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Tesi di laurea - Cecilia Alzetta

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DICEMBRE

Corriere delle Alpi  31.12.2010

UNESCO

Tempo di bilanci e programmi per la Fondazione La sfida più importante sarà il piano di gestione

A giugno l’esame finale per le Dolomiti

Le tappe principali per l’iscrizione definitiva del sito nella World Heritage List

BELLUNO. Sarà un altro anno decisivo per le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità. Il 2010 si chiude con un bilancio non esaltante, ma è nei prossimi mesi che si gioca la partita più importante dopo il riconoscimento del 2009. A giungo, infatti, l’Unesco valuterà se le prescrizioni date allora sono state seguite e deciderà se le Dolomiti meritano l’iscrizione definitiva nella sua lista. Il 13 gennaio a Roma è fissata una riunione tra la Fondazione, con i suoi rappresentanti politici, e il ministro all’ambiente Prestigiacomo. In quella sede verranno fissate le strategie per superare l’esame con successo.

Ieri il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco, Alberto Vettoretto, e il segretario Giovanni Campeol hanno riassunto il percorso fatto finora e i programmi futuri. «Il 13 maggio 2010», ricorda Vettoretto, «è nata la Fondazione e a ottobre il cda (formato dalle cinque Province) ha scelto il segretario. Nel 2011 verranno nominati i cinque esperti che faranno parte del comitato scientifico».

Un organismo fondamentale, previsto nello statuto della Fondazione e che aiuterà il segretario nella redazione del piano di gestione, forse il passaggio più atteso dall’Unesco. Verranno fatti nove piani, uno per ogni sito, più il piano complessivo per tutto il bene seriale Dolomiti. «In realtà», dice Campeol, «si tratta di un documento di governance. L’Unesco non fa piani, non pone vincoli, può solo suggerire, evidenziare aspetti coerenti o incoerenti con una gestione sostenibile del bene».

In sostanza la Fondazione costruirà delle “matrici” per ogni sito, inserendo quanto fatto da ogni soggetto territoriale esistente. Il compito è quello di armonizzare il tutto suggerendo agli enti locali (Province e Comuni) eventuali azioni in linea con gli obiettivi dell’Unesco. A sentire Campeol il lavoro non è complicato e di certo verrà concluso entro giugno.

Ma aver fatto la Fondazione (caso unico tra i siti Patrimonio dell’Umanità) e il piano di gestione non basterà. L’Unesco si aspetta altre due risposte dal governo italiano, che è l’interlocutore diretto con l’organizzazione dell’Onu: rendere i residenti consapevoli del loro ruolo di custodi naturali del bene, ed elaborare strategie per un turismo sostenibile.

Sulla formazione gli ambiti di intervento pensati dalla Fondazione sono diversi: «I maestri di sci di Cortina», spiega Campeol, «saranno i primi a sperimentare un modulo formativo che poi esporteremo a tutti gli altri operatori, che si trovano più a contatto con il pubblico». Si tratta di dare ai bellunesi le informazioni necessarie e sufficienti a spiegare alla gente perché le Dolomiti sono diventate Patrimonio dell’Umanità. Sono in via di pubblicazione dei libri rivolti ai più piccoli, si fanno corsi e interventi nelle scuole e sono in programma un convegno scientifico e un simposio.

Più complesso invece il lavoro sul turismo sostenibile. L’incarico è stato affidato a uno studio di Bolzano, che dovrà indicare criticità e potenzialità dei siti dolomitici: i turisti non devono solo raggiungere le province interessate, ma devono anche poter visitare i siti, perché il bene deve essere fruibile ma secondo la filosofia dell’Unesco, cioè evitando gli accessi di massa e favorendo la conoscenza consapevole del bene visitato. E’ questa la vera sfida che attende la Fondazione, quella che può far crescere il territorio anche economicamente.

 

 

Il marchio è certificato Ue e può essere richiesto

Accordi con il Cai e le università. Formazione agli operatori e nelle scuole, convegni e simposi

BELLUNO. Il tempo cura ogni male e perfino l’agitazione sul marchio si è placata. «A voi non piacerà», dice il segretario Campeol, «ma è una delle immagini più cliccate del momento». Il simbolo “metropolitano” delle Dolomiti Unesco è in via di digestione e dopo essere stato approvato è anche stato certificato Ue. Dunque è ufficiale e la Fondazione ha deciso di concedere gratuitamente il marchio a tutti gli enti pubblici e alle associzioni no profit che abbiano un’attività in linea con la montagna, ma non è una condizione indispensabile. Anche i privati e le aziende possono chiedere di utilizzare il marchio, a pagamento, purché intendano comunicare e diffondere il valore del bene Dolomiti Unesco.

A proposito di privati, la Fondazione annuncia di aver stretto un accordo commerciale con un’importante ditta bellunese (non si può svelare il nome ma non è un’occhialeria) che realizzerà prodotti Unesco non meglio precisati.

E’ considerato strategico anche trovare dei partner “di settore”. Importantissima e apprezzata da Campeol è la collaborazione già in essere con la Fondazione Angelini, e di recente si è stabilito un connubio con il Cai: «Che sarà il braccio armato della Fondazione sul territorio», spiega il segretario generale. Il Cai farà divulgazione nei suoi rifiugi e con le sue pubblicazioni, diffonderà materiale, organizzerà corsi di formazione per i gestori e collaborerà all’interpretazione delle caratteristiche geomorfologiche attraverso la “carta dell’intervisibilità paesaggistica”; inoltre farà un simposio internazionale sui temi della montagna.

Ci sono anche accordi con le università di Padova e di Innsbruck per un convegno e una convenzione con lo Iuav di Venezia per il progetto di restituzione in Gis del territorio sito delle Dolomiti.

Infine la comunicazione: una professionista ha preso l’incarico per coprire i rapporti con tv e stampa internazionali e sta per chiudersi la gara per il sito internet.

 

 

Sede e personale

Due assunzioni, tutti a Cortina

BELLUNO. Il presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin aveva assicurato che la Fondazione Dolomiti Unesco non avrebbe avuto dipendenti: solo una persona “prestata” dall’ente. A breve invece verranno assunte a tempo determinato due persone, che affiancheranno la segretaria già operativa. Dunque tre impiegati più il direttore.

I quattro dovranno trasferirsi a Cortina, non appena il Comune avrà liberato e adeguato gli spazi del Municipio Vecchio, scelto quale sede della Fondazione Unesco.

Una decisione soffertissima, capace di scatenare una mezza guerra civile tra i comuni bellunesi e la Provincia, togliendo spazio ad argomenti ben più importanti. Adesso la questione si è finalmente conclusa, non brillantemente, ma almeno della sede non si parlerà più, o almeno si spera.

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Il Gazzettino-Bl  31.12.2010

«Fondazione Unesco, la sede sarà a Cortina»

Dopo mesi di dispute l’annuncio del presidente Vettoretto. E intanto si lavora per superare la verifica di giugno

Roberta De Salvador

Confermata Cortina, con il suo Comun Vecio, la sede operativa della Fondazione Dolomiti Unesco. L'ufficializzazione arriverà il 20 gennaio quando il consiglio d'amministrazione si riunirà nuovamente, ma non ci sono più dubbi.

«Il comune sta liberando gli uffici e a fine mese - ha detto il presidente di turno, nonché assessore al turismo provinciale, Alberto Vettoretto - dovrebbe essere tutto a posto».

Fino al 2013 il segretario Giovanni Campeol, che non è apparso sprizzante di gioia per la scelta politica, lavorerà nella perla delle Dolomiti. Con il nuovo anno saranno lanciati anche due bandi per l'assunzione (per 3 anni) di un funzionario tecnico e uno amministrativo. Un ulteriore passo verso la verifica del comitato internazionale Unesco che arriverà a giugno 2011 per capire se lasciare le Dolomiti nella fatidica lista dei patrimoni dell'umanità. Il lavoro nei 6 mesi che separano la Fondazione dalla verifica è ancora tanto. Oltre alla costituzione dell'ente deputato a governare il bene, che Campeol ricorda essere «caso unico al mondo, negli altri siti non è richiesto», c'è la questione dei 9 piani di gestione. Si attende nei primi mesi del nuovo anno la nomina del Comitato scientifico interdisciplinare, con un membro per provincia che dovrà aiutare a stilarli. «Il 13 gennaio - ha detto il segretario generale - con Province e Regioni abbiamo fissato un incontro con il Ministro dell'ambiente per definire le linee strategiche».

Per ora, è stato individuato il contenitore, la carta di intervisibilità paesaggistica, che permetterà di uniformare i piani delle 9 aree patrimionio, visto che andranno elaborati insieme ai diversi enti istituzionali presenti nei territori. A cosa serviranno? «La Fondazione non sarà né la sede compensativa dei conflitti, né potrà porre dei vincoli, ma potrà semplicemente dare un parere autorevole perché ha uno scopo puramente culturale, scientifico e formativo» ha precisato Campeol.

E proprio sulla formazione verrà svolto il primo «esperimento» a breve con un corso di una decina di ore, dedicato ai maestri di sci di Cortina da estendere poi a tutti gli operatori turistici. Altre iniziative in merito riguardano accordi con le scuole e le università, che comprendono anche l'organizzazione di un convegno mondiale a settembre 2011 ad Agordo.

Ci sono poi pubblicazioni patrocinate dalla Fondazione, tra le quali ne spicca una dove le Dolomiti sono a diretto confronto con i grattacieli di New York (Gelmi e Savorelli Gorza).

Un importante accordo è stato stretto con il Cai, ma «non si esclude che nel collegio dei sostenitori (altro organo mancante della Fondazione) possano entrare aziende - ha annunciato Campeol -. Stiamo concludendo una collaborazione con un impresa leader bellunese che tramite i suoi prodotti potrà fare promozione».

 

 

Lettere

UNESCO/1

Perchè la sede deve essere qua

Reduce da diuturne fatiche dello spalaneve, un momento di relax. Voglio ricollegarmi a quanto detto dal sindaco Gavaz di Agordo, a proposito della possibilità, sempre mancata di adibire la sede storica del "Follador" quale sede Dolomiti Unesco. Sede, sembrerebbe, la ex filiale della Banca d’Italia di Belluno. Già questa sede cittadina, in pianta stabile "sgombrerebbe", il campo alle città copoluogo di altre regioni - esclusa l’itinerarietà alla presidenza tipo ex Jugoslavia. Dico Agordo per una serie di ragioni.

È più addentro le Dolomiti, obbligando i papaveri, anche tecnici lottizzati in quota partitica a scomodarsi - schiodarsi dopo Roma e Venezia, da Belluno ed entrare nel cuore da dove si vede la Marmolada.

Il "carrozzone", può benissimo, ritornare nel Capoluogo, ma dicono, l’ufficio di Presidenza dovrebbe essere "domicilio coatto", anche simbolicamente; tanto più che il logo vero e proprio "palazzoni sulla monnezza", brutto e speriamo efficace, contrasterebbe con la bellezza del luogo reale.

Del resto anche una grossa fabbrica del tessile abbigliamento ha sede qui. Anche la Brigata Cadore ebbe qui negli anni ’90 il comando - sede generale. Non importa tanto la quantità di abitanti, vedi: Ottawa, Toronto, Brasilia, Rio de Janeiro, Berna, Zurigo ecc..

Stabilire solamente un museo mineralogico è riduttivo per l’estensione della struttura storica. I costi di ristrutturazione - manutenzione sono proibiitivi, con minimo ritorno monetario. Va a finire che diverrà cronicario nel carrozzone Asl...Lettera firmata  La Valle Agordina

 

UNESCO/2

Logo Dolomiti Unesco

A leggere il curriculum di Arnaldo Tranti autore del logo Dolomiti sembra che abbia vissuto due volte, tanti sono gli impegni da Lui assunti e ne sono meravigliato, vorrei solo dire la mia su quel logo che questo signore ha avuto il coraggio di esporre all’opinione pubblica e che rappresenta anche me stesso. Mi chiamo Mauro De Biasio e sono uno scultore del ferro battuto anzi, per arricchire il mio curriculum dirò che sono un Maestro del ferro battuto visto che l’ironia serve anche nell’arte.

Chi come me ha navigato una vita dentro e fuori queste passioni sa bene come funzionano le cose e qui spunta il mio cinismo sulle rappresentazioni estetiche di qualsiasi elaborazione artistica.

So anche che le prefazioni dei critici d’arte si possono trovare su internet, pronte all’uso per qualsivoglia presentazione. Prefazioni che naturalmente non hanno niente a che fare con l’anima dell’artista ma che servono, per tanti motivi.

Detto questo pregherei la politica di astenersi dal presenziare o argomentare l’arte in se stessa perché o si fa un mestiere o se ne fa un altro ma se ci sono politici che sanno qualcosa di arte o di grafica artistica li pregherei di farsi avanti. Forse sanno qualcosa di artifizi ma non siamo su quella linea.

L’arte è un messaggio creativo estetico e personale che non può essere inserito dentro il bla-bla di un consiglio comunale ma che deve concretizzare il suo scopo nella visione pubblica della bellezza.

Il logo non è bello e spiego perché: se mandi un messaggio alla gente non puoi costringerla a prendere un vocabolario in mano per interpretare la mente di chi l’ha costruito, non puoi pretendere che la gente ci pensi su; il messaggio deve essere immediato e capito e allora ti resta in mente. Questa è una delle poche regole artistiche che il signor Arnaldo e le sue Commissioni hanno ignorato: volevano semplificare il tutto e il tutto è stato inaridito.

La gente non vuole i grattacieli sulle nostre montagne perché i grattacieli sulle nostre montagne sono brutti checché se ne dica e mi auguro che l’autore trovi l’ispirazione geniale per trasmettere a noi e al modo la bellezza di questo paradiso.  Mauro De Biasio  Rocca Pietore

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Messaggero Veneto  30.12.2010

Forni di Sopra. Sono 750 le richieste inviate al governatore

Altre firme per l’acqua

Dalla montagna partono altre 150 lettere per il presidente Tondo. Si raggiunge così il numero di 750 in tutto. Non si tratta precisamente di auguri di buone feste, e nemmeno di una letterina di desideri per Babbo Natale,  bensì di una precisa richiesta avanzata con determinazione, da 150 famiglie di Forni di Sotto e di Forni di Sopra: che la gestione dell'acqua torni nelle mani dei comuni e sia messa al sicuro da speculazioni di qualsiasi tipo, genere e natura. «Tutte queste persone, non sono strumentalizzate da alcuno- ha spiegato il comitato. Per altre strade - e stanno dimostrando un inedito, per la nostra montagna, senso di responsabilità e partecipazione; responsabilità, nel prendere in mano il destino proprio e delle future generazioni; partecipazione, nell’ uscire allo scoperto ed esprimere apertamente l'indignazione per ciò che sta avvenendo e il  desiderio che le cose avvengano in un modo diverso.» «Sì, perché per noi è chiaro che esiste un modo diverso da quello che ci vogliono imporre,  per dare un futuro alle popolazioni che abitano le terre alte e infatti, di una cosa siamo sicuri: non si può risolvere un problema con lo stesso criterio e argomento che lo ha generato». Da 50 anni la montagna, si fa notare, si sta spopolando perché per sua natura, essa non è “competitiva” all’interno di un sistema ideato fuori dai suoi confini. Un mercato, asservito all’industria e alla finanza, stritolerebbe tutto ciò che non è riconducibile alle sue regole; «ebbene, noi mettiamo in discussione la bontà universale di queste regole e sosteniamo che i beni comuni,  ovvero quella trama di valori e di beni materiali fittamente intrecciati a formare la stoffa di cui è fatta l’esistenza di ogni essere umano, ovvero quel patrimonio indisponibile persino per chi vara le leggi, non sono categorie inseribili nelle dinamiche economiche». Uno di questi beni è senz’altro l’acqua ed è per difenderla che «persone non abituate a manifestarsi, hanno preso carta, penna ed’hanno scritto, imbustato ed affrancato». (g.g.)

 

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Corriere delle Alpi  22.12.2010

Lettere

AUTOSTRADA

La Venezia-Monaco non si farà: studiate soluzioni possibili

Il presidente Zaia è tornato a parlare del completamento della Venezia-Monaco, come se fosse una cosa possibile. Lasciamo stare il no all’attraversamento dell’Alto Adige da parte di Durnwalder; si può ovviare cambiando percorso e mitigando quasi del tutto l’impatto ambientale, ma non vedo come si possa convincere l’Austria a lasciarsi attraversare da un’altra autostrada che sarebbe di pochissima convenienza, in rapporto alla lunghezza dei lavori e all’impatto ambientale.

Non credo che ai nostri vicini interessi molto che i prodotti del Veneto corrano più veloci o che i Bavaresi ci mettano due ore in meno a raggiungere le spiagge iesolane. Ci sono poi accordi e leggi precise approvate in sede Europea che impediscono di fare altri buchi nelle Alpi, se non per scopi turistici, nell’interesse dei residenti delle vallate di confine.

Esiste poi un accordo di massima tra Galan e Illy, per deviare l’autostrada e raggiungere Tolmezzo e quindi la A/23 a Carnia ai Piani: questa sarebbe stata una buona soluzione per i bellunesi, se il costo non fosse così elevato da richiedere pedaggi esagerati e poi, con la costruzione della terza corsia della Venezia-Trieste e della bretella tra Cimpello e Gemona, il traffico sulla Pian di Vedoia- Tolmezzo sarebbe molto ridotto e per niente remunerativo.

Quanto poi alla proposta della Provincia di Belluno di deviare la A/27 per Cortina-Dobbiaco e poi attraverso la Val Pusteria raggiungere l’autostrada del Brennero, oltre al no dell’Alto Adige, è già arrivato il no di Cortina e diciamo così che il prolungamento si fermerebbe ad Acquabona.

Si potrebbe forse riparlare del completamento della Venezia-Monaco, se si proponesse una soluzione innovativa, quale potrebbe essere per esempio, studiare la possibilità di proseguire il percorso con la costruzione di una ferrovia a doppio binario per treni navetta adattati a trasportare tutto quello che può viaggiare in autostrada, il tutto gestito dalla stessa società. Tra Pian di Vedoia e Longarone c’è lo spazio necessario per costruire un interporto per il carico, lo scarico di tutte le merci e i mezzi in partenza e in arrivo e la stessa cosa potrebbero fare appena dopo il confine tra Austria e Germania. In ogni caso, lo spazio occupato da una galleria ferroviaria è sempre meno della metà di quanto serve per un’autostrada.

Personalmente penso che la cosa più ragionevole e fattibile, potrebbe essere il completamento della viabilità tra Pian di Vedoia e Lorenzago, comprese le circonvallazioni mancanti e poi attraverso una galleria a pagamento, ripeto a pagamento, fino a Forni di Sopra e da lì, sempre che la Regione Friuli abbia la possibilità e l’interesse a migliorare la viabilità - cosa già in corso, ma solo a tratti - raggiungere la A/23 a Tolmezzo-Carnia ai piani.

In questo caso, oltre a migliorare di molto la scorrevolezza e la sicurezza, si renderebbe un servizio alle popolazioni residenti nelle vallate attraversate, che con la costruzione dell’autostrada avrebbero disagi e pochissimi benefici, e si ridurrebbero molto i tempi di percorrenza per i lavoratori, per gli operatori commerciali e turistici, adeguando di fatto la normale viabilità ai tempi attuali e con un costo accettabile dalle pubbliche amministrazioni.  Gino De Carli SORANZEN

 

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Il Gazzettino-Ud  22.12.2010

Acqua, a Tondo spedite altre 150 lettere

FORNI DI SOPRA - (d.z.) Sono partite altre 150 lettere per il presidente Tondo dalla montagna friulana; si raggiunge così il numero di 750 circa, in tutto dopo le prime centinaia spedite dalla Val Resia nel novembre scorso. Non si tratta precisamente di auguri di buone feste, e nemmeno di una letterina di desideri per Babbo Natale, bensì di una precisa richiesta avanzata con determinazione, da 150 famiglie di Forni di Sotto e di Sopra: che la gestione dell'acqua torni nelle mani dei Comuni e sia messa al sicuro da speculazioni di qualsiasi tipo, genere e natura. «Tutte queste persone - spiega Ira Conti del Comitato Pas-Dolomiti - non sono strumentalizzate da nessuno e stanno dimostrando un inedito, per la nostra montagna, senso di responsabilità e partecipazione; responsabilità, nel prendere in mano il destino proprio e delle future generazioni».

 

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Corriere delle Alpi  18.12.2010

La proposta dell’assessore Faoro fa discutere. L’esponente del Pd: «Le priorità sono altre»

L’A27 a Cortina non trova consensi: Toscani spegne la polemica, Piol furente

CORTINA. Il passaggio dalla Regina delle Dolomiti della Venezia-Monaco a Cortina non trova consensi. E’ una storia ormai vecchia, negli anni passati la comunità insorse e ci fu anche una raccolta di firme e la nascita di un comitato contrario all’autostrada. Oggi in pochi parlano, la maggior parte si augura che sia un’idea, un’ipotesi, ma che non si arrivi veramente a realizzare un tunnel che attraversi parte del Boite e che poi sfoci in colate di cemento nella conca ampezzana. Dal Comune bocche cucite, il sindaco Andrea Franceschi non risponde la telefono, ma il fatto che l’idea sia stata lanciata dall’assessore provinciale Ivano Faoro fa ben sperare, visto che sono molti coloro che sottolineano come la Provincia non abbia una precisa competenza sullo sviluppo autostradale.

Prova a placare le polemiche prima che nascano il vice presidente del consiglio regionale Matteo Toscani. «Parliamo di idee per nulla concrete», dichiara il cadorino, «e quindi aspetterei prima di lanciare allarmi. La Venezia-Monaco che passa da Cortina mi sembra l’ipotesi meno accreditata di sbocco verso nord e che raccoglie meno consensi dei territori. Purtroppo qui si continua a chiacchierare o a sottoscrivere accordi che non portano a nulla, mentre in altre regioni si procede con progettazioni importanti di completamento della rete stradale».

L’idea lanciata da Faoro è «una colossale bufala» per il responsabile della commissione provinciale di viabilità e trasporti del Partito Democratico Quinto Piol. «E’ una buffonata», dichiara Piol, «e in questo caso c’è la grave complicità di Palazzo Piloni, che cerca di coprire l’incapacità della Regione, dell’Anas e dello Stato di dare risposte concrete alle richieste avanzate dal territorio bellunese e contenute in modo preciso nell’accordo raggiunto due anni fa sulle opere infrastrutturali, strategiche, viarie e trasportistiche. Questo modo di agire fa sì che venga distolta l’attenzione su ciò che invece è da fare e su ciò che il territorio ha chiesto».

«Ora si dà l’avvio a un bailamme su chi è favorevole e su chi invece è contrario», continua Piol, «e questo al territorio non porta nulla. Due anni fa ci fu un accordo storico che sanciva una direttiva unanime. Bastava concretizzare alcune delle opere richieste e invece si buttano sul tavolo altre idee. Intanto la montagna muore. Questo è un grave cedimento dell’amministrazione provinciale, che si prostra ai voleri di Treviso», attacca Piol, «che vuole pesantemente interferire sulle scelte del nostro territorio, con il risultato di bloccare il lavoro fatto negli anni e di far morire lo sviluppo del nostro territorio».

Le istanze del territorio bellunese sul prolungamento dell’A27 erano già state presentate da Piol in Regione a gennaio del 2009. Oltre che al prolungamento della ferrovia l’intesa firmata nel 2008 tra Provincia, Comuni e Comunità Montane prevede alcuni interventi prioritari e strategici per quanto riguarda le infrastrutture stradali. Primo fra tutti il miglioramento del collegamento Pian di Vedoia e Rivalgo; poi il potenziamento del collegamento Longarone-Valzoldana-Alto Agordino sulla Provinciale 251; la realizzazione della variante Rivalgo-Venas e di un secondo tunnel in Comelico; la riqualificazione del tratto Calalzo galleria Comelico e il collegamento tra il casello A27 di Cadola con Belluno. «La nuova idea», conclude Piol, «lanciata da Faoro butta quanto fatto e quanto chiesto dal territorio nel cestino». (a.s.)

 

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Corriere delle Alpi  17.12.2010

La società Alemagna prorogata fino al 2050 e si torna a parlare del tracciato da Venezia a Monaco

Faoro: «Autostrada verso Cortina»

L’assessore annuncia lo studio di un percorso che passa per Dobbiaco

Evitato così un nuovo valico. Interessati gli europarlamentari

BELLUNO. L’attività della società Alemagna Spa, che dovrebbe realizzare la Venezia-Monaco, è stata prorogata fino al 2050. Lo spostamento della durata sociale è stata votata all’unanimità nell’assemblea straordinaria convocata ieri alla Camera di commercio di Belluno alla presenza dei rappresentanti dei soci azionisti. A presiedere la riunione il presidente dell’Alemagna, Leonardo Muraro, presidente della Provincia di Treviso. Intanto si pensa ad un nuovo tracciato che confluisca sul Brennero.

A darne notizia l’assessore provinciale Ivano Faoro. «La volontà di prorogare l’attività della società Alemagna è nata dalla coesione delle tre province, Treviso, Belluno, Venezia, degli operatori turistici e commerciali che hanno chiesto di dare nuovo impulso alla società prolungando l’A27 fino a Monaco o perlomeno fino al valico del Brennero».

Per Faoro il diniego ai vari progetti di prolungamento dell’A27 che sono sempre venuti da Bolzano non rappresentano uno scoglio insormontabile. «La nuova autostrada la chiameremo Monaco-Venezia, non più Venezia-Monaco, perchè gli interessi tedeschi superano le perplessità del governatore Durnwalder. L’ipotesi che stiamo mettendo sul tavolo, per evitare di fare ulteriori valichi che non sarebbero bene accetti nemmeno dall’Austria, è quella di arrivare fino all’autostrada del Brennero. Praticamente il tracciato contemplerebbe il tratto Macchietto-Venas, per salire verso Cortina, e poi Dobbiaco e Brennero. Stiamo lavorando sul tracciato per giungere ad alcuni progetti di fattibilità, poi andremo al confronto partendo da nord a sud».

«Il passaggio per Dobbiaco potrebbe risultare utile anche per la provincia di Bolzano», aggiunge l’assessore. «Ad oggi, infatti, lì la viabilità è pessima. Far passare di là l’autostrada potrebbe rappresentare un’occasione per sistemare la viabilità. Per cui, alla fine, risparmieremo sulla realizzazione di un valico nuovo, che nessuno vuole, e useremo il Brennero».

Su questo fronte Faoro annuncia che «per cercare di trovare la massima condivisione sul progetto da parte degli austriaci, abbiamo interessato anche i nostri europarlamentari Giancarlo Scottà e Antonio Cancian».

Saltata, così, anche una delle ipotesi che parlavano di un tracciato verso il passo della Mauria. «L’ipotesi è scaduta dopo che è stato ultimato il collegamento tra A27 e A28. Quella del Brennero rappresenta quindi l’ipotesi più realisticamente realizzabile anche dal punto di vista progettuale».

E anche se le risorse ad oggi non ci sono, vista la difficoltà di tutti gli enti locali, a partire dal governo centrale e a cascata fino a quello regionale, provinciale e comunale a redigere un bilancio, quello che l’assessore provinciale evidenzia è che «esiste la determinazione del governatore della Regione Veneto, Luca Zaia, un partner all’interno della società di importante peso politico da far valere anche nei contesti nazionali e internazionali».

 

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Corriere delle Alpi  12.12.2010

DOLOMITI UNESCO

Soddisfatto Toscani: «La Regina è una cerniera tra Agordino e Cadore»

Fondazione a Cortina, è polemica

Duro Il Pd: «Scelta banale». Da Auronzo: «Qualcuno ha voluto penalizzarci»

Cristian Arboit

BELLUNO. C’è chi non ha nessuna intenzione di inchinarsi alla Regina. Sembra diventare una storia infinita la diatriba nata attorno al nome della località destinata a ospitare la sede operativa della Fondazione. Il nome scelto è Cortina, ma nessuno se la sente di «ufficializzarlo», anche perché a Belluno città qualcuno non l’avrebbe presa bene. Durissimo il Pd, soddisfatto Toscani. E mentre a Palazzo Rosso prevale la linea del silenzio, Auronzo si sfoga. Invita alla calma il presidente della Provincia, che ieri sera ha incontrato il sindaco di Cortina prima della mostra sul Vajont.

La storia. Venerdì il gruppo di maggioranza in Provincia - Pdl e Lega - ha detto di sì a Cortina, nonostante la relazione tecnica del segretario Campeol evidenziasse come la scelta più sostenibile fosse Belluno città.

Poco importa. La politica ha fatto il suo corso e ha optato per la blasonata località turistica. Peccato che nessuno voglia dirlo pubblicamente. In queste ore, si sta assistendo al paradosso: a fronte di una nomina non ufficiale, molti sono i commenti ufficiali.

«Già operativi». Non si capacita del clamore suscitato dal voto di maggioranza, Bottacin: «Prima si dovrà discutere di una eventuale convenzione con Cortina. Ovviamente i vertici della Fondazione dovranno confermare tale scelta».

Per “vertici della Fondazione” - va detto - si intende il presidente Alberto Vettoretto, assessore provinciale al turismo in quota Lega. Difficile che la sua scelta (o ratifica?) sia diversa da quella dei colleghi di maggioranza.

Ma per Bottacin conta la sostanza: «Si dimentica di dire che la Fondazione ha già una sede operativa a palazzo Piloni e sta lavorando».

Cortina? «Banale». Si sofferma sul voto del centrodestra, il Pd. «Cortina è la sede più banale che si potesse scegliere», attacca Sergio Reolon. «In un’ottica di promozione, sarebbero stati preferibili Auronzo e Agordo».

Reolon dice di non avere nulla contro Cortina: «Ma non capisco quali criteri siano stati adottati».

Impietosa Irma Visalli, ex assessore all’Unesco: «Saranno contenti Galan e Durnwalder. Erano loro a volere Cortina all’indomani della proclamazione. Siamo tornati al punto di partenza dopo un un anno e mezzo di caos».

«Contro Cortina», prosegue Visalli, «non si può dire nulla. Certo è che piove sempre sul bagnato. Ho comunque l’impressione che la partita non sia affatto chiusa».

Cortina ok. Pensa che sia una «ottima scelta», il consigliere Matteo Toscani. Era stato lui - quando era assessore in Provincia - a chiedere che i comuni si facessero avanti. «L’Unesco farà bene a Cortina e viceversa», afferma il leghista. «Forse Auronzo e Agordo avrebbero creato più malumori. Cortina, invece, rimane Cortina. E’ una cerniera fra Cadore e Agordino». Ma Toscani pensa anche ai mondiali di sci del 2017: «E’ un rafforzativo per la candidatura».

Auronzo dimenticato? Si congratula con Cortina il sindaco dell’altra candidata “forte”, ovvero Auronzo. Ma la cortesia svanisce quasi subito: «La sensazione è che Auronzo non sia mai stata presa in considerazione. Ricordo che a nostro favore si sono coalizzati 21 comuni, tre comunità montane e la Magnifica comunità. Dispiace che la maggioranza non abbia considerato questo».

Insomma, l’impressione è che la scelta di Cortina fosse già stata fatta da tempo: «Spero soltanto non sia stata una decisione partitica solo per penalizzarci». Da qui una stoccata a Francesca Larese Filon, presidente dei Ladini, e a Silvano Martini, consigliere provinciale Pdl: «Pur essenso auronzani hanno appoggiato Cortina, adesso saranno accontentati».

Nessuna nota ufficiale da parte di Belluno città. Il commento più generoso è quello del vicesindaco Leonardo Colle: «No comment, è una questione complicata».

Già, molto complicata.

 

 

«Diventeremo il centro delle Dolomiti»

Franceschi soddisfatto, la Zardini: «Non vorrei fosse un contentino»

Alessandro Segafreddo

CORTINA. La Regina delle Dolomiti futura sede della Fondazione Dolomiti Unesco. Suona bene, piace a tanti, e ora sembra ufficiale che la sede dei tre uffici necessari alla Fondazione sarà al Comun Vecio, storico edificio del centro ampezzano. Avrebbe preferito una notizia ufficiale e non un’indiscrezione il primo cittadino Andrea Franceschi, tuttavia esprime soddisfazione.

«Non ne ho mai fatto una questione di vita o di morte», dichiara il sindaco Franceschi, «ma non posso che esprimere la mia personale soddisfazione per la decisione qualora venisse confermata».

Ieri mattina Franceschi è stato subissato di telefonate. In tanti gli hanno chiesto una sua opinione su Cortina come sede dell’Unesco così si è visto costretto a inviare una nota stampa ufficiale nella quale sottolinea il grande spirito di collaborazione emerso in questi mesi tra tutti gli amministratori pubblici del territorio bellunese.

«Abbiamo dimostrato», sottolinea Franceschi, «di saperci confrontare con serenità e nell’interesse dei nostri cittadini. Ovviamente ognuno di noi ha portato avanti con passione le proprie istanze, ma sempre con correttezza e senza litigiosità. Tutte le candidature sul tavolo erano autorevoli e si trattava solo di focalizzare bene l’obiettivo della Fondazione. La scelta di portare la sede a Cortina, impensabile solo fino a pochi anni fa, rappresenta il segnale inequivocabile del cambiamento avvenuto nei rapporti istituzionali. Credo infatti che sia stata apprezzata l’apertura che Cortina ha avuto nei confronti del territorio bellunese e sicuramente l’aver accantonato l’atteggiamento snob e antipatico del passato ha aiutato a far convergere i consensi sulla sede del Comun Vecio».

Cortina un paese rinomato e conosciuto farà gioco alla Fondazione?

«Si trattava di dare un segnale forte di attenzione e rispetto per la montagna più periferica», risponde Franceschi, «e se la scelta ricadrà su Cortina credo che questo segnale sarà più efficace. Il nostro paese è conosciuto a livello internazionale, un livello in cui l’Unesco opera con tutti i patrimoni dichiarati bene dell’Umanità e quindi credo che partire da Cortina per utilizzare il marchio Unesco a fini turistici e culturali possa portare dei vantaggi, diciamo che può essere un buon punto di partenza. Appena avremo l’ufficialità», conclude Franceschi, «faremo il massimo per essere all’altezza delle aspettative e ricordando che la sede delle Dolomiti Unesco non sarà la sede di Cortina d’Ampezzo, ma di tutto il territorio dolomitico. Tutti gli amministratori e i cittadini devono sapere che quando verranno a Cortina saranno accolti a braccia aperte e si sentiranno a tutti gli effetti a casa loro».

Pur manifestando soddisfazione nel vedere la sede Unesco al Comun Vecio, la presidente dell’Unione Generela dei Ladini, Elsa Zardini mette le mani avanti.

«Ho imparato che a pensar male non si sbaglia», dice la Zardini, «e sono molto contenta che Cortina possa ottenere un ulteriore riconoscimento. Tuttavia non vorrei che questa nomina di cui si parla da mesi, arrivata all’indomani di una legge urbanistica regionale che non tutela il nostro territorio e noi residenti, e che anzi dà avvio a speculazioni, non sia un modo per sviare l’attenzione sui problemi della nostra gente. Non vorrei fosse un “contentino” che nasconde invece interessi enormi di persone che del patrimonio Unesco non sanno poi un granché».

 

 

IL SEGRETARIO CAMPEOL

«Preferivo Belluno, Palazzo Piloni era più vicino»

Una decisione politica Nessun problema ho accettato l’incarico e ho intenzione di portarlo avanti

BELLUNO. «Un consulente aiuta a decidere, la scelta spetta alla politica e della decisione politica prendo atto». E’ quasi un sillogismo quello utilizzato da Giovanni Campeol, segretario della Fondazione, per spiegare il suo ruolo.

Campeol venerdì sera ha illustrato ai consiglieri di maggioranza un dossier tecnico sui criteri utilizzabili nella scelta, poi è uscito dall’aula. «Quello che so l’ho letto sui giornali. La scelta di Cortina non mi è stata ancora comunicata ufficialmente».

Campeol si limita a dire come sulla base di quei criteri “tecnici” (peraltro già utilizzati in ambienti internazionali per situazioni analoghe) la candidatura migliore fosse quella di Belluno: «Ma ripeto», dice, «la decisione politica può seguire anche altre priorità».

Campeol parla di Cortina come di un «posto bellissimo»: «Ogni luogo ha pregi e difetti», afferma con serenità. Certo, Belluno avrebbe consentito un maggiore coordinamento con gli uffici della Provincia in un’ottica di “sinergia”: «Vorrà dire che nel momento del bisogno verrò giù io. Se non posso, mi raggiungerà qualche funzionario».

«Il mio dossier», ripete Campeol, «non si basava sulla mia comodità, ma su criteri predefiniti. Qualsiasi sarà la decisione ufficiale ne prenderò atto. Ho accettato un incarico e da segretario ho intenzione di portarlo avanti».

Va’ dove ti porta la Fondazione? A questo punto, con buona pace di Susanna Tamaro, potrebbe diventare il nuovo best-seller. (cr.ar.)

 

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Corriere delle Alpi  11.12.2010

La «Regina delle Dolomiti» è stata votata quasi all’unanimità da Pdl e Lega. Decisivo l’appoggio dei feltrino

Fondazione Unesco, la sede a Cortina

Ieri la decisione durante una riunione di maggioranza a Palazzo Piloni

Reolon polemico per il mancato coinvolgimento degli albergatori alla fiera di Assisi

Cristian Arboit

BELLUNO. La decisione doveva essere comunicata nel corso del consiglio provinciale, ma alla fine è prevalsa la linea dell’attesa. Sarà comunque Cortina d’Ampezzo a ospitare la sede della Fondazione Dolomiti Unesco. La scelta è stata comunicata e condivisa durante una riunione di maggioranza che si è tenuta verso le cinque del pomeriggio a palazzo Piloni

La Regina delle Dolomiti sarà quindi la sede della Fondazione Unesco. Lo ha deciso ieri sera la maggioranza di governo che è andata così a «ratificare» l’orientamento emerso nelle ultime settimane. Il nome di Cortina è stato votato quasi all’unanimità dai consiglieri di Pdl e Lega nord, dopo una lunga relazione del segretario della Fondazione Campeol, che ha illustrato pregi e difetti della scelta.

La riunione è durata quasi un’ora e mezza e si sarebbe svolta in un clima sereno e collaborativo. Lo stesso presidente della Provincia, Gianpaolo Bottacin, ha preferito astenersi dal voto così da non influenzare i consiglieri di Pdl e Lega.

La maggioranza ha dato l’ok a Cortina quasi all’unanimità, rivelando come in queste settimane non siano mancati contatti tra le stesse forze politiche.

Sembra che ad appoggiare la Regina siano stati - oltre ovviamente ai cadorini - anche i rappresentanti di Feltre e del Feltrino, mentre non sono mancati mal di pancia tra gli amministratori bellunesi, speranzosi di attribuire alla città capoluogo il sigillo della “dolomiticità”.

La scelta comunque era nell’aria già da un po’ di tempo e con ogni probabilità sarà ufficializzata - con tutti i crismi del caso - nelle prossime ore.

Il nome di Cortina doveva essere comunicato già nel corso del consiglio provinciale di ieri pomeriggio, ma poi è prevalsa la linea della cautela, probabilmente per studiare i dettagli della divulgazione della notizia.

Ma di Dolomiti Unesco si è parlato lo stesso - e apertamente - durante il consiglio provinciale. A stimolare la discussione un’interrogazione presentata dal Partito democratico e riguardante la partecipazione della Fondazione alla fiera di Assisi dedicata ai siti Unesco.

L’opposizione ha chiesto di chiarire i motivi per i quali alla manifestazione non fossero stati invitati gli operatori turistici bellunesi, a cominciare dagli albergatori e dai consorzi di valle. La scelta - era metà novembre - aveva provocato non pochi mal di pancia, da Federalberghi al consorzio Dolomiti.

Alberto Vettoretto, presidente di turno della Fondazione e assessore provinciale al turismo, ha ribadito come l’appuntamento umbro non fosse una fiera turistica bensì una vetrina per raccontare le specificità geologiche, paesaggistiche e culturali del patrimonio dell’umanità. «Dolomiti turismo», ha aggiunto Vettoretto, «si è occupato della divulgazione di materiale».

Impietosa l’opposizione che ha parlato di una «occasione persa»: «Siamo nell’Unesco da un anno e mezzo, ma non si è ancora trovata l’unità né il tempo per confrontarsi con i soggetti che parlano di turismo», ha attaccato Sergio Reolon.

 

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Il Gazzettino-Ud  11.12.2010

Incontri e dibattiti nei paesi sui problemi collegati all’acqua

FORNI DI SOPRA (d.z.) Il problema dell’acqua ancora al centro di dibattiti e polemiche. Questa sera a Forni di Sopra presso il bar «Agli sportivi», mercoledì 15, a Forni di Sotto presso la sala consigliare comunale, giovedì 16, presso la sala «Unfer» del Museo di Ampezzo, alle ore 18.00, si terranno tre assemblee promosse dal comitato PAS Dolomiti, in appoggio alla mobilitazione portata avanti dai comitati della valle del But, «Carnia in movimento» e «Acqua Libera» insieme al comitato carnico «Aghe di mont».

 

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Corriere delle Alpi  10.12.2010

Il politologo Feltrin sul futuro del Cadore: «Stop ai localismi esasperati»

«Serve un collegamento con Tarvisio»

VIGO. «Oggi, chi abita in montagna si trova davanti ad un bivio: per continuare ad avere un buon livello di vita è preferibile continuare ad abitare anche i piccoli paesi sparsi sulle pendici dei monti, oppure scendere a valle, raggrupparsi in centri abitati più grossi e abbandonare al loro destino i villaggi più alti?». E’ il dilemma proposto dal politologo Paolo Feltrin, a una cinquantina di persone arrivate nella Biblioteca storica di Vigo di Cadore per ascoltarlo.

L’incontro col docente dell’Università di Trieste era stato organizzato nell’ambito del programma “Una montagna da vivere”, promossa dai Comuni del Centro Cadore, dalla Cm, dalla Magnifica, dal Bim e da un gruppo di associazioni legate al territorio, per analizzare varie situazioni di degrado emerse dopo la crisi dell’occhiale.

A Feltrin era stato dato un tema affascinante, ma impegnativo: “Quale montagna dopo la crisi?”: un argomento che lo studioso ha concluso con degli interrogativi che possono trovare risposta solo «se chi opera in Cadore riesce a superare i localismi esasperati e lo spezzatino amministrativo attualmente esistente in tutta la provincia».

«Per risolvere una parte dei vostri problemi sarebbe sufficente introdurre, come hanno fatto in Francia, invece che l’unificazione dei comuni, la sottrazione di alcune competenze, come l’urbanistica residenziale, perché è attorno a questa che si formano troppi interessi che allontanano le soluzioni più logiche in favore del cittadino».

Una di queste questioni riguarda la viabilità e i trasporti: «Oggi il nodo della viabilità è “Tarvisio”, dove confluiscono le strade della pianura friulana, veneta e croata. Per la provincia di Belluno, la soluzione ideale sarebbe la realizzazione di un collegamento tra la vallata del Piave e quella del Tagliamento, dalla quale poi raggiungere Tarvisio. Ricordate che se non la farete voi bellunesi, la faranno gli abitanti di Maniago e degli altri paesi pedemontani, portando via al Bellunese tutte le possibilità di sviluppo». (v.d.)

 

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Corriere delle Alpi  04.12.2010

Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace.

Giacomo Sartori

E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano. Molti professionisti o habitué della montagna, noti o meno noti, sono insorti. Il presidente della Associazione Italiani Pubblicitari ha dichiarato che la valutazione delle quattrocento proposte è stata fatta da persone che di grafica non ci acchiappano nulla, la magagna sta lì. E quindi propone che la sua Associazione, di cui en passant ci ricorda la certificazione (Iso 9001), abbia voce in capitolo.

Io non sarei così certo che sia solo una questione di dimestichezza con le tecniche e i saperi dei grafici, certificati o meno. Il problema di fondo, mi sembra, è capire cosa significano per noi queste benedette rocce che alla bella età di 230 milioni d’anni, portati superbamente, hanno ricevuto la consacrazione olimpica dell’Unesco. O meglio, provare a metterci d’accordo su cosa sono. A dire la verità non mi sembra un’impresa facilissima. Le Dolomiti non sono un posto dove si va a abitare, dove ci si stabilisce. Grappoli di giovani europei saturi di urbanità migrano verso l’Ardèche e altre aree ad alta naturalità, dove allevano capre e fanno spuntare cavolfiori biologici, non verso le Dolomiti. Coppie di anziani nordici mettono le infreddolite radici nell’Algarve o in Provenza, non sulle Dolomiti. La gente scappa anzi da molte contrade dolomitiche, come da tante altre zone delle Alpi: più sono piccoli, più i paesini si svuotano più agonizzano. Troppo isolati, troppo carenti di infrastrutture, troppo lontani dalle città (le dirette antagoniste!). Nemmeno le droghe e l’alcolismo, entrambi molto diffusi, riescono a fare barriera. Resistono beni i centri più grandi e più opulenti, quelli che di dolomitico non hanno in fondo proprio niente, che sono anzi una caricatura a fini turistici delle Dolomiti. Se si leva lo sci invernale, che di dolomitico sensu strictu ha solo i fondali, in molte zone tira aria di crisi.

Crisi anche esistenziale, non solo economica e che tocca anche il grande alpinismo. Adesso i migliori scalatori migrano stagionalmente sull’Himalaya, dove le sfide mantengono il carattere epico che qui s’è perso. Come tutti i beni di questo nostro mondo che sembra aver seppellito per sempre gli afflati collettivistici e egualitari, anche le Dolomiti sono in vendita. Possiamo per esempio comprarcene, se ce lo possiamo permettere, un pezzetto di una settimana. In estate, o in inverno, in quota o più bassini, come preferiamo. Senza vista, se siamo un po’ tirati. Se siamo messi molto peggio non ci resta che ripiegare su frammentini più risicati: un fine settimana in rifugio, o magari in tenda, qualche istantaneo mordi e fuggi. Per chi abita nei paraggi, è ancora un’ottima soluzione. Se siamo degli immigrati non ci restano, temo, che le cucine e i locali delle scope, sperando di non essere pagati in nero. Fermo restando che possiamo incolonnarci pur sempre anche noi nei serpenti estivi di veicoli che scavallano a passo d’uomo (quando va bene) i passi più famosi. Anche quello è un modo di conoscere e di amare le Dolomiti, è anzi quello di gran lunga più popolare. Chi può dire che scollinare su un torpedone a due piani o sul proprio veicolo sia meno emozionante che arrivare boccheggianti su una cengia, che sorseggiare un salatissimo (parlo del costo) e affollato cappuccino sia meno struggente di un desueto pranzo al sacco con le uova sode? Se vogliamo essere coerenti, e applicare gli stessi criteri che usiamo per esempio per i libri e i programmi televisivi, dove a decidere sono ormai solo le classifiche delle vendite e l’Auditel, quello è anzi il modo migliore, il più auspicabile.

Certo ci sono ancora frotte di puristi che affrontano le Dolomiti con l’austera costanza immagazzinata nelle gambe e nelle braccia, insofferenti degli eccessi di rumorosità e degli sfoggi vestimentari, e più che perplessi degli arroganti carosellamenti sciistici, non voglio dire il contrario. Io stesso ne faccio parte. Immaginiamoci però di mettere uno di questi ascetici atleti, arrivato pur sempre non lontanissimo dalle vette con un mezzo climatizzato e provvisto di sistema di georeferenziazione satellitare, e foderato di ogni ben di dio tessile e microelettronico, di fronte a uno qualsiasi dei suoi antenati, che usavano salpare dalle città pedemontane a piedi o in bici, con pesantissime corde di canapa attorcigliate al costato: ci farebbe la figura di un viziato damerino, incapace di battersi a armi pari. Si sa, tutto è relativo.
 Per certi versi potremmo dire - talmente sono diversi i modi che abbiamo di percepirle e di rapportarci con esse - che le Dolomiti non esistono. E invece esistono eccome, e abbiamo tutti bisogno, ciascuno a modo suo, che esistano: le amiamo. Sono come Pompei, la pizza, Babbo Natale. Sono insomma un mito, e come tutti i miti hanno una natura intrinsecamente vaga, e quel che è peggio alla mercé dei tempi. Questo mito, ci insegnano gli specialisti, ha una nascita piuttosto recente - soprattutto se rapportato all’età geologica delle interessate -, ha avuto una crescita lenta e costante, fino arrivare ai fasti attuali. E adesso, proprio mentre riceve la consacrazione dell’Unesco, constatiamo noi, vive forse un po’ troppo sugli allori passati.

 

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Messaggero Veneto  02.12.2010

Lettere

Infrastrutture e lungimiranza

Il mio piccolo-grande paese da sempre è stato al servizio altrui, fino al 1920 si chiamava Piani di Portis, poi Stazione per la Carnia, in omaggio al raccordo ferroviario con Villa Santina. Durante la seconda guerra mondiale, grazie ai suoi ferrovieri “Perlasca” e alle sue donne coraggiose, divenne l’ultima àncora di salvezza dai campi di concentramento per tanti giovani deportati. Il magredo da est a ovest si estende per circa 600 metri e qui si dipartono e si allungano, anche per coloro che si oppongono all’elettrodotto, cinque elettrodotti, due metanodotti, una ferrovia internazionale, la strada statale pontebbana. C’è stata una sola protesta eclatante, un blocco ferroviario, ma per conservare una struttura socialmente utile, per la quale io e i miei compaesani abbiamo rischiato otto anni di reclusione. Gli abitanti di questo piccolo grande paese non hanno mai osteggiato le strutture pubbliche perché considerate bene sociale di altrui sviluppo socio-economico. Il disagio l’ho sentito sulla pelle perché nato e vissuto nel glorioso casello “39”, e ancora oggi mi pare di sentire e vedere il crepitio e lo scintillio del pantografo del locomotore 626, ma il disagio è stato lautamente compensato dal lavoro sicuro per mio padre e per migliaia di altri giovani nelle ferrovia quando il lavoro era sinonimo di emigrazione coercitiva. Questa premessa mi offre il destro per dire che l’ostracismo all’elettrodotto nella valle del Bût mi pare eccessivo se questo, come sembra, non attraversa i paesi come succede a Carnia e nel Canal del Ferro, ma travalica i monti. Impatto ambientale? Ogni opera umana, le piramidi in Egitto, la tomba di Agamennone a Micene, le torri normanne nel Cilento, i mulini a vento in Olanda e, rimanendo in sito, le mura di Venzone, creano impatto ambientale e certamente furono erette per funzionalità e non come opere d’arte o messaggi storici. Mi chiedo, ripetendomi e invitando il lettore a fare altrettanto, come sarebbero oggi la Carnia e il Canal del Ferro se negli anni 70 del XIX secolo i nostri antenati accampando l’impatto ambientale si fossero accanitamente opposti al passaggio della ferrovia pontebbana e, alcuni decenni dopo, al raccordo Carnia-Villa Santina e recentemente all’autostrada Udine-Tarvisio. Di certo non sarebbe nata la zona industriale di Amaro e non avremmo mai visto quel favoloso trenino a scartamento normale che permetteva al carnico di salire in carrozza a Villa Santina e scendere con la stessa a Roma grazie a quel raccordo che oggi si vuole cancellare e trasformare in pista ciclabile. Ma dove vuole parare la Carnia? Dov’è finita la carducciana rustica virtù? In tempi in cui su tutto l’arco alpino si sta riesumando la passata sensibilità verso questo mezzo di trasporto, alcuni, ignoranti di storia e di politica, non sanno capire l’importanza della ferrovia, il futuro che essa può rappresentare per la Carnia, per il suo sviluppo economico, demografico, la sua cultura, il suo turismo. Perché non riesumare il vecchio progetto degli anni 20 Trieste - Carnia - Villa Santina - Ampezzo - Calalzo - Dobbiaco - Rottenberg - Monaco, cancellato dai fascisti intenti a costruire l’impero? Dov’è finita l’atavica lungimiranza del carnico, dov’è finito lo sguardo lungo del Gortani, del Moro, del Lepre, del Marpillero? La questione dell’elettrodotto dovrebbe essere motivo per mediare, per far sì che la montagna possa uscire dallo stato soporifero in cui si muove e respira, dovrebbe essere un momento contrattualistico e machiavellico del “do ut des” usato dai latini nei riti sacrificali e propiziatori. Per quanto attiene all’elettrodotto della valle del Bût non è richiesto il sacrificio maggiore il “suovetaurilia” (porco - pecora - toro) potrebbe bastare un agnellino. Una rondine non fa primavera, due sindaci non rappresentano la pubblica opinione, recenti avvisaglie dicono che la Carnia non vorrà vivere come i quaccheri e non si lascerà ammaliare dal canto delle sirene da qualsivoglia scoglio provengano, ma al contrario saprà rinfocolarsi e riappropriarsi delle ataviche virtù civiche che la resero antesignana di riforme sociopolitiche nell’Italia tutta.  Luciano Simonitto, Carnia di Venzone

 

 

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Alto Adige  02.12.2010

Il primo obiettivo? Nuove infrastrutture

VENEZIA. Economia, economia, economia. Se qualcuno ha mai pensato che il progetto Capitale europea della cultura fosse un’iniziativa dal sapore intellettualistico ma poco concreta, le dichiariazioni dei rappresentanti politici coinvolti - soprattutto sul fronte veneto - hanno sgombrato il campo da ogni dubbio. Tanto il governatore Luca Zaia quanto il sindaco di Venezia Orsoni (ma anche gli assessori alla cultura: sia Tommasini che Panizza che il loro collega friulano De Anna) hanno sottolineato che la candidatura ha senso se la si immagina anche come opportunità di sviluppo economico.

Il che significa due cose. La prima: turismo. Si calcola infatti che la Capitale faccia aumentare del 12% le presenze turistiche su un territorio. La seconda: opere pubbliche, in particolare infrastrutture.

Orsoni non ha usato giri di parole: “C’è chi afferma che con la cultura non si mangia - ha detto - ma è vero proprio il contrario: la cultura può contribuire a elevare il livello economico di un territorio”.

Venezia - come ha sottolineato non senza una vena polemica Zaia - “non avrebbe certo bisogno del resto del Nord-Est per essere Capitale della cultura”, ma quella del 2019 può essere l’occasione per realizzare una serie di infrastrutture utili per migliorare la mobilità del territorio: “E dovremmo riuscire a farlo prima del 2019 - ha concluso Orsoni -: magari già per l’Expo milanese del 2015. Questa candidatura ha senso se servirà a migliorare i collegamenti con al nostro interno”. Su questo punto si è speso molto soprattutto il governatore Zaia: “Per migliorare la mobilità - ha detto - servono nuove opere. In particolare torno a chiedere a Durnwalder di riflettere sulla necessità di un terzo valico attraverso le Alpi per collegarci con l’Europa. Un nuovo collegamento Monaco-Venezia è essenziale: non vogliamo prove muscolari ma spero che, magari presentando qualche percorso alternativo, il discorso si possa riaprire”.

Durnwalder però replica a stretto giro: “Non so esattamente cosa intenda Zaia con terzo valico, se l’Alemagna o la Valdastico. Se intende l’Alemagna, niente da fare: siamo patrimonio Unesco e abbiamo ratificato la Convenzione delle Alpi, quindi non faremo passare altre strade tra le Dolomiti. Se invece Zaia ha in mente un percorso alternativo ce lo presenti e ne discuteremo. In ogni caso - ha concluso - io sono realistico: entro il 2019 non riusciremo a realizzare nessuna di queste opere, nè l’Alemagna nè il tunnel del Brennero nè altro. Quindi dico che è meglio pensare a piccoli interventi solo per migliorare la mobilità, e per il resto concentrarci sulle iniziative culturali...”. Sull’aspetto economico dell’iniziativa ha posto l’accento anche l’assessore trentino Panizza: “Dobbiamo coinvolgere il mondo dell’imprenditoria perché questo progetto interessa anche ai privati”. (m.r.)

 

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Corriere delle Alpi  01.12.2010

Lettere

IL TRENO

Venezia – Dolomiti serve il collegamento

VENEZIA-Dolomiti: avanti con la ferrovia. Zaia e Toscani con Messner lanciano la proposta di legare turisticamente Venezia e le Dolomiti?

Va bene. E allora passiamo dalle parole ai fatti. Proporre un pacchetto turistico Venezia-Dolomiti vuol dire prima di tutto assicurare i collegamenti tra i due siti. Collegamenti che non possono essere con i mezzi individuali se pensiamo ai turisti che arrivano da tutto il mondo in aereo o in treno. Ed allora rilanciamo il progetto del treno Venezia - Dolomiti. Un grande progetto turistico di collegamento tra due siti conosciuti in tutto il mondo. Un treno veloce e sicuro che porterebbe grandi benefici per la nostra provincia non solo sul piano turistico ma anche di carattere sociale e di sviluppo più in generale. Si tratta in sostanza di ammodernare il tratto Venezia - Calalzo e realizzare il tratto Calalzo-Cortina-Dobbiaco. Lo studio di fattibilità della Regione esiste già. L’idea lanciata qualche anno fa dalla Provincia di Belluno era già stata condivisa dalle due province dai due comuni e dall’allora presidente della regione Galan. Anche la Provincia di Bolzano, per la prima volta, aveva manifestato interesse. Poi tutto si è fermato. Rilanciamo questo progetto anche nel contesto dei mondiali di sci. Come è noto le grandi manifestazioni sportive muovono interessi che possono facilitare la realizzazione di infrastrutture attese da anni e utili a tutto il territorio.
Quinto Piol Responsabile Provinciale Viabilità e Trasporti PD

 

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