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Tesi di laurea - Cecilia Alzetta

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GENNAIO

Corriere delle Alpi  30.01.2011

Il consigliere Anas invita gli enti locali a concentrarsi sul primo lotto, il più probabile

L’A27 solo fino a Longarone

E’ una delle ipotesi più accreditate anche da Mainardi

 

Passo avanti per il prolungamento

Nei giorni scorsi è iniziata l’istruttoria del gruppo Via nazionale

L’AUTOSTRADA Mainardi: «Entro l’estate la Regione potrà indire la gara ma è meglio spezzare l’opera in due lotti»

Irene Aliprandi

BELLUNO. Passi avanti per il prolungamento della A27. Un paio di settimane fa è iniziata l’analisi del progetto da parte del gruppo istruttore della Via nazionale, che potrebbe concludere il suo lavoro prima dell’estate. A quel punto la Regione dovrà bandire la gara, ma nel frattempo sarebbe opportuna un’azione da parte degli enti locali, per dividere l’opera in due lotti, come spiega il consigliere Anas Bortolo Mainardi.

Mainardi era presente all’incontro preliminare (fase di scoping) per l’istruzione della valutazione di impatto ambientale nazionale. «Siamo all’inizio», spiega l’architetto cadorino, «il gruppo ha chiesto alcuni chiarimenti e, secondo la mia esperienza è ragionevole pensare che il decreto di Via nazionale arrivi prima dell’estate, dopodiché la Regione può mettere in gara il progetto».

La Via riguarda il project financing lanciato da tre soggetti privati (Grandi Lavori Fincosit spa, Adria Infrastrutture spa e Mantovani spa), il tracciato da Pian di Vedoia a Macchietto: 21 chilometri che costeranno oltre 2 miliardi di euro, ma la stima è ormai datata e la sostenibilità economica dell’opera, totalmente a carico dei privati può essere motivo di dubbio. Ecco perché Mainardi suggerisce di “spaccare” in due il progetto, iniziando dalla prima parte, meno costosa.

«Ho proposto di dividere il prolungamento in due lotti», spiega il consigliere nazionale Anas, «in modo da velocizzare i tempi di realizzazione. Il primo lotto, di circa 8 chilometri, inizia a Pian di Vedoia e supera Longarone, il secondo va da Castellavazzo a Macchietto. Vorrei sollecitare la politica bellunese e regionale a valutare questa opportunità e a promuoverla, perché», dice chiaramente Mainardi, «il primo lotto è più facile da realizzare».

In sostanza la variante di Longarone diventerà realtà seguendo il progetto dell’autostrada, mentre è probabile che Castellavazzo debba aspettare di più, o veder modificato il disegno del prolungamento.

Mainardi risponde anche a chi chiede notizie della variante di Longarone, quella pensata come strada non a pedaggio e inserita nel piano quinquennale dell’Anas.

«La variante non è mai uscita dal piano, ma non è mai stata finanziata. Io non ho nemmeno mai visto il progetto, che non è stato acquisito da Anas. La variante è sempre stata riproposta, accanto ai contratti di programma che riguardano le opere finanziate e che possono partire nel giro di due o tre anni. Il superamento di Longarone è compreso nell’elenco degli “ulteriori interventi appaltabili”, per i quali mancano risorse individuate». Al di là dell’aspetto tecnico, è la politica ad aver abbandonato la variante: «E’ logico che se va avanti il project financing», conclude Mainardi, «la variante viene lasciata in sospeso, perché o si fa uno o si fa l’altro e il project è a carico dei privati».

Ma le due ipotesi non sono identiche, i tracciati sono diversi e anche la gestione, oltre al fatto che il prolungamento sarà a pedaggio.

 

 

Piol: «Quella sarà la variante di Longarone»

L’ex assessore sulla perdita di tempo per un progetto peggiore

BELLUNO. Che fine ha fatto il project financin per l’autostrada? A chiederlo è Quinto Piol, ex assessore provinciale alla mobilità e responsabile provinciale della viabilità per il Partito democratico. «Quest’anno scade il piano quinquennale dell’Anas (2007-2011) che prevedeva almeno due opere importanti per il bellunese: la Anzù-Busche o circonvallazione di Feltre e la variante di Longarone, entrambe non realizzate». Nel secondo caso, tutto si è fermato quando tre imprese hanno risposto al lancio del project financing per il prolungamento della A27, che poi dovrebbe collegarsi alla A23. In teoria il costo dell’opera doveva essere interamente sostenuto dai privati, ma i dubbi non sono mai mancati: «Siamo passati da promesse e promesse, ma il bando non si è mai visto e quanto si temeva si sta avverando», dice Piol, «noi non abbiamo mai creduto che il prolungamento autostradale si potesse fare davvero gratis. Molti tecnici, della Regione e della Provincia hanno manifestato il loro dubbio sulla sostenibilità economica dell’opera, ma di fronte alla determinazione della Regione Veneto abbiamo scelto di dire di sì».

Nel Piano di coordinamento territoriale redatto dall’amministrazione Reolon, dopo aver definito priorità il superamento di Longarone, sono state inserite sia la variante che l’autostrada: «L’importante era che qualcosa si facesse, invece al momento abbiamo solo perso cinque anni», dice ancora Piol, ricordando che la variante poteva essere appaltata nel 2009. Molti sostengono che i soldi per quella strada non ci siano mai stati, ma l’ex assessore spiega come il meccanismo di finanziamento dei piani Anas sia tale da spingere i progetti che vengono sviluppati, evitando di investire in opere che non vanno avanti. Ora il dubbio è: la variante di Longarone verrà reinserita nel prossimo piano quinquennale di Anas?

Una delle ipotesi abbastanza probabili è che si finisca per acquisire il progetto del prolungamento della A27, “trasformandolo” in variante, che verrà realizzata con i soldi pubblici, ma secondo Piol sarebbe un peccato: «Il progetto della variante (due gallerie in destra Piave) ha minor impatto ambientale dell’autostrada (gallerie in sinistra Piave, ma dopo un tratto in alveo all’altezza di Longarone). Sarebbe veramente grave se andasse a finire così, perché vorrebbe dire aver perso molti anni per avere un progetto peggiorativo». In ogni caso non si può far calare la tensione su un’opera del genere: «La Provincia dovrebbe stare alle costole di Anas e Regione perché le cose vengano fatte. Si dice che mancano i soldi ed è vero, ma con questa scusa si giustifica l’inefficienza e non si fa nulla. Con il mito dell’autostrada hanno tenuto tutto bloccato. Non si può essere contrari al prolungamento, va benissimo, ma nessuno ha mai capito come possano fare i privati a rientrare dei costi». (i.a.)

 

 

Nel frattempo Anas ha completato i lavori sulla Cavallera

In Provincia le ultime notizie risalgono a oltre due mesi fa

BELLUNO. La Provincia è fiduciosa: il prolungamento dell’autostrada si farà. Ne è convinto l’assessore provinciale alla viabilità Ivano Faoro, che però non ha più notizie del progetto da un paio di mesi. «L’ultimo passaggio che ci risulta», dice l’assessore, «è quello in Commissione Via regionale, un paio di mesi fa, dove il tracciato è stato approvato». Si tratta del progetto definitivo (quindi non ancora all’ultimo step): «Ora il progetto è stato mandato a Roma», continua Faoro, «per tutte le autorizzazioni del caso. Io credo che arriveremo a realizzare il prolungamento dell’autostrada fino a Rivalgo e sono favorevole a che si faccia. E’ ovvio che nel caso di opere tanto importanti i tempi non sono mai “ragionevoli”».

Nel frattempo è passato sotto silenzio il completamento dei lavori di sistemazione della Cavallera, la vecchia strada che andava in Cadore. Dopo una breve disputa con la Provincia nel 2005, l’Anas ha conservato la proprietà della Cavallera e si è fatta carico degli interventi necessari, per circa 2,5 milioni di euro. Attualmente la via è percorribile dai frontisti, ma potrà tornare molto utile in caso di lavori lungo l’Alemagna. Un esempio potrebbe essere la manutenzione straordinaria della galleria di Caralte che presenta diversi problemi ormai piuttosto pesanti.

 

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Il Gazzettino-Bl  28.01.2011

Lettere

DOLOMITI

Logo ispirato ai grattacieli

Il designer del logo delle Dolomiti ha dichiarato (cfr. "Lo Scarpone", gennaio 2011, p. 6) di essersi ispirato ai grattacieli di New York. E la sua scelta è stata ufficializzata. Com’è potuto accadere ciò? Nel momento in cui si dice di voler valorizzare le montagne, si avvalla l’idea (nemmeno discussa, tant’è ovvia) che il metro di misura sia, comunque, quello urbano, anzi delle grandi città. Non è stata un’ulteriore forma per dire ai montanari: siete marginali, in seconda linea? Era necessario ricorrere ad una realtà (i grattacieli) a noi estranea e che vogliamo resti estranea, per far capire la nostra specifica identità, quella per cui siamo stati riconosciuti dall’Unesco "patrimonio dell’umanità"?

La montagna non ha bisogno di essere culturalmente "modernizzata" o "civilizzata", né urbanizzata. Noi montanari non siamo periferia di alcun’altra comunità, siamo noi stessi, né vogliamo diventare un po’ alla volta delle "riserve urbane". Né Belluno, né Bolzano, né Pordenone, né Trento, né Udine hanno mai chiesto, né si sognano di pretendere che le Dolomiti, parte amabile del loro territorio provinciale, diventino dei loro quartieri suburbani, dei vasti parco-giochi per i fine settimana.

La montagna può e deve essere amata in sé stessa, proprio perché montagna. Nelle sue luci, nei suoi colori, nelle sue cime, nei suoi boschi, nelle sue radure, nei suoi silenzi, nel profumo dei suoi prati, nel gorgogliare delle sue sorgenti; nel suo mistero e nelle sua vastità; in quel che di nostalgia d’infinito che suscita in te, nelle gioie che ti dà e solo essa sa darti, nella sua capacità di farti sentire a casa; nelle sue asprezze, nelle sue difficoltà, nel rigore dei suoi freddi e, pur sempre, nel suo incanto, che ad ogni stagione si rinnova e ti regala. E tu senti, con umile gratitudine, e sai, anche se non riesci ad esprimerlo, che solamente vivendo in essa e con essa sei pienamente te stesso; e felice; e che le città, che pur ti offrono molto, e di cui per certi servizi hai bisogno, non ti possono dare quel ch’essa ti dà e tante volte ti ha dato, disinteressatamente, come una vera madre.

Questa, secondo me, è la montagna; e questa è la montagna che merita di essere tutelata, valorizzata, amata.  don Floriano Pellegrini

 

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Messaggero Veneto  21.01.2011

Ugl contro l’elettrodotto aereo

TOLMEZZO. La Ugl Chimica-Energia prende posizione con Mario Comis e Franco Vesnaver sui temi scottanti della Carnia schierandosi contro l’elettrodotto aereo della Val del But ed il progetto Edipower. «E’ la prima volta che un sindacato si sbilancia su questi temi - sottolinea Comis - Dopo il protocollo di intesa siglato da Cgil alto Friuli–Cisl e Uil assieme ad Asso-industria, favorevole alla costruzione dell’autostrada di collegamento A23-A27 che attraversa un territorio riconosciuto patrimonio dell’umanità e che presenta una ancora numerosa attività zootecnica e agricola, è divenuto nell’evidenza complicato e rischioso per un sindacato esporsi e sbilanciarsi con proposte relative alle cosiddette “grandi opere”, in quanto quasi sempre queste vengono presentate sventolando le bandiere dell’occupazione».

Con questa premessa la Ugl si chiede quale sia l’impedimento, per i proponenti di Alpe Adria Energy, nel collegarsi con l’elettrodotto della Secab di Paluzza che trasporterà energia dall’Austria su un cavedotto sotterraneo. «Crediamo.- prosegue il sindacato – che i comuni interessati rinuncino alle varie compensazioni derivanti da un eventuale elettrodotto aereo, per avere una linea sotterranea. Volendo tutelare gli interessi dei lavoratori, ci chiediamo su quali basi e con quali soggetti sono stati presi gli accordi relativi al reinvestimento dei ricavi derivanti dalla vendita di energia da parte di Pittini & Fantoni; quali le percentuali degli utili destinate alla ricerca, all’innovazione tecnologica e quelle fissate per le nuove assunzioni?». Il riparto stabilito per le compensazioni creerebbe inoltre un precedente per la Carnia. Se questi ristorni ai comuni andranno solo ai comuni interessati, questo rivoluzionerebbe il criterio dell’assegnazione dei fondi, che nel caso delle captazioni della acqua dall’asta del Tagliamento sono state diverse ripartendoli su un numero maggiore di soggetti. (g.g.)

 

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La Repubblica  21.01.2011

La battaglia dell'acqua così la privatizzazione gonfia le nostre bollette

di Ettore Livini

MILANO - Il risiko dell´oro blu si prepara a ridisegnare la mappa dell´acqua italiana. Nei prossimi 12 mesi - salvo stop dal referendum di giugno - un po´ di maxi utility italiane, i grandi costruttori di casa nostra e un´agguerrita pattuglia di colossi stranieri si affronteranno in una partita miliardaria: la riorganizzazione della rete idrica tricolore con un´apertura più decisa ai privati. I vincitori si spartiranno un Bingo da sogno: il ricco (e anticiclico) mercato delle bollette - già cresciute del 65% dal 2002 a fine 2010 - e la gestione dei 64 miliardi di euro di investimenti necessari per rimettere in sesto i 300mila chilometri di tubi che trasportano il prezioso liquido dalle sorgenti fino ai rubinetti di casa nostra. Un colabrodo «non degno di un paese avanzato» - come dice tranchant il Censis - che perde per strada 47 litri ogni 100 immessi in rete, con un danno di 2,5 miliardi l´anno.
La strada a livello legislativo è già tracciata: entro dicembre - dice il Decreto Ronchi - gli enti locali dovranno aprire definitivamente ai privati questo mercato. Mantenendo la proprietà dell´acqua ma affidandone a terzi la gestione industriale. C´è solo un ultimo (fondamentale) ostacolo per questa rivoluzione che rischia di avere conseguenze importanti anche per il portafoglio dei consumatori: il referendum di giugno che chiede l´abrogazione del provvedimento, lasciando il servizio idrico nazionale in mano allo Stato. Ma quanta acqua potabile abbiamo in Italia e perché la nostra rete è in condizioni così disastrose? Chi saranno i protagonisti di questa corsa all´oro blu? Ed è vero che con lo sbarco dei privati nei rubinetti di casa pagheremo bollette molto più alte?

UN TESORO DAL CIELO

Giove pluvio ha avuto un occhio di riguardo per il Belpaese. Sull´Italia, certifica Eurostat, cadono in media 296 miliardi di metri cubi l´anno di pioggia (per il 42% al nord) cifra che ci mette al sesto posto nel continente dietro Francia (485), Norvegia (470), Spagna (346) e vicini a Svezia (313) e Germania (307). Al netto dell´evaporazione e dei deflussi abbiamo accesso a 157 miliardi di metri cubi (3mila l´anno per abitante). Un capitale immenso che però - come spesso accade nel nostro paese - non riusciamo a far fruttare visto che in rete pompiamo "solo" 136 metri cubi a testa ogni dodici mesi.

Dove si perde tutto questo ben di Dio che piove dal cielo? In buona parte nei fiumi e sottoterra. «L´Italia non ha gli invasi necessari per conservare questo tesoro per i periodi siccitosi», ripete da anni l´Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni (l´agricoltura consuma 20 miliardi di metri cubi l´anno contro i 16 dell´industria e i 5,2 per consumi domestici). I 337mila chilometri di acquedotti tricolori ci danno così accesso solo a un terzo di quanto è disponibile in pozzi e sorgenti. E quando bene siamo riusciti a imbrigliare l´acqua in un tubo, non riusciamo a trasportarla sana e salva a destinazione: di100 litri raccolti alla fonte, al rubinetto ne arrivano solo 53. A Bari, certifica l´Istat, bisogna mettere in rete 206 litri per riuscire a consegnarne 100. A Palermo 188, a Trieste 176. Milano (dove i smarriscono solo 11 litri ogni 100) e Venezia (9) sono mosche bianche in questa liquidissima galassia di sprechi che butta dalle sue falle - calcolano Civicum e Mediobanca - qualcosa come 2,5 miliardi di euro di oro blu ogni anno. In Germania, per dire, la dispersione è di sette litri su 100 (e lì è una cifra che fa scandalo) mentre la media europea è del 13%.

IL QUADRO DI REGOLE

Chi gestisce oggi la rete idrica nazionale? Cosa cambierà con il decreto Ronchi che - salvo successo del referendum - allargherà la presenza dei privati nel settore da fine 2011? Fino a pochi mesi fa il quadro di regole era quello disegnato dalla legge Galli a metà degli anni ‘90. Un´Italia dell´acqua "federale" divisa in 92 Ambiti territoriali ottimali (Ato) pubblici - prima se ne occupavano 8.500 comuni - che dopo aver steso un programma di interventi necessari per migliorare la rete dovevano riaffidare il servizio. Una piccola rivoluzione accompagnata dal passaggio da un sistema tariffario rigido (regolato dal Cipe per tutto il paese) a una tariffa reale media in grado di coprire gli investimenti e un rendimento garantito al gestore (il 7%). Con un tetto di incremento annuo per i prezzi al consumo fissato comunque al 5%.
La metamorfosi però va ancora a rilento. A 15 anni dalla riforma, dei 92 Ato - dice il Blue Book 2010 di Utilitatis - solo 72 hanno provveduto ad affidare il servizio. E l´acqua è ancora saldamente in mano pubblica. Ben 34 Ato hanno girato la gestione a realtà controllate al 100% da enti locali. In tredici casi è stata passata a società quotate ma a forte presenza pubblica come le multitutility e in altri dodici ad aziende miste pubblico-privato. Solo 6 Ato - di cui cinque in Sicilia - hanno consegnato le chiavi dei loro acquedotti (ma non la proprietà) interamente ai privati. Cosa cambierà a fine 2011? Il Decreto Ronchi farà decadere tutti gli affidamenti in house, quelli a società interne, a meno che non si apra il capitale per almeno il 40% a un socio privato. Le municipalizzate potranno invece conservare la gestione solo se la quota pubblica del loro capitale scenderà sotto il 40% a giugno 2013 e sotto il 30% a fine 2015.

I NUOVI PADRONI DELL´ORO BLU

Chi sono i protagonisti privati di questo risiko dell´oro blu? L´identikit dei concorrenti ai nastri di partenza è già abbastanza chiaro. Anche perché molti di loro hanno già messo uno zampino nel mercato idrico nazionale e si stanno organizzando da tempo per la grande partita della privatizzazione. A far gola non è soltanto il business dell´acqua in sé. Anzi: «Il tetto al 5% dell´incremento delle tariffe è un limite che spaventa molti potenziali investitori», ammette Adolfo Spaziani, direttore di Federutility. Il boccone più grosso sono gli investimenti necessari per tappare le falle degli acquedotti nazionale: una torta gigantesca da 64,1 miliardi nell´arco dei prossimi 30 anni (compresi interventi su fogne e impianti di depurazione), stima il Blue Book 2011, che fa gola anche ai costruttori.
Da dove arriveranno questi soldi? Per il 14%, stima il Censis, da aiuti pubblici a fondo perduto. Per il resto saranno finanziati con le bollette. L´aumento necessario tra il 2010 e il 2020 - calcola Utilitatis - sarebbe del 18%. Soldi. Tanti. Che hanno già attirato diversi pretendenti al business dell´acqua privata. La pattuglia tricolore vede in campo tre big e qualche comprimario. Acea, la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti in diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società capitolina non ha mai nascosto il suo interesse per l´Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia. L´astro emergente - pronto a sfidare Acea per la leadership tricolore - è la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un´alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell´acqua. Alla finestra c´è anche la Hera, la utility bolognese, forte nella regione d´origine ma ai nastri di partenza - almeno in apparenza - con piani meno ambiziosi. Mentre A2a e Acegas si muovono per ora solo a livello locale.
Chi sono i big stranieri pronti a scalare l´acqua tricolore? Due hanno già scoperto le carte: Suez, il colosso transalpino, in campo a fianco dell´Acea, con cui già lavora in Toscana e Umbria e il rivale francese Veolia, che distribuisce l´acqua nell´Ato di Latina, a Lucca, Pisa, Livorno e nel Levante ligure. Una sbirciatina al dossier Italia l´hanno data gli inglesi di Severn Trent (che ha già messo un piedino in Umbria) e gli spagnoli di Aqualia sbarcati da tempo a Caltanissetta.

IL REBUS PUBBLICO-PRIVATO

Meglio per l´utente un gestore pubblico o privato? La risposta naturalmente non è facile. E l´esperienza degli ultimi anni non aiuta certo a sciogliere il dubbio. Ci sono amministrazioni pubbliche più che efficienti ed economiche - Milano ad esempio spreca poca acqua e ha una delle tariffe più basse d´Europa - e altre con bilanci e acquedotti che fanno acqua in tutti i sensi. I privati hanno spesso prezzi più alti ma in media tendono a garantire più servizi e investimenti. Proviamo a far parlare i pochi dati disponibili. Primo fatto: in assenza di un´authority che regoli il settore nessuno, pubblico o privato, riesce a rispettare gli impegni. Gli investimenti previsti dagli Ato nei loro primi anni di vita sono stati realizzati solo al 56%, dice il Coviri, l´ente che vigila sul settore con pochissimi poteri.

Le realtà a controllo pubblico sono riuscite a mandarne in porto molto meno del 50% («anche perché lo stato taglia gli stanziamenti e loro non riescono a finanziarsi sul mercato o con nuove tasse», sostiene Spaziani). Le Spa miste e le municipalizzate li hanno ridotti "solo" del 13% in base agli studi del Blue Book. «Però da quando nell´acqua operano i privati l´occupazione è scesa del 30% e i consumi sono aumentati della stessa misura», sottolinea Marco Bersani del Forum movimenti per l´acqua pubblica. La legge Galli, per assurdo, ha ingessato il sistema. Fino al 1995, quando pagava tutto Pantalone (alias lo Stato), si spendevano 2 miliardi l´anno per la manutenzione di acquedotti, fogne e depuratori. Oggi siamo fermi a 700 milioni. Roma taglia e i privati, in assenza di meccanismi tariffari premianti, investono con il contagocce.

IL NODO DELLE TARIFFE

I privati fanno pagare di più l´acqua? Questo, naturalmente, è il dato che interessa di più l´utente finale che fino a quando vede l´acqua scorrere dal rubinetto di casa si preoccupa più del suo portafoglio che dei buchi della rete a monte. Anche qui - sul fronte della bolletta - i dati empirici sono per ora pochi. Certo gli affidamenti degli Ato ad aziende miste o private che hanno promesso più investimenti hanno comportato un balzo secco della bolletta. Nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro l´anno per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più. Gli abitanti di Toscana (462 euro di spesa l´anno), Umbria (412), Emilia (383) e Liguria (367) - le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti - sono quelli che scontano prezzi più elevato (i lombardi, per dire, spendono 104 euro). Dei 25 Ato con tariffe al top, 21 sono privati o in gestione mista. «Ma una spiegazione c´è - dice Spaziani - . Lì si investe di più mentre gli Ato a gestione pubblica privilegiano per ovvi motivi di consenso politico la tariffa bassa al servizio efficiente». Ma non sempre è così: «Ad Agrigento c´è la bolletta più alta del paese e l´acqua arriva due volte la settimana e solo in due terzi della città - dice Bersani - . Salvo poi scoprire che il gestore privato Girgenti Acque ne vende un bel po´ a Coca Cola per fare una bevanda gassata». A Latina - dove il Comune è affiancato da Veolia - i costi sono schizzati «tra il 300 e il 3000%» calcola Bersani e 700 famiglie si autoriducono ogni mese la bolletta pagando il giusto (dicono loro) al Comune.
A fine 2010 un metro cubo d´acqua costava 1,37 euro (con picchi di 2,28 per l´alta Toscana e di 0,66 a Milano). Nel 2020 saremo a quota 1,63, il 18% in più con punte di +75% per l´area di Lecco (che passa alla tariffa media) e del 67% nell´Ato Bacchiglione gestito da Aps-Acegas. «Ma attenzione - dice Giuseppe Roma della Fondazione Censis - restiamo comunque ben al di sotto di quanto si spende nel resto d´Europa». Un berlinese paga per l´acqua quasi mille euro l´anno, a Bruxelles la bolletta è di 580, a Varsavia 545. A Barcellona, Oslo, Helsinki e San Francisco siamo al doppio dei 200 dollari della capitale italiana. «Purtroppo dobbiamo rassegnarci - spiega Roma - . Il dilemma pubblico-privato è un falso problema: il sistema fa acqua da tutte le parti. Due italiani su dieci non hanno il servizio di fogna, al sud quasi uno su due riceve acqua non depurata. Non importa chi gestirà la rete in futuro. Per far funzionare la rete dobbiamo alzare e non di poco il prezzo. Le tariffe oggi riflettono solo la ricerca di consenso politico». Senz´acqua, in fondo, non si può stare. E - come ricorda Spaziani - per la bolletta idrica spendiamo oggi solo lo 0,8% delle uscite mensili contro il 2% per il telefono, il 5,3% in elettricità e riscaldamento, il 14,9% per i trasporti e lo 0,9% per le sigarette. Per non parlare, dulcis in fundo, del più assurdo dei paradossi: in Italia una famiglia di 4 persone spende in media 340 euro l´anno in acqua minerale. Trentanove in più di quanto stanzia (lamentandosi) per quella che arriva dal rubinetto.

 

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Corriere delle Alpi  21.01.2011

Ieri il consiglio di amministrazione della Fondazione ha ratificato la scelta fatta da Palazzo Piloni

Tra una settimana Unesco a Cortina

Approvati anche i regolamenti. Deciso il bando per due assunzioni

BELLUNO. Tra una settimana la Fondazione Unesco prende possesso di un piano (sette stanze) del municipio vecchio di Cortina, dove per tre anni avrà la sua sede operativa. Mentre la sede legale e fiscale resterà per sempre Palazzo Piloni a Belluno, quella operativa è itinerante e per i primi tre anni è stato deciso che sia a Cortina. La scelta fatta dall’amministrazione provinciale è stata ratificata ieri dal cda della Fondazione.

Una riunione tecnica, quella di ieri, alla presenza dei rappresentanti delle cinque Province che fanno parte della Fondazione e del segretario generale Giovanni Campeol.

«Abbiamo approvato i regolamenti che ci consentono di partire in modo operativo», spiega Campeol «e quindi quelli relativi all’assunzione del personale, all’acquisto di beni e servizi e anche all’affidamento di incarichi esterni».

E’ stato in pratica deciso il bando per le due assunzioni che saranno fatte, una in area tecnica e una in area amministrativa. Due funzionari che affiancheranno Campeol e che costituiscono l’intera pianta organica.

In questi giorni il Comune di Cortina ha liberato le stanze che saranno date alla Fondazione e le sta preparando e attrezzando. «Per ora non abbiamo neppure un computer, ma era fondamentale decidere sulla sede prima di fare qualsiasi acquisto».

La Fondazione ha anche stabilito come dovrà essere composto il Comitato scientifico: sono stati stabiliti i criteri di nomina dei componenti che dovranno rispondere al requisito di rappresentanza territoriale, nonchè a quello di alto livello culturale e scientifico.

«Nella prossima riunione nomineremo il Comitato» aggiunge Campeol, a significare che le idee sono già chiare.

Proprio in questi giorni si parla di una nuova ski area tra san Vito e il Civetta. Cosa ne pensa la Fondazione? «Il nostro compito è di segnalare, suggerire, raccomandare. L’Unesco non mette vincoli, non ha autorità di questo genere. Il potere di pianificare è degli organismi pubblici. Se ci sono delle incoerenze possiamo segnalarle».

 

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Messaggero Veneto  16.01.2011

Tremila in corteo a Tolmezzo per dire no all’elettrodotto

Successo del corteo organizzato dai Comitati contro la linea elettrica, ma anche per difendere acqua e lago di Cavazzo: presenti tutti i sindaci della valle del Bût

di Antonio Simeoli

TOLMEZZO. Quando don Di Piazza, carnico di Tualis, dal palco davanti al Municipio ha citato le Beatitudini, la Carta dei diritti dell’uomo e gli articoli della Costituzione si è levato un boato dai tremila che avevano pacificamente invaso il cuore di Tolmezzo per dire ancora no all’elettrodotto Wurmlach-Somplago e per «dare un calcio ai prepotenti che cercano di sfruttare la Carnia solo per fare quattrini» per usare le parole di uno dei “ fari del corteo”, Renato Garibaldi vestito col tricolore. Le parole del parroco di Zugliano, però, sono quelle che hanno raggiunto meglio il cuore della gente. «Di sviluppo della montagna hanno parlato e straparlato - ha detto Di Piazza rivolgendosi ai politici - ma nessuno ha avviato una progettualità seria. Ora ci presentano un progetto di pochi che va a vantaggio di pochi, con la politica ancora una volta lontana dalla gente».

Parole forti, sintesi del pensiero dei tremila che dalle 13.30 hanno raggiunto il ponte di Caneva per poi marciare verso piazza XX Settembre. Un corteo rumoroso, ma composto. I tamburi cadenzavano l’� incedere della folla, i cartelli lo arricchivano, così come tantissimi giovani o famiglie intere. «A 74 anni non ho mai visto una cosa del genere» ha commentato un altro leader dei Comitati, l’e x sindaco di Cavazzo Franceschino Barazzutti. Uno che è stato protagonista della Ricostruzione e che ora si sta battendo per difendere il territorio e con esso anche tanti valori dell’epopea post-sisma. E nel mirino dei manifestanti, come era prevedibile, non sono finiti tanto gli imprenditori Burgo-Fantoni-Pittini, bensì i politici che in Regione dovranno decidere se dare il via libera all’impianto da 35 milioni, considerato proprio dagli industriali indispensabile per la sopravvivenza delle loro imprese.

Un cartello su tutti: «No all’elettroTondo». Basta questo a descrivere l’aria che si respirava ieri a Tolmezzo contro il presidente della Regione, non certo profeta in Patria, nonostante più volte abbia detto che il via libera al contestato impianto sarà dato solo se parte della ricchezza generata si fermerà nei comuni interessati: o contro il fischiatissimo sindaco di Tolmezzo Dario Zearo (che osservava la manifestaizone dalla finestra del suo ufficio) a favore dell’impianto e “reo” secondo gli organizzatori di aver tenuto lontani la Parrocchia e i coro della città dalla manifestazione con la minaccia di chiudere i rubinetti dei contributi.

Ma il messaggio che è arrivato dal corteo è stato chiaro: quassù la gente non è contro il progresso, sempre usando le parole di Garibaldi, «ma è contro quelli che confondono il progresso con la speculazione». Insomma, la linea elettrica, nonostante il progetto preveda l’eliminazione di oltre cento tralicci vecchi e l’arrivo di compensazioni per almeno undici milioni, è vista come un sopruso. E la gente non crede più alle promesse di posti di lavoro o risorse che rimangano sul territorio perchè troppe volte è stata scottata dalle promesse.

L’elettrodotto è visto come l’ulteriore calcio dei prepotenti alla gente della Carnia, la politica come un’entità astratta, lontana anni luce dalla gente. Per questo i carnici, che in piazza hanno cantato con trasporto il loro inno, quello di Mameli e hanno ricordato l’anniversario della nascita di uno dei padri della Costituzione, il senatore Michele Gortani, hanno tirato una linea, invalicabile: l’elettrodotto dovrà essere solo interrato. Visto il corteo e le idee chiare della gente, chi la valicherà dovrà mettere in preventivo una cosa: quassù di voti ne prenderà ben pochi. E non è mai una cosa da poco.

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Il Gazzettino-Ud  16.01.2011

Al corteo l’orgoglio carnico

David Zanirato

 Ancora una volta, così come era andato in scena a Paluzza lo scorso novembre, la gente movimentista della Carnia, supportata da friulani e carinziani, è scesa in strada per dire No all'elettrodotto Wurmlach-Somplago, No al furto delle acque, No al potenziamento della centrale di Somplago, nello stesso giorno dell'anniversario di Michele Gortani, tra i padri della Comunità carnica. La manifestazione organizzata ieri a Tolmezzo dal Coordinamento dei comitati per la difesa del territorio ha visto una massiccia adesione, i promotori parlano di oltre 3000 persone, dalle forze dell'ordine la stima si ferma attorno ai 2500-2800 partecipanti al corteo che nel corso del pomeriggio sono via via calati. A comporre il lungo torpedone, snodatosi dal ponte di Caneva e poi sviluppatosi lungo via Matteotti, quindi via Cavour per poi arrivare in piazza XX Settembre, si sono registrate le presenze di diversi sindaci della Carnia con e senza fascia tricolore al petto, dai primi cittadini di Paluzza, Cercivento, Ligosullo, Zuglio, Arta Terme, Raveo ai rappresentanti dei municipi di Ampezzo e Treppo Carnico. A precederli alcuni bambini e lo striscione "Unità-Diginità", vocaboli che hanno pervaso per tutto il pomeriggio l'anima del movimento. Poi dietro al capopopolo Renato Garibaldi, avvolto in un tricolore e armato di megafono, si sono succeduti diversi amministratori locali, dai consiglieri regionali della Lega Nord Enore Picco e di Sinistra e Libertà Stefano Pustetto, ai rappresentanti dei comuni carinziani di Mauthen e Dellach, quindi si sono notati il senatore Carlo Pegorer e il deputato Ivano Strizzolo del Pd, l'assessore provinciale alla Montagna Ottorino Faleschini (Udc), l'ex sindaco di centro-destra di Tolmezzo Sergio Cuzzi, diversi consiglieri di minoranza e non del capoluogo carnico tra cui Mauro Biscosi, tanti altri amministratori locali e rappresentanti di partito senza vessilli, dal Partito Democratico, all'Idv, a Rifondazione Comunista, al Fronte Friulano. E poi i rappresentanti dei comitati, da Carniainmovimento, ad Aqualibera, ai Comitati per la tutela del bacino del Tagliamento e del lago di Cavazzo a Pas-Dolomiti. Quindi le associazioni ambientaliste di Wwf e Legambiente, una nutrita delegazione di carinziani provenienti dalla Valle della Gail. Una volta giunti in piazza XX Settembre, dov'era stato allestito il palco per il comizio, ad indicare il filo conduttore della giornata ci ha pensato don Pierluigi Di Piazza, tra i pochissimi parroci della curia friulana presenti, rispetto alla passata manifestazione di Paluzza. Poi il corteo ha compiuto un altro giro del centro storico, lungo via del Din e via Roma, per ritrovarsi nuovamente in piazza, tra l'inno italiano ed il Carnorum Regio, nuovi proclami e l'imperativo finale: «Non molleremo, resisteremo».

 

 

Sul palco un prete parla di diritti

Di Piazza era l’unico rappresentante della chiesa friulana. Garibaldi: «Bella pagina di storia»

TOLMEZZO - (d.z.) «Questa è stata una partecipazione straordinaria, un intero popolo che non accetta di subire, si è riunito assieme per difendere la propria terra, la Carnia ha dimostrato di esserci e di voler continuare a sperare». Così don Pierluigi Di Piazza, responsabile del Centro Balducci di Zugliano ma carnico di Tualis, ha salutato i manifestanti raccolti in piazza XX Settembre a Tolmezzo. È toccato a lui indicare i sentimenti che avrebbero animato la giornata, unico rappresentante della chiesa friulana presente, rispetto invece ai diversi parroci guidati dall'Arciprete tolmezzino don Angelo Zanello che erano stati protagonisti del corteo di Paluzza. Probabilmente le tensioni delle settimane scorse sull'opportunità o meno di far parlare gli oratori dal sagrato del Duomo si sono fatte sentire, fatto sta che don Di Piazza ha arringato la folla ispirandosi alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: «Sono qui - ha detto - perchè un altra concezione del mondo è possibile, c'è una umanità che vuole difendere l'ambiente e la Carnia che continua a soffrire dello spopolamento ha bisogno di progetti condivisi e capaci di salvaguardare il territorio».

Quindi è stata la volta di Renato Garibaldi che ha esortato: «Alla faccia di chi ci considerava quattro gatti, ancora una volta abbiamo ribadito di essere determinati e uniti, abbiamo scritto un'altra bella pagina della storia carnica, mai a Tolmezzo friulani e carinziani erano stati assieme, la nostra non è una invasione ma una unione, di persone e di valori». Tra appelli e cori quindi il leader di Carniainmovimento si è rivolto nuovamente al sindaco di Tolmezzo Dario Zearo, che stava seguendo la manifestazione dalle finestre del Municipio. «Venga a vedere sindaco in quanti siamo, invece di intimidire il coro affinché non venga a cantare, siamo nella Corleone di Vito Ciancimino o a Tolmezzo?». Garibaldi quindi ha concluso: «Il bene comune vale più degli ordini di partito, le uniche contraddizioni sono le sue sindaco. Da parte nostra nessuno farà un passo indietro». Al microfono poi si sono alternati anche il rappresentante del sindaco di Mauthen, località futuro possibile terminale dell'elettrodotto, il quale ha ribadito la contrarietà al progetto espressa dall'intero consiglio comunale, che ha mandato un chiaro segnale alla Regione Carinizia. Come lui ha fatto anche il collega di Dellach, altro comune carinziano interessato indirettamente dal collegamento transfrontaliero ed Hannes Guggenberger della ProGailtal. È stata infine la volta di Franceschino Barazzutti che ha attaccato pesantemente Carniacque e nel contempo ha stigmatizzato il progetto di potenziamento della Centrale di Somplago, dopo di lui Adelvis Tibaldi del Comitato Friuli Rurale che ha ricordato la comunanza delle battaglie tra montagna e bassa pianura.

 

 

Gli amministratori

Il silenzio dei primi cittadini in polemica contro la Regione

TOLMEZZO (d.z.) Hanno condotto il corteo fino in piazza, poi dal palco i sindaci dei comuni di Paluzza, Treppo Carnico, Zuglio, Arta Terme, Cercivento, Raveo, Ligosullo, Ampezzo, con fascia tricolore addosso, hanno deciso di non dire niente, osservando un minuto di silenzio come forma di protesta «per questo modo di fare politica da parte della classe dirigente regionale che non vuole ascoltare le loro istanze e manipola le loro posizioni».

 

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Messaggero Veneto  15.01.2011

«Cimpello-Gemona superstrada»

VITO D’ASIO. La Cimpello-Sequals-Gemona deve diventare superstrada e non autostrada. Ne è convinto il geologo Dario Tosoni che invita a rispolverare il progetto iniziale « per ridurre gli impatti ambientali (nel tratto di fronte a Cornino la strada attraverserebbe Sito di Importanza Comunitaria) e per motivi economico turistici. In una superstrada sarebbe più semplice predisporre una uscita in corrispondenza della Val D’arzino che diventerebbe quindi una strategica bretella di collegamento tra la rete viaria locale e la rete stradale regionale a scorrimento veloce».
Benefici ne trarrebbero «e aziende presenti nella zona artigianale di Flagogna e a Casiacco e il flusso turistico diretto in Val d’Arzino e nell’area ai piedi del Monte Prat. Non dimentichiamoci che recentemente, un’importante azienda di questo distretto si è trasferita recentemente a Villanova di San Daniele del Friuli anche per diminuire i costi derivanti dalla lontananza dalle grandi vie di comunicazione».
L’autostrada, invece «servirebbe soltanto a intercettare parte del traffico della A23 incrementando sensibilmente inquinamento della bassa val d’Arzino senza portare ai residenti alcun beneficio».
Tosoni teme che l’opera diventi come il viadotto dell’autostrada A27 che da Vittorio Veneto porta in Cadore. «Questa grossa via di comunicazione non ha solo compromesso in maniera definitiva il paesaggio di questa valle ma ha anche decretato la fine di tutti gli esercizi commerciali presenti lungo la vecchia strada statale “di Alemagna” ora percorsa da pochi veicoli che attraversano borghi e frazioni ormai spopolati».
Esempio negativo anche quello friulano di Canal del Ferro «dove la costruzione dell’autostrada – rimarca il geologo – ha ridimensionato fortemente le realtà commerciali presenti lungo la Pontebbana ed ha in parte compromesso l’accesso turistico alle valli secondarie, prime tra tutte la Val d’Aupa, la Val Resia e la Val Raccolana».
Tosoni spera che la strada sia realizzata «tenendo in debita considerazione le richieste della popolazione residente in bassa val d’Arzino e adottando il tracciato che abbia l’impatto paesaggistico-ambientale minore».

 

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Corriere delle Alpi  14.01.2011

Fondazione Unesco, ok dal Ministero

Conclusosi in serata l’incontro tra Vettoretto, il direttore Campeol e il dicastero dell’Ambiente che ha apprezzato il cammino fatto

ROMA. Si è concluso nel tardo pomeriggio di ieri l’incontro al ministero dell’Ambiente con la Fondazione Dolomiti-Unesco, al fine di una valutazione dello “stato dell’arte” del lavoro fino ad oggi svolto dalla stessa Fondazione, ora guidata dal presidente Alberto Vettoretto (assessore provinciale con delega all’Unesco).

Alla riunione svoltasi a Roma hanno preso parte, oltre a Vettoretto, anche il segretario della Fondazione Dolomiti-Unesco, Giovanni Campeol, oltre ad alcuni tecnici competenti di una e dell’altra parte.

Assente però il ministro Stefania Prestigiacomo.

Soddisfacente l’esito del vertice dove il Ministero ha dato parere favorevole sul cammino compiuto ad oggi dal territorio e dalla Fondazione in particolare modo.

«Fra il Ministero e la Fondazione c’è una piena condivisione sia sul metodo di lavoro, sia sugli obiettivi strategici: questo clima di fattiva collaborazione ci permette di organizzare in maniera più che efficiente l’avanzamento di quanto è già stato messo in cantiere per i mesi che ci attendono», hanno commentato i due rappresentanti della Fondazione, la termine del vertice.

«Con i tecnici presenti, inoltre», continuano Vettoretto e Campeol, «è stata stilata una sorta di “scaletta” di quelli che saranno i prossimi appuntamenti ed i futuri incontri operativi, nei quali saremo in grado di implementare reciprocamente le attività da svolgere».

«Dall’incontro di ieri, riteniamo si possa dire che esce un giudizio positivo del Ministero dell’Ambiente, rispetto a quanto la stessa Fondazione Dolomiti - Unesco ha presentato (come richiesto), già sul finire dello scorso anno. Lo stesso organo ministeriale ha poi voluto enfatizzare l’importanza della Fondazione, riconoscendole un altissimo ed importantissimo ruolo strategico ed operativo», hanno concluso l’assessore provinciale e il direttore della Fondazione. «Una volta di più, quindi, il Ministero ha detto di apprezzare il lavoro che è stato fin qui svolto, dimostrando piena condivisione sulle strategie e sull’operato».

 

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Il Gazzettino-Bl  14.01.2011

Il ministero "promuove" la Fondazione

Vettoretto e Campeol a Roma. Approvato il lavoro per le Dolomiti Unesco

Si è concluso ieri nel tardo pomeriggio l’incontro al ministero dell’Ambiente con la Fondazione Dolomiti-Unesco, al fine di una valutazione dello “stato dell’arte” del lavoro fino ad oggi svolto dall’ente presieduto da Alberto Vettoretto (assessore provinciale con delega all’Unesco). Alla riunione ha preso parte anche il segretario della Fondazione, Giovanni Campeol. «Fra il ministero e la Fondazione c’è piena condivisione sia sul metodo di lavoro, sia sugli obiettivi strategici: questo clima di collaborazione ci permette di organizzare in maniera più che efficiente l’avanzamento di quanto è già stato messo in cantiere per i mesi che ci attendono - hanno commentato i due rappresentanti -. Con i tecnici presenti è stata stilata una sorta di “scaletta” dei prossimi appuntamenti».

«Dall’incontro di oggi, riteniamo si possa dire che esce un giudizio positivo del ministero dell’Ambiente, rispetto a quanto la stessa Fondazione Dolomiti - Unesco ha presentato, già sul finire dello scorso anno. Lo stesso organo ministeriale ha poi voluto enfatizzare l’importanza della Fondazione, riconoscendole un altissimo ed importantissimo ruolo strategico ed operativo - hanno concluso Vettoretto e Campeol -. Una volta di più, il ministero ha detto di apprezzare il lavoro che è stato fin qui svolto, dimostrando piena condivisione sulle strategie e sull’operato».

 

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Messaggero Veneto  13.01.201

Fondazione Dolomiti, oggi a Roma incontro con il ministro Prestigiacomo

UDINE. Sarà un incontro operativo quello in programma per oggi, alle 16, a Roma, tra i soci fondatori della Fondazione Dolomiti (le province di Udine, Pordenone, Belluno, Trento e Bolzano, la Regione Fvg e il Veneto) e il Ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo. Riunione convocata per fare il punto sullo stato di conservazione del sito Dolomiti e, in particolare, sulle attività poste in essere dalla Fondazione in vista della missione ispettiva dell’Iucn-Unesco in programma per l’estate del 2011. Visita mirata ad accertare se sono sussistono le condizioni per poter confermare l’inserimento delle Dolomiti nella lista Unesco del patrimonio naturale dell’Umanità.

All’incontro, a rappresentare la Provincia di Udine, l’assessore alla montagna Ottorino Faleschini che riguardo alla verifica in programma quest’anno e alla riunione di domani, si dice molto sereno e soddisfatto. «La Fondazione – commenta l’assessore Faleschini – ha sviluppato un lavoro articolato su più fronti recependo le raccomandazioni formulate dall’Unesco a partire dalla costituzione della Fondazione stessa (maggio 2010) e dalla messa a punto della sua gestione. A tal proposito, è stato assunto il personale di segreteria e affidato l’incarico al segretario generale».

Nell’elencare le azioni compiute, l’assessore Faleschini si sofferma in particolare sui piani di area collegati ai nove sistemi che compongono il sito definito “seriale”. Le Dolomiti, infatti, sono attualmente l’unico sito nella lista dei beni riconosciuti dall’Unesco ad avere un’estensione territoriale ampia in cui confluiscono più soggetti istituzionali rappresentativi delle diverse aree. «L’attività posta in essere per il coordinamento del sito seriale ovvero l’individuazione dei settori d’intervento e degli enti referenti nella rete – spiega Faleschini - rappresenta una progettualità innovativa alla quale l’Unesco guarda con molto interesse poiché potrebbe diventare un modello da seguire per siti con queste caratteristiche».

 

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La Repubblica  10.01.2011

VENETO

"Meglio la terra dei soldi” Dai contadini stop al cemento

Il cambio di destinazione valorizzerebbe i terreni, ma a loro non interessa.

"Questa è la nostra vita da sempre, far morire i campi non è vera ricchezza"

di Francesco Erbani

TREVISO - Prima uno, poi un altro, poi un altro ancora. Da Morgano a Valdobbiadene, da Godega di Sant'Urbano a Conegliano e quindi nel capoluogo, a Treviso. Altri, si dice, verranno. Sono contadini, proprietari di terreni che i Comuni vogliono rendere edificabili per farci villette e capannoni industriali. Ma loro si oppongono e insistono perché restino agricoli. Ci perdono tanto: il cambio di destinazione può valere dalle cinque alle dieci volte il prezzo di partenza. Non è come una decina d'anni fa, quando questo lembo di Veneto fu seminato di cemento e un'edificabilità faceva crescere anche di cento volte il prezzo agricolo. Ma è pur sempre la rinuncia a un bel gruzzolo.

Eppure non demordono. La famiglia Favaro di Morgano e la famiglia Caldato di Treviso coltivano la terra che coltivavano i nonni e chiedono di continuare o anche solo di tosare il quadrato verde che sta davanti a casa, di curare gli scolmatoi, di pulire le rogge e di non vederlo diventare lo svincolo di un distretto industriale. Nel frattempo il Comune gli impone di pagare l'Ici come se avessero già costruito. Ma dalla loro parte sono schierati il Fai e Italia Nostra e li assiste Francesco Vallerani, geografo dell'Università di Venezia.

I Favaro e i Caldato sono mosche bianche in questa provincia. Stando ai calcoli di Tiziano Tempesta dell'Università di Padova, nei piani regolatori dei 95 comuni del trevigiano sono conteggiate 1077 aree produttive, dieci per comune, la gran parte inferiori a 5 ettari e disseminate

a caso nel territorio. Molti, però, sono i capannoni sfitti (il 20 per cento in tutto il Veneto) e molte le aree già lottizzate sulle quali non si costruisce. Una, grande 15 mila metri quadri, è quasi al confine della proprietà dei Favaro. E lungo la provinciale che porta dai Caldato c'è un filare di stabilimenti vuoti. Ma nonostante questo, le concessioni di edificabilità fioccano quasi per inerzia. Chiunque può se le accaparra. Non tutti, perché il trevigiano è il territorio con il più alto numero di comitati in difesa del paesaggio, benedetti da Andrea Zanzotto che vigila dalla sua casa di Pieve di Soligo.

I Favaro hanno 4 ettari di terreno a Morgano. Coltivano mais. Ma la loro specialità è un vivaio di piante autoctone - aceri, querce, olmi, platani - allevate in un piccolo bosco che ripropone un brandello di paesaggio veneto. Chi le compra le lascia crescere lì e poi le porta via con l'intera zolla dopo tre o quattro anni. L'amministrazione comunale ha deciso che Morgano deve ingrandirsi con un'area industriale di 90 mila metri quadri in una zona paludosa, circondata da corsi d'acqua e che, sovrastata di cemento, rischia di finire sotto, come durante l'alluvione di due mesi fa. Siamo nel Parco del fiume Sile, in un sito protetto dalla Comunità europea. In questi 90 mila metri quadri ci sono i 40 mila dei Favaro. "A noi bastano i soldi che guadagniamo facendo gli agricoltori. Qui il cemento si mangia la terra, ma non porta più ricchezza", dice uno dei fratelli Favaro, "se avessimo l'edificabilità e vendessimo non ci darebbero soldi, ma un appartamentino in una villetta a schiera". Ora la decisione rimbalza fra Comune e Regione. Ma se l'edificabilità fosse imposta, i Favaro andranno in tribunale.

Più piccolo - 18 mila metri quadri - il terreno dei Caldato, alle porte di Treviso. Ma molto antica la storia che Pietro, con il fratello Roberto e la sorella Enrichetta, ha ricostruito fin dal Seicento e che attesta la loro proprietà dai primi dell'Ottocento. Ci sono una vigna, un orto e tanto prato. Ma il Comune di Treviso vorrebbe farne area industriale, squarciando il terreno con una strada che sfocia in una rotonda. E ai Caldato chiede di pagare l'Ici dal 2003, quando fu approvata la variante al piano regolatore: quasi 60 mila euro. "Della ricchezza che altri inseguono non sappiamo che farcene", dice Pietro. Ora con il Comune è in corso una trattativa. È intervenuto il sindaco. "Rischiamo di perdere la nostra terra e la nostra libertà. Ma ancora preserviamo il nostro modo di pensare e di vivere. I soldi? Non possiamo portarceli dietro quando saremo morti".

 

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Corriere delle Alpi  08.01.2011

Unesco, ecco il mea culpa

Virgili ammette l’errore per paura dei vincoli

«Se non ci sono siti è perché non abbiamo preso l’iniziativa»

SAPPADA. «E’ inutile lamentarsi e piangere perché non ci sono siti di eccellenze Unesco in Comelico e a Sappada. Quando nessuna amministrazione ha mandato in provincia la delibera per includere i siti Unesco nel proprio Comune tutti avevano paura dei vincoli». Suona più o meno in questo modo il mea culpa di Nello Virgili che in un vivace dibattito con Sergio Reolon in occasione della presentazione del libro «Alpi - Regione d’Europa» a Sappada, ha dichiarato di aver commesso un errore e come lui anche tutto il Comelico e la stessa Sappada che non hanno avuto il coraggio di insistitere per avere il riconoscimento dei siti Unesco.

Pronta la risposta di Reolon.

«L’Unesco ci ha domandato di concentrare l’indivuduazione dei siti di eccellenza al momento della prima stesura del documento. Se dal Comelico e da Sappada avessimo avuto delle richieste avremmo mediato tra le esigenze, ma poiché da questo territorio le amministrazioni non hanno fatto nessuna richiesta, abbiamo dato corso all’esigenza di Unesco di concentrare i punti di eccellenza».

Presenti in sala anche il sindaco di Sappada Alberto Graz, quello di Santo Stefano Alessandra Buzzo e quello di San Pietro, Silvano Pontil Scala che ha così commentato: «Non ci sto alla bocciatura dei sindaci».

A ben vedere davvero, le parole di Reolon sono veritiere: infatti nè dal Comelico, nè da Sappada, le amministrazioni hanno lottato per avere siti Unesco.

Un altro tema caldo dell’incontro ha riguardato il referendum provinciale. «Il gruppo del Pd voterà il referendum, non certo per passare al Trentino Alto Adige, ma semplicemente per ridare alla politica quel vigore, espressione del mandato conferito dai cittadini, che possa portare alla vera autonomia della provincia di Belluno».

Sulla scheda elettorale i cittadini della provincia troveranno una domanda che suonerà più o meno così: «Vuoi che la provincia di Belluno sia staccata dalla regione del Veneto e compresa nella regione Trentino Alto Adige?» Quindi si parla di annessione al Trentino e non di altri temi. Reolon dice ancora: «Per Sappada io non sono d’accordo che si possano fare i referendum per cambiare i confini, ma se poi si fanno i referendum questi devono valere ed avere delle risposte».

Ancora è ancora certo quindi se il partito democratico porterà in Consiglio Regionale una mozione su Sappada oppure no.

Per il resto la serata è stata caratterizzata da un fitto e a volte spinoso dialogo con gli amministratori locali ai quali Reolon e la Morandini chiedono una visione politica di insieme per superare «la politica del fare che riduce gli amministratori a semplici gestori dell’esistente condannandoli quindi alla subalternità rispetto ai poteri centrali della Regione e dello Stato. Serve invece una politica che si possa tradurre in un progetto unitario».

 

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Il Gazzettino-Bl  05.01.2011

«Dolomiti Unesco, dal Comelico nessun interesse»

Le parole di Reolon riaccendono la polemica sull’esclusione dal riconoscimento: non arrivò alcun segnale

Fatta eccezione per alcune piccole zone, il Comelico non è stato inserito nel patrimonio Unesco per il semplice motivo che i sindaci non l'hanno richiesto. A svelare i retroscena di un'esclusione, ritenuta dai comeliani ingiusta ed inspiegabile e che tante polemiche ha suscitato anche alcuni mesi fa, è stato l'ex presidente della Provincia, Sergio Reolon, a margine della presentazione del libro dal forte contenuto politico "Alpi Regione d'Europa. Da area geografica a sistema politico", scritto a quattro mani con Marcella Morandini (funzionario del Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi) e presentato l'altra sera nella sala consiliare del municipio di Sappada, davanti a cittadini ed amministratori. Tra questi ultimi, c'erano il sindaco di casa, Alberto Graz, i colleghi di San Pietro, Silvano Pontil Scala, e Santo Stefano, Alessandra Buzzo, il numero due della Comunità montana del Comelico e Sappada, Lionello Virgili.

Dunque, questi i fatti. Al momento della prima stesura del «piano», il comprensorio comeliano-sappadino era inserito all'interno del patrimonio Dolomiti. Una volta visionata l'area, l'Unesco l'ha ritenuta troppo vasta e così è stata «cassata» l'estrema parte orientale della provincia, visto che da qui non era giunto alcun segnale d'interesse. La presenza degli amministratori locali ha inoltre permesso di spaziare a 360 gradi, evidenziando la mancanza di unità d'intenti e di un progetto politico a medio e lungo termine, che vada oltre i progetti di piccolo cabotaggio e d'urgenza che, per queste caratteristiche, non salveranno le Alpi. Una riflessione, infine, è stata espressa da Reolon sulla questione referendaria sappadina («il voto dei cittadini deve valere, altrimenti risulta una presa in giro») e sul voto favorevole del Pd sul referendum provinciale, che comunque deve rappresentare «uno strumento per porre il problema dell'autonomia del Bellunese unito ai governi centrali di Roma e Venezia». Nella consapevolezza che, alla fine, nessuno andrà da nessuna parte.

 

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Il Gazzettino-Ud  04.01.2011

Interpellanza in Regione sulla ferrovia di Villa Santina

TOLMEZZO - Il capogruppo di Cittadini-Libertà Civica, Piero Colussi, chiede in un'interpellanza alla giunta che fine abbia fatto il progetto e dove siano finiti i soldi stanziati a partire dal 1978 dalla Regione per l'acquisto, il ripristino e il completamento della linea ferroviaria Carnia-Tolmezzo-Villa Santina. Secondo Colussi sono state portate avanti "scelte gestionali lesive di norme preesistenti non abrogate o modificate ,come ad esempio l'obbligo di mantenere in uso ben mantenuta la linea ferroviaria"; inoltre da parte del Cosint "deve essere data spiegazione al diniego alla messa in sicurezza della linea".

 

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