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GIUGNO TOLMEZZO Manifestazione
davanti alla sede del Pd Tav, solidarietà alla Val Susa TOLMEZZO (d.z.) Armati di fischietti, cartelloni e megafoni, si sono voluti unire a loro modo in segno di solidarietà al «popolo della Val di Susa» che sta battagliando contro l'apertura dei cantieri per la realizzazione della Tav Torino-Lione. Ieri a Tolmezzo circa una trentina di persone, appartenenti ai Comitati della Carnia, Carniainmovimento, Pas-Dolomiti, Legambiente, Sel, Federazione della Sinistra, Rifondazione Comunista, Movimento Mont, si sono stretti in un semplice sit-in, non a caso davanti alla sede del Partito Democratico tolmezzino (per «sensibilizzare un partito già morto» ha dichiarato uno di loro), e da li poi in corteo si sono spinti fino in piazza XX settembre. «Siamo stufi di vedere le oligarchie al potere in Italia farsi beffa della volontà popolare - hanno denunciato- quindi facciamo vedere che anche la montagna friulana è indignata davanti a tutto ciò».
Corriere delle Alpi 27.06.2011 PASSI, POLITICHE CONDIVISE Irma Visalli Come ogni estate ecco immancabile la questione passi dolomitici. Passi chiusi, passi aperti, pedaggio sì, pedaggio no. Come spesso accade per gli argomenti “spinosi”che toccano interessi e mondi diversi (lavoratori, abitanti, produttori, turisti) si attivano “battaglie” tra opposte vedute che, dopo un po’ di chiasso stagionale, fanno restare tutto esattamente com’era. Chi può opporsi all’idea che le Dolomiti devono essere liberate dal traffico “eccessivo”, godute e vissute in pace, luogo del respiro e della contemplazione della bellezza e del silenzio? Come si può non dare ragione a Michil Costa quando ci ricorda che il mondo sta andando in direzione di uno sviluppo, anche economico, che vede in questi elementi un volano essenziale? Come non essere consapevoli che oggi ci vogliono azioni coraggiose centrate su questi valori? Purtroppo non basta essere concordi con tutto ciò per risolvere il problema. Né mi pare possibile continuare a riproporre quello dei passi come un tema “stagionale” o a se stante. Lo leggo, piuttosto, come “nodo simbolico” di due questioni ormai ineludibili e urgenti. Le due questioni sono quella della mobilità (sostenibile) tra e nelle Dolomiti e quella del riequilibrio tra territori le cui condizioni di vita restano assolutamente diverse, ancora troppo diverse per condividere temi “conflittuali”. Nonostante siano, oggi, parte di un unicum indivisibile, come riconosciuto dall’Unesco. Non credo si arriverà ad alcuna soluzione se prima non si affronteranno le diverse istanze territoriali. Come parlare dei passi chiusi quando ancora gli studenti e i lavoratori (del bellunese soprattutto) fanno i conti giornalmente con un sistema trasporti inefficiente e “sconnesso”? Come pensare che gli operatori economici non vedano le soluzioni “a spot” come nuova penalizzazione e divario tra diverse condizioni di partenza? La questione è annosa. Già nel 2006 gli allora presidenti Durwalder, Dellai e Reolon, condivisero l’urgenza di una visione comune per la mobilità sostenibile delle Dolomiti, punto focale non solo delle politiche turistiche ma soprattutto di quelle socio-economiche. Quel progetto strategico, in cui vi erano l’asse ferroviario Venezia Dolomiti-Dobbiaco, progetti interprovinciali del trasporto pubblico capaci di connettere le valli, mobilità ciclopedonale e utilizzo delle funivie oltre la stagione invernale, viveva nello spazio del protocollo trasporti della Convenzione delle Alpi (che poi il governo stralciò nel 2010) e in visione politica che vedeva nel riconoscimento Unesco, allora avviato, un’importante opportunità di concretizzazione di un nuovo modello di sviluppo centrato sull’equilibrio tra la tutela e l’abitare in montagna. Oggi, come allora, non è l’Unesco che ci può dare la strada, ma viceversa, è la nostra visione del futuro che può trovare nel riconoscimento uno spazio di concretizzazione. Lì, le cinque province possono (e devono) armonizzazione le loro politiche, continuando quel metodo per cui si è stati vincitori a Siviglia esattamente due anni fa. E’ sempre più evidente quanto difficile sia questa “partita”, ma è ora che si coinvolgano tutti intorno a quella governance che deve produrre coesione e riequilibrio tra province dolomitiche. E la politica dovrebbe alzarsi oltre le parti e i campanili, per produrre grandi progetti strutturali. Allora forse potremo lanciare azioni coraggiose come quelle della chiusura dei passi. Auspico, in questo senso, che quando Bolzano porterà al tavolo della Fondazione Dolomiti Unesco il progetto sulla mobilità sostenibile di cui è responsabile di rete, si siano fatti passi avanti e vi siano le condizioni per azioni giuste e coraggiose per il futuro delle Dolomiti, di chi le visita ma soprattutto di chi le abita.
Il Gazzettino-Ud 26.06.2011 Monte Croce, traforo possibile L’annuncio del presidente Tondo alle celebrazioni per
i 100 anni della Secab David Zanirato PALUZZA - Prima l'assist: «Comelli docet, non è nel mio stile fare promesse che non riesco a mantenere ma per il progetto del traforo di Passo Monte Croce Carnico c'è una luce nuova che deve rimanere accesa; sembrava un'ipotesi seppellita ed invece Unione europea, Carinizia ed alcune positive lobby industriali hanno mutato atteggiamento». Poi il tackle: «le votazioni sui referendum hanno portato a percentuali bulgare perché più che sulla questione energetica, si è voluto votare contro Berlusconi; sono ancora convinto che per soddisfare i fabbisogni futuri e produrre ricchezza non si può continuare a dire No al nucleare, agli elettrodotti, a Somplago, le rinnovabili non bastano». Il Presidente della Regione Renzo Tondo partecipando ieri alla grande festa per il Centenario di Secab a Paluzza, ha preferito la schiettezza ai convenevoli, affrontando dal palco del Teatro Daniel, due questioni che vedono da tempo direttamente interessata la Valle del But e la Carnia in generale. E se per il traforo amministratori e cittadini sono da tempo in maggioranza favorevoli all'ipotesi infrastrutturale, sulla questione energetica il brusio contrariato della sala si è sentito eccome. Tondo comunque ha riconosciuto al modello «Secab» una storia di serietà e successi, esaltando il ruolo e la tradizione dei cooperatori «che sono auto-imprenditori». A ruota il presidente di Secab Luigi Cortolezzis, affiancato dal past-president Duilio Cescutti e dal consiglio d'amministrazione, ha voluto rievocare l'atto costitutivo della società: «Questa è solo la tappa di un percorso non concluso, che affronteremo con l'esperienza di un anziano e la vitalità di un ragazzo. Siamo proiettati verso il futuro senza dimenticare il passato e l'esempio dei 33 soci fondatori che, con la loro vitalità culturale, la loro lungimiranza e i loro valori, ci hanno insegnato a guardare avanti». Ricordando i principi della mutualità e della solidarietà, ma anche l'attenzione all'innovazione ed al mondo accademico, Cortolezzis, emozionandosi nel rievocare le parole del padre Elio, presidente di Secab in occasione del 50°, ha evidenziato come: «In questo secolo la vera forza della cooperativa è stata la capacità di valorizzare le proprie risorse umane intese come persone portatrici di idee, esperienze e valori, di spirito di sacrificio e amore per la propria terra, che mai deve essere compromessa per ottenere utili». Hanno portato la propria testimonianza, fra gli altri, anche il sindaco di Paluzza Elia Vezzi, Renzo Gasparutti, presidente di Legacoop Fvg che ha parlato a nome del movimento cooperativo unitario, il deputato Ivano Strizzolo, Costantino Giacomolli, presidente nazionale delle cooperative elettriche il consigliere provinciale, l'ex sindaco di Udine Piero Zanfagnini, ad onorare lo «scudo cooperativistico negli anni bui degli insulti e delle tragedie» e per la provincia Massimo Peresson, che ha invitato la Regione ad investire in quei poli come lo Zoncolan dove grazie anche ai risparmi delle bollette Secab, i ritorni d'investimento sono più concreti.
Lettere UNESCO Traffico limitato tra passi e cime Chiudere i passi dolomitici al transito diurno delle auto e delle moto non è questione elitaria. Chi ama la montagna, chi la desidera vivere nell’intimità, nelle tante emozioni che riesce a trasferire sa che uno sguardo gettato sui tre piani di lamiere sotto le Tre Cime di Lavaredo rompe, con violenza inaudita, un incantesimo. Chi vuole ascoltare il fischio delle marmotte o il sibilo dei fringuelli di monte non può sentire confondere questi suoni con il rombo violento dei motori delle moto o del passaggio continuo di auto. Chi sale in bicicletta lungo i tanti tornanti non può venire investito dalle emissioni di migliaia di motori. I nostri nonni e padri ci hanno tramandato ben altri valori, mai basati sulla velocità e sulla arroganza: il rispetto degli altri e di chi fatica, l’ascolto del silenzio nelle sue mille sfumature, la cultura del limite. Qualunque persona dotata di attenzione e cultura fino ad ieri era convinta che Dolomiti patrimonio dell’Unesco dovesse investire in questi valori, non nel favorire la confusa invasione di massa di spazi tanto delicati e fragili. Ci sono altri aspetti che sfuggono al segretario della Fondazione Dolomiti Unesco (noi speriamo abbia sempre parlato solo a titolo personale). Il gruppo del Sella e il Sassolungo, scandalosamente, sono stati lasciati fuori dal patrocinio Unesco, il segretario quindi non ha alcun titolo, se non quello di cittadino comune, di esprimere le opinioni e i giudizi sulle persone e scelte politiche che ha espresso. Non solo, non spetta al segretario decidere la linea politica e le scelte di indirizzo dei piani di gestione dei nove siti patrimonio naturale dell’Unesco, ma è compito diretto dei membri del Consiglio d’amministrazione della Fondazione, cioè dei politici e ovviamente, lo speriamo, della società civile e dei cittadini che le Dolomiti le vivono. In tutte le Alpi amministrazioni comunali e regionali ormai da anni stanno attuando politiche di disincentivazione all’uso dell’auto privata investendo nel trasporto pubblico, in ferrovie moderne, nel trasporto funiviario. Possibile che proprio nelle Dolomiti non riusciamo a costruire un progetto pilota di grande innovazione, efficace, un reale servizio ai cittadini e agli ospiti turisti, che permetta a tutti noi di abbandonare progressivamente l’uso dell’auto? Noi lo sappiamo, l’auto è il mezzo di trasporto che impone alla società civile i maggiori costi, in termini economici, ambientali ed energetici. Perché non invertire una cultura che ci porta a consumare sempre più territorio e paesaggio? Ci auguriamo che le provocazioni del segretario della Fondazione permettano alla classe politica chiamata a governare anche i processi di mobilità in territorio dolomitico, ad avere coraggio. Partendo in tempi brevi con la chiusura parziale, a fasce orarie, dei passi dolomitici al transito delle auto, arrivando a sostituire con altri mezzi di trasporto la violenza imposta alle Tre Cime di Lavaredo e ad altre località, come certi arrivi discutibili del giro d’Italia (Gardeccia). Come del resto sta già avvenendo, e con risultati di grande soddisfazione, in situazioni di alto pregio: Val Veneggia, val di Tovel, val di Genova. Luigi Casanova. Mountain Wilderness Italia
Corriere delle Alpi 24.06.2011 Passi dolomitici «E’ teoria della mobilità» Il segretario della Fondazione Unesco replica alle
critiche avanzate da Trento e Bolzano BELLUNO. Nessun passo indietro, anzi. In relazione all’articolo “No alla chiusura dei passi, tutti contro Campeol” il segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco precisa quanto segue: «Prima di chiudere una mobilità si devono trovare soluzioni alternative, sia come vettore che come struttura. Questa è la teoria generale della pianificazione che ho cercato di esprimere ai giornalisti che mi hanno chiesto di esporre il mio pensiero sulla proposta di chiudere i passi dolomitici». Replica così il segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco, Giovanni Campeol, all’articolo apparso sul Corriere delle Alpi l’altro giorno. «La mia opinione, come giustamente hanno sottolineato gli assessori Gilmozzi e Laimer, componenti del cda della Fondazione Dolomiti Unesco in rappresentanza rispettivamente delle Province di Trento e di Bolzano, è legata al concetto della teoria della mobilità, alla disciplina urbanistica», afferma Campeol. «I passi, come tutta la mobilità, sono nati per mettere in comunicazione i territori, non per dividerli. In un ambito territoriale come le Dolomiti, in cui possono esserci esigenze diverse, è necessario che la comunicabilità sia mantenuta il più possibile, altrimenti può succedere che territori si rafforzino ed altri si indeboliscano soprattutto dal punto di vista economico». «Ci sono molti esempi nel mondo che dimostrano come prima di chiudere territori interi si devono effettuare analisi e ricerche. Ed è esattamente il lavoro che sta svolgendo con la sua rete funzionale la provincia di Bolzano, partendo dal presupposto che la comunicazione è la base per l’armonizzazione economica dei territori” dice Campeol che condivide con gli assessori Mauro Gilmozzi e Michl Laimer la necessità di prudenza». «Le mie considerazioni», conclude Campeol, «erano volte a presentare principi generali della pianificazione territoriale urbanistica in tema di mobilità».
Corriere delle Alpi 23.06.2011 No alla chiusura dei passi, tutti contro Campeol Laimer e Gilmozzi: «E’ una sua opinione, non della Fondazione» Pesanti critiche: «Non ha parlato da segretario. Lo studio è stato affidato alla Provincia di Bolzano» M.Di Giangiacomo BOLZANO. «Il no di Campeol alla chiusura dei passi dolomitici è un’opinione personale che non ha nulla a che fare con la posizione del cda». È bufera sul segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco, che nell’intervista rilasciata al Corriere delle Alpi ha bocciato la proposta di chiusura a fasce orarie dei passi dolomitici avanzata recentemente anche da Reinhold Messner, oltre che da diversi altri settori della società e dell’economia dell’area dolomitica, almeno sul fronte altoatesino. Il disco rosso arriva dai membri altoatesino e trentino del cda, Michl Laimer e Mauro Gilmozzi. «È la sua opinione personale», dice Laimer. «Un’opinione rispettabile, ma non può avere detto quelle parole nemmeno in qualità di segretario. Il consiglio d’amministrazione non ha mai discusso l’argomento. È la Provincia di Bolzano che ha avuto mandato di elaborare un progetto per la mobilità. Come è noto, in Alto Adige ci sono due scuole di pensiero: la prima è per la chiusura a fasce orarie, l’altra è per il pedaggio. Come assessore, io propendo per la prima soluzione. È una proposta affascinante, ma auspico che siano le popolazioni delle vallate a farla propria: in Val Gardena è già successo, in Val Badia se ne sta ancora discutendo. Sono questioni delicate», conclude Laimer, «bisognerà procedere con prudenza, senza sparate di questo genere». «Quella di Campeol è un’opinione personale, dal mio punto di vista anche abbastanza imbarazzante», tuona l’assessore all’urbanistica della Provincia di Trento Mauro Gilmozzi. «La Fondazione ha incaricato la Provincia di Bolzano di approfondire le tematiche legate alla mobilità, elaborando un progetto, studiando le possibili soluzioni, creando coesione attorno a un’idea. L’esatto contrario della battaglia ideologica che sembra si stia combattendo oggi. Se ognuno continua a dire la sua, come sta accadendo, non arriviamo da nessuna parte. I membri del consiglio d’amministrazione attendono quindi di potersi confrontare per dare un contributo, la Fondazione può sicuramente essere un luogo dove discutere di questi temi, ma per il momento non abbiamo ancora preso posizione. Credo che il modo corretto di affrontare l’argomento sia questo, con serenità, mai contro qualcuno, ideologicamente. Per trovare la soluzione al problema del traffico sui passi serviranno prove, iniziative che rassicurino gli operatori», conclude Gilmozzi, «semplificare non serve a niente, gli slogan vanno bene sia a chi dice sì che a chi dice no, per trovare la strada giusta serve un lavoro diverso».
Corriere delle Alpi 22.06.2011 Fondazione Unesco, inaugurati i nuovi uffici al Comun
Vecio «Una ubicazione eccellente» Improntati ad ottimismo e a voglia di fare i discorsi
delle autorità con l’obiettivo di «vincere una partita che non è di uno ma
di tutti» Alessandra Segafreddo CORTINA. Inaugurata la sede della Fondazione Unesco. Al Comun Vecio, gli uffici sono stati benedetti dal vicario parrocchiale don Alberto Ganz; poi il presidente Alberto Vettoretto, il capo della Provincia, Gianpaolo Bottacin, e il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, hanno tagliato il nastro. Molte le autorità civili, politiche e militari presenti per un evento che segna l’inizio dell’operatività della sede che è a Cortina da marzo. In una splendida giornata di sole, le crode ampezzane hanno regalato magìa all’inaugurazione di una sede che unisce due Regioni e cinque Province sotto un unico denominatore: le Dolomiti patrimonio Unesco. «Finalmente si parte», ha esordito Franceschi nel suo discorso di benvenuto, «gli uffici sono operativi già da alcuni mesi e per noi avere la sede Unesco a Cortina è motivo di orgoglio. Si è riusciti a trovare una sintesi condivisa da tutti: questa non è la sede di Cortina, ma la sede di tutte le Dolomiti». Una sintesi condivisa anche da Stefano Ghezze, presidente consiglio provinciale. «La scelta della sede», ha ricordato, «è stata oggetto di discussioni. Cortina ritengo sia un’ubicazione eccellente. Da qui si dovrà fare un grande lavoro, perché il riconoscimento Unesco non è un vincolo, ma una grande opportunità per tutto il territorio». Due i sogni che il presidente Bottacin ha invece detto di avere nel cassetto. «Auspico che le polemiche, forse troppe, che hanno accompagnato nei mesi scorsi la Fondazione», ha detto il presidente della Provincia di Belluno, «possano essere viste come dialogo, come momento di confronto, come crescita costruttiva per tutti. Le Dolomiti Unesco sono un’importante partita per tutto il territorio che, tramite questo riconoscimento, potrà svilupparsi su vari fronti. Il secondo sogno che ho nel cassetto è che Cortina resti per sempre la sede della Fondazione. Cortina non è capoluogo di provincia, ma è la Regina delle Dolomiti. Anche se tra tre anni sarà Bolzano la provincia capofila, Cortina potrebbe rimanere la sede perché è il luogo che ha uno scenario dolomitico senza eguali. L’Unesco deve unire e non dividere, e quindi questo è un obiettivo che speriamo si concretizzi». Soddisfatto che la sede Unesco sia a Cortina anche Mario Lacedelli, presidente di “Cortina inCroda” e degli Scoiattoli. «Credo che sia il posto giusto», ha detto, «perché qui tutti siamo affezionati alle Dolomiti; e partire da Cortina darà un impulso importante al lavoro che la Fondazione andrà a fare». Ha ricordato l’avvicinarsi del secondo compleanno del riconoscimento Unesco il presidente della Fondazione. «La Fondazione», ha detto Vettoretto, «ha messo in atto vari progetti, da quelli destinati alla tutela ambientale, a quelli dedicati alle pubblicazioni. Noi non dobbiamo fare marketing, come erroneamente ancora qualcuno si ostina a credere nonostante la cosa sia stata chiaramente sottolineata, ma promuovere a livello mondiale lo sviluppo dei siti ambientali». Le Dolomiti, quindi, come sito ma anche come veicolo turistico e artistico, come hanno ricordato Stefania Zardini Lacedelli e Caterina Ciani.
Il segretario chiede «Dolomiti fruibili al 100%» Campeol rilancia: «I passi? Non ha senso chiuderli» Maurizio Di Giangiacomo CORTINA. «Chiudere
i passi è sbagliato: le Dolomiti sono patrimonio dell’uomo, se l’uomo non
le può raggiungere come fa a goderne?». Non usa giri di parole il segretario
generale della Fondazione Dolomiti Unesco, Giovanni Campeol, per bocciare la
proposta (fatta propria anche da Reinhold Messner) di ridurre il traffico sui
passi dolomitici prevedendone la chiusura a fasce orarie. Concetto rubadito
proprio in occasione dell’inaugurazione della sede operativa della Fondazione,
a Cortina. «Quello dei passi dolomitici è un falso problema», spiega Campeol, «le punte di traffico ci sono, ma sono assolutamente limitate nella loro durata. Cosa facciamo, li chiudiamo proprio quando arrivano i turisti che vorrebbero ammirare da vicino le Dolomiti e che magari possono rimanere solo pochi giorni? Anche sotto il profilo ambientale, non è chiudendo i passi al traffico in quelle fasce orarie, nel periodo di maggior afflusso turistico, che si migliora la qualità dell’aria. Dobbiamo invece migliorare la qualità dell’offerta, con prezzi più convenienti, menù adeguati, alberghi architettonicamente più rispondenti alla tradizione, anche in occasione delle ristrutturazioni, dicendo no a certe bizzarrie: quelle sì sono danni permanenti al paesaggio». Si riferisce
all’hotel 7 stelle in Val Gardena? «No, ne ho sentito parlare, ma non ho ancora potuto visionare il progetto». Quindi, tornando
ai passi, boccia l’idea di chiuderli in certe fasce orarie? «La fruizione delle Dolomiti va estesa, non ridotta. Certo, va fatto meglio, magari sostituendo i vettori, utilizzando i bus navetta o al limite gli impianti di risalita». Una posizione, la
sua, molto... bellunese? «In che senso, scusi?». Nel senso che lo
sanno tutti che da questa parte del Campolongo la pensano tutti in questa
maniera... «È la mia opinione personale, ma credo che sia anche l’opinione del consiglio d’amministrazione. Noi della Fondazione possiamo solo suggerire, le decisioni spettano ovviamente agli enti pubblici rappresentati nel cda. Il nostro compito è fare arrivare i turisti, magari affiancando nuovi vettori a quelli tradizionali. La bellezza delle Dolomiti è patrimonio culturale dell’uomo: se l’uomo non può ammirarle, quel patrimonio non è più fruibile. Dobbiamo renderlo fruibile tutelando le risorse naturali, ma anche sviluppando economie durevoli. La chiusura non è figlia della razionalità, bensì dell’emotività. Le Dolomiti sono dell’umanità: non bellunesi, né trentine e né altoatesine».
Il Gazzettino 19.06.2011 RIMPIANTA LA LINEA DISMESSA DA 40 ANNI Quel romantico convoglio per Cortina e l’Alto
Adige Ogni tanto si torna a parlare del trenino di Cortina, dismesso da quarant’anni, che un tempo collegava il Veneto all’Alto Adige, raggiungendo Dobbiaco. Sul versante bellunese adesso c’è una bella pista ciclabile, utilizzata da escursionisti e cicloamatori. Ma gli ambientalisti, convinti assertori di un utilizzo più compatibile con il rispetto della natura, non hanno mai abbandonato l’idea della rotaia. Il collegamento ferroviario Calalzo di Cadore-Cortina d'Ampezzo-Dobbiaco ebbe uno studio di fattibilità nel 2000, con tre varianti. L’anno successivo i sindaci lo discussero e scelsero il tracciato quasi interamente da realizzare in galleria che prevedeva la prosecuzione della ferrovia da Calalzo fino a Pieve di Cadore, a Nebbiù e a Valle, Peaio, Vodo, Borca, l'attraversamento di San Vito in galleria, fino ad Acquabona. Tornava in galleria sotto il trampolino olimpico di Zuel, per procedere lungo la parte inferiore della statale 51 di Alemagna, ed incunearsi su un tracciato analogo in galleria sotto il Col Druscié. Poi proseguiva verso Fiames, quindi galleria fino a Carbonin. Il tracciato proseguiva lungo la valle fino a Dobbiaco. Uno studio rimasto sulla carta.
Corriere delle Alpi 19.06.2011 I sindaci in difesa della linea ferroviaria Padrin: «A Rfi chiederemo di intervenire in
fretta». De Carlo: «Guai depotenziare» BELLUNO. Rfi, Trenitalia, tutti i sindaci dei comuni attraversati dalla tratta Ponte nelle Alpi-Calalzo, il Servizio forestale, il genio civile e la Provincia: domani ci saranno proprio tutti al tavolo in cui si parlerà del futuro della ferrovia, dopo il deragliamento del treno a Longarone. E molti dei primi cittadini sono pronti a chiedere ai responsabili delle ferrovie che la linea venga ripristinata al più presto «perchè il trasporto su rotaia è fondamentale per il nostro territorio». Il tavolo sarà l’occasione per capire i tempi e le azioni che Rfi e Trenitalia intendono mettere in atto per la riapertura della linea. «Soprattutto in quell’occasione sapremo cosa è emerso dal sopralluogo sul versante franato, eseguito dal geologo all’indomani del deragliamento», precisa il sindaco di Longarone, Roberto Padrin, che si augura che la messa in sicurezza del pendio avvenga in tempi rapidi. «Dobbiamo capire come operare su quel versante, e soprattutto ci devono spiegare chi fa cosa, visto che sono diversi i soggetti che hanno competenza in quel tratto». Il primo cittadino longaronese avrebbe anche qualche idea su come intervenire in quell’area. «A pochi metri di distanza dal punto in cui è avvenuto il deragliamento, c’è un casello ferroviario, da tempo dismesso, che non ha più alcuna utilità: si potrebbe pensare di utilizzare quel materiale per fare delle barriere protettive sul versante». Padrin aggiunge: «In quel punto potremmo anche pensare di proteggere i binari tramite delle reti paramassi, ma l’area è troppo vasta e l’operazione risulterebbe troppo costosa. Infine, si potrebbe togliere tutto il pietrisco dal versante, ma il materiale è troppo». «Insieme ad altri sindaci», prosegue il primo cittadino longaronese, «faremo presente che la tratta ferroviaria Ponte-Calalzo è fondamentale per il trasporto pubblico locale della nostra provincia, per cui è necessario che la linea sia riaperta al più presto. Non possiamo pensare che Rfi o Trenitalia approfitti di questa situazione per depotenziare il servizio».ù Della stessa idea anche il sindaco di Calalzo, Luca De Carlo. «È una situazione pesante, per quanto la colpa non sia di nessuno. Ma questo incidente avrà sicuramente delle ripercussioni sul piano turistico. Proprio oggi (ieri per chi legge, ndr) è ripartito il treno Roma-Calalzo che trasporta molti turisti, ma qui non è arrivato. Non vorrei che questo fosse l’ennesimo episodio per avviare il depotenziamento o addirittura l’eliminazione totale della linea da parte di Trenitalia. Una linea che così com’è ora è sicuramente anti-economica. Ma sfido chiunque a parlare di economicità, quando si ha a che fare con ritardi quotidiani e con corse che impiegano ore per fare pochi chilometri». «Trenitalia deve rendersi conto che la linea va resa più appettibile», prosegue De Carlo, «e soprattutto più veloce. Si decida una volta per tutte cosa si vuole fare, altrimenti finiamola di parlare di turismo e di Unesco. Lunedì da Rfi e Trenitalia non vogliamo le solite scuse, ci aspettiamo che si passi a investimenti immediati per ripristinare la linea. Solo così sarà possibile rilanciare la tratta in un’ottica turistica». Preoccupato che la linea possa avere uno stop più lungo del previsto anche il sindaco di Castellavazzo, Franco Roccon. «Dobbiamo stare col fiato sul collo a Rfi e Trenitalia per mantenere la corsa e per dare un servizio ai nostri pendolari e lavoratori. Dobbiamo fare in modo che vengano mantenute le corse attuali».
L’IDEA DI OSPITALE «Una ciclabile al posto delle rotaie, potenziando il
trasporto su gomma» BELLUNO. Al tavolo in prefettura ci sarà almeno un sindaco che, unica forse voce fuori dal coro, non vorrà difendere a ogni costo la ferrovia, ma chiederà di ripensare l’intero sistema del trasporto in provincia. Si tratta di Livio Sacchet, primo cittadino di Ospitale di Cadore, paese interessato dallo stop di due settimane del servizio sulla linea Calalzo-Ponte Alpi. «La questione è che la ferrovia così com’è non serve: le stazioni quassù sono ormai quasi tutte chiuse, non ci sono le biglietterie. Insomma, dobbiamo metterci a un tavolo e ragionare non per chiudere la ferrovia, perchè a rimetterci sarebbero sempre i piccoli comuni, ma per rivedere l’intero sistema di trasporto, valutando se sia meglio investire sul trasporto su gomma, che è più capillare». Un’idea che il sindaco rimugina da tempo. «Giovedì sera sul treno deragliato c’erano quattro persone, un numero che mi ha fatto riflettere. E allora», si chiede il primo cittadino, «se non ci sono i soldi per potenziare questo servizio, rendendolo più attraente e riducendo i tempi di percorrenza, perché non pensare di trasformare la linea ferroviaria in una pista ciclabile da collegare a quella esistente da Cortina a Dobbiaco e poi fino a Lienz? E insieme perchè non pensare di incrementare il servizio di trasporto su gomma, con autobus e pullman che possono offrire un collegamento più capillare con le fermate in tutti i paesi?». Per il sindaco di Ospitale «a questo punto è ora di fare un ragionamento serio sulla mobilità provinciale, soprattutto per la parte alta del territorio, perchè con gli strumenti che abbiamo ora a disposizione, non si può più pensare di andare avanti». (p.d.a.)
Il Gazzettino-Bl 08.06.2011 LA PROPOSTA DI BOLZANO
L’assessore altoatesino Mussner ora confida sui Comuni ladini «Siamo poveri, il traffico ci serve» I sindaci bellunesi di confine schierati compatti per il
"no" alla possibile regolamentazione dei passi I Comuni ladini dell’Alto Adige saranno decisivi per la chiusura dei passi dolomitici. Alla chiamata del presidente bolzanino Luis Durnwalder risponde l’assessore ladino Florian Mussner, che confida nel fatto che un lavoro sul territorio con le zone confinanti, rappresentate nella «Lia di chemuns ladins» e nei 19 Comuni dolomitici che racchiude, possa costituire la piattaforma ideale per raggiungere risultati concreti estesi a un'area più ampia. «Le strade sulle Dolomiti patrimonio mondiale Unesco si sviluppano non solo in Alto Adige ma anche nelle valli ladine confinanti del Trentino e del Bellunese - sottolinea Mussner - e il nostro obiettivo deve essere il contenimento del traffico allargato all'intera area dolomitica: per raggiungerlo dobbiamo ricercare misure adeguate e uniformi con il coinvolgimento di tutti i Comuni interessati». Sull’interrogativo, chiusura temporanea dei passi dolomitici o pedaggio la giunta provinciale attende entro l'anno una proposta concordata tra i Comuni ladini. Ma sarà difficile trovare un accordo con i colleghi bellunesi, che oppongono un fronte compatto di contrarietà alla chiusura dei passi dolomitici. «È un problema che vivo in prima persona - spiega il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin - in quanto con la mia famiglia gestisco un’attività sul passo Fedaia, in comune di Canazei». «Io credo che la provincia di Bolzano abbia raggiunto un livello socioeconomico tale da potersi permettere di prendere in considerazione valutazioni di questo tipo - dice De Bernardin -. Ma sia Belluno, in senso assoluto, che Trento, non possono farlo. Noi non abbiamo ancora il benessere di Bolzano, che deriva dall’autonomia provinciale, per cui se possono permettersi di scegliere il livello qualitativo dei loro turisti, per noi questo è assolutamente prematuro. Quando anche noi lo avremo raggiunto, allora prenderemo in esame le proposte di Messner. Noi condividiamo il Fedaia con Trento. Bolzano può permettersi anche di chiudere i passi alle auto e far funzionare il servizio con mezzi pubblici. Noi abbiamo difficoltà a gestirlo anche nei nostri villaggi....». «Loro possono proporre quello che vogliono - entra a gamba tesa il sindaco di Livinallongo, Ugo Ruaz, che condivide con Bolzano e Trento i passi Campolongo e Pordoi - noi li teniamo aperti. Che poi dove sarebbe tutto questo traffico è ancora da capire. A parte in occasione di qualche festa particolare i passi dopo le 16 sono morti, non c’è più un cane che gira». «Certo, prima di tutto bisogna capire a quali passi si riferiscono Messner e Durnwalder - dice il sindaco di Comelico Superiore Mario Zandonella Necca -. Il caso nostro, noi abbiamo il passo Monte Croce che collega il Comelico con l’Alta Pusteria, non credo possa rientrare nei progetti di chiusura. Non ce ne sarebbe infatti alcun motivo e poi questa per noi è l’unica strada transfrontaliera, una chiusura è fuori discussione». «Sul resto, potrà essere fatta una valutazione con i colleghi bellunesi - continua Zandonella Necca - che mi sembrano però schierati schierati sul no. Questi sono passi di collegamento. Per il nostro territorio è un valico importante, a 1660 metri, ma non credo che sia nemmeno nella mente di Messner. Qui passa il trasporto pubblico, della linea che da Udine raggiunge San Candido, ogni giorno ci passano centinaia di lavoratori per andare al lavoro in Val Pusteria».
Il Gazzettino-Bl 06.06.2011 «Messner chiuda i passi a casa sua» Campeol (Fondazione Unesco) e l’assessore provinciale
Faoro contro l’idea dell’alpinista «Se vuole chiudere i passi Reinhold Messner lo faccia a casa sua». Giovanni Campeol, segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco ha le idee chiare. Impedire il passaggio delle auto sui passi più trafficati dalle 10 alle 17, come proposto dallo scalatore altoatesino, non è una visione che condivide l'ente composto dalle 5 province (Belluno, Udine, Prodenone, Trento, Bolzano). «Fare il pianificatore territoriale - dice Campeol rivolto a Messner - non è il suo mestiere, bisogna avere i dati per dire che i passi sono troppo trafficati, a noi, anche dall'accordo fatto con le 5 Arpa provinciali, risulta che l'aria nei luoghi Unesco sia pulita». Per essere ancora più chiari, dichiara il segretario: «Se Messner immagina un turismo autoreferenziale e narcistico ha sbagliato posto, deve andare in Patagonia o in altri luoghi. Le Dolomiti sono sempre state abitate dall'uomo e qui dobbiamo aprirci non chiuderci al turismo». Anzi, secondo Campeol il vero scopo della Fondazione è «tutelare che si rompano le montagne più di quello che fa la natura già con il suo corso e in questo senso sono proprio gli scalatori ad incidere di più sul patrimonio». In ogni caso per togliere un vettore bisogna trovarne un'altro: «Dobbiamo lavorare - afferma - per un'offerta turistica di qualità anche sui mezzi pubblici». Campeol dice di condividere in parte anche le ragioni assessore all'ambiente e alla mobilità della Provincia di Belluno, Ivano Faoro. «Mi farebbe piacere rivedere Messner per la stima che ho per lui, ma quanto al problema della chiusura al traffico - ha dichiarato Faoro - la situazione è molto complessa». C'è, stando all'assessore di Palazzo Piloni, una differenza di base, chiaramente in termini di euro, tra le realtà di Belluno e Bolzano, che è troppo difficile da colmare: «Finché non ci sarà una parità economica sulle entrate tra noi e Bolzano, per i "poveri" bellunesi è importante anche il reddito che si genera con l'arrivo di quelle auto». Poi lancia una stoccata riferita al governatore altoatesino, Luis Durnwalder: «È facile quando si è ricchi fare politiche ambientali popolari. Per noi è già più complicato».
Il Gazzettino 06.06.2011 Passi chiusi? Veneto favorevole L’idea lanciata da Messner di limitare il traffico
sulle Dolomiti piace all’assessore Chisso: proposta seria. Dubbi di Belluno:
ci danneggia Entusiasti Trento e Bolzano, perplesso o apertamente contrario il Veneto sulla proposta di Reinhold Messner di chiudere al traffico privato in determinati periodi del giorno e dell’anno i passi dolomitici più affollati. Quanto alla Carnia, bastano le parole del sindaco di Tarvisio Renato Carlantoni: «Traffico? Magari. Da noi non abbiamo certo di questi problemi». «Se vuole chiudere i passi Reinhold Messner lo faccia a casa sua», dice invece, nettissimo, Giovanni Campeol, segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco. Impedire il passaggio delle auto sui passi dalle 10 alle 17, come proposto dallo scalatore altoatesino, non è una visione condivisa dall'ente composto dalle 5 province (Belluno, Udine, Prodenone, Trento, Bolzano), a cui «risulta che l'aria nei luoghi Unesco sia pulita». Appena più sfumata la posizione dell’assessore all'ambiente e alla mobilità della Provincia di Belluno, Ivano Faoro. «Mi farebbe piacere rivedere Messner per la stima che ho per lui, ma quanto al problema della chiusura al traffico la situazione è molto complessa». C'è, stando all'assessore, una differenza di base tra le realtà di Belluno e Bolzano, difficile da colmare: «Finché non ci sarà una parità economica sulle entrate tra noi e Bolzano, per i "poveri" bellunesi è importante anche il reddito che si genera con l'arrivo di quelle auto». Poi lancia una stoccata al governatore altoatesino, Luis Durnwalder: «È facile quando si è ricchi fare politiche ambientali popolari. Per noi è già più complicato». Abbottonato ma più possibilista invece l’assessore regionale Renato Chisso: «Messner è una persona seria, quindi anche la sua proposta lo è. Non so se la sua idea sarebbe realizzabile, valuteremo con attenzione, stringendo i tempi del confronto avviato con gli enti locali anche del Trentino Alto-Adige». Anche il mondo della montagna, nel Veneto, si muove con i passi di piombo: Umberto Martini, bassanese ma presidente del Cai nazionale, dice che «la chiusura dei passi è difficile da gestire, soprattutto in questi tempi di calo degli afflussi turistici. Bisognerebbe comunque predisporre preliminarmente dei percorsi alternativi, o quanto meno mettere a punto un sistema di bus navette, per quando il passo è una meta conclusiva. Ma faccio osservare che non ci sono ancora dati affidabili sugli effetti economici dei flussi automobilistici» Emilio Bertan, numero uno del Cai Veneto (54mila iscritti), ricorda che la proposta è già stata avanzata un paio di anni fa dai trentini, e che in ogni caso prima di muoversi bisognerebbe sentire la gente del posto, «perchè tutti vogliamo che l’ambiente rimanga integro, ma tale decisione avrebbe effetti notevoli sui bilanci degli esercizi turistici della zona. Ne parleremo nella prossima riunione di tutte le associazioni alpinistiche delle Dolomiti, che avremo ad agosto. Ma va detto che il problema riguarda un periodo molto limitato, agosto e fine dicembre, e un numero limitato di passi». Quali? Su questo concordano Bertan e il collega trentino della Sat (affiliata al Cai) Piergiorgio Motter (vedi articolo a fianco): Pordoi, Sella, Gardena, eventualmente Campolongo e Falzarego. Escluso il Fedaia, che ha un traffico soprattutto commerciale. Ma ora su tutto questo dovrebbero esprimersi i tecnici e soprattutto i residenti. ha collaborato Roberta De Salvador
Il Gazzettino 05.06.2011 Messner: Dolomiti a fasce orarie L’alpinista: «Disponibile a un incontro con gli assessori provinciali per illustrare il progetto» «La prima cosa da fare per le Dolomiti è regolamentare il traffico. E si può fare, magari chiudendo i passi in stagione nelle ore centrali della giornata. Certo, occorre una personalità forte che spinga per questo, ma si può fare». Reinhold Messner è sicuro: è possibile far coincidere natura e turismo di massa. Quel turismo, cioè, che ha consentito al suo Sud Tirolo di conoscere una ricchezza mai avuta prima, e che è sempre più l’unica speranza per la gente di montagna. In questi giorni a Brunico per completare l’allestimento del quinto e ultimo Messner Mountain Museum, all’interno dell’antico castello, il più grande scalatore himalayano vivente parla volentieri della sua terra, le Dolomiti. E lancia la sua proposta. «I problemi ci sono soprattutto in estate e sui passi. Lì si incolonnano migliaia di auto, inquinando e paralizzando tutto - dice -. So che ci sono state varie proposte, dalla chiusura totale al ticket. Ma se la prima è difficile da realizzare, la seconda è ingiusta, perché alla fine i ricchi non avranno difficoltà a passare lo stesso. No, credo ci siano altri sistemi». Per Messner la soluzione sarebbe quella di istituire una sorta di "fascia oraria" sulle zone più trafficate: «Si potrebbero chiudere al traffico i passi dalla mattina, magari dalle 10, per riaprirli al pomeriggio, verso le 17. In questo modo si offre a chiunque la possibilità di arrivare dove vuole, ma non di continuare a girare tutto il giorno o incolonnarsi in aree già troppo trafficate. Così, una volta scattato il blocco, si invoglia il turista a fare una passeggiata nella zona, per poi riprendere l’auto per tornare a casa qualche ora dopo. Mentre i passi stessi diventerebbero dominio incontrastato dei ciclisti e degli escursionisti: un successo sicuro». Naturalmente il sistema andrebbe studiato nel dettaglio. «Beh, è evidente che la cosa dovrebbe essere affrontata da uno specialista del traffico - sottolinea l’alpinista - ma prima di tutto ci vuole un accordo a livello politico, tra le cinque province (Belluno, Trento, Bolzano, Pordenone e Udine, ndr)». Poi arriva l’affondo deciso:«Capisco che non è facile mettere tutti d’accordo, ma io mi rendo fin da ora disponibile per incontrare tutti e cinque gli assessori interessati per portare loro le mie esperienze e parlare di questo problema. Che c’è e va affrontato». Messner peraltro si rende conto che un’iniziativa di questo tipo non andrebbe estesa a tutta l’area dolomitica indistintamente.«Ci sono delle vere e proprie emergenze - spiega - e mi pare che l’area del Sella è quella con i problemi maggiori. Si potrebbe cominciare da lì, facendo incontrare gli assessori di Bolzano, Trento e Belluno. Se la cosa funziona, come credo, si potrebbe estendere gradualmente al altri passi, come il Falzarego. Alla fine, si tratta solo di copiare il modello del Dolomiti Superski. Oggi lo sciatore che arriva da noi lascia la macchina in albergo e in appartamento e si muove con gli skibus e con gli impianti di risalita, spostandosi di valle in valle. Ecco, se chiudendo i passi si istituissero dei bus navetta il traffico verrebbe eliminato, mentre il turista potrebbe muoversi pure attraverso le tante funivie e seggiovie di cui disponiamo. Insomma, i collegamenti ci sarebbero ugualmente, senza inquinare». Ugo Pollesel
Il Gazzettino 04.06.2011 «Tav a Trieste? No a Tarvisio» Moretti (Ferrovie): decide la politica, ma il mercato
corre verso l’Austria non in Slovenia. Il Nordest alza la guardia «L’alta velocità da Mestre a Trieste? Il mercato è altrove, verso Nord». Quindi, meglio utilizzate la linea Pontebbana nel 2001 riammodernata con innovazioni tecniche adatte al sistema di alta velocità dei convogli. Detto così, come ha fatto Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie, qualche giorno fa, il ragionamento è preoccupante per il Nordest. Da anni si attende che si decida di passare dalle parole ai fatti e concretizzare la nuova linea ferroviaria, asse portante del Corridoio V definito dall’Ue per mettere in collegamento Barcellona con Kiev, passando per la Valle Padana da Torino a Trieste, e dalla Slovenia. Invece, Fs, con il suo vertice, sembra cancellare il tratto finale, quello sul quale si discute vivacemente a Nordest e che divide chi vuole la linea diretta verso la costa (l’assessore veneto Chisso) per servire le località balneari e chi definisce l’idea un azzardo e priva di logica. Per la verità, una certezza il responsabile delle Ferrovie l’ha data: il treno super-veloce potrebbe arrivare a Venezia nel 2020. Ma resta la "bomba" su Trieste, che ha insospettito Riccardo Riccardi, assessore alle infrastrutture del Friuli Venezia Giulia: «Moretti non l’ha mai detto, ma la Regione comunque non permetterà che Trieste venga tagliata fuori dal percorso dell’alta vVelocità e dal Corridoio V». In effetti, però, l’amministratore delegato ha articolato il suo ragionamento proprio "ad escludendum" preferendo un altra direttrice finanziata dalla Ue, il Corridoio Adriatico-Baltico in netta concorrenza con il Corridoio V. Salvo poi spiegare che lui ha come "mission" la produttività dell’azienda che dirige. E quindi, stando a quanto dicono gli indicatori economici, l’ipotesi che l’alta velocità raggiunta Venezia continui verso il mare o in affiancamento alla ferrovia storica, non è giustificata dalla domanda di utilizzo. E siccome, le Ferrovie «più fanno proventi, più ci guadagna lo Stato», una nuova linea ferroviaria ad alta velocità regge il rapporto costi-benefici se punta verso il mercato. E, ha aggiunto l’amministratore, precisando che comunque non compete a Ferrovie decidere i tracciati di nuove tratte, compito che è della politica, il mercato futuro è a Nord del Friuli, proprio al di là di Tarvisio, altroché verso la Slovenia dove non c’é garanzia finanziaria per continuare il Corrodio V. È lì che si incontrano i flussi provenienti da Germania, Svizzera e Austria; è lì, l’ideale centro intermodale per la Nuova Europa, dalla Polonia ai Balcani. Non a caso l’Austria sta potenziando le ferrovie col via libera al progetto della linea Tarvisio-Vienna e del tunnel Koralm tra Klagenfurth e Graz. Dovrebbero aprire anche i cantieri della galleria del Semmering. Per dare peso all’idea "nordista" che agita il Nordest, Moretti ricorda che la "sua" azienda ha acquistato la Netinera (l’ex Arriva Deutschland, operatore privato) terza impresa ferroviaria tedesca, dopo Deutsche Bahn e Veolia Transport. Sarà anche un’analisi che muove dalle condizioni del mercato europeo, ed è pur vero che Ferrovie non hanno alcun potere decisionale al fine della progettazione di nuove tratte ferroviarie, però è difficile ipotizzare che la politica non si faccia influenzare dalle pur fondate considerazioni economiche. E quindi decidere che lo sbocco a Tarvisio sia più conveniente di quello a Trieste. Però, è risaputo che sul capoluogo giuliano si stanno concentrando interessi di sviluppo utili per tutto il Paese: integrazione dei porti di Trieste e Molfalcone, con un consistente interesse da parte di Unicredit e Maersk (danese, leader mondiale del trasporto integrato acqua-ferro), e tra questi con lo scalo di Venezia. Una progettazione che rischia di tagliare fuori proprio Fs poiché Maersk possiede anche treni propri. Moretti, comunque, insite nel dire che un conto è l’interesse economico per Ferrovie, altro è decidere dove far passare l’alta velocità, che è competenza del pubblico in base alle disponibilità finanziarie. Come dire: signori politici, Fs vede l’affare verso Tarvisio (causa Maersk?) se poi voi decidete di arrivare a Trieste, bé si farà ma si sappia che Fs va a caccia del mercato, del guadagno che è poi importante per l’economia del Paese perché maggiori sono gli introiti, più il ministero del Tesoro può mettere in cantiere nuovi progetti. Il sasso è lanciato.
MOBILITÀ - L’ANALISI DI AUTOVIE VENETE La crisi frena, sulla Venezia-Trieste Sempre più Tir. Segno di ripresa, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno. O segno di incapacità di spostare il traffico merci su mezzi alternativi al camion. Fatto sta che i dati di Autovie Venete segnalano un incremento notevole del passaggio dei camion sulla Mestre-Trieste. Era dal 2008 che c’era il segno meno davanti alle cifre dei passaggi dei camion in autostrada: - 23,7 per cento tra Tir e camion. Nel 2009 non era andata tanto meglio e solo nel 2010 è iniziato il trend positivo. Tant’è che ai caselli della Mestre-Trieste nel mese di aprile 2011 si sono contati quasi 4 milioni di passaggi contro i 3 milioni e 700 mila dell’anno precedente. Le auto rappresentano i 2/3 del traffico, ma i camion sono 1 milione e l’incremento è vicino al 50 per cento. Certo, bisogna recuperare l’abisso negativo degli anni scorsi, ma cominciano ad essere numeri molto importanti, che segnalano una vivacità di scambi economici tra il Nord Est e l’Est Europa. 1 milione di Tir al mese, 300 mila al giorno tra andata e ritorno. E anche ieri una lunga colonna, ininterrotta di camion, segnalava, assieme a camper e auto piene di bagagli, il primo rito di passaggio dall’inverno all’estate. Il giorno prima - giovedì - c’era stato l’assalto alle spiagge, con un grande ritorno dei tedeschi a Jesolo e Bibione, a Lignano e Caorle. Ieri i Tir che fanno su e giù dalla Slovenia e dalla Bosnia Erzegovina, dalla Romani e dalla Polonia, affollavano l’autostrada. E basta passarci una mezza giornata per capire quanta necessità ci sia di un intervento strutturale in questa trafficatissima arteria che viaggia ancora a due corsie e con nessuna area di sosta tra Mestre e Portogruaro. Gli ausiliari del traffico messi in campo da Autovie Venete, una quarantina, corrono avanti e indietro a risolvere problemi. E c’è la mamma che decide che il bambino non può più aspettare e si ferma ad allattarlo in corsia di emergenza. Ma c’è anche il camion a cui va in pallone il sistema antifurto e si blocca in mezzo all’autostrada. Il congegno serve ad evitare i furti dei Tir, ma se fa le bizze blocca il camion. Il motore si spegne e l’autista ha pochi minuti per accostare e fermarsi. Poi deve chiamare la centrale, spiegare che sul camion c’è lui e non una banda di rapinatori e farsi sbloccare l’antifurto. Passano 5 minuti di brivido e intanto i mezzi degli ausiliari del traffico inalberano scritte luminose e si mettono in carreggiata a segnalare con le bandiere il pericolo. Ma serve, serve eccome avere uno come Roberto Poles che corre da una parte all’altra a chiedere all’agricoltore di non innaffiare l’autostrada, alla signorina che risponde al telefono, che è meglio trovare un’area di sosta, al medico che è encomiabile salvare vite parlando al cellulare, ma la prima vita da salvare è la sua e se non si sposta di mezzo metro verso il ciglio, è facile che un Tir lo centri. E poi ci sono i pneumatici che scoppiano, i gusci portatutto che si staccano dai tetti delle auto, chi deve far pipì subito e chi non può aspettare per lo spuntino. Alla fine i Tir non sono quelli che danno più problemi.
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