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MARZO Corriere delle Alpi 30.03.2011 Collegamento col Civetta, il «no» della sezione del Cai di San Vito
anticipa la decisione delle Regole? Ma il presidente Belli rifiuta la critica sulla tempistica sospetta «Ognuno
di noi, regoliere o meno, ha comunque libertà di pensiero» «Abbiamo ribadito quanto già espresso a livello regionale» SAN VITO. Il Cai di San Vito dice ufficialmente no al collegamento sciistico che dovrebbe unire gli impianti della Valboite con quelli del Civetta. Il direttivo della sezione ha a lungo esaminato e discusso nei particolari il progetto, al fine di esprimere in merito una propria posizione per quanto possibile univoca. Al termine della discussione, dopo un ampio confronto di posizioni non del tutto simili (e, anzi, in alcuni casi del tutto divergenti), si è ritenuto di condividere una generale indicazione di contrarietà al progetto motivata dal ruolo e dalla storia del sodalizio. Cai che, come stabilito nel suo statuto, ha come principale e storica funzione quella di difendere la naturalità dell’ambiente montano. «Resta inteso», sottolinea Renato Belli, presidente della sezione sanvitese, «che questa posizione lascia assoluta e completa libertà di pensiero ai soci e ai simpatizzanti». L’argomento è stato trattato anche nel corso dell’annuale assemblea della sezione svoltasi sabato scorso, al termine della quale per l’ennesima volta è stata ribadita la posizione di contrarietà al progetto; un no peraltro già anticipato dal direttivo regionale all’indomani della presentazione del progetto di questo controverso collegamento. E’ certamente una voce autorevole quella del Cai locale, i cui soci sono per la quasi totalità del posto; tutte persone che conoscono la montagna e che la vivono quotidianamente. Un diniego al progetto che viene però espresso a meno di un mese dall’assemblea delle Regole di San Vito, quelle che dovrà decidere se concedere i terreni al Comune per realizzare gli impianti. Sono infatti le Regole le uniche che hanno la possibilità di promuovere o meno l’iniziativa e che entro aprile si esprimeranno. Come mai allora il Cai sanvitese ha deciso di esprimere la propria
opinione proprio adesso? Perché non prima, magari in tempi non
sospetti rispetto agli attuali, a ridosso dell’assemblea regoliera? Il tutto
anche in considerazione del fatto che molti di voi sono anche regolieri... «Temevo ovviamente che ci sarebbe stata questa contestazione alla tempistica della nostra presa di posizione», risponde Belli, «ma questa decisione in fondo è solo un ribadire quanto già detto dal Cai nazionale e dal Cai regionale. Resta chiaro che i regolieri voteranno secondo coscienza», aggiunge Belli, «anche quelli che sono contemporaneamente anche membri del Cai. Ci tengo a ribadire, con la massima onestà intellettuale possibile, che il Cai non impone niente a nessuno: sottolinea solo un aspetto insito nel suo statuto, ovvero quello della massima tutela ambientale». Concorderà però sul fatto che esprimersi ora ai più può sembrare un
voler spingere da una parte piuttosto che dall’altra... «Il fatto è che ci sono giunte tante richieste che ci chiedevano di prendere posizione», conclude Belli, «e lo abbiamo fatto confermando il parere del Cai nazionale e regionale. Non abbiamo volutamente aggiunto altro e abbiamo garantito ai soci la libertà di opinione; che sarà pure una cosa ovvia, ma che voglio sottolineare». Ora si attende. Sabato alle 21 in sala congressi ci sarà un nuovo incontro indetto dall’Amministrazione per meglio capire il progetto; poi la palla passerà definitivamente alle Regole.
Il Gazzettino-Ud 29.03.2011 FORNI AVOLTRI Acquedotti, i sindaci impugnano la diffida FORNI AVOLTRI - I tre sindaci "resistenti" di Cercivento, Forni Avoltri e Ligosullo sulla gestione del servizio idrico integrato in economia confermano di non voler mollare e ieri davanti al loro legale hanno firmato la richiesta di impugnazione della delibera con la quale lo scorso 1. febbraio l'Autorità d'ambito Centrale Friuli ha intimato agli stessi amministratori di cedere, entro 15 giorni, i rispettivi acquedotti al gestore salvaguardato ovvero Carniacque. Dario De Alti, Manuele Ferrari e Giorgio Morocutti hanno quindi dato mandato all'avvocato Cesare Mainardis di presentare l'impugnazione alla diffida davanti al Tribunale superiore delle acque di Roma, dove tra l'altro è ancora pendente (verrà affrontato a maggio) il ricorso che gli stessi sindaci hanno promosso proprio avverso l'Ato per poter continuare a gestire da soli i propri acquedotti, incombenza che concretamente ad oggi continuano a sostenere. «Nelle motivazioni di questa impugnazione - spiega il sindaco di Cercivento De Alti - noi sosteniamo ancora una volta la legittimità delle scelte che i nostri Consigli comunali all'unanimità hanno votato; per questo ribadiamo che non è di certo l'Ato, ma bensì la Provincia o la Regione a poter "scavalcare" eventualmente una decisione di un ente locale come il Comune. Gli Ato del resto con il 31 marzo prossimo, ovvero tra due giorni - fa notare ancora De Alti - cesseranno di esistere a seguito della soppressione decretata dalla legge nazionale 42/2010 e i loro atti saranno illegittimi. Ecco quindi che richiamiamo per l'ennesima volta l'amministrazione regionale al suo obbligo di legiferare sulla materia». Richiesta che è stata sottoscritta anche da 190 famiglie del comune di Forni Avoltri attraverso un documento inviato al presidente della Regione Tondo (che si aggiungono alle circa 3 mila raccolte in tutto l'Alto Friuli). «Anche la stragrande maggioranza dei nostri concittadini - rileva il primo cittadino Manuele Ferrari - chiede al Consiglio regionale di stilare una nuova legge sulla gestione delle acque, lasciando a ogni amministrazione comunale la possibilità di decidere se gestire il servizio in proprio oppure affidarlo ad un ente gestore». David Zanirato
Corriere delle Alpi 28.03.2011 «L’orso Dino logo delle Dolomiti Unesco» Mountain Wilderness lo propone al posto dei monti-grattacielo Francesco Dal Mas BELLUNO. L’orso Dino come logo delle Dolomiti dell’Unesco. La proposta è di Mountain Wildernes, condivisa anche da larghi settori della Cipra. «Dino rappresenta la naturalità delle nostre montagne e la continuità delle culture attraversate da questo nostro caro amico», sostiene Luigi Casanova, portavoce di Mountain Wilderness. «Le Dolomiti stilizzate nel logo della Fondazione sono la brutta icona dei grattacieli di New York, che nulla hanno a che vedere con il nostro patrimonio». MW coglie la palla al balzo lanciata da Giampaolo Bottacin, presidente della Provincia, affinché la Slovenia restituisca Dino, dopo opportuno trattamento, in modo da poterlo esorre in un museo, affinché diventi meta di visite e di lezioni. Vittorio De Savorgnani, esponente della stessa organizzazione, condivide l’idea, ma va oltre. «Il presidente Bottacin non si limiti a quest’iniziativa, ma proponga alla Fondazione Unersco di cambiare il logo e di inserire l’orso Dino nel suo simbolo». La proposta sarà formalizzata nei prossimi giorni. Mountain Wilderness a metà degli anni ’90 compì un’attraversata delle montagna sulle orme degli orsi, dalla Slovenia alle Dolomiti del Brenta. Quel percorso è sostanzialmente lo stesso che ha compiuto Dino, arrivando fino all’altopiano di Asiago e poi ritornando a casa. «Noi allora come Dino oggi abbiamo attraversato forme diverse di montagna, comunità diverse nalla loro specificità, ma tutte legate bda un filo rosso: il rispetto della natura e di chi la abita, uomo o animale che sia. La fondazione Unesco - insiste Casanova, parlando anche a nome di Cipra, reduce da un anno dedicato ai valori della biodiversità - non potrebbe trovare simbologia più puntuale per rappresentare il meglio delle Dolomiti». Ecco perché viene condivisa, fra gli ambientalisti, l’idea di Bottacin di portare nel Bellunese l’orso ucciso e di creargli intorno un laboratorio di approfondimento, di studi legati anche ai luoghi attraversati. Quanto alla sua morte e alla possibile concausa del collare, con l’ipotesi che Dino si sia fatto del male cercando di liberarsene, le opinioni all’interno del mondo ambientalisti tendono a diversificarsi. De Savorgnani sostieene, ad esempio, che bisognerebbe trovare altre forme di controllo diverse dal collare e che, comunque, va bandita ogni forma, anche la più leggera, di “cattività”. Casanova, invece, difende il collare (seppur applicaandolo nel modo più soft), anche perché in questo caso ha consentito accertamenti scientifici di straordinaria portata, ad esempio sul letargo del plantigrado, sugli itinerari percorsi, sull’alimentazione ed altri aspetti fino ad oggi sconosciuti.
Il Gazzettino 21.03.2011 SAN VITO A dire la
sua sul progetto di nuovi impianti sciistici è il comitato "Per altre
strade" «No a ruspe e piloni nell’area Pelmo-Mondeval» Giù le mani dalle nostre montagne. È questo il messagio che vuole trasmettere il comitato interregionale Carnia-Cadore Per altre strade che interviene sul dibattito dedicato alla possibile creazione di un comprensorio sciistico sull'area Pelmo-Mondeval. Per il gruppo, gli impianti rappresentano solo un progetto avanzato per mettere in moto grossi affari e interessi soprattutto speculativi, un'iniziativa sostenuta dall'ansia di trovare una risposta immediata a problemi socio-economici che richiederebbero un'analisi ben più seria e approfondita. Sempre secondo il comitato, i problemi derivanti dalla creazione del comprensorio riemergerebbero aggravati, ben sapendo che i danni causati da scelte clamorosamente sbagliate vengono raramente messi in conto ai responsabili. «Calare ruspe e piloni sull'area del Pelmo-Mondeval rivela un'incapacità di scegliere un modello di sviluppo rispettoso della storia e dell'ambiente - affermano i rappresentanti - perché bisogna agire nel modo più coerente possibile. La montagna bellunese non è un mega super-market o un luna-park e ci auguriamo che gli amministratori del territorio siano abbastanza responsabili da non condividere questo obiettivo». Il sodalizio interviene poi anche sull'annosa questione del prolungamento dell'A27 oltre Pian di Vedoia ribadendo il concetto che un progetto del genere non sta in piedi perchè si tratta di un'opera che in condizioni normali nessun privato penserebbe mai seriamente di finanziare, e che serve soprattutto a sfamare gli appetiti insaziabili dei poteri forti, come ampiamente dimostrato e dimostrabile. Il comitato sostiene inoltre che mobilità e viabilità nell'alto Bellunese vadano ripensate in stretta relazione ad un modello economico e di sviluppo mirato perchè un territorio omogeneo, con una propria identità e fisionomia, ha bisogno di un progetto specifico. «L'attenzione va posta all'eliminazione degli sprechi, al risparmio energetico e al sostegno di un'industria realmente verde per costruire una coscienza civile: così facendo l'Italia tornerà ad essere "un campo di diamanti" dove non si coltivano soltanto patate».
Logo nuovo, vecchie polemiche Rifatto, dopo le proteste, il marchio Unesco delle Dolomiti. Ma non piace
ancora, e sembra poco rappresentativo. Così il restyling fa risaltare la crisi
di rapporti tra Fondazione e operatori turistici Il logo delle Dolomiti Unesco secondo Federalberghi non è servito a creare la svolta attesa nel turismo bellunese. «Graficamente - spiega Gildo Trevisan, rappresentante delle imprese alberghiere - è un marmocchietto nato bruttino, che forse potrebbe migliorare con il tempo e conquistarsi una personalità definita». Anche con il restyling non è scoccata la scintilla dell'amore, tra albergatori e Unesco: la speranza è che in futuro almeno la simpatia possa sopperire al fascino mancante. «Il vero problema non è il logo ma è l'operatività, l'azione congiunta tra Fondazione Unesco e operatori turistici» dice Trevisan. Ma le aspettative sono comunque proiettate già alla fine della stagione estiva: «A settembre si terrà alla fiera di Longarone una manifestazione dedicata all'Unesco e speriamo che quanto non è stato fatto primi due anni si possa recuperare e si trovi modo di collaborare». «L'Unesco, come la cultura, deve produrre le ricadute economiche che ci si aspetta. Lasciata a se stessa diventa inutile» afferma il presidente di Federalberghi Belluno. L'andamento della stagione turistica invernale intanto lascia l'amaro in bocca per gli imprenditori del turismo delle Dolomiti venete: «Abbiamo una visione in tempo reale, - confida Trevisan - e da dicembre i numeri sono in calo, in maniera molto preoccupante». Gli albergatori bellunesi hanno ben altri grattacapi: «Non basta il marchio, dobbiamo trovare il modo di attivarci maggiormente, investire nella promozione, nella strutturazione di prodotti turistici ecocompatibili, che non riguardino solo il fondovalle, ma riescano a far vivere un'esperienza in quota». La Fondazione più che dare una mano per ora è stata chiusa a riccio e non ha mai incontrato gli albergatori, ma si sta preparando un confronto anche alla presenza dei colleghi di Bolzano, stando a Trevisan. Mountain wilderness e la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi hanno chiesto un incontro senza risultato: «Non abbiamo ricevuto alcuna risposta - afferma Luca Casanova, Mountain Wilderness -. L'unica cosa che sono riusciti a fare è un marchio che identifica l'ambiente urbano con la montagna, cioè il suo opposto; e avere il patrocinio dei mondiali di bocce di Feltre. Mentre dei piani di gestione che dovrebbero essere pronti a giugno per la verifica dell'Unesco non si sa niente».
Confturismo/Parla il presidente «Basta, studiamo un marchio per il Paese» Marco Michielli, presidente regionale di Confturismo allarga il tiro: «perchè non puntare su un marchio nazionale sul made in Italy, semplice, riconoscibile e d’impatto?» Presidente, le piace il marchio delle Dolomiti? «Assolutamente no, sembra uno "skyline" di una città americana. Invece di evocare montagna, matura e neve, mi fa venire in mente grattacieli e cemento. Ma poi, diciamocelo, servono davvero questi marchi per promuovere il territorio?» Non ne è convinto? «Jesolo aveva come marchio una ochetta, simpatica, piaceva più o meno a tutti. Adesso è caduta in disuso. Ma non penso faccia la differenza. Piuttosto vedrei un bel marchio "made in Italy", studiato con cura, incisivo, evocativo e facilmente riconoscibile. Per promozionare un territorio o usi un simbolo come la Spagna che utilizza Mirò, che è elegante e di classe, o non ha molta importanza. Il Veneto, ad esempio, ha un marchio ma è poco evocativo, non emoziona. I loghi devono essere belli anche per essere trasferiti in bianchi e nero, ma soprattutto devono durare nel tempo». Ma perchè preferisce il "made in Italy" come marchio? «Perchè fa pensare all’Italia, la promuove. Poi ci pensiamo noi a far venire in Veneto i turisti. Ma deve essere sempre lo stesso, non può essere che ogni volta che cambia un ministro o un presidente dell’Enit, viene modificato anche il marchio. Mi pare che il "made in Italy" sia uno dei tre marchi più conosciuti al mondo: studiamone uno di alto impatto e utilizziamolo per tutto e per tutti». D.B.
Il Gazzettino-Bl 14.03.2011 LA PROTESTA L’appello
firmato anche da Erri De Luca e Umberto Galimberti. «L’Unesco toglierà il
riconoscimento» Cadore-Civetta, 2000 no all’impianto Nonostante la neve sono saliti in 250 sulla Forcella Staulanza al raduno
di Mountain Wilderness Angelo Santin «C'è il rischio molto concreto che, se il progetto di collegamento sciistico fra il Cadore e il Civetta dovesse passare, l'Unesco tolga alle Dolomiti il riconoscimento di tutela speciale per il quale ci siamo battuti per oltre 20 anni, che ora è stato finalmente conferito e il cui iter non è nemmeno del tutto completato». Il preoccupato allarme è stato lanciato dall'alpinista e ambientalista Toio De Savorgani al raduno promosso ieri da Mountain Wilderness e conclusosi sulla Forcella Staulanza, di quanti vedono come una grave minaccia per la montagna, quella bellunese in particolare, ma potenzialmente per tutte le Alpi, il progetto sostenuto in primis dall'amministrazione comunale di San Vito di Cadore. Un progetto che, segnalano gli ambientalisti, prevede la realizzazione di 7 impianti di risalita, 16 piste da discesa, ma anche 4 ski bar e altrettanti ristoranti-rifugi, per uno sviluppo totale di oltre 26 km di piste: «E questo all'interno di un delicato perimetro naturalistico-ambientale, destinato ad essere irreparabilmente scardinato dall'attuazione di un simile programma». Il freddo e una bufera di neve non hanno frenato gli oppositori al progetto, accorsi numerosi (circa 250, secondo stime di MW) da tutto il Triveneto. Partiti di buon ora dalla Staulanza alla volta del Città di Fiume, con ciaspe e sci ai piedi, davanti al rifugio hanno discusso il da farsi e di nuovo ne hanno parlato in Staulanza al rientro dopo pranzo. «Il riconoscimento Unesco non è una vuota patacca che ci indica il grado di nobiltà delle nostre montagne una volta per tutte - ha proseguito De Savorgani - ma va conquistato con atti concreti, ed è destinato ad essere continuamente sotto esame, può essere ritirato o sospeso per inadempienze o stravolgimenti». E ha ricordato il caso delle Eolie, che si sono viste sospendere il riconoscimento per ritardi nell'attuazione del piano di gestione. Al raduno ha preso la parola anche Luigi Casanova, vicepresidente Cipra: «Questo progetto sciagurato arrecherebbe uno sfregio irreparabile alle Rocchette, al Moneval, allo stesso Pelmo, che le piste non toccherebbero forse direttamente, ma che ne verrebbe comunque stravolto. La montagna non ha bisogno di nuovi impianti, ma di tecnologia, di formazione, di cultura, che permettano ai montanari di costruire il proprio futuro». Tra le 2000 firme in calce all'appello per fermare i nuovi impianti, anche quelle di Erri De Luca, Umberto Galimberti, Ernesto Majoni, Giandomenico Zanderigo Rosolo.
Corriere delle Alpi 11.03.2010 LA POLITICA E L’UNESCO «Fondazione, via tutti i vertici» La richiesta di Trevisan, presidente degli albergatori In quasi due anni non hanno fatto niente per il territorio Abbiamo presentato delle idee, ma nessuno ci ha mai chiamato Paola Dall'Anese BELLUNO. «Se non si danno una scrollata, è meglio che si dimettano». Non usa mezzi termini il presidente di Federalberghi Gildo Trevisan nei confronti dei membri della Fondazione Unesco, organo che, a suo parere, «a quasi due anni dalla proclamazione delle Dolomiti a patrimonio dell’umanità, non ha ancora fatto nulla di concreto». E molto critico nei confronti di questo nuovo organismo è anche il presidente del Consorzio Dolomiti, Gino Mondin: «Bisogna lasciare da parte le polemiche che hanno caratterizzato questo anno e mezzo dalla nomina delle Dolomiti Unesco e iniziare a lavorare, perchè in provincia di Belluno gli operatori del settore turistico sono davvero in difficoltà». Insomma, cresce il malcontento da parte delle categorie, insoddisfatte e deluse di come la politica non abbia colto la grande opportunità rappresentata da questo marchio prestigioso. Sotto accusa finisce quindi la gestione della questione da parte dei politici locali. «Non si muove nulla, è tutto fermo. La Fondazione Unesco non vede nè operatività nè sinergia tra pubblico e privato. Anzi, il pubblico è sempre più impegnato a risolvere le proprie beghe interne. Adesso, poi, si è riaperta la discussione per il marchio Unesco, come se fosse questa la cosa fondamentale, la priorità per sbloccare la situazione», dichiara Trevisan, quasi sconsolato. Il presidente bellunese di Federalberghi lamenta il modo in cui opera la
Fondazione: «In quasi due anni non siamo mai stati chiamati a un confronto. Ho
presentato delle proposte, ho lanciato dei segnali al presidente su cosa si
poteva fare, ma ad oggi non abbiamo ricevuto alcun riscontro». Intanto gli albergatori cercano di sopravvivere e di vendere il loro prodotto: «Dobbiamo arrangiarci da soli, visto che chi deve fare qualcosa è fermo al palo». Concorda anche il presidente del Consorzio Dolomiti, critico verso l’immobilismo in cui è piombata la politica sul fronte turistico e non solo: «Le montagne continuiamo a vederle, ma è il resto che manca. Si sono fatte e si continuano a fare troppe polemiche su questioni che non servono a nulla», dice Mondin, che aggiunge: «L’unica cosa bella uscita dalla Fondazione è il depliant informativo, per il resto non si è fatto nulla. A Palazzo Piloni l’assessore non ci coinvolge. Sono disgustato per il modo in cui funzionano molte cose in questo territorio: per quanto si predichi, c’è poca collaborazione, ognuno pensa per sè». Ma Mondin, contrariamente a Trevisan, non chiede le dimissioni dei vertici della Fondazione: «Se li mandiamo a casa chi farà qualcosa? Li constringerei, invece, ad andare sul campo di battaglia e combattere. Sull’Unesco, poi, si investe poco», prosegue Mondin. «E intanto i promessi soldi dei fondi Letta e Brancher non si vedono. Le istituzioni ci aiutano poco, promettono soldi, ma questi non arrivano. Intanto i creditori bussano alle nostre porte: se qualcosa non cambia, molti di noi non potranno andare avanti a lungo».
Corriere delle Alpi 10.03.2011 Dolomiti, cambia il logo contestato Gilmozzi: «Accolte alcune delle critiche». Campeol: «Solo un ritocco» L’assessore: «Abbiamo suggerito a Tranti di esaltare il senso della
montagna, sembravano grattacieli» M.Di Giangiacomo BELLUNO. Tanto tuonò che piovve. O almeno piovigginò, dipende dai punti di vista: quello del segretario della Fondazione Dolomiti Unesco, Giovanni Campeol, secondo il quale le modifiche che verranno apportate al contestatissimo logo sono esclusivamente di natura tecnica, dettate quindi dalla sua applicazione; e quello dell’assessore provinciale trentino Mauro Gilmozzi, che dice invece che al designer che ha vinto il concorso, Arnaldo Tranti, è stato espressamente richiesto di accogliere alcuni elementi delle severissime critiche piovute sul capo dello stesso Tranti e della Fondazione dopo la presentazione del logo. Un coro al quale si erano aggiunti (con tempismo e forse anche con un po’ di opportunismo) voci autorevoli come quella del “Re degli Ottomila” Reinhold Messner, del famosissimo fotografo Oliviero Toscani, del presidente degli albergatori trentini Natale Rigotti, del presidente della giunta provinciale altoatesina Luis Durnwalder, senza dimenticare Cai, Sat e Avs. Tutti d’accordo almeno su una cosa: il logo di Tranti ricorda più lo skyline di New York, più che quello delle Dolomiti. «Ad Arnaldo Tranti - spiega infatti l’assessore provinciale trentino - abbiamo chiesto di accogliere alcuni elementi delle critiche che ci sono giunte. In primo luogo gli abbiamo suggerito di esaltare maggiormente il senso della montagna, visto che molti avevano sottolineato come il disegno sembrava rappresentare dei grattacieli; la seconda esigenza è la modifica del logo, che dovrà essere riproducibile sia in piccole che in grandi dimensioni, senza che ne venga modificato l’effetto. Ultimo ritocco lo sfondo, che dovrà essere policromatico». Decisamente diversa la lettura del segretario della Fondazione, Giovanni Campeol, che qualche settimana fa, proprio dalle colonne del nostro giornale, aveva rivendicato il successo del logo, richiesto da decine di organizzazioni, alla faccia delle critiche. «Quella che è stata chiesta a Tranti è una leggera modifica già prevista - spiega Campeol -. Il logo viene infatti applicato in scale molto diverse: certe sue caratteristiche in certe occasioni vengono enfatizzati, in altre rischiano di svanire. Da qui, la necessità di un ritocco che però non modifica la “poetica” del logo. In più, il discorso del colore: oltre all’istituzionale bianco - nero, sarà realizzato in cinque diversi colori, a seconda dello sfondo sul quale sarà applicato». Modifiche, quindi, che non sono dettate dalle polemiche dei mesi scorsi? «Se chi ha criticato avesse ragione, il logo sarebbe stato sostituito», conclude Campeol.
IL DESIGNER TRANTI «Le modifiche? Previste dal contratto» ST. CRISTOPHE (Aosta). «Mi avevano detto che sembravano grattacieli, ho aggiunto qualche linea per farle sembrare montagne». All’arte del disegno, Arnaldo Tranti sa unire quella della chiarezza, senza infingimenti. «Le modifiche sono previste dal contratto - dice l’architetto dal suo studio di St. Christophe -, peraltro si tratta di un piccolo ritocco che non snatura il mio lavoro. Ho ampliato anche la gamma dei colori, ora sembra che siano tutti contenti». Fin qui il dovere. Da non mischiare con il dis... piacere. «Sì, le polemiche fanno male - ammette - soprattutto perché io ho fatto il mio lavoro onestamente. La democrazia non c’entra, criticano poche persone che fanno massa critica, mentre la maggioranza tace. E non è vero che non ci vuole una laurea, per interpretare un marchio: ognuno ha il suo livello e legge per quelle che sono le sue possibilità». (mdg)
Corriere delle Alpi 05.03.2011 Sarà modificato anche lo sfondo, che dovrà essere policromatico. La
nuova opera attesa a giorni La Fondazione «ritocca» il logo Unesco All’autore è stato chiesto un profilo che dia l’idea immediata delle
montagne BELLUNO. Non sono poi così piccoli i ritocchi al logo della Fondazione Unesco a cui il design valdostano che lo ha creato sta ora lavorando. Da dicembre il logo è sospeso e nel frattempo sono state date delle indicazioni al suo creatore su delle modifiche da apportare. Nell’ultima riunione della Fondazione si era parlato di piccoli ritocchi tecnici, che consentissero di passare dal grande formato al piccolo formato senza rovinare le proporzioni. Ma pare anche che sia stata chiesto un profilo che dia l’idea immediata delle montagne, invece che dare una idea immediata di9 grattacieli. La questione è stata chiarita dall’assessore trentino all’urbanistica, Mauro Gilmozzi, rispondendo a una interrogazione del consigliere provinciale Roberto Bombarda (Verdi), che aveva chiesto la modifica del logo, dopo le contestazioni giunte dalla Sat e da tanti alpinisti, tra questi anche Reinhold Messner. L’autore del logo, il valdostano Arnaldo Tranti, ha ascoltato le richieste e ha accettato di modificare la propria opera, che sarà presentata nel giro di qualche giorno. «Ad Arnaldo Tranti», spiega spiega Gilmozzi, «abbiamo chiesto di accogliere alcuni elementi delle critiche che ci sono giunte. In primo luogo gli abbiamo suggerito di esaltare maggiormente il senso della montagna, visto che molti avevano sottolineato come il disegno sembrava rappresentare dei grattacieli; la seconda esigenza è la modifica del logo, che dovrà essere riproducibile sia in piccole che in grandi dimensioni, senza che ne venga modificato l’effetto. Ultimo ritocco lo sfondo, che dovrà essere policromatico, anziché rosso».
Il Gazzettino-Bl 05.03.2011 FONDAZIONE Chieste tre modifiche per il logo Unesco Cambiare lo sfondo rosso con uno policromo, esaltare di più le cime dolomitiche e rendere il formato adattabile su diverse dimensioni. Sono queste le tre richieste che la Fondazione Dolomiti Unesco ha avanzato ad Arnaldo Tranti, il creatore del contestato logo vincitore del concorso di idee indetto appositamente per dare un marchio alla realtà delle Dolomiti patrimonio dell’umanità. Ora spetterà al Tranti rivedere la sua opera in 15 giorni facendo in modo di raccogliere più consensi di quanti ottenuti con il disegno originale. Tra le contestazioni, ricordiamo, anche quelle del Club Alpino Italiano che lo aveva definito «un biglietto da visita che mette a disagio», avviando contemporaneamente una raccolta di firme attraverso un sito internet. In tutto 2.627 per chiedere alla Fondazione di tornare sui propri passi aprendosi a nuove proposte. Obiettivo: trovare la più ampia condivisione.
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