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GIUGNO

Corriere delle Alpi  30.06.2010

LO SBOCCO A NORD VENEZIA - MONACO

«Abbiamo già deciso da tempo»

Il Friuli ha pubblicato il bando per la Cimpello - Gemona, che diventerà il Passante Alpe Adria

Niente prolungamento della A27

Il collegamento con la A23 non si farà e neanche i 21 km fino a Macchietto

Non ci sono mai stati i soldi per la variante di Longarone, l’Anas non ha mai ricevuto l’ordine di stanziarli

Irene Aliprandi

BELLUNO. La Venezia - Monaco è un mito che deve fare i conti con direttive europee, convenzioni internazionali e veti politici, ma il prolungamento dell’autostrada A27 non ha alcun futuro. Il project financing per i 21 km fino a Carlate non sta in piedi economicamente e il collegamento A27-A23 è ormai superato dal progetto friulano di raccordo tra A4 e A23.

Il quadro si chiude con la totale assenza dei soldi necessari per realizzare la variante di Longarone. Nel bilancio Anas non c’è un euro per quella variante, non c’è mai stato. Le informazioni, certe, sullo sbocco a nord del bellunese e del Veneto fanno passare le aspettative da cento a zero in pochi secondi.

La Venezia - Monaco. La Convenzione delle Alpi approvata dal consiglio dei ministri (Zaia compreso) ma attualmente bloccata in Parlamento dalla Lega, è un ostacolo insormontabile perché dice: mai più autostrade sulle Alpi. In ogni caso il niet è arrivato da anni anche dalla Provincia di Bolzano e dall’Austria. A Zaia serve un miracolo politico, non si può escludere, ma sarebbe comunque un miracolo.

La A27 - A23. Stabilito che arrivare a Monaco non era possibile, nel 2004 Galan e Illy hanno firmato un protocollo di intesa che superava il problema: il Veneto sarebbe andato a nord passando per est, in Friuli. Cioè collegamento A27 - A23 attraverso il traforo della Mauria, dal Cadore alla Carnia. Lo chiamarono Passante Alpa Adria, ma già nel 2008 si intuì che qualcosa poteva andare storto. Ora, anzi dall’aprile scorso, è definitivo: la Regione Friuli ha pubblicato il bando per il project financing del raccordo autostradale A23 - A28 Cimpello - Sequals - Gemona, che di fatto diventa un collegamento diretto tra Venezia e Tolmezzo. E’ ancora uno sbocco a nord passando a est, un altro Passante Alpe Adria, ma molto più economico: 58 chilometri al costo di 975 milioni di euro, contro gli 86 km per almeno 3 miliardi di euro (preventivo 2005) del tratto Longarone - Tolmezzo. Automobilisti e camionisti non esiterebbero un minuto a decidere quale strada fare e quindi il collegamento tra A27 e A23 è morto. Al momento nessuno lo dichiara pubblicamente, ma è così.

Il prolungamento. In attesa di trovare i soldi per la Longarone - Tomezzo, la Regione aveva dato il via libera al project financing per i 21 km tra Pian di Vedoia a Macchietto (Pian de l’Abate). Nell’ottobre 2009 la giunta Galan ha dichiarato il pubblico interesse sull’opera, che costerebbe un miliardo e 200 milioni di euro. Nella delibera è citata la proposta di una cordata formata da Grandi Lavori Fincosit, Adria Infrstrutture e Manotovani. A quanto pare anche questo progetto sta affondando, se non lo è già. Le tariffe da applicare agli automobilisti per coprire i costi sarebbero troppo elevate e la simulazione sul traffico giornaliero non dà i numeri sperati. Ovvero l’opera non sta in piedi autonomamente, cioè a totale carico dei privati. Poteva avere una logica nell’ambito del Passante Alpe Adria, ma tramontato il progetto complessivo, decade anche quello del prolungamento.

La variante di Longarone. La notizia circola da tempo: “l’Anas sta per dirottare i soldi, si pensa al prolungamento autostradale e alla fine si perdono i soldi per Longarone”, si è detto. La verità è che l’Anas non ha mai ricevuto l’ordine dal governo di stanziare i soldi per la variante di Longarone. La variante non è mai stata finanziata.

 

 

Durnwalder: «Non ci sono margini»

Bolzano stoppa le ambizioni del governatore Zaia

BELLUNO. «Non c’è nessun margine». Luis Durnwalder è categorico, la Venezia - Monaco non si può fare, non sul suo territorio, la Provincia autonoma di Bolzano e nemmeno altrove. Il governatore veneto Luca Zaia ha annunciato di volerci riprovare: «Per me prolungamento della A27 significa arrivare fino a Monaco», ma bisogna convincere Bolzano, gli austriaci e pure l’Unione europea che ha detto stop ai valichi autostradali. «Andò a parlarci», ha detto Zaia e Durnwalder è pronto a riceverlo. «Sono sempre contento quando qualcuno viene a trovarmi», dice il governatore bolzanino, «ma non ci sono margini di trattativa sulla Venezia - Monaco». Da qualsiasi lato si giri la domanda, Durnwalder resta placidamente fermo. «Abbiamo già abbastanza strade e la nostra scelta è favorire la ferrovia per trasferire il più possibile il traffico su rotaia e alleggerire l’impatto sul territorio. Sulla Venezia - Monaco», aggiunge Durnwalder, «il discorso è chiuso da tempo, è una decisione condivisa dal partito, dalla giunta e anche in Austria la pensano allo stesso modo». Ma Zaia sarà comunque benvenuto a Bolzano: «Abbiamo tante cose di cui parlare», dice infine, «di Comuni di confine (in effetti si aspettano ancora i soldi del fondo Brancher, ndr), di strutture culturali, piste ciclabili, la pista da fondo e quella da slittino di Cortina, l’ospedale di San Candido, l’hotel di Dobbiaco, i pedaggi sui passi dolomitici...». Insomma l’agenda è ricca, ma forse per Zaia non sarà una visita tanto gradevole.
 Il progetto della Venezia - Monaco fu abbandonato nel 2004. Bortolo Mainardi, oggi consigliere nazionale dell’Anas, era Commissario per le grandi opere del Nord Est e tra i suoi compiti c’era anche quello di completare quel valico. «Io sono sempre stato d’accordo, ma tra il 2003 e il 2004, ho ricevuto il parere contrario di tutti i territori interessati. E’ la politica che decide». E a proposito dell’attacco all’Anas Mainardi si limita a spiegare: «Sono un amministratore che esegue le direttive dell’azionista», cioè il governo. (i.a.)

 

 

Il Gazzettino  30.06.2010

GRANDI OPERE Il Sudtirol: non ci servono altre strade

Durnwalder "respinge" Zaia: «No alla Venezia-Monaco»

«Venezia-Monaco? No grazie»

Luis Durnwalder, dall’Alto Adige, chiude la porta al progetto rilanciato da Luca Zaia. «Di strade ne abbiamo abbastanza»

«La Venezia-Monaco? No grazie. Noi di strade ne abbiamo abbastanza».

Non usa la diplomazia, Luis Durnwalder, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano e presidente di turno dell’Alto Adige. Rispedisce con ferma gentilezza al mittente la dichiarazione di due giorni fa di Luca Zaia.

Il governatore del Veneto, da doge leghista di Venezia, aveva rinverdito un progetto antico e annunciato di voler incontrare sia Durnwalder che gli amministratori del Tirolo per rilanciare l’idea di collegare Adriatico e cuore della Baviera. Zaia incassa un "nein" piuttosto netto. Durnwalder non dimostra tentennamenti sul far della sera quando risponde con puntualità teutonica all’appuntamento telefonico fissato di buon mattino dalle sue efficientissime segretarie.

Ha letto?

«Ho letto quello che ha detto Zaia. Questa è la sua idea, forse lui la vede così».

E voi?

«Zaia deve capire che non siamo d’accordo. Abbiamo già detto di no all’Alemagna e non cambiamo idea».

Perchè?

«Di strade ne abbiamo già abbastanza, per noi i collegamenti sono sufficienti».

A Zaia che verrà a farle visita, cosa risponde?

«La Venezia-Monaco? No grazie. Spero di vederlo tra breve, potremo anche approfondire le questioni che ci riguardano. Parlerò volentieri con lui delle Dolomiti patrimonio naturale dell’Unesco...».

Insomma, il Sud Tirolo non vuole una nuova autostrada, che costituisce invece un sogno ricorrente per i veneti e il Nord Est. Un tempo gli sponsor erano i democristiani. Adesso i leghisti (ma con loro tutto il centrodestra) vogliono i passaggi a nord. Sono essenzialmente due, la Venezia-Monaco e la prosecuzione fino a Trento dell’autostrada Valdastico, mentre un terzo punta a raggiungere Tarvisio con una bretella che da Pieve di Cadore si diriga verso est.

La prima opera è un’incompiuta che si è fermata a Pian di Vedoia, per la quale negli anni scorsi il progetto di tangenziale di Cortina d’Ampezzo sembrava costituire una testa di ponte, a dispetto delle proteste degli ambientalisti.

Più avanzato è invece il disegno di far continuare fino a Trento la A31 Valdastico, la Vicenza-Piovene Rocchette. Si tratta della Pi-Ru-Bi di democristiana memoria (la volevano negli Anni Sessanta Piccoli, Bisaglia e Rumor). Il prolungamento a sud fino in Polesine è già in fase avanzata di realizzazione. Ma a nord continua a non mutare la posizione di Trento, contrario a sfondamenti lungo la Val d’Astico. La guerra si è anzi movimentata dopo che a febbraio la società Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova ha lanciato un bando di gara per la progettazione dei servizi di ingegneria «finalizzati alla realizzazione dell’Autostrada A31 Trento-Rovigo, tronco Trento-Valdastico-Piovene Rocchette».

Un passo concreto per rilanciare il progetto. Il bando si è chiuso a metà maggio. Hanno partecipato 11 concorrenti. La commissione di valutazione è al lavoro e si è riunita anche lunedì per l’analisi delle proposte. Ad aprile la Provincia Autonoma di Trento è ricorsa alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzioni in relazione sia alla concessione autostradale sia alla qualificazione di opera strategica della Valdastico Nord ai sensi della Legge Obiettivo. E la scorsa settimana il Comune di Besenello (Trento) ha ricorso al presidente della Repubblica perché la Valdastico Nord, nel punto di immissione nell’Autobrennero, sconvolgerebbe il territorio comunale. Una vera guerra di carte bollate.

 

 

IL PRESIDENTE SCHNECK

«Giochi aperti per la Valdastico alternativa all’Autobrennero»

(G. P.) «Tranquilli, nessun conflitto intestino. La Venezia-Monaco non è un’alternativa alla Valdastico Nord, casomai lo è all’Autobrennero, visto che può snellire il traffico nel nodo di Verona». Attilio Schneck, presidente leghista della Provincia di Vicenza e presidente di Autostrade Brescia-Padova continua a coltivare il progetto di sfondamento a nord. «I giochi sono aperti più che mai, la commissione sta valutando le proposte presentate nella gara». Ma Trento fa la guerra... «Anche Trento sta rivedendo le sue valutazioni e i sondaggi dimostrano che c’è attesa per la realizzazione dell’opera».

 

 

Il Gazzettino-Bl  30.06.2010

PROLUNGAMENTO A 27  Opinioni opposte sull’idea della Venezia-Monaco

L’autostrada divide i sindaci

Ciotti e Buzzo: «A noi non serve». Tremonti: «Gioverebbe all’economia»

«Sono fortemente contraria al prolungamento verso nord dell’autostrada A27. La Venezia-Monaco è una propaganda politica. Anche Durnwalder dice no» - afferma con forza il sindaco di Pieve, Maria Antonia Ciotti - «A noi non serve. Destiniamo invece i soldi alla realizzazione di circonvallazioni unite da una strada a scorrimento veloce. Questa a mio avviso è la soluzione migliore per le nostre Dolomiti, ora patrimonio dell’Unesco». Dello stesso parere il sindaco di Santo Stefano, Alessandra Buzzo: «Penso che i nostri paesi abbiano bisogno di altro. Dagli interventi sulla viabilità interna alla sistemazione di situazioni di degrado, per rendere più vivibili i paesi. Non ha senso prolungare un’autostrada se c’è un no forte di Alto Adige ed Austria». Il presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder, ha infatti riconfermato la sua contrarietà. Secondo lui l’autostrada attirerebbe solo traffico di attraversamento che andrebbe contro le iniziative a tutela dell’ambiente promosse dall’Alto Adige.

Di diverse vedute Mario Tremonti, sindaco di Lorenzago. «Sono a favore già da molto tempo. Il problema è che sono troppi anni che se ne parla. È un sogno, forse irrealizzabile. Ormai è da quarant’anni che non si costruiscono autostrade, ma il numero di vetture negli ultimi anni è molto aumentato. Da noi nulla si è fatto per la viabilità. L’autostrada aiuta il commercio e l’economia. Per quanto riguarda l’inquinamento, le lunghe code sono più dannose».

Ma che si dice sul versante agordino? «Penso che i tempi siano marci, non maturi, per pensare di attuare un altro sbocco viario a nord, che colleghi direttamente la pianura veneta con la Germania, l’Austria, la Slovacchia. Però l’importante è crederci e lavorare per un tracciato idoneo». Stefano Murer, sindaco di Falcade, non nasconde il suo entusiasmo: «Le attuali tecnologie avanzate consentono un impatto ambientale quasi nullo. Anche se si deve parlare di cifre elevatissime, che comunque ripagherebbero la spesa per poter avere un ulteriore collegamento oltre al Brennero». Murer ha però qualche perplessità su quanto detto dal governatore Zaia: «La mia preoccupazione è che non si faccia tanto baccano attorno a questo progetto per poi non fare nulla. Il ponte sullo stretto di Messina insegna». Frattanto si fa vivo anche il "Movimento Popolare per la Venezia-Monaco" per bocca di Pietro Zanchettin. Ricorda il forte impegno del Movimento per tener desta nella gente la necessità di completare l’autostrada.

 

 

Corriere delle Alpi  29.06.2010

Il rilancio

Zaia affossa il prolungamento verso la A23 e assicura: «Andrò da Durnwalder e in Austria»

«La Venezia-Monaco va portata a termine per noi è strategica»

Anas sgradita specificità bellunese, autonomia impositiva e Falco i temi del presidente

BELLUNO. «La Venezia Monaco va fatta». Il presidente della Regione Luca Zaia rilancia un progetto che sembrava abbandonato ormai definitivamente: lo sbocco diretto a nord. Con il no più risoluto di Bolzano e dell’Austria, il prolungamento “possibile” sembrava essere quello verso la A23 Udine-Tarvisio attraverso la Carnia, già lanciata dalla Regione come project financing, ma ancora senza esito. «Per me prolungamento vuol dire Venezia - Monaco», dice Zaia, «213 chilometri in tutto. Andrò a parlare col presidente altoatesino Durnwalder e con gli austriaci per capire, ma l’ambizione è quella di completare quest’opera così come fu pensata. Un terzo valico», aggiunge, «è indispensabile, per il Veneto significa avere un palcoscenico internazionale, entrare in Europa e nella Mitteleuropa. Per la provincia di Belluno diventa il modo per uscire dall’isolamento».

L’Anas sgradita. Zaia lancia un attacco frontale all’ente nazionale che si occupa di strade: «L’Anas è ospite non particolarmente gradita. Con il federalismo è bene che l’Anas si faccia da parte, siamo candidati a pieno titolo ad essere autonomi e l’autonomia comincia dalle strade». Poi precisa: «Non ce l’ho con l’Anas, non lavora male, ma in un momento in cui si va verso il federalismo, grida vendetta che le strade più importanti restino in mano a un ente statale. A livello regionale, con meno passaggi di mano, possiamo garantire maggiori e migliori servizi. Non siamo una Regione bulimica, ma i problemi si risolvono meglio se si è autonomi».

La specificità e l’autonomia impositiva. Il consiglio regionale è al lavoro: «Introdurremo la specificità della provincia di Belluno», assicura il governatore. «Verrà recepita nel nuovo Statuto, ma preciso che non è una modifica costituzionale». Zaia pensa alla manovra finanziaria, alle proteste degli enti virtuosi «più che fondate», assicura che un contributo ai risparmi si può dare, ma chiede anche «che ci sia riconosciuta autonomia impositiva». «I margini per risparmiare altrove ci sono e ce ne sono anche per immaginare un contributo diversificato alla manovra da Regione a Regione, senza penalizzare chi finora ha ben amministrato il denaro pubblico e il proprio territorio, come stabilito in conferenza delle Regioni unanimemente». Il problema dunque resta quello delle risorse e la Provincia di Belluno se ne sta già accorgendo: «Certo», riconosce Zaia, «il trasferimento di competenze va assolutamente affiancato dalle risorse e, ribadisco, dall’autonomia impositiva».

Ve la vedrete con noi. «Per ora sarò buono, ma le assicurazioni sappiano che, se non pagano, avranno contro una regione intera». Ci va duro, Zaia, con le compagnie che non hanno ancora risarcito i parenti delle vittime dell’incidente dell’elicottero del Suem 118 a Rio Gere. «Ho preparato una lettera, le sollecito a pagare, ma in caso contrario percorreremo altre strade e le compagnie assicurative dovranno vedersela con la Regione». (i.a.)

 

 

Il Gazzettino  29.06.2010

BELLUNO  Duro attacco del governatore leghista alla società che gestisce le strade dello Stato

Zaia: «Via l’Anas dal Veneto»

«Vogliamo lo sbocco a nord, da Venezia a Monaco. Incontrerò Durnwalder e i tirolesi»

«Anas, sei un ospite sgradito in Veneto. Fatti da parte. Ci candidiamo a pieno titolo ad essere autonomi».

Luca Zaia non va di cesello nei confronti dell’azienda della strade. Dal palco del traforo del Col Cavalier, alle porte di Belluno, dove ieri ha posato la prima pietra del tunnel da 63 milioni di euro che darà al capoluogo la sua prima vera circonvallazione, invita, anzi, intima all’azienda di farsi da parte. Mai palco fu più appropriato visto che proprio su quest’opera l’Anas abdicò, costingendo gli amministratori a rivolgersi altrove. Roma ha messo 50 milioni, la Regione 13.

Renato Chisso, cerca di scherzarci sopra, ma non esita a definirla «la matrigna del Veneto. Sarà forse perché - tenta di giustificare Chisso con un sorriso sornione - gli abbiamo fregato la gestione del Passante».

Ad una richiesta di approfondire la questione, si limita a rispondere: «Ma volete vedermi morto? Dico solo che il federalismo comincia dalle strade».

E strade siano. Non solo provinciali e regionali, ma anche transnazionali. È ancora dal colle ormai intaccato dalla ruspe, che Zaia disseppellisce il cadavere della Venezia-Monaco, impallinata tanti anni fa dalle raffiche di nein tirolesi, ma anche dalla mancanza di fondi, a quanto pare solo millantati.

«Lo sbocco a nord per me resta l’asse Venezia-Monaco. Ho già in agenda degli incontri con il governatore altoatesino Durnwalder e con quelli del Tirolo austriaco. Voglio capire fin dove è possibile spingere».

Zaia spiega che «l’ambizione mitteleuropea deve primeggiare» e Mitteleuropa signifa disporre di un terzo valico sul quale Chisso è risoluto: «Ci serve». In particolare a Belluno, per toglierla da quell’isolamento dovuto alla debolezza infrastrutturale sulla quale si è soffermato il presidente della Provincia, Gianpaolo Bottacin.

Problemi che Zaia ha detto di conoscere benissimo. Ha annunciato anche che la specificità di Belluno sarà riconosciuta nel nuovo statuto regionale.

Sul caso Anas, intanto, arriva la replica di Bortolo Mainardi, membro bellunese del consiglio di amministrazione dell’azienda: «La politica faccia ciò che deve fare. I sono solo un tecnico di un cda che risponde al suo azionista, che è il Governo. Precisando che sono sempre stato per una maggiore autonomia, credo se questa è la linea, Zaia farà bene a rivolgersi direttamente ai deputati e al governo».

Un modo soft per dire «al governo ci siete voi».

 

 

L’INCOMPIUTA

Un’idea lunga mezzo secolo sponsorizzata dal potere Dc

L’idea di collegare Venezia con Monaco di Baviera, ovvero il Porto lagunare con il cuore dell’Europa, viene da lontano. Più di cinquant’anni fa, nel 1956, l’ingegnere Eugenio Miozzi propose un progetto di autostrada che diede vita a due società, la Società per l’autostrada d’Alemagna (a Venezia) e la Batia (Baviera-Tirolo-Adriatico) con sede a Milano. Soltanto il primo tratto, da Mestre a Vittorio Veneto, vide la luce (inaugurazione nel 1972) grazie alla Società Autostradale dell’Iri. Ma la prosecuzione a nord rimase nel libro dei sogni, nonostante nel 1974 l’allora presidente della Regione Veneto, Angelo Tomelleri, avesse lanciato una campagna per ottenere dal Parlamento un meccanismo legislativo che consentisse di aggirare il blocco delle iniziative autostradali e consentire la concessione di questa nuova autostrada da costruire con capitale privato.

Per arrivare al completamento del tratto Vittorio-Veneto Pian di Vedoia si dovette attendere la metà degli Anni Novanta, quando imperava ancora il Doge Carlo Bernini. Infatti gli sponsor del progetto erano soprattutto i democristiani. Da allora è rimasta formalmente attiva la Società per l’Autostrada di Alemagna (partecipata anche dalla Regione Veneto) che ha come presidente Leonardo Muraro, leghista, presidente della Provincia di Treviso.

 

Il Gazzettino-Bl  29.06.2010

VIABILITA’  Zaia alla posa della prima pietra del Col Cavalier rilancia l’autostrada

«Voglio la Venezia-Monaco»

Il governatore: subito i risarcimenti alle vittime del Falco o avrete contro la Regione

Gli impegni per Belluno

Posa la prima pietra del Col Cavalier, riserva le prime parole per gli operai che «dovranno spaccarsi la schiena», annuncia che lo sbocco a nord sarà Venezia-Monaco, manda a dire all’Anas «di farsi da parte perchè è sgradita», assicura che concederà a Belluno la specificità statutaria e manda a dire all’assicurazione che dovrebbe risarcire i familiari delle 4 vittime di Falco che se non pagherà subito «avrà l’intera Regione contro». In un quarto d’ora, Luca Zaia, "sistema" i principali problemi di Belluno, dando il via ad un’opera attesa da 30 anni. Sarà pronta nel 2014. Duro il commento del consigliere regionale Pd, Sergio Reolon, sul rilancio della Venezia-Monaco: «Così illudi solo i bellunesi».

 

A27, riparte la Venezia-Monaco

«Lo sbocco a nord io continuo a chiamarlo Venezia-Monaco. Ho già in agenda un incontro col governatore altoatesino Durnwalder e con quelli austriaci. Voglio capire fin dove possiamo spingere».

Sotto una canicola che squaglia anche i pensieri, il governatore Luca Zaia appare fresco di bucato e con ben chiare in testa le cose da fare.

Ecco allora che il sogno di tirare una striscia d’asfalto tra Belluno e la Baviera, superando d’un balzo quei 213 chilometri che ci sperano da quella che Zaia ha chiamato «ambizione mitteleuropea», si è riaffacciato ieri mattina nello scenario lunare del cantiere che darà vita al traforo del Col Cavalier.

Si trattava di posare la prima pietra di un’opera attesa da trent’anni, destinata a cambiare il grande assetto viario della Valbelluna. Nessuno è voluto mancare all’appuntamento di ieri, ma tra i primi ad arrivare è stato proprio Zaia, giunto con un quarto d’ora anticipo. «Pensavamo di metterci di più - commenta uno del suo staff -. Questa autostrada ha davvero accorciato le distanze». Parole buttate lì casualmente, ma che fanno toccare con mano l’importanza delle comunicazioni, specie per Belluno che del suo isolamento, dovuto ad uno dei più bassi indici di infrastrutturazione a livello nazionale, ha sempre fatto il male di tutti i mali. La strategia anti-isolamento prosegue puntando alla Venezia-Monaco. Erano anni che non se ne parlava, ormai certi dell’impossibilità di "traforare" il granitico nein tirolese. Non a caso la politica aveva ripiegato ad est con il collegamento A27-A23, Pian di Vedoia-Centro Cadore-Carnia per sfruttare il valico di Tarvisio (Ud). Il primo tratto fino a Tai è già in progettazione. Ma da qui in poi, aggiunge poi l’assessore regionale Renato Chisso, si dovrà decidere dove andare.

«Il project financing fino a Tai - spiega - sta andando avanti, tanto che presto andrà alla Via (Valutazione d’impatto ambientale). Sono convinto che serva un terzo valico». E quindi quello Bellunese da affiancare al Brennero e a Tarvisio.

L’impegno per Belluno, quindi, sarà totale. «Nello Statuto - prosegue il governatore - sarà introdotta la specificità di questa provincia».

Tocca anche il tema del federalismo demaniale definendo «baggianate» le invenzioni di chi sostiene che le Tofane si possano vendere. «Vederemo piuttosto di vendere qualche caserma dismessa». Poi ricorda la tragedia di Falco e all’assicurazione che ancora non paga i familiari, manda a dire: «Se no lo farete subito avrete contro la Regione intera». La lettera di diffida è già partita.

Un plauso è arrivato a stretto giro di posta dal capogruppo Pdl in Regione, Dario Bond, che auspica anche l’istituzione di una riserva di leggi per la montagna, certo che presto si arriverà anche all’istituzoine di una sorta di «finanziamento speciale» per Belluno.

 

Sergio Reolon (PD)

«Zaia illude i bellunesi. Spara alto per sfuggire alle responsabilità dirette»

«Invece che annunciare l'impegno della Regione per finanziare opere importanti che interessano il territorio bellunese, il presidente Zaia non ha trovato di meglio che rilanciare la Venezia-Monaco, l'eterna promessa illusoria che viene fatta da 40 anni a questa parte, con risultati nulli».

A dirlo è il consigliere regionale del Partito Democratico, Sergio Reolon, che ha partecipato ieri alla posa della prima pietra della galleria di Col Cavalier, «opera, è bene rinfrescare la memoria, voluta ancora dall'amministrazione provinciale ai tempi della mia presidenza e finanziata dal governo Prodi, non certo dalla Regione Veneto».

«Sostanzialmente Zaia - dice Reolon contestando i contenuti del discorso del presidente del Veneto - ha fatto come Ponzio Pilato, sparando alto e sfuggendo così alle responsabilità dirette nei confronti di questo territorio. Territorio che ha invece la necessità di veder nascere infrastrutture come quelle che sono inserite nel piano quinquennale Anas, prima delle quali la circonvallazione di Longarone. Piuttosto Zaia dimostri serietà e concretezza e faccia pressing su questo fronte».

«E poi di quale Venezia-Monaco vuole parlare se l'unico modo di realizzarla, come ha sempre sostenuto l'assessore Chisso è il project financing e se non c'è neppure l'ombra di imprenditore disposto ad imbarcarsi in un'avventura dal ritorno economico a dir poco incerto? Se l'interesse - conclude Reolon - che Zaia dimostra per la provincia bellunese è questo, allora siamo fritti».

 

 

La Repubblica  28.06.2010

Settis: «Uno Stato senza territorio»

"Un´operazione che serve solo a fare cassa"

intervista a Stefano Settis

di Maria Elena Vincenti

«Siamo davanti a uno svuotamento e smantellamento dello Stato solo per fare cassa». Salvatore Settis, archeologo e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, boccia il federalismo demaniale senza mezzi termini. Professore, si dice che sia solo un trasferimento, non un´alienazione.

«Questo sarà il primo passo. I beni vengo trasferiti agli enti locali. Ma l´obiettivo di questa legge è la mercificazione dello Stato. Anni fa avevo parlato di Italia Spa, era una battuta, non avrei mai pensato che sarebbe successo davvero».

Perché non pensa che gli enti locali possano gestire questo patrimonio?

«Ho visto che nella lista figura il museo di Villa Giulia. Ecco se il museo di Villa Giulia fosse una fonte di reddito per lo Stato, questo non avrebbe bisogno di alienarlo. Se invece non lo è e lo cede ad esempio al Comune di Roma, il Campidoglio, già in difficoltà economica, come potrà sobbarcarsi i costi di manutenzione?».

E quindi che succederà?

«Che il museo di Villa Giulia, o qualsiasi altro bene, verrà messo in un fondo immobiliare in cui potranno entrare anche i privati. E così accadrà che qualche palazzinaro metterà nel fondo un complesso residenziale nella periferia di Roma di pari valore economico e potrà disporre della maggioranza di Villa Giulia. D´altronde anche le ridicole valutazioni al ribasso che vedo sono fatte in quest´ottica».

Nell´elenco figurano anche le Dolomiti…

«Quello che mi dispiace è che il Paese non abbia ancora capito che, con questo federalismo demaniale, veniamo tutti borseggiati. Le Dolomiti non sono solo di chi abita lì, sono anche dei siciliani. Di questo passo, rimarremo uno Stato senza più territorio. Ora c´è questa legge, poi ne arriverà un´altra. Ma nessuno se ne accorge, nemmeno l´opposizione. Rinunciare all´idea di un bene pubblico è rinunciare alla nostra storia e al nostro futuro».

Al di là del suo ruolo istituzionale, come cittadino cosa pensa?

«È proprio come cittadino che non so rinunciare a beni pubblici che sono tali da migliaia di anni. Che i nostri padri ci hanno lasciato e che noi dobbiamo lasciare ai nostri figli».

Dai musei ai fari e alle Dolomiti ecco le perle a rischio svendita

Federalismo, 11 mila beni pronti a passare dal demanio agli enti locali

Dalle Dolomiti alla spiaggia del lago di Como. Dal Museo romano di Villa Giulia al mercato di Porta Portese che ispirò Claudio Baglioni. Dall´Idroscalo di Ostia dove morì Pier Paolo Pasolini all´ex forte Sant´Erasmo di Venezia. È un vero tesoro quello che dall´Agenzia del demanio rischia di essere trasferito alle autonomie locali. Di quelli che non hanno prezzo, nonostante una stima che supera i 3 miliardi di euro.
L´elenco, stilato dal demanio e ora in commissione bicamerale, ancora non è definitivo, la versione ufficiale verrà pubblicata a fine luglio. Mercoledì ci sarà la relazione del ministro del Tesoro in Consiglio dei ministri, ma intanto ci si può fare un´idea del patrimonio di cui presto potrebbero disporre Comuni, Province e Regioni. A patto che ci sia un progetto di valorizzazione. Per il momento, infatti, i beni vengono solo trasferiti (e per alcuni di essi, soprattutto quelli "naturali", c´è il vincolo che restino demaniali), ma la maggior parte potrà essere venduta a patto che l´alienazione serva a risanare il debito pubblico.

Circa 11mila "pezzi" che nella coscienza collettiva non hanno prezzo, ma che, secondo l´agenzia, un prezzo ce l´hanno, eccome. Innanzitutto spiagge e isole. Tra cui gli isolotti intorno a Caprera e l´isola di Santo Stefano vicino a Ventotene. Poi, parti di Palmaria vicino a Portovenere, dell´isola dell´Unione di Chioggia e di quella di Sant´Angelo delle Polveri a Venezia. Ancora, un pezzo di arenile di Sapri (famosa per la spedizione di Pisacane) e "la spiaggia del lago di Como" a Lecco, quella che diede inizio ai "Promessi Sposi".

Dal mare ai monti, anche le vette sono "in vendita". Ecco così gran parte delle cime che circondano Cortina d´Ampezzo. Le Tofane, il monte Cristallo, la Croda Rossa, il Sorapis e l´Alpe di Faloria. A rischio "cambio di proprietà" non solo la natura. Anche storia e arte cercano un nuovo padrone. A Roma lo cercano il Museo di Villa Giulia, dove rischia il trasloco la coppia di sposi etruschi e la facoltà di Ingegneria accanto a San Pietro in Vincoli. Poi, ancora, l´ex convento della Carità a Bologna (330 mila euro), l´Archivio di Stato di Trieste (5 milioni), l´ex cinta fortilizia "Mura degli angeli" di Genova, Villa Gregoriana a Tivoli, l´ex forte di Sant´Erasmo che affaccia sulla laguna di Venezia (il costo è di 7 milioni di euro), la piazza d´Armi di Reggio Calabria e quella di L´Aquila.

Non stupirà che nella lista figurino anche molti immobili. Roma ha un vero patrimonio. Oltre al mercato di Porta Portese, la tenuta di Capocotta a Castelporziano, un edificio da 22 milioni di euro in centro ora in uso al Senato, l´Archivio generale della Corte dei Conti (67 milioni di euro), l´ex forte Ardeatino e un complesso immobiliare alla Rustica, uno dei pezzi più pregiati della lista con i suoi 90 milioni.

Una specie di supersaldo da fine stagione che non risparmia nemmeno il cinema: rischiano di essere alienati il cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti a Roma (4,5 milioni di euro) e l´Idroscalo di Ostia dove morì Pier Paolo Pasolini, il cui prezzo è fissato a 6,7 milioni. Svendita anche per le infrastrutture: i fari di Mattinata sul Gargano, di Punta Palascia a Otranto, di Spignon a Venezia e "l´antico semaforo della Guardia" di Ponza. Trasferibili anche il campo da golf da 18 buche sull´isola di Albarella di proprietà del gruppo Marcegaglia (oltre 4 milioni), l´antico binario della direttissima Roma-Napoli, quello di Briosco e l´acquedotto di Castellammare di Stabia. Nella lista pure l´ex campo per i prigionieri di guerra di Ragusa e alcune ex case del fascio. Differente il percorso della caserme che, prima di finire agli enti locali, verranno valutate da "Difesa Spa".
E sul "patrimonio in saldo" le opinioni divergono. Luca Zaia, governatore del Veneto, dice: «Si va nella direzione giusta. È bene che le Dolomiti ritornino alle loro comunità». Federalismo promosso anche dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno: «Si aprono grandi possibilità». Mentre il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, parla della «più grande speculazione edilizia e immobiliare della storia italiana» e Enrico Farinone (Pd) smorza: «Federalismo sì, ma estremismo federalista no».

 

 

Corriere delle Alpi  28.06.2010

Le Dolomiti passano di proprietà

Molte vette, caserme e terreni presto potrebbero andare agli enti locali

Zaia lo considera una cosa buona che va nella giusta direzione «anche come valore simbolico»

BELLUNO. «Mi sembra una cosa buona. Stiamo andando nella direzione giusta, anche dal punto di vista dei simboli»: il presidente della Regione Veneto Luca Zaia commenta così il fatto che nell’elenco dei beni trasferibili agli enti locali con il federalismo demaniale figurino pezzi di Dolomiti come le Tofane, il Monte Cristallo o la Croda del Becco a Cortina.

«Il fatto che pezzi così famosi delle Dolomiti, dichiarate tra l’altro patrimonio mondiale dell’umanità, ritornino alle loro comunità - sottolinea Zaia - riporta all’espressione più volta usata dal presidente Napolitano, che è responsabilità. Consapevolezza e responsabilità ci serviranno per gestire nel miglior modo possibile - conclude il governatore veneto - quello che è senza dubbio un patrimonio culturale ed economico».

Ma non tutti sono dello stesso parere di Zaia. «Le Dolomiti passeranno agli enti locali con il federalismo demaniale? Questo è estremismo federalista. C’è un limite a tutto». Lo ha detto da Milano, il deputato del Pd Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari Europei. «Ci sono beni universali, tipo appunto le Dolomiti, che sono patrimonio dell’umanità e quindi non può essere che lo Stato a gestirli - conclude Farinone - Federalismo sì, estremismo federalista no».

L’elenco dei beni demaniali che passeranno gli enti locali era stato diffuso dal Corriere delle Alpi a metà maggio, in seguito ad una ricerca realizzata dal gruppo del Pd in parlamento, quando la questione era arrivata alle fasi finali.

Aveva suscitato molto interesse e anche parecchia curiosità il valore dato ad alcune famose montagne bellunesi, ma non solo.

Ad esempio, la Tofana, il monte Rocchetta e Serrez di Rocche valgono 175.700 euro; il Cristallo, una delle montagne simbolo di Cortina, 259.00 euro. Ben più basso il valore del monte Set Sass Valparola, solo 5.300 euro. Ci sono montagne che valgono poche decine di euro e altre che arrivano a centinaia di migliaia. Sasso Capel Portavescovo e Croce di Mezzodì (zona Livinallongo) sono stati quotati 176.000 euro.

Il lunghissimo elenco comprende anche terreni (Mareschiada verso il Nevegal vale 105.000 euro), alvei di torrenti, caserme, scuole e asili. La Fantuzzi è stata quotata 9 milioni di euro, ad esempio.

Cifra notevolissima anche per la zona del Piave e del Maè a Pirago di Longarone, la bellezza di 600.000 euro. Cosa succederà a questi terreni nel momento in cui arriveranno per davvero agli enti locali?

I beni del patrimonio disponibile potranno essere venduti dai Comuni ai privati ma solo dopo aver elaborato un piano di valorizzazione. Il trasferimento dallo Stato al territorio avviene senza oneri ma in caso di vendita una quota parte dovrà andare allo Stato.

Per quanto riguarda i tempi del federalismo demaniale si parla di sei mesi per il decreto che stabilisce l’elenco definitivo dei beni che possono passare dallo Stato all’ente locale e di un anno per il passaggio vero e proprio.

 

 

Corriere delle Alpi  26.06.2010

Unesco, c’è ancora molto da fare

Ad un anno dalla proclamazione, un primo bilancio in chiaroscuro

Bottacin «Ora occorre individuare al più presto il segretario generale e poi lavorare sul territorio»

BELLUNO. «Congratulazioni all’Italia. Le Dolomiti sono Patrimonio dell’Umanità». Era circa mezzogiorno, a Siviglia un anno fa, quando il il presidente di turno del Comitato Unesco pronunciò quelle parole, facendo esplodere la gioia della folta delegazione nazionale. Fu il coronamento di un lavoro durato quattro anni, dello sforzo congiunto di cinque Provincie e di un gran numero di esperti e appassionati. Il riconoscimento era sfumato l’anno prima, ma alla fine le Dolomiti ce l’hanno fatta: eccezionali per la bellezza del paesaggio e per l’unicità della loro conformazione geomorfologica. Il 26 giugno 2009 fu un giorno di festa per molti e il sentimento di orgoglio, nel tempo, si è diffuso nel vasto territorio dolomitico, insieme alla consapevolezza della responsabilità di vivere e dover gestire un luogo che, tutto il mondo e ogni generazione futura, ha il diritto di ammirare così com’è. Il prossimo appuntamento con l’Unesco sarà nel 2011, quando il comitato valuterà se le azioni compiute dalle cinque Province saranno state coerenti con quanto indicato il giorno del riconoscimento, perché restare nella World Heritage List non è scontato. In questo anno qualcosa si è fatto, ma il percorso che porterà al piano di gestione è ancora lungo. La Fondazione Dolomiti Unesco, presupposto essenziale, è nata poco più di un mese fa, ma essa è solo un altro dei punti di partenza di quest’avventura. I ritardi e le incertezze vanno addebitati alle cinque Province che, brave nell’iter della candidatura, subito dopo il riconoscimento hanno iniziato una sfida interna poco edificante.

Essere un sito Unesco, infatti, porta prestigio, denaro, ricerca, eccellenze e una buona percentuale di turisti in più. Le Dolomiti sono un sito seriale, cioè diviso in nove massicci compresi in cinque confini amministrativi diversi e ogni Provincia vorrebbe godere al massimo dei benefici Unesco. Da questo nasce la competizione tra Belluno, Pordenone, Udine, Trento e Bolzano, queste ultime due superpotenze economiche che stanno facendo pesare la loro superiorità, complici anche le titubanze politiche dei “piccoli”. I rapporti di forza, l’ingresso delle Regioni, la sede, l’attribuzione dei compiti, la comunicazione, l’organizzazione dei lavori della Fondazione e ora il segretario generale dell’ente sono stati, in questi mesi, elementi di discordia tra le Province, rallentando le cose da fare, ma forse l’aria può cambiare.

«Ci sono stati tanti passaggi politici importanti, in questo anno», ricorda il presidente della Provincia di Belluno Gianpaolo Bottacin, «dall’ingresso delle Regioni alla modifica dei pesi di ogni Provincia. E’ necessario individuare al più presto il segretario generale e poi lavorare speditamente per la valorizzazione del territorio».

Vale la pena ricordare le motivazioni del riconoscimento Unesco: «I nove sistemi montuosi che compongono le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità comprendono una serie di paesaggi montani unici al mondo e di eccezionale bellezza naturale, le loro cime, spettacolarmente verticali e pallide, presentano una varietà di forme scultoree straordinaria a livello mondiale. Queste montagne possiedono inoltre un complesso di valori di importanza internazionale per le Scienze della Terra. La quantità e la concentrazione di formazioni carbonatiche estremamente varie è straordinaria nel mondo, e contemporaneamente la geologia, esposta in modo superbo, fornisce uno spaccato della vita marina nel periodo Triassico, all’indomani della più grande estinzione mai ricordata nella storia della vita sulla Terra. I paesaggi sublimi, monumentali e carichi di colorazioni delle Dolomiti hanno da sempre attirato una moltitudine di viaggiatori e sono stati fonte di innumerevoli interpretazioni scientifiche ed artistiche dei loro valori».

Come detto, a gestire il sito, sarà la Fondazione Dolomiti Unesco, la cui sede legale resterà, in via permanente, a Palazzo Piloni, mentre la presidenza sarà a rotazione ogni tre anni fra le cinque Province. «Il riconoscimento Unesco è una partita fondamentale per il nostro territorio», commenta Alberto Vettoretto, assessore al turismo della Provincia e primo presidente della Fondazione.

Mette l’accento sulla grande opportunità data al territorio montano, l’assessore Ottorino Faleschini, della Provincia di Udine. «Il riconoscimento è motivo di orgoglio per le comunità di montagna che devono essere consapevoli del grande patrimonio che la natura ci ha consegnato. L’Unesco è un significativo volano per l’economia locale». L’assessore provinciale di Pordenone, Giuseppe Verdichizzi, esprime apprezzamento nei confronti di tutti i soggetti fondatori per il senso di responsabilità e impegno dimostrato. (i.a.)

 

L'intervento

Ora servono un grande salto culturale e una forte solidarietà

In occasione del primo anniversario dell’inserimento delle Dolomiti nei patrimoni Unesco, ospitiamo un intervento di Irma Visalli che in qualità di assessore provinciale ha coordinato l’iter della candidatura.

I nevitabile oggi ritornare con la mente al 26 giugno di un anno fa, quando le Dolomiti sono state inserite nelle liste dei più bei luoghi del mondo e nominate “patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco a Siviglia.

Una grande soddisfazione per la magnifica squadra che con tenacia aveva lottato per quasi cinque anni per ottenere il riconoscimento. La netta sensazione che si chiudeva un ciclo e se ne apriva un altro.

Una gioia che ha travalicato in quel momento i ruoli, le posizioni e i paradossi che a volte la politica t’impone di vivere e accettare. Credo che tutti noi, cui arrivavano le emozioni e l’orgoglio dei bellunesi, degli altoatesini, dei friulani, degli italiani nel complesso, abbiamo vissuto un attimo un po’ fuori dal tempo e dallo spazio. Le Dolomiti erano tutte lì, insieme.

E nel mondo. Oggi mi piace rincentrare l’attenzione su quel momento non per auto incensare il lavoro fatto fin lì, ma perché in quell’“insieme” vi è la chiave per ricordare il senso che ha il riconoscimento delle Dolomiti nel Patrimonio dell’umanità nell’evolversi di un nuovo modello di sviluppo per il territorio Dolomitico.

A Siviglia, infatti, non abbiamo dimostrato solo che il paesaggio e la geologia delle Dolomiti sono uniche al mondo, questo non è stato uno scherzo, ma infondo la cosa più semplice. Quello che si è mostrato alla commissione è stato proprio l’inizio di un percorso tutto nuovo in cui noi stessi testimoniavamo che le Dolomiti sono un unicum non spezzettabile da confini amministrativi e diversità statutarie. Si è impostata una nuova cornice come modello di lavoro e di governo interistituzionale del territorio.

Il 26 giugno 2009 si è aperta una nuova fase, altrettanto faticosa e impegnativa che, nonostante i momenti di arresto e qualche inevitabile rallentamento, continua su quel solco segnato. Oggi è il giorno del rinnovato impegno e mi piace guardare a quanto c’è in più rispetto a un anno fa.

E’ nata la Fondazione “Dolomiti Unesco” e le province si sono incaricate, ognuno con un tema specifico, di applicare quella che è la parola chiave del successo di Siviglia: “fare rete e costruire sistemi”. Ma ancora di più vorrei evidenziare le iniziative che sono partite in quest’anno e che ogni giorno partono dai soggetti territoriali che nel “patrimonio dolomiti” vivono e che, via via, stanno assimilando quest’appartenenza come grande opportunità.

Oggi non ci sono più oppositori, non c’è chi è d’accordo e chi no. Oggi la parola “Dolomiti Unesco” sta nei documenti delle amministrazioni, nelle iniziative culturali, nelle aule delle scuole, nei piani di sviluppo economici e turistici. Si sta concretizzando l’obiettivo più importante e quello più difficile a un tempo: utilizzare il riconoscimento per un grande salto culturale e collettivo, in cui non si guardi al proprio vicino con occhio critico, ma si attivi una forte solidarietà territoriale tra “dolomitici”.

Di quei giorni a Siviglia il ricordo più vivo è anche l’emblema di cosa significa fare parte del patrimonio mondiale: eravamo orgogliosi della nostra appartenenza, fieri di essere rappresentanti della gente delle Dolomiti e allo stesso tempo ci sentivamo appartenere al mondo. Alle cerimonie che seguirono quella mattina, tra rappresentanti di tutti i paesi, nominavi “Dolomiti” e ti abbracciavano tutte le culture, tutte le rappresentanze. Quasi a siglare il ritorno delle Dolomiti come porta all’Europa, delle montagne come luogo di relazione e non di chiusura e frontiera.

Buon compleanno Dolomiti, patrimonio dell’Umanità!

 

 

Il Gazzettino-Ud  25.06.2010

TOLMEZZO Consegnate le sottoscrizioni nel giorno di San Giovanni Battista

Acqua, oltre 12 mila firme

In Carnia quasi un plebiscito contro la privatizzazione

David Zanirato

«Un plebiscito, ed ora la Regione non potrà non tenerne conto». Si riassume così l’esito della raccolta di firme contro la privatizzazione dell’acqua in Alto Friuli dove i cittadini recatisi ai banchetti per firmare in favore dei tre referendum nazionali promossi, sono stati oltre 12 mila, per la precisione 12.212, a spanne sui 40 mila abitanti residenti in Carnia una percentuale che si aggira attorno al 33%. 1230 firme a Moggio (1893 abitanti), 594 Forni di Sotto (675 ab), 957 Arta Terme (2296 ab), 1365 Paluzza (2451 ab) 699 Cercivento (723 ab) sono solo alcuni degli esempi. I moduli raccolti dai diversi comitati e movimenti politici nel territorio della montagna friulana sono stati consegnati ieri a Tolmezzo ai delegati del comitato referendario, davanti al sagrato del Duomo, luogo e data scelti simbolicamente anche per la ricorrenza di San Giovanni Battista. «Davvero un risultato sopra ogni aspettativa quello raccolto in Carnia ed Alto Friuli – ha spiegato Renato Garibaldi di Carniainmovimento – che dovrà far riflettere i sindaci della zona che questa non è solo una questione di bollette ma anche di etica e di diritto; una partecipazione di questa portata è da ricondurre anche alle ingiustizie palesi subite dai cittadini, come il caso clou della coltivatrice diretta del comune di Lauco che per le proprie bollette, dal 2007 al 2009 annualmente ha pagato oltre 1000 euro di tariffa».

In piazza, presenti circa una settantina di persone, tra di loro l’arcidiacono della Carnia monsignor Angelo Zanello ed il suo vice don Alessio Geretti, dal quale è si è alzato l’appello a “non lucrare su un bene essenziale come l’acqua”. E poi don Jean Claude Kilamong della Repubblica Centraficana, Franceschino Barazzutti del Comitato Tutela del bacino del Tagliamento, Marco Lepre di Legambiente, i rappresentanti dell’Italia dei Valori, Marco Iob del Cevi (che ha dato appuntamento al 15 luglio a Sant’Osvaldo a Udine per il raduno di tutti i pro-referendari), amministratori come il sindaco di Cercivento De Alti.

 

 

Corriere delle Alpi  24.06.2010

Laimer contro Durnwalder «Sulla chiusura dei passi decida la Fondazione»

L’assessore altoatesino pensa allo stop a fasce orarie mentre il suo presidente vuole introdurre il pedaggio

Passaggio libero per pullman e mezzi pubblici Facciamo una prova per capire come va Bisogna avere coraggio

Paolo Piffer

BOLZANO. E’ tutto un gran parlare, e non da oggi, di pedaggi sui passi. Sella, Gardena, Pordoi e Campolongo in particolare. Con il presidente della Provincia Durnwalder deciso ad andare avanti e a mettere il balzello mentre Trento e Belluno nicchiano, per usare un eufemismo. Come spesso capita, tanto per ragionare a spanne, in questi casi rischiano di collidere le ragioni di un rispetto dell’ambiente che cerca di spostare in avanti il “confine” e quelle degli operatori che intravedono, legittimamente, il pericolo di perdere clienti e, quindi, affari. E le spinte, da una parte e dall’altra, in un senso o nell’altro, non mancano. Come dovrebbe essere, la sintesi va ricercata nel confronto, che a volte non decolla e che magari si fa pure scontro. E l’assessore provinciale all’ambiente Michl Laimer, delegato bolzanino nella Fondazione Dolomiti Unesco, fa una proposta. E non è proprio la stessa del suo presidente.

«Dentro la Fondazione - afferma - la Provincia di Bolzano è chiamata ad occuparsi, tra le altre cose, del settore della mobilità. Bene, allora facciamo una proposta, o più d’una, sulle problematiche dei passi - ticket sì, ticket no o altro - e sia la Fondazione a discuterne e, possibilmente, a decidere».
Che fa, assessore, va contro il suo presidente Durnwalder?

Ma no. Semplicemente, non abbiamo ancora preso una decisione nero su bianco. E, personalmente, un’idea ce l’ho.

E quale sarebbe?

Si potrebbe pensare a vietare qualche ora al giorno il passaggio delle auto private sui passi. Dando invece il via libera ai pullman e ai mezzi pubblici, permettendo così a molti turisti di ammirare le bellezze dolomitiche. Si potrebbe provare a sperimentare, con coraggio, e vedere come va. Ma, insomma, credo che la sede opportuna per prendere decisioni di questo tipo, comuni a più realtà, debba essere la Fondazione. Fissando l’obiettivo di fondo.

Ce lo illustri.

Dobbiamo “portare via” il rumore creando una forma nuova di rispetto per l’ambiente affinché i cittadini possano godere a pieno di questo patrimonio dell’umanità. Sinceramente, quello che non capisco è quale sia l’obiettivo chiedendo il ticket. Ne parleremo ancora in giunta e poi porteremo una o più proposte dentro la Fondazione Dolomiti Unesco.

C’avete messo un anno, dalla proclamazione delle Dolomiti a patrimonio dell’umanità, per costituire la Fondazione. Va bene che si trattava di mettere d’accordo cinque province e due regioni, però ce n’è voluto.

Non nascondo che ci sono state delle difficoltà.

E di che tipo?

Vede, ad esempio ci sono state le elezioni nel Bellunese e in Veneto. Sono cambiati i governi, abbiamo dovuto confrontarci, noi e il Trentino di centrosinistra, con esecutivi di centrodestra. E poi si è trattato di cercare di armonizzare, diciamo così, realtà a statuto speciale con altre invece a regime ordinario. Inoltre, per dirla tutta, anch’io ho dovuto conoscere il più possibile una realtà come quella Bellunese di cui non avevo colto tutti gli aspetti.

Finito, per così dire, il rodaggio, ora cosa vi attende?

Nella prossima riunione del cda, il 2 luglio, dovremo parlare del bando per il direttore generale della Fondazione e approfondiremo il coordinamento dei vari settori di competenza assegnati alle Province.

Di politica della montagna, a livello nazionale ma non solo, si discute da anni. Intanto la montagna si spopola. La Fondazione potrebbe essere il luogo deputato all’elaborazione di politiche almeno interregionali?

Senz’altro. Seguendo tre linee guida. Una sottolineatura forte della ricchezza di questo grande patrimonio comune coinvolgendo non solo la montagna ma anche la cultura e le lingue. Poi il rispetto di tutti i fattori, naturalistici e antropologici, che caratterizzano il nostro territorio. Nel concreto, sviluppare programmi comuni per la mobilità, la promozione, la formazione, il turismo. La gente deve arrivare a sentire dentro il proprio cuore il valore caratterizzato dal patrimonio che vive giornalmente. In poche parole, ormai giochiamo in high league e dobbiamo comportarci di conseguenza. Anche collegando - attraverso forme di promozione e di interdipendenza, creando pacchetti turistici ad hoc - il nostro marchio con altri siti, penso a quelli culturali, dalla Svizzera a Venezia.

 

 

Messaggero Veneto  23.06.2010

Tutela del paesaggio: Provincia supervisore

TOLMEZZO. Sarà la Provincia di Udine a gestire le varie azioni per la tutela del paesaggio dolomitico. Questo il compito demandato alla nostra provincia dal consiglio di amministrazione della Fondazione “Dolomiti Unesco”, riunitosi nei giorni scorsi a Belluno. Durante la riunione, cui ha preso parte l’assessore allo sviluppo della montagna di Palazzo Ottorino Faleschini è stato pure presentato il bilancio di previsione 2010, chiuso con un saldo di 600 mila euro, e lo schema organizzativo della Fondazione Dolomiti, nel quale Udine figura come coordinatore della tutela del paesaggio. L’assessore Faleschini si è dichiarato particolarmente soddisfatto della proficua azione già intrapresa dalla Fondazione che «ci permette di guardare con ottimismo al futuro in vista anche della visita ispettiva da parte degli organi dell’Unesco prevista per il prossimo anno e che permetteranno già dall’anno in corso ricadute positive sul territorio». L’assessore intende dar vita immediatamente a una rete territoriale che permetta di proporre alle altre province un progetto generale a tutela del paesaggio attraverso il monitoraggio dei sentieri, degli edifici rurali, delle strutture obsolete, della segnaletica nonché dei S.i.t. (Sistemi informativi territoriali). Una mole di lavoro enorme che coinvolgerà l’ente udinese nei prossimi mesi per coordinare le varie azioni con le altre Province e per dare vita a una rete capace di tradurre in azioni concrete sul territorio le linee guida proposte dagli altri enti intermedi coinvolti in merito alle rispettive reti. Sempre a Belluno si è deciso di assegnare alla provincia di Bolzano la rete sviluppo socio economico e turistico, quella della promozione turistica è andata a vantaggio della Provincia di Belluno, quella per la formazione e la ricerca alla Provincia di Trento, mentre Pordenone si interesserà della rete per le aree protette. L’assessore Faleschini infine sarà domenica 26 agosto al convegno che si terrà all’Hotel ai Larici di Forni di Sopra dalle 10 per il primo anniversario dell’iscrizione delle Dolomiti nel contesto del patrimonio naturale dell’Umanità da parte dell’Unesco. Gino Grillo

 

 

Messaggero Veneto  20.06.2010

No alla privatizzazione dell'acqua: 455 firme

FORNI DI SOTTO. Tutto il paese dice no alla privatizzazione dell’acqua e lo fa sottoscrivendo una lettera aperta al sindaco Marco Lenna che è stata consegnata, forte di 455 firme, nel corso di una pubblica assemblea. Lo scopo è quello di chiedere all’amministrazione comunale «di operarsi al fine di riportare in capo a essa la gestione dell’acqua da bere». «La raccolta è avvenuta casa per casa; si è avuto così l’occasione di parlare con la gente – spiega la lettera - e di ascoltare le espressioni di un disagio diffuso. Molti chiedono “Come hanno potuto fare questo?”, “Come si è potuto arrivare a tanto?” (n.b.: la gestione della nostra acqua da bere in mano ad estranei). E ancora: “il ricatto della mancanza di soldi, è fatto apposta per farci perdere l’unica cosa che abbiamo in abbondanza, la nostra cosa più preziosa: l’acqua”, “se è vero che siamo poveri, perché vengono a prendersi quel poco che abbiamo? Esattamente come fecero 50 anni fa, prendendo l’acqua di mezza vallata e incanalandola verso Sauris; dov’è oggi tutto quello che ci hanno promesso allora?”. Non è tutto qui: infatti la gente ha, in questa occasione, espresso una decisa volontà di non mollare su una questione tanto vitale. Tutte le persone interpellate hanno firmato con convinzione, felici di poter agire in difesa di un bene essenziale, ma anche del diritto a partecipare, a essere messi al corrente, a essere consultati. Si è capito, tutti noi, attraverso l’esercizio pratico, che l’espressione democratica del volere di un popolo non consiste solo nell’atto elettorale; se così fosse, se tra una votazione e l’altra le persone sprofondassero in un sonno di passività ed indifferenza, allora attenzione!, saremmo veramente in pericolo, poiché “il sonno della ragione genera mostri”».

«Egregio Sindaco, l’atteggiamento da Lei tenuto fino ad oggi è di grande disponibilità e questo ci fa ben sperare che Lei voglia accogliere la nostra ragionata e determinata “supplica”; non Le chiediamo semplicemente di fungere da tramite tra noi e la Regione legiferante, ma di farla Sua, di coinvolgere il Consiglio comunale tutto, nel corso di una democratica discussione sul tema proposto nel testo sottoscritto dai cittadini di Forni al fine di individuare le alternative che possano allontanare da noi l’amaro calice della privatizzazione dell’acqua “de facto e de jure”. Siamo a chiederLe la convocazione di un Consiglio straordinario a breve termine. Quattrocentocinquantacinque firme raccolte in un paesino di 650 abitanti circa non possono non pesare nella decisione che prenderete in tale sede. Non pensiate che la gente non abbia ponderato le sue argomentazioni riguardo al momento di crisi che stiamo attraversando e alla scarsità di risorse disponibili; tuttavia esiste un sentimento di disagio diffuso che sta prendendo sempre più forma, circa l’inopportunità e l’ingiustizia insite in una strategia tesa a far pagare sempre e comunque, ai tanti “ultimi” (noi), gli errori e le porcherie commesse dai pochi “primi” (politici, imprenditori, banche, finanzieri ecc). Più si scava nella carne viva delle persone, più si va a privarle delle proprie sicurezze e dei beni più preziosi ed indispensabili, e più aumenta la probabilità di una reazione da parte di esse; e cosa c’è di più prezioso dell’acqua?»

 

 

Corriere delle Alpi  20.10.2010

«Va bene l’Unesco, ma il Comelico dove sta?»

Italo Zandonella (accademico Cai) censura l’esclusione «di un intero comprensorio»

Livio Olivotto

COMELICO SUPERIORE. Italo Zandonella, accademico del Cai, valente alpinista originario di Dosoledo, grande divulgatore della montagna con innumerevoli libri, insomma un vero esperto. Sulle Dolomiti patrimonio Unesco ha un’idea ben precisa e un po’ “fuori dal coro”. «In tema di Dolomiti patrimonio dell’Unesco», dice, «le mie perplessità non sono nei confronti dell’iniziativa che giudico lodevole, anzi ottima. Sono solo arrabbiato perchè noi del Comelico ancora una volta siamo stati messi al bando; a dire il vero non noi, ma il Comelico è stato messo al bando; e sono state trascurate le sue peculiarità, le sue bellezze, la sua storia. Ma ancor di più mi ha fatto rabbia il silenzio di chi dovrebbe parlare, cioè le varie istituzioni, il settore turismo della Provincia, i politici. Come si fa a lasciar fuori il gruppo di monti che sovrasta Santo Stefano che è l’essenza della wildernes dolomitica? E quello di Sappada la cui bellezza non teme paragoni? E la Val Visdende? E il Peralba che solo quando fa comodo è la culla del Piave fiume sacro alla Patria altrimenti non è nulla e non è di nessuno? E il Popèra che diventa genericamente “di Sesto” in barba al 90% di territorio in comunione fra Comelico e Auronzo? Chiacchiere, solo chiacchiere che comeliani e auronzani sentono, recepiscono, digeriscono e subito rigettano senza colpo ferire». Insomma ben più di una dimenticanza o di una scelta che dimostra ignoranza. «Una vergogna inconcepibile questa esclusione, uno snob da reazione popolare. Ma pare che lassù ormai si debba accettare tutto in nome di chissà cosa, di chissà chi. Mi fa anche rabbia chi viene in Comelico a fare lezioni di saccenza quando sa che la nostra pancia è vuota e solo abbiamo fame e sete di giustizia. Pare che alla nostra gente», conclude Italo Zandonella, «questo trattamento da terzo mondo vada bene e non capisco perchè debba essere io da solo a fare il don Chisciotte. A Treviso, dove risiedo da anni, dicono: “Mal che se ol, nol dol” (male che si vuole, non duole, ndr). Comelico, svegliati».

 

 

«Stiamo con Auronzo»

L’Amministrazione delibera di appoggiarne la candidatura a sede della Fondazione Unesco

Un importante passo che cancella di netto il campanilismo

PIEVE DI CADORE. La giunta di Pieve, nella sua ultima riunione, ha deliberato di appoggiare la scelta del Comune di Auronzo quale sede operativa della “Fondazione Dolomiti Unesco”. Si tratta di una presa di posizione importante, che elimina dai rapporti tra i due comuni cadorini ogni possibile ragionamento campanilista e che farà molto piaciere agli amministratori auronzani. «Abbiamo deciso di appoggiare Auronzo», ha spiegato il sindaco Maria Antonia Ciotti, «per almeno due motivi: il primo perché Auronzo è il paese che ha sul suo territorio il gruppo montagnoso delle Tre Cime di Lavaredo, che già da solo identifica le Dolomiti; inoltre, non abbiamo dimenticato che questo paese è stato sede del conferimento ufficiale del riconoscimento Unesco alle Dolomiti, alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano».

Un orientamento per definire la sede della Fondazione Unesco era stato chiesta dalla Provincia a tutti i 44 Comuni che rientrano tra gli aventi diritto; ed erano stati numerosi quelli che avevano risposto proponendo la propria candidatura, tra i quali Agordo e Cortina. Anche Pieve aveva proposto la propria candidatura, indicando il forte di Montericco quale struttura ideale per questo ruolo. La motivazione di quella scelta si era basata sul fatto che, essendo in fase di restauro, il forte si sarebbe potuto agevolmente adattare alle esigenze della Fondazione. Un ruolo operativo che comunque dovrà ruotare con periodicità triennale tra le cinque province comprese nella perimetrazione riconosciuta. «Abbiamo così deciso», ha commentato il sindaco, «di sciogliere subito alcuni dubbi e facilitare, da parte della Fondazione, la scelta della prima dislocazione della sede operativa. Per quanto riguarda Montericco», ha concluso il sindaco Ciotti, «il Comune di Pieve, dopo averne verificata l’attuabilità, porterà avanti il progetto per realizzare in quel sito il centro studi sulle Dolomiti e sul turismo possibile».

La copia della delibera di giunta è già stata inviata anche alla Provincia di Belluno per gli adempimenti. (v.d.)

 

 

L'Amico del Popolo  20.06.2010

Tra vent’anni scadono le concessioni di grande derivazione, oggi dell’Enel

Chi si prenderà le grandi centrali nel 2029? Comuni bellunesi e Bim pensano a una Spa

Tra vent’anni i Bellunesi diventeranno padroni della “loro” energia? Sembra lontano il 2029, l’anno in cui scadranno le concessioni per le grandi derivazioni idroelettriche. Ma non lo è: lo sanno bene le grosse aziende private e i grandi investitori, che annusano l’aria cercando territori da “conquistare”. E lo sanno i Comuni bellunesi: sotto traccia si stanno organizzando, e col Bim pensano anche a una nuova Spa. Perché il territorio bellunese è un boccone appetitoso, e non si sa chi potrebbe venire a papparselo.

L'esempio virtuoso di Bolzano

D’altra parte, copiare non è vietato. Bolzano ci ha messo un decennio, ma alla fine sta prendendo il controllo della produzione di energia elettrica sul suo territorio provinciale. Ancora una volta un esempio da imitare viene dai nostri “vicini di casa”, molto più ricchi e più potenti di noi ma anche intelligenti e lungimiranti: hanno perseguito un progetto per dieci anni (e oltre), con idee chiare e volontà politica ferma e solida. Giusto per capire, tutta l’architettura di Bolzano è fatta di una miriade di piccoli e grandi passi e si basa sulla costituzione della Sel, la società fondata nel 1998 sulla base dello statuto di autonomia, che assegna a Bolzano la competenza nella legislazione e nell’amministrazione dell’energia. La Sel, che ha stretto accordi (in posizione di controllo) con colossi del calibro di Enel, è per il 93,88% di proprietà della Provincia autonoma di Bolzano e per il restante 6,12% dell’unione di 102 Comuni dell’Alto Adige e di 4 Comunità comprensoriali. Fornisce energia, gas e calore ai privati e alle aziende altoatesine, a prezzi agevolati. A che cosa serve? A fare soldi ma anche a “fare politica”: l’acquisizione di competenze forti in materia energetica rappresenta, secondo il presidente altoatesino Luis Durnwalder, «un passaggio fondamentale nella storia dell’autonomia altoatesina, perché consente alla Provincia di svolgere in pieno il suo compito istituzionale di servizio pubblico anche nel settore strategico dell’energia ». Che vuol dire anche «garantire la sicurezza del servizio per le zone disagiate e periferiche, che non rischiano di restare travolte dalla liberalizzazione del mercato» e ancora «una gestione più flessibile della politica delle tariffe, con maggiori riduzioni e conseguenti vantaggi per i cittadini». E così la Provincia autonoma, in questo 2010, arriverà praticamente al completo governo della grande produzione e gestione energetica sul suo territorio.

Ma Belluno non è all'anno zero

Si può imitare questa filosofia anche in provincia di Belluno, che è una delle aree italiane di maggiore produzione idroelettrica? Intanto è importante sapere che non siamo all’anno zero. E tutto sommato non va male, ai Bellunesi, che la scadenza delle concessioni all’Enel sia stata prorogata fino al 2029 (Trento e Bolzano chiesero e ottennero di restare fuori dalla proroga: si erano già preparati per essere pronti a prendere in mano l’energia alla scadenza naturale del 2010). Lontanissimo, il 2029? Mica tanto: giusto il tempo per organizzare le forze e provare a mettere giù un progetto per partecipare, da Bellunesi, alla gara per la ri-assegnazione delle grandi derivazioni idroelettriche, quando l’Enel si confronterà col mercato. Sono tanti i soggetti privati interessati a questa enorme partita, ed è del tutto verosimile che anche in provincia di Belluno, fra vent’anni, finisca l’era dell’Enel (che fu dello Stato) e si affaccino altri soggetti. Come gestiranno il prelievo delle nostre acque? Garantiranno la capillarità delle reti di distribuzione? Si faranno adeguatamente carico degli oneri sociali che l’accesso all’energia porta con sé? Raggiungere Palla e Agai con la rete elettrica, o Costalta o le frazioni più interne della Val di Seren dà più costi che vantaggi: quali garanzie sono all’orizzonte? Quale “politica industriale” con l’energia in mano ad altri?

Il Bim è già «soggetto elettrico»

I Comuni guardano al Bim, il loro consorzio. Che è stato riconosciuto dallo Stato come «soggetto elettrico », e quindi potrebbe essere destinatario di competenze in questo settore. Per esempio, potrebbe ricevere la gestione dei 110 milioni di chilowattora che - la legge già lo prevede - lo Stato può assegnare al posto del sovraccanone dovuto come compensazione del grande utilizzo del nostro territorio allo scopo di produzione idroelettrica. Tanto per capirsi, l’intera rete di tutti i punti luce della provincia ammonta a 12 milioni di kwh: 110 milioni è una quantità di energia di valore considerevole, capace di incrementare del 50% gli attuali introiti del Bim e di mettere in condizione i Comuni, soci del consorzio, di attuare una politica energetica territoriale. In Italia i Bim stanno facendo “massa critica” in questa direzione e hanno già costituito Enerbim: potrebbero ricevere 1 miliardo di kwh. Il Bim Piave, d’altra parte, in questi anni ha fatto esperienza e sta dando tono ai suoi “muscoletti”: ha cercato di portare a casa tutte le risorse di piccola taglia, e tanto per dire sabato prossimo a Feltre si inaugura il 27o impianto di produzione energetica con l’acqua, 5mila kw di potenza installata. I Comuni bellunesi, con l’appoggio tecnico del Bim, si sono messi in condizione di produrre 25 milioni di kwh, che diventeranno 50 milioni nel prossimo quinquennio. La base c’è. Ma per fare di più, per fare il grande salto, serviranno collaborazioni tra pubblico e privato. La sfida è questa: per il 2029 essere pronti sotto il profilo tecnico ma anche finanziario. Le grandezze in ballo sono enormi e il rischio di colonizzazione da parte di chi viene da fuori e ha i soldi (...ne girano tanti anche nella Bassa veneta...) è alto. Trento ha messo sul piatto ben 500 milioni di euro per vincere la sua partita, arrivando a coprire poco più del 50% dell’operazione: anche lì è stato necessario ricorrere ai privati. E Bolzano sta facendo lo stesso con Enel, Edison e altri soggetti. L’esigenza di una partecipazione diffusa è evidente: per questo il Bim pensa alla costituzione di una società per azioni. È l’inizio di un disegno che farà sudare. Ma è con esso che i Comuni bellunesi - anche se troppo piccoli e frammentati per esprimere una buona “forza d’urto” - cominciano ad organizzarsi per il 2029.  L.G.

 

 

Corriere delle Alpi  18.06.2010

UNESCO: IL CDA DELLA FONDAZIONE

La promozione alla Provincia

Deciso il modello organizzativo per il piano di gestione

Ognuno dei 5 enti si occuperà di creare le reti nei diversi settori

BELLUNO. Ogni Provincia avrà uno o più compiti, tutti con l’impegno reciproco di diventare un modello e dimostrare all’Unesco che gestire un bene seriale è possibile. Divisione dei compiti, ieri, nell’ambito della riunione della Fondazione Dolomiti Unesco, con alcune decisioni determinanti per il lavoro dei prossimi mesi per la costruzione del piano di gestione del bene che, da un anno, è patrimonio dell’umanità.

Il piano di gestione è la sfida più complessa per la Fondazione Dolomiti Unesco e le strade percorribili erano due: creare una struttura elefantiaca attorno alla Fondazione stessa, oppure sfruttare ciò che c’è già, mettendo in rete le realtà presenti e dividento il lavoro tra le cinque Province. Il cda ha deciso di seguire questa seconda via, sperimentando un modello organizzativo.

Nello schema, al centro c’è la Fondazione con la sua parte operativa rappresentata dal segretario generale. Questo dovrà rapportarsi con quattro soggetti: i soci fondatori (le Province e le Regioni), i soci sostenitori, il comitato scientifico e il cda (le cinque Province).

La Fondazione ha la responsabilità di fare il piano di gestione che dovrà contenere tutte le azioni strategiche e gli obiettivi principali dati dai soci ma anche dall’Unesco. Per ogni argomento è possibile immaginare una rete, realizzabile creando connessioni tra le esperienze esistenti nel territorio dolomitico e andando oltre i confini amministrativi.

«Ogni Provincia», spiega l’assessore delegato della Provincia di Trento Mauro Gilmozzi, «si è fatta carico di coordinare le reti, ovvero di curare determinati settori. Ognuno si prende un impegno nei confronti di tutti gli altri».

La Provincia di Belluno, che è anche titolare della presidenza della Fondazione nei suoi primi tre anni di vita, si occuperà degli aspetti finanziari, della comunicazione, dell’informazione e della promozione turistica. La Provincia di Trento si farà carico del coordinamento della rete geologica, della formazione e della ricerca; Bolzano si occuperà di sviluppo socio economico, turismo sostenibile e mobilità; Udine si muoverà nell’ambito del paesaggio e infine Pordenone metterà in rete tutte le aree protette, che rappresentano l’80% del patrimonio Unesco.

«Abbiamo deciso cosa è in capo alla Fondazione e cosa sarà in mano agli enti», aggiunge l’assessore provinciale bellunese Alberto Vettoretto, «l’Unesco ci chiede di occuparci di svariati aspetti dalla conservazione alla valorizzazione del bene. Ogni Provincia avrà un ruolo, ma poi dovremo comunque rapportarci con gli altri».

Ora il canovaccio del piano di gestione si può dire definito ed è già stata fissata per il 2 luglio la prossima riunione operativa del cda, che però deve affrontare anche altre questioni pratiche. Nel frattempo però ogni Provincia dovrà iniziare il lavoro preso in carico, anche con l’aiuto di consulenti esterni che non vengono esclusi, nonostante l’impegno a mantenere strutture snelle.

 

Conti e bandi

Approvato il bilancio, il nodo ora è sul segretario generale

BELLUNO. Vale 600 mila euro il bilancio della Fondazione Unesco. Uno dei punti più urgenti all’ordine del giorno della riunione di ieri, era l’approvazione del previsionale 2010. Il parere favorevole è arrivato sia dal cda formato dalle cinque Province che dal consiglio direttivo, riunitosi poco prima alla presenza anche delle Regioni. Nel bilancio sono comprese tutte le spese già ipotizzate: il personale dipendente della Fondazione, le prime consulenze per la stesura del piano di gestione, alcuni studi e i bandi per il marchio e per il segretario generale.

Il concorso per il marchio della Fondazione Dolomiti Unesco è già stato indetto una ventina di giorni fa dalla Provincia di Trento (tutto il materiale relativo si trova nel sito internet dell’ente) e la scadenza per la prsentazione delle proposte è stata fissata per il 27 agosto. «L’interesse è elevato, riceviamo continue richieste di informazioni», dice con ottimismo l’assessore provinciale trentino Mauro Gilmozzi. Sarà una commissione tecnica poi a valutare gli elaborati, che verranno vagliati anche dalla parte politica. Si presume che il marchio ufficiale verrà lanciato entro l’autunno.

Più delicata, invece, è la questione del segretario generale, cioè il direttore della Fondazione. Le Province stanno predisponendo un bando per individuare il soggetto giusto, ma non c’è nessun obbligo di procedere seguendo questa modalità, dal punto di vista giuridico. Il bando, insomma, si farà solo se non verrà trovata la persona adatta prima del 2 luglio, data della prossima riunione del cda e termine ultimo per proporre dei nomi.

«Siamo in fase esplorativa», dice l’assessore provinciale bellunese Alberto Vettoretto, «cerchiamo una figura molto competitiva, un profilo manageriale e di spessore, capace di coordinare tutti i diversi soggetti coinvolti. Finora nessuno ha fatto nomi, ma il 2 luglio si dovranno scoprire le carte».

Gilmozzi conferma: «Finora non c’è nessuno, ma è possibile che al prossimo incontro venga proposto un nome in grado di raccogliere un’ampia convergenza. Se non ci sarà, ricorreremo al bando».

L’occasione è di quelle da non perdere, perché dalle capacità del segretario generale dipenderà buona parte delle sorti della Fondazioni Dolomiti Unesco ed è necessario che la persona scelta sia in grado di essere operativa come un manager, ma anche di saper dialogare con i soggetti istituzionali e non, coinvolti nella gestione del bene patrimonio dell’umanità. (i.a.)

 

 

Messaggero Veneto  18.06.2010

Dolomiti Unesco: i parchi e il paesaggio a Udine e Pordenone

TRENTO. La Fondazione Dolomiti, creata tra le Province di Bolzano, Trento, Belluno, Udine e Pordenone dopo la proclamazione delle Dolomiti quale Bene dell’Umanità dall’Unesco ha tenuto a Belluno, due riunioni. Sono state riunioni del Consiglio direttivo (con rappresentanti delle Province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine e Pordenone e delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia) e del Consiglio d’amministrazione (i soci fondatori, cioè i rappresentanti delle 5 province che hanno lavorato per la candidatura).

E’ stato approvato il bilancio di previsione del 2010 e definito lo schema organizzativo basato su strutture già esistenti nelle cinque Province. Sono reti funzionali quelle che fanno capo a ciascun socio della Fondazione (vale a dire le sopracitate Province) e, ogni provincia, dovrà occuparsi del coordinamento anche con le altre reti. La Provincia di Udine si dovrà occupare della rete del paesaggio, mentre quella di Pordenone coordinerà la rete delle aree protette e dei parchi. Alla Provincia autonoma di Bolzano è stata affidata la rete dello sviluppo sociale e turismo sostenibile nonchè quella della mobilità, mentre alla Provincia di Belluno spetta la rete della promozione del turismo. La Fondazione continuerà a occuparsi di comunicazione e dei finanziamenti.

 

 

Il Gazzettino  18.06.2010

UNESCO/ DOLOMITI

A Belluno il coordinamento della "rete turismo"

La Fondazione Dolomiti-Dolomiten-Dolomites-Dolomitis, creata tra le Province di Bolzano, Trento, Belluno, Udine e Pordenone dopo la proclamazione delle Dolomiti quale Bene dell'Umanità dall'Unesco ha cominciato la propria attività a Belluno, a palazzo Piloni, sede della Provincia. Su decisione del Consiglio direttivo è stato approvato il bilancio di previsione del 2010 e definito lo schema organizzativo basato su strutture già esistenti nelle cinque Province. Sono reti funzionali quelle che fanno capo a ciascun socio della Fondazione (vale a dire le Province): ogni provincia, dovrà occuparsi del coordinamento anche con le altre reti.

L'assessore trentino Mauro Gilmozzi, responsabile del progetto Dolomiti Unesco fin dall'inizio dell'iter di candidatura, rappresenta nella Fondazione la Provincia autonoma di Trento: ed è proprio grazie all'esperienza in ambito di ricerca e formazione che il Trentino dovrà coordinare la rete funzionale della formazione e ricerca e la rete del patrimonio geologico delle Dolomiti. Alla Provincia autonoma di Bolzano è stata affidata la rete dello sviluppo sociale e turismo sostenibile nonché quella della mobilità, mentre alla Provincia di Belluno spetta la rete della promozione del turismo. La provincia di Udine si dovrà occupare della rete del paesaggio, mentre la Provincia di Pordenone coordinerà la rete delle aree protette e dei parchi.

 

 

La Nuova di Venezia  16.06.2010

Inceneritori, pronta una class action

QUARTO D’ALTINO. Una class action per chiedere un indennizzo in favore di chi abita lungo il tracciato del Passante, ma specialmente vicino agli inceneritori che saranno costruiti a Silea e Bonisolo. La nuova iniziativa è dell’Adico di Mestre.

Ogni giorno l’associazione riceve segnalazioni da parte di cittadini, che lamentano problemi legati alle zone dove hanno deciso di stabilirsi o dove abitano da anni e persino da dove cercano di andarsene, senza sapere quali erano i piani della Regione piuttosto che della Provincia o dei Comuni. «Siamo convinti - spiega il presidente dell’Adico Carlo Garofolini - che le case adiacenti al tracciato del Passante siano deprezzate allo stesso modo di quelle che un giorno verranno a trovarsi nelle vicinanze degli impianti degli inceneritori di rifiuti speciali. Anche perché si tratta del segreto di pulcinella, oramai tutti sanno cosa accadrà».

Nei giorni scorsi Garofolini ha incontrato un membro di uno dei comitati che si battono contro la realizzazione dei due termovalorizzatori. «Abbiamo deciso di mettere insieme tutte le segnalazioni, per capire se ci sono i margini e gli appigli per intentare una causa contro la Regione o anche contro quei Comuni che in futuro si renderanno protagonisti di realizzare opere complementari successive ai tracciati, per fare in modo che le persone abbiano quanto gli spetta e i giusti indennizzi legati al deprezzamento delle abitazioni». Prosegue: «Agli abitanti dei Comuni interessati ai grandi assi infrastrutturali esistenti o in via di realizzazione nel territorio (autostrade A27, A28, A4, Passante autostradale di Mestre e Superstrada Pedemontana Veneta), così come a quelli interessati al conferimento e smaltimento di rifiuti speciali (Casale sul Sile, Casier, Silea, Mogliano, Quarto d’Altino, e Marcon) lanciamo l’appello perché si rivolgano a noi, per intentare una class action di risarcimento. Tutti sanno che abitare nelle adiacenze di queste opere - precisa Garofolini - aumenta il rischio di patologie che vanno dai disturbi respiratori ai tumori». Domanda il presidente Adico: «Tenuto conto che in tutto il Veneto i limiti di polveri sottili vengono spesso superati, a seconda delle città, che impatto avrà sull’aria il saccheggio in corso, dato che non riusciamo a rispettare i limiti esistenti». Per informazioni contattare l’Adico: 041-5349637 o info@associazionedifesaconsumatori.it.

 

 

Messaggero Veneto  16.06.2010

Da Internet a un premio sulla qualità così Greenfactor difende l ambiente

Rispettare l’ambiente e le sue risorse, mantenendo la competitività delle imprese. Questo è uno degli obiettivi della green economy, ossia le strategie di sviluppo che fanno del rispetto ecologico un principio fondamentale. Tutti i vari aspetti e i differenti campi dell’economia sostenibile verranno affrontati venerdì, nell’auditorium della Regione, in via Sabbadini, in occasione dell’iniziativa denominata “Greenfactor”, evento annuale promosso dal portale greenfvg.it. Si tratta di un’idea, alla prima edizione, partita da un sito internet e che si è trasformata in un premio con 35 progetti in gara. Ma nel corso della manifestazione, presentata ieri a palazzo Belgrado, e che comincerà alle 10.45 proseguendo per tutta la giornata, ci sarà ampio spazio per parlare in numerose tavole rotonde su temi come il green marketing, la tutela dell’ambiente nella costruzione delle autostrade, l’ ecodrive, la difesa del paesaggio e il rapporto tra arredamento e ambiente. “Greenfactor”, infatti, si propone di essere il “traduttore” di argomenti che spesso non sono molto conosciuti, ma che meritano di essere approfonditi il più possibile.

Sono previsti 11 incontri con 28 relatori appartenenti al mondo della comunicazione, delle istituzioni e a quello accademico. Alla presentazione dell’evento, che si concluderà con la consegna dei premi alle realtà che hanno presentato i progetti più interessanti, è intervenuta l’organizzatrice Enrica Gallo, la quale ha sottolineato «che questa è un’importante occasione per conoscere più a fondo i vari aspetti della green economy , che rappresenta soprattutto una nuova opportunità di sviluppo per le imprese». E se per l’assessore provinciale all’Energia, Stefano Teghil, «questo evento, caratterizzato da molti dibattiti, sarà un ulteriore passo verso azioni più mirate, perché non ci sono dubbi sul fatto che le imprese abbiano una responsabilità sociale», l’assessore provinciale al Turismo, Franco Mattiussi, ha affermato «che l’iniziativa di venerdì accenderà un importante faro sulle opportunità che offre la green economy, perché dobbiamo capirne i benefici per consegnare alle future generazioni un mondo migliore e soprattutto meno inquinato». E ha aggiunto: «La pubblica amministrazione deve collaborare maggiormente con il mondo industriale per ottenere queste opportunità di sviluppo». La Provincia di Udine inoltre fa parte del progetto di cooperazione “Small progect Greenfactor” tra Italia e Austria che punta allo sviluppo sostenibile e al potenziamento della rete commerciale tra i due paesi europei. Renato Schinko

 

 

Messaggero Veneto  10.06.2010

Le firme della petizione sull'acqua sabato nelle mani del sindaco

FORNI DI SOTTO. Il 99% della popolazione di Forni di Sotto interpellata da Per Altre Strade (PAS) sulla questione dell’acqua, ha dato il suo consenso affinché la gestione rimanga in capo al Comune. Le firme raccolte, casa per casa, saranno consegnate al sindaco del paese, Marco Lenna, sabato 12 giugno durante una pubblica assemblea indetta per le 11 nella sala consiliare del municipio. «La petizione sottoscritta – ha spiegato Ira Conti di Pas- è costituita da una proposta di ordine del giorno con il quale l’amministrazione comunale dovrebbe dichiarare l’acqua quale bene comune, la cui gestione deve rimanere priva di rilevanza economica, il che significa che nessuno deve guadagnare su tale servizio».

 

 

Corriere delle Alpi  07.06.2010

Riaperto il museo sul monte Rite

«Sarà un osservatorio Unesco»

La proposta di Toscani sarà discussa con Zaia

MONTE RITE. «Panorama a 360 gradi sulle Dolomiti Bellunesi patrimonio dell’umanità». E’ quello che si gode dalla cima del Rite, dal tetto del forte trasformato in museo e dai sentieri che da lì partono. Il posto giusto, dunque, per farne un “Osservatorio Unesco” sulle Dolomiti Bellunesi, l’unico punto oggi raggiungibile (ad un’altitudine di 2183 metri) da cui poter godere a 360 gradi della corona delle Dolomiti Bellunesi.

E si potrebbe di una grande parte delle Dolomiti, visto che quelle in provincia di Belluno costituiscono il 72% del totale delle cime più belle del mondo, che da un anno esatto sono state proclamate patrimonio dell’umanità.

L’annuncio è arrivato ieri, nel giorno dell’apertura del museo sul Rite, dal vicepresidente del Consiglio regionale Matteo Toscani, che anche stavolta non è voluto mancare all’appuntamento nell’ex forte di guerra oggi trasformato in luogo della memoria e in rifugio in alta quota.

«Con il governatore Zaia fisseremo a giorni un incontro con Messner e il sindaco di Cibiana Guido De Zordo, perchè oltre al progetto di funivia leggera che valorizzerà questa cima per tutto l’anno e non solo in estate, si inizi a promuovere il Rite come punto d’eccellenza, Osservatorio privilegiato su quello che da un anno è patrimonio dell’Umanità. Anche perchè questa cima, a 2183 metri, oggi è l’unica da cui si può godere a 360 gradi delle Dolomiti». Lo spettacolo che si gode dalla cima ha dell’incredibile: l’intera Valboite con le sue montagne, fino a Cortina; l’intera valle del Cadore fino ad Auronzo, la valle di Zoldo.

Oggi il Rite è raggiungibile unicamente nella bella stagione grazie alle navette che veicolano i visitatori lungo i 7 chilometri della vecchia strada militare: «Da tempo esiste il progetto di una funivia leggera che renda fruibile il Rite per tutto l’anno», spiega Toscani. «L’impianto non sarebbe invasivo nè i costi eccessivi, ed anche di questo parleremo con il presidente Zaia. Al di là della funivia, comunque, l’eccellenza unica al mondo di questa cima va promossa soprattutto alla luce del riconoscimento dell’Unesco. I ‘vicini’ delle province autonome hanno molte ‘specialità’, ma una cima come il Rite è patrimonio solamente bellunese. Proprio per questo si può e si deve costituirla ad Osservatorio, evitando le navette e legandola alla tutela dell’Unesco; in questo modo potrà apportare solo benefici al nostro Cadore, non unicamente in estate ma per tutto l’anno».

 

«Via le auto dalle strade dei passi»

Per Messner si dovrebbe cominciare con un esperimento sul Pordoi

L’alpinista ha inaugurato la mostra dedicata alle Dolomiti, toccando vari temi, dalla funivia all’agricoltura

Marcella Corrà

MONTE RITE. «E’ questo il luogo più bello delle Dolomiti». Lui se ne intende, parla con cognizione di causa, visto che conosce benissimo le Dolomiti, ne ha scalate tante, le ha percorse, amate e studiate. Reinhold Messner ieri ha inaugurato la stagione 2010 del museo tra le nuvole, sulla cima del monte Rite dove è allestita una mostra temporanea dedicata quest’anno al riconoscimento Unesco delle Dolomiti patrimonio dell’umanità.

Decine di persone sono salite a piedi o con le navette per assistere all’inaugurazione, per parlare con Messner, farsi fotografare o semplicemente per una escursione in uno dei luoghi più belli delle Dolomiti. Anzi, il più bello, come ha detto Messner.

Un luogo da preservare, da tutelare, togliendo ad esempio le navette che salgono i 7 chilometri di strada bianca che salgono da passo Cibiana.

«Questo luogo deve essere lasciato tranquillo, via i rumori delle navette e la polvere che sollevano e finisce in bocca a chi sale a piedi o in bicicletta», dice infatti Messner. L’unica possibilità per consentire di arrivare in cima senza farsi tutta la scarpinata, è la funivia leggera che da passo Cibiana dovrebbe arrivare fino alla casermetta che c’è ad un chilometro dal forte, restaurata anch’essa.

Da tempo Messner spinge in questa direzione. Il Comune ha pronto un progetto di massima, ma, come ammette il sindaco De Zordo, servono sia i soldi pubblici che un investimento dei privati a cui spetterebbe poi il compito di gestire l’impianto. «Ci sono esempi di impianti simili in altre parti delle Alpi - spiega Messner - basta un addetto nella stazione in quota, che tiene sotto controllo le cabine via video».

Messner ha ribadito anche ieri la sua insofferenza alle macchine. Non solo verso quelle poche che arrivano sul Rite, ma soprattutto verso quelle che intasano i passi dolomitici.

E dagli oltre 2000 metri della cima del Rite lancia di nuovo la sua proposta: «Passaggi a tempo: cioè delle finestre orarie per far passare le auto e finestre orarie per far passare le biciclette. E poi navette per sostituire le auto. Si potrebbe cominciare dal Pordoi, ma non può essere una decisione presa dai sindaci: qui devono intervenire le tre Province».

Le proteste dei sindaci agordini contro le gare ciclistiche? «Impedirle non è una scelta intelligente: bisogna andare in un’altra direzione».

Messner racconta i suoi tanti impegni, soprattutto sul fronte culturale: il completamento del circuito museale, con il museo di Brunico che sarà pronto per la Pasqua dell’anno prossimo; un film sulle Dolomiti; un nuovo libro.

E’ un uomo pratico, un montanaro che prima è stato un alpinista, come si definisce lui stesso. «Se mi chiedono quale è la mia professione, dico che è quella del montanaro». Un tipo di montanaro che guarda lontano, ai mercati turistici dell’Oriente. «Come è possibile che i giapponesi vadano sulle montagne della Svizzera e non vengano sulle Dolomiti? E’ anche colpa nostra, non siamo stati capaci di far conoscere le nostre bellezze».

E tutti quelli che detestano le frotte di turisti sulle montagne? «Ci sono fondamentalisti, non si sa di quale colore politico, che non vogliono nè strade nè caccia. Non capiscono niente».

Il tema della caccia, per tenere sotto controllo la popolazione degli ungulati, salta fuori da una domanda sul futuro dell’agricoltura in montagna. «Nel Sud Tirolo occorre abbattere un numero preciso di capi, maschi e femmine. E chi non lo fa, rischia le multe. Cervi e caprioli non hanno più predatori naturali, lupi e orsi. E quindi devono essere tenuti sotto controllo dall’uomo».

E per l’agricoltura, per farla tornare in montagna, serve - spiega Messner - fare quello che ha realizzato lui in Alto Adige: unire la produzione, ad esempio dei formaggi, con la vendita diretta. «Inutile vendere alle latterie e alle cooperative. L’allevatore guadagna troppo poco: meglio se riesce a vendere direttamente, ai turisti che arrivano fino alla sua malga».

L’agricoltura potrebbe essere anche una valvola di sfogo per il lavoro che continua a mancare.

 

 

Il Gazzettino  07.06.2010

CIBIANA Messner apre la stagione a Monte Rite e torna a tuonare in difesa del suo modello di montagna

«Seconde case, rovina delle Dolomiti»

La ricetta dell’alpinista: «L’economia si salverà solo riprendendo a coltivare la terra»

Bortolo De Vido

In cima al monte Rite, Reinhold Messner ieri a ruota libera. Una lunga serie di enunciazioni, confortate da valutazioni concrete, hanno definito ancora meglio il suo pensiero sull'ecosistema montagna. «Le Dolomiti stanno franando su se stesse e l'uomo continua a rimanere indifferente; occorre dire un no assoluto alle seconde case che sono la rovina dell'economia; la montagna si salverà solo con il ritorno alla coltivazione della terra e solo se il montanaro potrà occuparsi dignitosamente della tutela del bene fondamentale, la natura da legare però all'accoglienza dei forestieri, cioè al turismo». Nominato recentemente ambasciatore di biodiversità, il noto alpinista è stato uno dei promotori del riconoscimento delle Dolomiti a patrimonio dell'umanità; a loro ha dedicato una mostra, che resterà aperta fino a settembre, ospitata in una sala del suo "museo tra le nuvole».

Ieri l'inaugurazione, alla presenza di molto pubblico salito fin lassù per ascoltare dalla viva voce del "profeta" le condizioni perchè la prestigiosa designazione si trasformi anche in volano di sviluppo. Ma per Messner l'incontro è stato una occasione per ribadire che è necessario prestare maggiore attenzione alla tutela dei "monti pallidi", partendo proprio dall'ambiente e dalla sua salvaguardia. «Dobbiamo assumerci, tutti insieme, delle responsabilità nei confronti di questo patrimonio, ha detto, a cominciare dalla presenza di un turismo più consapevole e sostenibile, un turismo in grado di coniugare al meglio cultura e natura». «E' quello che stiamo cercando di fare», gli ha risposto Matteo Toscani, vicepresidente del consiglio regionale; la cima del Rite diventerà presto un "osservatorio Unesco" sulle Dolomiti, da un anno proclamate patrimonio mondiale dell'umanità. «A questo proposito, ha detto Toscani, ci sarà a giorni un incontro tra il governatore Zaia con Messner e il sindaco di Cibiana De Zordo, con l'obierttivo di individuare le strategie idonee per promuovere il Rite come punto d'eccellenza, luogo di estatiche contemplazioni ma anche momento di incontro per seri e concreti progetti sul futuro della montagna». Per il Rite, sì incondizionato di Messner alla funivia leggera che porti i visitatori in vetta al posto delle poco ambientaliste navette, sì alla mountain bike, sì alla salvaguardia che sia però anche "finestra" sull'ordinato sviluppo economico delle vallate dolomitiche. «L'uomo montanaro ha diritto di pensare e di agire per una sua sopravvivenza, fignitosa e appagante, all'interno di un ecosistema equilibrato e aperto». D'accordo il sindaco di Cibiana, De Zordo: «pronto a cogliere i nuovi modelli che mettano d'accordo conservazione e sviluppo».

 

 

La Vita Cattolica  05.06.2010

Da Tondo l’ok e l’impegno a investire 350 mila euro. Manca solo un ente locale capofila

Riparte il treno per Villa

Si sono conclusi domenica 23 maggio, con la chiusura della mostra fotografica, i festeggiamenti per il centenario dall'apertura della Ferrovia Carnia-Tolmezzo-Villa Santina, inaugurata l'8 maggio 1910.

Le iniziative, organizzate dall'associazione «Ferrovia turistico museale Carnia-Tolmezzo» (Ftmct), hanno permesso a diverse centinaia di persone di riscoprire la piccola linea, per molti anni unico collegamento tra la Carnia ed il resto della regione, oltre che, attraverso la Pontebbana, con l'Austria.

Nella conferenza organizzata a Palazzo Frisacco di Tolmezzo 1'8 maggio scorso, l'associazione ha presentato la propria iniziativa, volta alla salvaguardia del tratto di linea, al fine di preservare un pezzo di storia, cultura e tecnologia.

E intervento del presidente della Giunta regionale, Renzo Tondo, ha dato ai soci e a quanti desiderano salvare la linea un briciolo di speranza. Dopo le voci che vedono la linea sacrificata per far posto ad una condotta fognaria, l'apertura di Tondo all'iniziativa della Ftmct potrebbe dare nuova vita al sodalizio. Il presidente si è impegnato a finanziare il ripristino della linea con 350 mila euro, qualora l'associazione presentasse un progetto di esercizio e gestione, assieme ad un ente pubblico in qualità di capofila. Il tutto senza ulteriori aggravi per la Regione.

Il progetto, già redatto dall'associazione alcuni anni fa, verrà ora rielaborato, per poter offrire all'ente che si affiancherà, tutte le garanzie del caso.

L'associazione intende attivare sulla linea un servizio turistico tra Carnia e Tolmezzo con treni d'epoca (inizialmente una delle automotrici diesel della Ferrovia Udine-Cividale, accantonate un anno fa) con fermate lungo la linea per scoprire scorci e opere d'arte particolari. Grazie alla collaborazione con altre realtà turistiche della zona e con il Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio, è intenzione della Ftmct organizzare tour ferro-turistici della regione, con collegamenti anche con Carinzia (Gruppo amici della ferrovia di Ferlach) e Slovenia (treno turistico Nova Gorica-Bled).

Nei siti di Carnia e Tolmezzo, inoltre, l'associazione vorrebbe raccogliere altri rotabili e cimeli, per creare una piccola raccolta di mezzi e documenti riguardanti la linea Carnica, le Ferrovie Venete (costruttrici della linea) ed altri soggetti ferroviari.

Tornando alle iniziative per il centenario, la mostra di foto e cimeli d'epoca, allestita presso l'ex stazione di Tolmezzo della ferrovia Carnica, è stata visitata da oltre 200 persone nei 15 giorni di apertura. Le foto, recuperate e digitalizzate dalla Coop Guarnerio di Udine, sono state scelte tra le numerose che impreziosivano le carrozze della linea, con scorci sulla linea ed i paesaggi circostanti.

Numerosi anche i cimeli, libri e attrezzature, modelli e schemi della linea di proprietà dell'associazione che, prossimamente saranno esposti presso l'Archivio di Stato di Verona che ha collaborato nella ricerca di documenti d'epoca riguardanti la ferrovia Carnia-Tolmezzo-Villa Santina.

Tutte le iniziative sono state sostenute e patrocinate dal Comune di Tolmezzo che, nella persona del sindaco Dario Zearo, ha offerto gli spazi per conferenza e mostra, oltre a sostenere anche pubblicamente l'iniziativa. Assieme al sindaco, anche l'Arcivescovo emerito, mons. Pietro Brollo, ha voluto essere presente all'inaugurazione della mostra, portando anche i suoi ricordi personali di quando, bambino, vedeva arrivare il trenino sbuffante.

 

 

Messaggero Veneto  03.06.2010

Acque ai Comuni: l’Associazione Pas rivendica la gestione

TOLMEZZO. «E così, dopo essersi fatto conoscere dagli utenti della montagna per aver trasformato l’acqua da dolce a salata, il presidente dell’Ato Andrea Zuliani ne difende addirittura l’operato dal fuoco amico del presidente della Provincia (un carrozzone che andrebbe eliminato) Pietro Fontanini cui dovrebbe passare la gestione idrica».

Così Alfio Anziutti di “Per altre strade” (Pas) attacca l’Ato rivendicando ai comuni la gestione e la proprietà delle acque. «Non faccia finta di non sapere, il presidente Zuliani, che la legge Galli prevedeva gli Ato a livello di “bacino idrografico”. Da noi invece questi coincidono, guarda caso, col territorio delle 4 province. Il trapasso è quasi naturale, come lo sarebbe quello verso la Comunità montana, assassinata dai “destri regionali” per ricreare, un “Comune Unico” fotocopia».

Zuliani, secondo Anziutti, esalta il ruolo dei sindaci invocando per gli stessi maggiori poteri nella gestione del servizio idrico. «Perché non si batte per la gestione diretta dei comuni? - si interroga Pas - Al presidente Zuliani chiediamo: Difende i sindaci e il loro ruolo. Bene! Come mai ai Comuni di Ligosullo, Cercivento, Comeglians e Forni Avoltri ha negato la facoltà, prevista dalla legge, di gestire in proprio e direttamente il servizio idrico, come deliberato dei rispettivi consigli comunali?».

Invocando ed esaltando il ruolo dei Comuni, sempre secondo Pas, Zuliani dovrebbe lasciarli gestire l’acqua «direttamente e in proprio, come sempre hanno fatto, battendosi in Regione affinchè lo possano fare tutti i Comuni montani che lo desiderino». «Forse non lo fa- prosegue Anziutti - perché sa che la bolletta avrebbe cifre di gran lunga minori di quelle di Carniacque». I comuni non devono essere ridotti ad un “ufficio reclami dei cittadini”. «Ma il presidente Zuliani non sa forse che gli utenti, sempre più disagiati e arrabbiati, debbono recarsi sino a Tolmezzo per conferire con Carniacque e non certo più dal loro sindaco.

Zuliani non si lamenti dunque del fiato sul collo della Provincia. Come la Regione che spiana la montagna, anche lui ha ferito l’autonomia dei Comuni carnici». «Prima o poi – conclude Pas – “chi di spada ferisce…” Finchè anche le Province non spariscono, faremo in modo che non accada lo stesso per i comuni della Carnia». (g.g.)