gli altri, i delegati del Friuli Venezia Giulia, con il responsabile della Direzione centrale relazioni internazionali, Giuseppe Napoli, e i colleghi della Direzione centrale infrastrutture di trasporto.

A premere con maggiore energia per l’inserimento del Corridoio nella "Top ten" europea sono proprio il Friuli e la Stiria, affiancati dalla Carinzia. Del del resto ciò è facilmente comprensibile: Graz e Klagenfurt prefigurano la possibilità di realizzare in termini ragionevoli il nuovo traforo ferroviario del Koralpe al posto dell’ormai storico traforo del Semmering, in modo da accorciare vistosamente la velocità commerciale dei convogli da e per Vienna e l’entroterra mitteleuropeo. Il Friuli Venezia Giulia, a sua volta, considera l’asse decisivo in "accoppiata" con il Corridoio 5. I due tracciati s’incontrano a Cervignano, dove l’Interporto potrebbe giocare una parte prioritaria per servire il sistema produttivo friulano e il porto di Trieste: due facce della medesima economia.

Il vertice europeo sarà preceduto, mercoledì, da una riunione preparatoria fra le Regioni: saranno presenti esponenti polacchi, cechi, slovacchi, austriaci, veneti ed emiliani. Ma se Helmut Morsi, il dirigente della Commissione europea che sta trattando la questione, manifesterà aperture, sarà in ogni caso compito dei Governi nazionali, in primo luogo quelli di Roma, Vienna e Varsavia, a dover esercitare una moral suasion per indurre la Commissione a modificare la preziosa lista delle cose da fare per prime.

Saranno dunque Renzo Tondo da una parte e il suo collega Franz Voves, Landeshauptmann della Stiria, dall’altra, a dover sensibilizzare i rispettivi Governi. Intanto a Bruxelles è cambiato commissario ai Trasporti e l’Italia - è un dato di fatto - ha perduto l’appoggio di Antonio Tajani, che ora regge le deleghe a industria e innovazione nell’Esecutivo Barroso bis.

Tondo (anche quale presidente di Alpe Adria) e Voves si sono reciprocamente impegnati sul Corridoio baltico-adriatico anche in occasione del recente incontro friulano del 18 novembre, al quale è seguito un confronto tecnico fra le due Regioni per preparare le armi in direzione di Bruxelles.

 

LA STRATEGIA

Coinvolgere Graz nell’Euroregione

TRIESTE - Lo sviluppo del Corridoio baltico-adriatico da Danzica verso Varsavia, Katowice, Zilina e Brno, con la successiva estensione per Bratislava-Vienna-Graz-Klagenfurt-Udine-Trieste-Venezia-Bologna, era stato al centro di una lettera d'intenti siglata già nell’ottobre 2006 a Lussemburgo dai ministri dei Trasporti di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria e Italia allo scopo di garantire uno sbocco adriatico al collegamento dal Mar Baltico.

Il Corridoio baltico-adriatico sarebbe infatti in grado di "intercettare" rilevanti flussi di traffico provenienti dalle regioni russe e dall'area asiatica (oggi diretti in modo prevalente verso i porti tedeschi del Mar del Nord e della Finlandia) e di incanarli verso gli scali baltici e adriatici.

In questo senso vi è stata piena continuità fra l’Amministrazione Illy e il governo regionale guidato da Renzo Tondo, di pari passo con il processo di aggregazione euroregionale del quale la Comunità di lavoro Alpe Adria (presieduta turnariamente proprio da Tondo) rappresenta insieme una premessa e un auspicato sviluppo.

Al di là delle intense collaborazioni in tema turistico e sanitario, oltre l’importante condivisione di progetti per aggregare fondi di coesione comunitari a cavallo delle frontiere, è proprio il "Corridoio di Danzica" il tema più significativo sul tappeto del costituendo Gruppo europeo di cooperazione territoriale, al quale da Trieste e da Udine si vedrebbe con largo favore l’adesione di Graz oltreché, naturalmente, dell’ormai consorella Klagenfurt.

 

 

Corriere delle Alpi  07.01.2010

Mainardi, la cena e un dubbio per dessert

Quello sbocco a nord di cui tanto si è parlato, ora non appare più così sicuro

CALALZO. «Lo sbocco a Nord è ancora possibile?». Se lo chiede preoccupato Bortolo Mainardi, che all’interno del Consiglio di amministrazione Anas rappresenta il ministro Giulio Tremonti, che proprio ieri mattina ha lasciato Lorenzago ed il Cadore.

Ultimo “rito”, un caffè “da Gino”, dopo l’«eccellente cena degli ossi», con il ministro Roberto Calderoli, il sottosegretario Aldo Brancher, l’onorevole Isidoro Gottardo, il segretario leghista Paolo Gobbo, ed altri ancora. Della compagnia faceva parte anche Mainardi. Il quale sa che si è parlato, fra l’altro, dei problemi infrastrutturali (con qualche preoccupazione per la terza corsia dell’A4), ma che preferisce mantenere il riserbo («possono parlare di più i politici»).

Mainardi, però, ha le idee chiare su quanto manca ancora a Nordest e in particolare in provincia di Belluno. Conferma che si è aperta la procedura “Sia” (Studio Impatto ambientale”) per il prolungamento dell’Autostrada da Pian di Vedoia alle porte del Cadore, ma non nasconde il suo scetticismo per la tratta dal Cadore alla Carnia. «Tutto tace», precisa. E interpreta le nuove difficoltà (finanziarie, soprattutto) per la terza corsia della Venezia-Trieste, come uno stop, o almeno come un rallentatore del collegamento tra l’A27 e l’A23. Di fatto non ci sono le risorse, neppure in ipotesi.

Mainardi non vuol dire se di questo ha parlato col ministro Tremonti o alla cena dell’altra sera. Precisa però che «i politici dovranno decidere, dentro quest’anno, che cosa fare e che cosa non fare sul piano infrastrutturale».

Tremonti, si diceva, ha lasciato il Cadore prima della lunga coda di ieri; Calderoli e Brancher ancora nella notte. Come evitare che si ripetano queste teoriche di auto a passo d’uomo, se non addirittura ferme? «Possibilità ci sono, ma le scelte debbono farle i politici. Si ricordi, in ogni caso», aggiunge Mainardi, «che le code si verificano 10 volte l’anno, per cui bisogna stare attenti prima d’immaginare chissà quali soluzioni. E’ anche vero, poi, che tra il Cadore e Longarone ci sono quattro gallerie...».

Alla cena ci sono stati dei momenti riservati alla politica, in cui ad esempio Calderoli, Tremonti e Brancher hanno rassicurato Gottardo sull’anticipazione del federalismo fiscale al Friuli Venezia Giulia, come richiesto dal governatore Renzo Tondo. «Si aprirà un tavolo tecnico», anticipa Gottardo (molto apprezzati i vini che ha portato, dall’amarone al verduzzo friulano, ad altri ancora, ndr), «nel quale discuteremo di maggiore autonomia in corrispondenza di maggiore responsabilità». Quindi nuove competenze, a fronte di risorse che il Friuli riceve relativamente alle tasse sul territorio.

Il più soddisfatto di tutti, comunque, è stato il titolare del “Ferrovia”, Gino, la cui cena è stata unanimemente apprezzata dai commensali, tra i quali anche Luca Antonini, il docente dell’università di Padova, consulente di Calderoli per il federalismo fiscale.

Non mancano, però, le polemiche. Come quella innescata da Antonio De Poli, leader dell’Udc in campo regionale. «Siamo già in campagna elettorale», ha detto, «e, come già successo in precedenza, Tremonti va a cena a porte chiuse con i suoi capi, quelli della Lega e con il Brancher del PdL. A dare la notizia sono le cronache giornalistiche, ma l’episodio della mangiata leghista di Tremonti di martedì colpisce soprattutto se posta a confronto con gli incontri tenuti da Giancarlo Galan, sempre nel Bellunese. Un Galan che si incontra con la gente di montagna, con i suoi vecchi amici del PdL e che parla dei problemi del Veneto. Ma ciò che colpisce veramente è il fatto che non si capisce cosa abbia a che vedere il veneto Galan con i leghisti lombardi capitanati da Tremonti accorsi dalle nostre parti per festeggiare una befana che mi auguro non riempia di pessimo carbone la nostra regione».  Francesco Dal Mas

 

 

Il Gazzettino  07.01.2010

Dolomiti, appello di Napolitano

Il Presidente scrive al prefetto di Belluno per conoscere a che punto è l’iter per la nascita della Fondazione Unisco

di Flavio Olivo

Uno dei timori è che diventi fra i tanti carrozzoni all’italiana, ma fin dai suoi primi passi è vegliato dalla massima autorità dello Stato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto al prefetto Carlo Boffi perché lo tenga informato sull’iter della Fondazione Dolomiti Unesco. L’interessamento, molto più che formale, pare allontanare quei timori. Se in agosto il capo dello Stato si è recato ad Auronzo col ministro Stefania Prestigiacomo per la consegna ufficiale del riconoscimento avuto dall’organismo della Nazioni unite, è perché ritiene non secondario l’evento sotto molti punti di vista.

Questo dovrebbe essere il mese della nascita della Fondazione. La data ancora non c’è, ma la Provincia è intenzionata a mantenere la promessa. I soci fondatori andranno dal notaio per mettere nero su bianco ciò che è stato deciso ormai da tempo, vale a dire che la sede legale sarà a Belluno.

Ormai tutti sanno che l’organismo di rappresentanza avrà sede a Palazzo Piloni, sede della Provincia, e che sarà costituito da un consiglio direttivo d’indirizzo (Province di Belluno, Trento, Bolzano, Pordenone e Udine con Regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia) e da un consiglio di amministrazione operativo (le cinque Province) con un unico presidente.

Sarà Belluno, provincia cui spettano anche i primi tre anni di sede operativa, a indicare il segretario (l’equivalente del direttore). Ma la partita più grossa si gioca sulla sede più che sui nomi e la decisione finale sarà presa dopo il vertice con oltre quaranta sindaci bellunesi che saranno convocati molto presto.

Sia il presidente Gianpaolo Bottacin che l’assessore Matteo Toscani stanno lavorando alla convocazione del tavolo. Si tratta di decidere dove insediare l’ufficio operativo, quell’interfaccia fra il territorio protetto e il turista senza frontiere che punta il dito sull’atlante e vuole sapere che cosa vedere. Lì potrà trovare il materiale e le informazioni sull’area.

Ci sono paesi bellunesi che si sono candidati più o meno ufficialmente, come Cortina, Pieve di Cadore, Agordo, Longarone, lo stesso capoluogo Belluno.

Maggiori chances potrebbe avere Agordo, che metterebbe a disposizione l’ex sede dell’Istituto minerario, col suo carico di storia sociale, economica e geologica. A differenza di Cortina o Pieve, località più conosciute dal turismo, e di Belluno, che spinge molto ma avrà già la sede legale e che in ogni caso non è il cuore ma la periferia delle Dolomiti, il capoluogo della val Cordevole è un’area ancora da valorizzare. Tutto dipenderà, però, dalle proposte che i sindaci porteranno al tavolo e dalla loro portata.

Intanto Provincia di Belluno e Regione Veneto hanno realizzato un calendario con le foto di Stefano Dal Molin. Dodici mesi, dodici scatti da guardare tutti i giorni alzando lo sguardo sul muro di casa o dell’ufficio. Contiene anche una scheda riepilogativa dei nove gruppi montuosi che rientrano nel perimetro, cinque dei quali interamente o parzialmente nel Veneto, e l’incidenza della aree su ogni provincia. Belluno fa la parte del leone con il 45,31% della superficie, che in totale misura 230.868,362 ettari), seguono Bolzano con il 25,18%, Trento con il 12,44%, Pordenone con il 13,15% e Udine con il 4.05%.

 

Le motivazioni

«Contengono paesaggi di eccezionale bellezza»

Le Dolomiti sono state proclamate patrimonio mondiale dell’umanità a Siviglia, in Spagna, il 26 giugno 2009 dopo un lungo lavoro di preparazione. La motivazione ufficiale parla, tra l’altro, di «una serie di paesaggi montani unici al mondo e di eccezionale bellezza naturale». E ancora: «Queste montagne possiedono un complesso di valori di importanza internazionale per le scienze della Terra». Infine: «I paesaggi sublimi, monumentali e carichi di colorazioni delle Dolomiti hanno da sempre attirato una moltitudine di viaggiatori e sono stati fonte di innumerevoli interpretazioni scientifiche e artistiche dei loro valori».

 

 

Corriere delle Alpi  05.01.2010

Mauro Corona superstar al Nigritella di Santa Fosca

SELVA DI CADORE. Per il terzo anno consecutivo Selva di Cadore ha avuto ospite Mauro Corona.  Anche questa volta la sala dell’hotel Nigritella di Santa Fosca era gremita di gente quando lo scrittore ertano ha fatto il suo ingresso tra gli applausi del pubblico.  L’evento era organizzato dalla Pro loco Val Fiorentina.

Mauro Corona è stato introdotto dal sindaco di Selva di Cadore, Ivano Dall’Acqua.  «I libri di Mauro si leggono a colori», ha detto il primo cittadino, «entrano nel cuore della gente».  E’ seguito l’intervento di Alberto Colleselli e infine la parola è passata allo scrittore Corona che ha presentato il suo nuovo libro “Il canto delle manere”.

«Un libro non vale nulla se tra le righe non ha l’intento di salvare una memoria», ha spiegato lo scrittore ertano, «come diceva Mozart “la musica è tra le note”. “Il canto delle manere” racconta la tecnologia del boscaiolo fino agli anni Cinquanta. La storia del protagonista è solo un pretesto per raccontare tutto questo, per non annoiare. Oggi i boscaioli non toccano nemmeno più la pianta. Il bosco va curato e tagliato».

Un accenno è andato anche alle Dolomiti riconosciute quale patrimonio dell’umanità Unesco. «Dov’è l’uomo in tutto questo?», ha detto Corona, «quella dell’Unesco è una grande “patacca” perché non si fa nulla per migliorare la vita della gente di montagna, che per andare a comprarsi la carne deve fare minimo 20 chilometri. Chi governa dovrebbe fare delle leggi che agevolino queste popolazioni. Le pratiche andrebbero snellite, le leggi dovrebbero essere fatte dai montanari, solo loro conoscono i veri problemi della montagna. Non vedo idee. Bisognerebbe sviluppare quello che la montagna offe».

«Le storie dei piccoli paesi sono universali», ha proseguito Corona, «sono storie di fatica, dolore, morte, amore: valori assolutamente globali. Oggi la vita è più comoda: sta a noi gestire le cose che abbiamo per rendere la vita migliore. Non bisogna però mai dimenticare da dove siamo partiti, non bisogna dimenticare la terra come fonte di sopravvivenza e serenità. Per vivere tranquilli dovremmo abbandonare un po’ la tecnologia e recuperare il senso di inginocchiarci ancora sulla terra e coltivarla».

Non è mancato un apprezzamento verso il pubblico di Selva. «Ho trovato un pubblico onesto, bello, sereno», ha detto, «una sintonia che nelle grandi città non trovo. Qui è tutto raccolto e benevolo. Siccome io non sono uno coraggioso ho bisogno anche di gente affettuosa».  Infine è intervenuto l’amico di infanzia di Mauro Corona, Pietro Carrara. «Io da ertano», ha commentato, «sono orgoglioso di quello che scrive Mauro».  Irene Pampanin

 

 

Il Sole 24 Ore  04.01.2010

Nei comuni più piccoli i grandi lavori

Silvio Rezzonico, Giovanni Tucci

In Lombardia si perdono ogni anno oltre 4.400 ettari di terreni agricoli, in Emilia Romagna più 7.700. Di questi, quasi 3.800 sono urbanizzati in Lombardia e quasi 3.000 in Emilia Romagna.

Insomma, è come se da un anno all'altro venisse costruito dal nulla un nuovo capoluogo di provincia di medio calibro.
Nelle tre regioni considerate nel primo rapporto 2009 redatto dall' Osservatorio sui consumi di suolo, la provincia con più aree trasformate per ospitare l'uomo è quella di Milano, che vede urbanizzato quasi metà del proprio territorio, seguita da quelle di Trieste, di Varese e di Rimini.

Sempre Milano, Brescia e Bergamo (in Lombardia), Bologna, Modena e Reggio (in Emilia Romagna), e Udine (in Friuli Venezia Giulia) sono in testa alla classifica degli ettari edificati ogni giorno. Tuttavia, se si guarda ai metri quadrati costruiti ogni anno in rapporto agli abitanti, si nota un cambiamento rilevante: in questo caso, sono le province agricole a registrare le trasformazioni maggiori (Mantova, Lodi, Reggio Emilia, Parma, Pordenone).

Nelle classifiche contenute nel rapporto si notano anche interessanti andamenti in controtendenza: per esempio l'incremento delle superfici a bosco, frutto dell'abbandono delle zone montane a favore delle pianure e delle colline pedemontane. «I dati aggregati non possono raccontare a fondo il meccanismo delle trasformazioni», spiega Paolo Pileri, docente di pianificazione territoriale presso il Politecnico di Milano e coautore del rapporto. Ad esempio, prosegue, «bisogna tenere conto che la nuova urbanizzazione cresce quanto più ci si allontana dal centro delle metropolio delle città, ed è proporzionalmente più intensa nei comuni più piccoli, come quelli sotto i 15mila abitanti, che in quelli più grandi. Questo sembrerebbe il banale effetto della disponibilità di spazi agricoli o naturali pùi ampi. Ma non è solo così.

Probabilmente incide anche l'incapacità delle piccole amministrazioni comunali di resistere alle pressioni degli interessi privati, tenuto conto del fatto che nei piccoli municipi le relazioni parentali e amicali sono molto strette, e condizionano di più l'elezione dei rappresentanti. E poi c'è la scarsa preparazione culturale e ambientale delle giunte più piccole».

Insomma, è il trionfo della città-arcipelago, che alterna le villette uni e bifamiliari, i piccoli condomìni, i capannoni delle piccole e medie imprese e i grandi contenitori del commercio e dell'intrattenimento (cinema multisala, discoteche, palestre): una città che spesso implica un'elevata mobilità dei cittadini, con le prevedibili conseguenze in termini di consumi energetici.

Con questo modello urbano, infatti, oltre il consumo del suolo, si incrementa anche quello di carburante: con l'aumento di percorrenza di un chilometro in auto, per ogni mille abitanti ci sono 700km in più da fare, cioè l'immissione in aria di 8o-100 ku di anidride carbonica (29-36 tonnellate in un anno).

In futuro uno sviluppo equilibrato non è garantito, anche perché non sempre i provvedimenti statali e locali sembrano agevolare questa tendenza. Si pensi per esempio ai piani casa regionali che premiamo gli incrementi di volumetria soprattutto per villette uni e bifamiliari e le piccole strutture produttive.

Oppure alla devolution in atto che prevede che i comuni si assumano in carico anche la gestione delle autorizzazioni ambientali oltre che della programmazione urbanistica. Il tutto con il rischio che la tentazione di incassare maggiori entrate dagli oneri di urbanizzazione e avere più consensi elettorali finisca per mandare in secondo piano l'attenzione al paesaggio.

 

 

Messaggero Veneto  03.01.2010

Lettere

CARNIA-TOLMEZZO  Il partito del silenzio

Chiediamo cortesemente spazio al Messaggero Veneto per riproporre un argomento che lo stesso quotidiano aveva opportunamente rilanciato con risalto e cioè l’adeguato riutilizzo della nostra cattedrale del deserto: la tratta ferroviaria Carnia-Tolmezzo. Qualificati interventi avevano supportato la nostra provocatoria richiesta di togliere quei ferri vecchi al «pascolar delle capre», primi fra tutti quelli di Romano Vecchiet o del professor Luciano Simonitto, insigni rappresentanti di una cultura che vuole trovare nel nostro recente passato un anelito di speranza per il prossimo futuro. Eppure dopo estenuanti incontri con il Cosint per il rilascio delle debite autorizzazioni, nei quali il Comitato per la Carnia-Tolmezzo aveva dato le più ampie rassicurazioni sui mezzi ferroviari e finanziari e sulla gestione della tratta, nulla appare all’orizzonte se non mille difficoltà, talvolta strumentali, che sono apposte per lo meno a qualsiasi impostazione costruttiva di dialogo. Esiste secondo noi un partito del silenzio che si frappone e che purtroppo annovera amministratori locali e regionali i quali, sembra, sanno benissimo a cosa opporsi, ma non hanno idee da proporre per cercare di porre rimedio allo scempio di quelle rotaie “senza speranza” e nelle quali la collettività ha versato ingenti risorse in un passato non lontano della prima repubblica. A lor signori noi diciamo uscite allo scoperto e diteci che cosa ne pensate senza infingimenti o meline dal dubbio gusto. Chi sa parli...  Pierpaolo Lupieri, Flavio Cimenti  Tolmezzo

 

 

Il Gazzettino  02.01.2010

Sul Passante corre anche lo smog

Dall’indagine dell’Arpav emerge un considerevole aumento di Pm10 e benzene

MARTELLAGO - I dati rilevati dall’Arpav non lasciano dubbi: il Passante non ha spostato solo il traffico dalla tangenziale di Mestre, ma anche lo smog. «Il Pm10 - si legge nella relazione sull’attività di monitoraggio per il primo semestre 2009 (e il Passante è stato aperto l’8 febbraio) - presenta valori giornalieri superiori rispetto a Mestre, con un maggior numero di sforamenti». I controlli hanno messo a confronto i rilevamenti effettuati nei pressi del tunnel sotto la Castellana e quelli compiuti dalle centraline di via Circonvallazione e Parco Bissuola a Mestre. E, oltre al Pm10, anche la presenza di benzene nell’aria avrebbe subito un’impennata.

 

AMBIENTE Il rapporto dell’Arpav sui rilevamenti compiuti nel primo semestre dell’anno scorso

Il Passante fa impennare il Pm10

Oltre sessanta sforamenti dei limiti e aumenta anche il benzene

Qualità dell’aria preoccupante nei pressi del Passante, ma in Comune non ne sanno nulla. Parliamo dell’ultima relazione sull’attività di controllo relativa al primo semestre 2009, pubblicata nel sito Arpav per la campagna di monitoraggio sul Passante che il Commissario ha affidato all’Agenzia per l’Ambiente. E, tra i siti esaminati, c’era anche il cantiere sulla galleria sotto la Castellana.

Se, per inconvenienti tecnici, la rilevazione del benzene non ha raggiunto una percentuale di dati esaustiva, anche così i risultati allarmano. «Il Pm10 - si legge nella relazione - presenta un andamento che si discosta dalle stazioni di riferimento (quelle non influenzate dal Passante, tra cui quella del parco Bissuola e di via Circonvallazione a Mestre, come zona d’intenso traffico urbano, ndr.), riportando valori giornalieri superiori, come confermato dalla media di periodo (63 microgrammi per metro cubo, ma con punte di 165), maggiore della stazione di traffico urbano (54 via Circonvallazione, 46 alla Bissuola). Vi è il rischio superamento del valore limite annuale del Pm10 ed è superato quello dei 35 giorni di sforamento del valore limite giornaliero». Sforamenti che nel periodo di riferimento sono stati 63, contro i 50 e i 37 delle due centraline di Mestre. E se il biossido d’azoto evidenzia situazioni di poco superiori alla stazione di fondo urbano (ma anche qui “a rischio di superamento del limite annuale per questo inquinante”), il benzene rileva “una media di più del doppio della stazione di riferimento di traffico urbano”: 6,1 mg/mc contro i 2,6 di via Circonvallazione e 2,4 alla Bissuola.

Dati che meriterebbero un approfondimento e un aggiornamento, ma in municipio a Martellago cadono dalle nuvole. «Mai ricevuto alcuna relazione - dice l’assessore all’Ambiente Vian - Siamo fermi ai dati dell’aria prima del Passante». Una telefonata all’Arpav sarebbe bene farla.