Il Cadore tra vecchie e nuove resistenze

Articolo pubblicato sulla rivista IL CADORE edita dalla Magnifica Comunità di Cadore
Rubrica FUORI DAL CORO a cura di Peraltrestrade, voce dei comitati per l’ambiente del Cadore
Mesi di gennaio e febbraio 2024

IL CADORE TRA VECCHIE E NUOVE RESISTENZE

Prima parte
La storia delle popolazioni di montagna è una storia di resistenze, per via dell’orografia, del clima, della scarsa produttività del suolo rispetto ai territori di pianura. Per poter vivere in queste difficili condizioni il montanaro ha sviluppato capacità di adattamento con l’aspro ambiente che lo ospita, certamente non “contro la natura”, come si tende a fare oggi, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Un esempio ammirevole di resistenza è testimoniato dalla Comunità cadorina, che a partire da poco dopo il Mille si dota di un sistema di regole raccolte in Statuti, e grazie a queste norme condivise democraticamente le famiglie originarie gestiscono per secoli in forma collettiva prati, pascoli e boschi garantendo la sussistenza della popolazione in un territorio avaro di risorse.

Il sopraggiungere del ciclone napoleonico a fine ‘700 rompe quell’equilibrio; ne segue un aumento della popolazione con conseguente insufficienza alimentare e una forte spinta all’emigrazione che prima si limitava a spostamenti di artigiani e commercianti in direzione della Repubblica di Venezia per lavori temporanei. Nel periodo del Lombardo Veneto (1815-1859) l’emigrazione diventa stagionale e rivolta verso il Tirolo, la Carinzia, la Slovenia, l’Ungheria, la Germania e l’America del Nord. Con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia (1866) si intensifica verso le Americhe per viaggi solitamente senza ritorno.
Il fenomeno cessa con la chiusura delle frontiere voluta dal Fascismo per riprendere alla fine del secondo conflitto mondiale e rientrare progressivamente con lo sviluppo del distretto dell’occhiale che, nato a fine Ottocento, raggiunge il suo apice negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, posizionandosi ai primi posti a livello mondiale.

I cadorini, anche in questa circostanza, riescono a reinventarsi e a dare prova di straordinaria resistenza e intraprendenza, raggiungendo non solo la piena occupazione ma richiamando forza lavoro, specialmente femminile, dalle aree circostanti, dal basso bellunese e dalla Carnia, trasformando una terra di emigrazione in terra di immigrazione.

Nel “secolo breve”, così viene definito il ‘900, i cambiamenti si susseguono con sempre maggiore velocità e non risparmiano i distretti artigianali e industriali maturi, tra i quali quello dell’occhialeria cadorina che inizia il suo declino accompagnato dalle difficoltà di accesso a risorse umane e finanziarie, dall’avanzamento della tecnica che accorcia le distanze e facilita le comunicazioni e dalla crescita vertiginosa della competizione globale che porta alla concentrazione dei produttori in pochi grandi gruppi.

In Cadore la crisi si acuisce con lo spostamento, favorito e talvolta indotto dalla legge Vajont, delle sedi produttive nel longaronese e in Alpago. In Agordino esistevano altre forme di incentivo, anche precedentemente. A partire dalla fine degli anni ‘80 i contratti tra le maggiori imprese del distretto bellunese e le grandi firme della moda modificano la struttura produttiva del settore e aprono a un mercato internazionale della fornitura dominato da Corea e Cina.

Per la stragrande maggioranza dedite alla produzione di occhiali, le genti del Cadore resistono strenuamente al declino del loro distretto; molte piccole aziende si adattano a fare da polmone produttivo per le grosse industrie al fine di assorbire le fluttuazioni di mercato, ma alla fine, in buona parte, devono cedere e chiudere.

Ne segue un disorientamento, dal quale il territorio non si è ancora ripreso, che porta a una marginalizzazione del Cadore all’interno di una provincia stretta tra due regioni autonome, appendice di una regione Veneto dove domina il potere economico delle pianure e delle città metropolitane. Ne consegue la tendenza a un impoverimento a livello dei servizi essenziali, in primis della sanità, e a un progressivo spopolamento che ci sta portando a perdere molti dei nostri giovani e delle nostre forze attive.

In questa situazione di debolezza della Comunità cadorina le pressioni di interessi speculativi provenienti dall’esterno si fanno sempre più forti mettendo a rischio il rapporto delle sue genti con il territorio e la tenuta sociale ed economica.

Se i Cadorini non vorranno rassegnarsi a una “montagna-luna-park” o a una “montagna per soli vecchi” dovranno nuovamente “resistere” e “reinventarsi” politiche che mettano al centro il rispetto per la Montagna e allo stesso tempo creino le condizioni perché i giovani restino e perché nuove famiglie si insedino, come sta avvenendo in altre zone delle Alpi.

Seconda parte:

… Il declino del distretto, legato alla “globalizzazione” che ha creato prima le condizioni per lo sviluppo esponenziale della produzione di occhiali e in seguito la sua “delocalizzazione”, porta inevitabilmente i cadorini, dopo un iniziale disorientamento, a chiedersi cosa fare e quali strade intraprendere, o non intraprendere, per continuare a vivere dignitosamente in montagna.

Se una volta si poteva affermare che “piccolo è bello”, ora molto meno, a meno che quel “piccolo” non sappia crescere in consapevolezza, in partecipazione, in determinazione e riesca a ricreare quella condivisione e unità del tempo della Magnifica Comunità di Cadore luogo di discussione e decisione unitaria delle Regole cadorine.

In mancanza di questi elementi, di una capacità politica di visione unitaria del futuro, si rischia di subire, più o meno consapevolmente, pressioni e “suggerimenti” interessati che provengono dall’esterno, spesso da “falsi profeti”, che vanno a riempire un vuoto.
Per questo, nelle difficoltà è importante riflettere su quali siano i nostri punti di forza e di debolezza per provare a delineare un cammino.

I punti di forza, secondo noi, sono senza dubbio il nostro ambiente, il paesaggio, l’aria pulita, il suolo sano, l’altissimo patrimonio di biodiversità presente sul territorio; la storia unitaria, la cultura, l’arte che abbiamo saputo esprimere sin dai tempi più remoti. Accanto a questi possiamo collocare l’indubbia operosità dei cadorini. Questo aspetto è nel loro DNA e sopravviverà alle incertezze del momento.

I punti di debolezza sono rappresentati, purtroppo, dalla difficoltà di una “governance” unitaria, in una situazione i cui i 22 Comuni del Cadore si parlano poco e tendono ad andare ognuno per conto proprio; dal fatto di far parte di una regione Veneto dove la maggior parte della popolazione si concentra in pianura e nelle città, e i suoi responsabili politici prestano poca attenzione alle “terre alte” perché valutate in rapporto al loro scarso apporto di voti.

Un governo regionale ancora legato al mito della crescita illimitata degli anni ‘60-70, che non vuole arrendersi all’evidenza che questo non è possibile. Un Veneto nel quale si continuano a costruire centri commerciali, nuovi capannoni, ora destinati specialmente alla logistica, nuove strade, varianti, rotatorie anche dove non servono. Una Regione dove nel 2021 sono stati consumati 815 ettari di suolo, pari all’11,9% della sua superficie (superata solo dalla Lombardia a livello nazionale).

Il problema del consumo del suolo coinvolge anche il bellunese e il Cadore; l’area tra Belluno e Ponte nelle Alpi è un continuum di capannoni e di edifici commerciali pari a una qualsiasi periferia del basso Veneto. In Cadore si sono progettate circonvallazioni su prati vergini e si stanno ipotizzando invasivi interventi di infrastrutture stradali che, se realizzate, metterebbero in serio pericolo la vivibilità dei paesi e il loro straordinario ambiente naturale. A fronte di questo non si parla di miglioramento della mobilità pubblica e di intermodalità “gomma – rotaia”.

Assistiamo a un proliferare di supermercati senza nessuna programmazione che mettono a dura prova la sopravvivenza dei negozi di prossimità ancora presenti anche nelle piccole borgate, che sono stati per secoli la struttura portante del piccolo commercio a servizio dei residenti, per i quali costituiscono anche un punto d’incontro e di dialogo, creando legami personali e relazioni sociali.
Come cadorini ci troviamo di fronte a una serie di bivi e le scelte che faremo determineranno il nostro futuro.

Secondo il nostro punto di vista, dovremmo promuovere la cultura dell’accoglienza per invertire il drammatico spopolamento in atto costruendo un vero e proprio “sistema” tra tutti i soggetti attivi della comunità che permetta a famiglie “di fuori” di potersi insediare in Cadore perché trova occupazione, casa a prezzi accessibili, servizi per i figli e la salute.

Dovremmo cercare di rivitalizzare una cultura del rispetto del territorio e riscoprire il limite al suo utilizzo, nella ricerca di un turismo “morbido” di cui il mondo contemporaneo ha bisogno, al di fuori di clamori e rumori; lavorando a nuove zone protette e parchi. Dovremmo cercare di ridar vita a una filiera del legno e di lavori legati alla terra che nel tempo si sono persi. Dovremmo cercare di mantenere le fabbriche di occhiali in Cadore.

Tutto questo, in ultima analisi, riporta al discorso della necessità di una “governance” unitaria e sarebbe auspicabile si aprisse un dibattito pubblico su come riorganizzare la struttura “politico – amministrativa” della nostra terra, senza preconcetti ideologici, ma pensando in modo pragmatico a quali scelte siano più utili per superare la sua frammentazione, non escludendo una riflessione sulla fusione di Comuni che faticano a trovare la loro rappresentanza politica e annaspano nel cercare di rispondere ai problemi essenziali delle popolazioni perché sempre più in difficoltà anche dal punto di vista finanziario.

Una strada sbagliata sarebbe quella della mercificazione del territorio trasformandolo in “luna park”, in corridoio di traffico internazionale, in luogo di eventi sportivi troppo impattanti per un ambiente fragile. Sarebbe sbagliato lasciarsi abbagliare dalla prospettiva di sostituire l’occhiale con un turismo di massa “mordi e fuggi”, ormai insostenibile anche nelle valli confinanti che molti prendono come esempio di sviluppo e ricadere in un’economia monotematica che porterebbe al consumo del “Bene Comune”.

Questi sono solo spunti di riflessione di chi ha a cuore il Cadore; potrebbero essere utili per stimolare un necessario approfondimento e dibattito a più livelli, ma che dovrebbe coinvolgere tutti gli abitanti della nostra amata “piccola patria”.

Ancora una volta noi cadorini siamo chiamati a prendere coscienza del momento storico e cercare di RESISTERE, per non scomparire.

Giovanna Deppi
di Peraltrestrade

 

Il Cadore tra vecchie e nuove resistenze